“La rivolta iraniana nel mondo distopico”, di Antonio Corvino

Nella realtà rovesciata del mondo distopico nulla è al proprio posto.

Non lo Stato che é organizzato per portare la popolazione a censurarsi da sé e ciascuno a riconoscersi come un buon cittadino o cattivo a seconda della adesione totale o meno alle azioni perseguite dai governi per raggiungere la fedeltà più ampia possibile e addirittura la totale subordinazione alle regole fissate per tutti dal capo supremo che risiede oltre Oceano. 

Conformismo, docilità, dedizione e controllo ne sono i postulati mentre ogni individuo è investito della responsabilità di garantire l’ordinato dispiegarsi della comunità distopica attraverso lo scherno prima e la delazione poi con conseguente irrisione e denuncia di qualsiasi  sospetto di deviazione.

Per i più facinorosi e per quanti non sopportano l’incasellamento, la realtà distopica ha in serbo la lobotomizzazione come via d’uscita dall’infelicità. 

Essa finalmente acquieterà le pulsioni rivoltose e restituirà al soggetto, che volontariamente sarà indotto a sottoporvisi, l’agognata tranquillità.

Il capo supremo tutto vede e controlla attraverso i suoi adepti e con il supporto degli invisibili satelliti che dal cielo osservano e accatastano dati ed informazioni su ogni individuo e le fissano sugli algoritmi a beneficio delle guardie rivoluzionarie ovunque dislocate contro ogni deriva all’assembramento ed alla sedizione che dovesse manifestarsi.

Egli organizza e sollecita la residua volontà  di opposizione incoraggiando quanti sono intimamente insoddisfatti e desiderosi di rovesciare l’ordine costituito. 

Per questo asseconda le loro argomentazioni rivoluzionarie, suggerisce loro luoghi segreti di incontro, spinge quanti si sentono a disagio nel nuovo ordine ad incontrarsi, a riconoscersi, addirittura ad organizzarsi come comunità coesa capace di custodire storie di amicizia e sentimenti amorosi che negano l’ordine generale e alimentano speranze di ritorno alla vita tumultuosa del tempo passato i cui ricordi si vanno spegnendo. 

É il paterno afflato del capo supremo che personalmente si fa carico di mostrare agli ultimi epigoni del vecchio disordine definitivamente archiviato, delle pulsioni libertarie ormai estinte, delle derive che alimentavano gli infiniti, differenti, inutili,  comportamenti, la superiorità del nuovo ordinamento. 

Quel che resta del linguaggio ancora infarcito di parole  ed espressioni che danno senso all’inquietudine interiore potrà così essere catalogato ed eliminato e sostituito dalla nuova lingua priva di asperità e tensioni creative quanto pericolose. 

Anche i sentimenti frutto di passioni non ancora domate finalmente smetteranno di turbare l’animo individuale e intorpidire la coscienza collettiva.

Il capo supremo conosce, per averli veduti nelle rappresentazioni del grande algoritmo, i pericoli del libero pensiero, le distruzioni provocate da una società abbarbicata all’illusione di autogovernarsi, le suggestioni dell’immaginazione senza limiti e confini, il caos creativo generato dalla cultura, dalle arti, i sentimenti e le emozioni capaci di sovvertire ogni regola, i sommovimenti frutto di un’opinione pubblica senza briglie dedita a criticare i governi e addirittura a pretendere il cambiamento delle loro  decisioni se non il loro stesso rovesciamento. 

Era un mondo caotico. 

Impossibile da capire, da incasellare, da incanalare… Era come un mare in tempesta, un fiume in continua esondazione, una burrasca senza freni, incomprensibile quanto ingovernabile.

Vi era stato un lungo periodo di tranquillità precedentemente. 

Il mondo diviso in due. 

Una grande guerra aveva fatto da spartiacque. 

Da una parte e dall’altra la gente correva, smaniosa di ritrovarsi, di conoscersi e riconoscersi. 

Gli eserciti, i carri armati, i missili, gli aerei, le portaerei, i sommergibili e le bombe atomiche  erano  ferme, bloccate ai margini, vittime del loro stesso pregiudizio distruttivo. I militari ridotti all’impotenza. Anche il servizio di leva obbligatorio era stato ovunque abolito.

I popoli avevano conosciuto un vorticoso processo di contaminazione e confusione generale. 

Lo chiamavano progresso. 

Lo indicavano come frutto della liberazione umana dalla schiavitù, dalla  fame, dalla povertà. 

Erano caduti muri dappertutto. 

La gente si muoveva da ogni parte, convulsamente. 

Il mondo era diventato una specie di villaggio. Tutti fratelli… tutti protagonisti di un’umanità consapevole del proprio futuro, dedita ad eliminare incomprensioni e tabù religiosi, sociali, nazionalistici e razziali… anche le ricchezze della terra erano diventate una specie di patrimonio collettivo. 

Avanzava il convincimento che il pianeta fosse la casa comune da custodire. Altro che sfruttamento. 

Un’ubriacatura incomprensibile. 

Un caos rivoltante che poteva compromettere ogni equilibrio. 

Idee come cooperazione e progresso condiviso, umanità senza razze e nazioni ostili, ricchezza diffusa, governi responsabili e sottoposti alle leggi ed agli equilibri dei poteri oltre che alla volontà dei popoli, felicità oltre ogni vincolo di religione, di sfruttamento reciproco, di sopraffazione, tutela del pianeta e salvaguardia della natura, sembravano aver conquistato il mondo. 

Bisognava porre qualche rimedio…

Per fortuna la gente aveva dimenticato in quell’ubriacatura le sofferenze passate… aveva perso la memoria. 

La corsa verso le metropoli aveva favorito l’omologazione dei comportamenti e dei pensieri. 

L’azione silenziosa, puntigliosa e paziente dei detentori delle ricchezze nascoste, delle materie prime sotterrate e non, l’intervento dei controllori degli eserciti e delle bombe atomiche,  la fede dei custodi delle religioni asservite al potere, i miracoli dei detentori delle tecnologie, avevano infine sortito gli effetti desiderati.

Gli Stati e le Nazioni avevano ripreso ad innalzare muri. 

La ricchezza era tornata nelle mani di pochi. 

Il lavoro ed il sapere avevano smesso di essere veicoli di mobilità ed avanzamento sociale. 

La tecnologia aveva raggiunto livelli spaventosi quanto a controllo del mondo. 

E soprattutto essa era nelle mani dei nuovi iper capitalisti che dominavano il pianeta. 

La rinuncia degli Stati alla loro natura di strumenti della felicità dei popoli e la loro trasformazione in agenti asserviti alla potenza ipercapitalista aveva fatto il resto…

Per fortuna, pensava il capo supremo.

Il caos  era finito. 

Il mondo era tornato nella totale disponibilità dei detentori della ricchezza.  

Anche gli eserciti, le risorse naturali, il pianeta stesso era ormai nella loro disponibilità. 

Le armi le producevano nelle loro fabbriche. 

Anche i satelliti per controllare lo spazio interplanetario erano di proprietà di oligarchi, magnati, iper capitalisti. 

Gli stati ed i governi erano ridotti ad esecutori, anch’essi direttamente posseduti da  quelli. 

Restava da convincere il popolo della bellezza e della bontà del nuovo ordine che doveva essere per sempre.

Così ragionava tra sé il capo supremo d’occidente che partecipava alla provvisoria configurazione del cerbero a tre teste, mentre, attraverso gli schermi animati dagli algoritmi guardava il mondo.  

Vi erano ancora delle sacche fuori controllo… delle schegge impazzite arrivate dal vecchio ordine…

Comunisti e ayatollah tuttavia erano ormai alla fine della loro corsa. 

I comunisti un avanzo della storia erano pronti per essere smaltiti in discarica. 

Anche Cuba avrebbe fatto quella fine. 

Era davvero insopportabile la presenza di Cuba a due passi da casa. 

Come avevano fatto i suoi predecessori a tollerare quella protervia era davvero un mistero. Anzi no. Mentecatti, mentecatti e smidollati, ecco cosa  erano stati quelli che erano venuti prima e che avevano consentito quello scempio.

C’era ancora molto da fare per completare il nuovo ordine, rifletteva il capo supremo nel suo studio ovale mentre osservava l’ala est della casa bianca demolita per fare spazio alla sala del trono. Il suo trono. 

L’annessione della Groenlandia, magari anche del Canada, la definitiva sottomissione del Messico e di tutta intera l’America meridionale… e poi l’Europa da smantellare.

Ma adesso c’era l’Iran, l’antico impero persiano, da sistemare. 

Aveva  preso fuoco e non sembrava volersi  spegnere.

Da quelle parti la gente si sentiva ancora popolo. Erano scesi tutti, ma proprio tutti ed in tutte le città, contro i ministri di dio che comandavano da cinquant’anni. 

Roba assurda. 

Veli in testa alle donne, preghiere cinque volte al giorno e la pretesa di dare una lezione anche ad Israele, il suo fedele alleato in quella regione… una pretesa senza senso, da squilibrati. 

Il Capo supremo l’aveva già bastonati più volte gli Ayatollah a suon di bombe ovviamente. Ma quelli non se ne davano per intesi.

Adesso però non era solo questione di bombe atomiche, di religione, di veli e di dominio nelle terre del Medio Oriente.

La gente non ne poteva più. 

Un milione e mezzo di Ryal per un dollaro che rimaneva pur sempre la moneta di riferimento, nonostante fosse ammaccata, e parecchio anche, con tutto quel debito pubblico accumulato da quegli incapaci dei suoi predecessori. 

Insomma da quelle parti erano scesi in piazza tutti, ma proprio tutti…

Stavano lavorando per lui, pensava il capo supremo mentre i guardiani della rivoluzione ammazzavano la gente, ed  il popolo iraniano moriva a centinaia, a migliaia. 

L’amico/nemico/alleato che con gli stormi dei suoi satelliti tiene sotto scacco il mondo intero questa volta si era offerto per aiutare i ribelli. 

Gli Ayatollah avevano spento Internet per impedire al mondo di avere consapevolezza dei loro misfatti. Quello generosamente, quanto furbescamente, si era offerto di accendere l’occhio di Starlink per rimediare…

Intanto il vecchio erede dello scià di Persia era corso da lui, il Capo supremo, per mettersi a disposizione e lui aveva preso tempo…

“Vedremo” aveva sibilato mentre osservava i grandi schermi. “Vedremo. Ti farò sapere”. 

Certo l’occasione è ghiotta per eliminare quella pustola islamica e mandare al macero gli Ayatollah e con  essi il popolo iraniano che pensa di liberarsi  della barbarie che lo affligge, di stracciare veli e tabù, di auto governarsi e di decidere da sé il suo futuro dopo tanto sangue. 

Illusi… 

Benvenuti nel mondo distopico con o senza scià…

A meno che… 

A meno che il mondo finalmente non si ribelli, tutto, ma proprio tutto, a cominciare dagli americani statunitensi, come stanno facendo donne e uomini, ragazze e ragazzi iraniani, dando loro una mano e dandola anche a sé stessi, spegnendo gli schermi e disattivando gli algoritmi del capo supremo e dei suoi accoliti e finalmente mandandolo sotto processo e  rispedendo negli inferi anche  il cerbero con le sue tre teste. 

Rileggendo

Orwell ed il suo “1984”

Nell’edizione che più vi garba.

Zamjatin ed il suo “ Noi” nell’edizione tradotta da Alessandro Niero per Voland 2013

Antonio Corvino

Antonio Corvino, Antonio Corvino, di origini pugliesi, napoletano di formazione è uno scrittore, poeta, saggista ed economista di cultura classica.
Ha alle spalle una ricca produzione saggistica. Da ultimo nel dicembre 2019 ha curato per Rubbettino, insieme a Francesco Saverio Coppola, “Mezzogiorno in progress“ un volume Summa sulle questioni aperte del Sud.
Appassionato delle antiche vie nelle “terre di mezzo” ha percorso, tra il 2019 ed il 2024,  numerosi cammini nel cuore del Mezzogiorno continentale italiano coprendo oltre 1500 chilometri e traendone una serie di appunti di viaggio che han dato vita a diversi volumi  e romanzi.
 Nel settembre 2023 è uscito per Giannini Editore il suo primo romanzo di viaggio: “Cammini a Sud. Sentieri, tratturi, storie, leggende, genti e popoli del Mezzogiorno
 Nel novembre 2024 è uscito per Rubbettino Editore il suo secondo romanzo di viaggio: “L’altra faccia di Partenope. In cammino tra Napoli e altre peregrinazioni”.

Del 2025 è la raccolta di poesie e racconti poetici “La solitudine del cormorano”, edito da ‘Round midnight”.


Per l’Università Partenope, il CEHAM di Valenzano-Bari  e l’Ordine nazionale dei biologi, ha realizzato un corso monografico in  video sul Mediterraneo della durata di 15 ore destinato ad un master post laurea. 
Sulla rivista Bio’s, Organo dell’Ordine nazionale dei Biologi, ha pubblicato tre saggi sulle prospettive del Mediterraneo indicando un nuovo paradigma policentrico dello sviluppo e proponendo la suggestione del Mediterraneo come Continente.
Sulla rivista Politica Meridionalista ha pubblicato e continua a pubblicare numerosi saggi sul Mezzogiorno.
Collabora con la rivista letteraria Il Randagio.
Collabora con quotidiani cartacei ed on line. 

“L’homo sapiens neanderthalensis e l’applicazione del diritto: la crisi di effettività del diritto internazionale contemporaneo”, di Vincenzo Franciosi

Affermare che l’homo sapiens neanderthalensis applicasse il diritto con maggior rigore rispetto ai “sapientes sapientes” contemporanei non è una provocazione gratuita, ma una constatazione funzionale. L’aggressione militare degli Stati Uniti al Venezuela, accompagnata dalla sua rivendicazione pubblica attraverso un post presidenziale, offre un esempio quasi didattico di regressione non soltanto giuridica, ma anche antropologica e simbolica: il ritorno a un ordine in cui la forza precede la norma e la sospende in condizioni di sostanziale impunità.

Nelle società arcaiche (verosimilmente anche tra i Neanderthal) la norma non era separabile dalla sopravvivenza del gruppo. Il tabù, il giuramento, il confine rituale non erano enunciati astratti, ma dispositivi vitali. La loro violazione produceva una sanzione certa e immediata, perché metteva in pericolo l’equilibrio collettivo. In questo senso, quel “diritto neanderthaliano” risultava meno sofisticato sul piano concettuale, ma infinitamente più efficace su quello della responsabilità.

Il diritto internazionale contemporaneo, codificato nella Carta delle Nazioni Unite, vieta in modo esplicito l’uso della forza e proclama l’eguaglianza sovrana degli Stati. Tuttavia, esso nasce strutturalmente privo di strumenti effettivi di coercizione. Quando una potenza egemone viola la norma, gli organi competenti rinunciano (di fatto) a intervenire. L’attacco al Venezuela, privo di un mandato del Consiglio di Sicurezza e non riconducibile alla legittima difesa immediata, rende evidente questa asimmetria costitutiva.

In questo quadro, il post con cui Donald Trump annuncia l’operazione assume un valore che va ben oltre la cronaca. Non è un semplice comunicato, ma un atto linguistico sovrano, nel quale la dichiarazione sostituisce la procedura, il fatto compiuto prende il posto del giudizio e la narrazione del vincitore soppianta la legalità. Trump vi afferma non solo l’uso della forza, ma anche la cattura del presidente venezuelano Nicolás Maduro e di sua moglie, presentata come esito “positivo” di un’operazione coordinata con le forze dell’ordine statunitensi.

Colpisce, in questo testo di poche righe, non soltanto la rivendicazione esplicita dell’aggressione, ma la qualità del linguaggio impiegato. Trump chiama Maduro President. Lo fa senza esitazioni, senza virgolette, senza cautele. È un dettaglio solo in apparenza marginale. Chiamare qualcuno “Presidente” significa riconoscerlo come titolare di una sovranità, come capo legittimo di uno Stato; significa, implicitamente, ammettere che l’azione militare è stata condotta contro un’autorità statale riconosciuta, e non contro un’entità priva di status giuridico.

Il testo merita di essere letto integralmente, perché è nel linguaggio stesso che si consuma la contraddizione:

The United States of America has successfully carried out a large scale strike against Venezuela and its leader, President Nicolas Maduro, who has been, along with his wife, captured and flown out of the country. This operation was done in conjunction with U.S. Law Enforcement. Details to follow. There will be a News Conference today at 11:00 A.M., at Mar-a-Lago. Thank you for your attention to this matter! President Donald J. Trump

La traduzione italiana rende ancora più evidente l’inconsapevole legittimazione dell’avversario:

Gli Stati Uniti d’America hanno portato a termine con successo un attacco su larga scala contro il Venezuela e il suo leader, il Presidente Nicolás Maduro, il quale è stato, insieme a sua moglie, catturato e fatto uscire dal Paese. Questa operazione è stata condotta in coordinamento con le forze dell’ordine statunitensi. Seguiranno ulteriori dettagli. Oggi alle ore 11:00 si terrà una conferenza stampa a Mar-a-Lago. Grazie per l’attenzione dedicata a questa vicenda! Presidente Donald J. Trump

Non è ancora necessario formulare un giudizio definitivo sull’autore del post. È sufficiente, per ora, registrare una frattura: la parola, che nelle società arcaiche fondava e vincolava, appare qui usata senza piena percezione del suo peso simbolico e giuridico. Il linguaggio non accompagna l’azione, ma la espone e, a un certo punto, la contraddice.

Il paradosso è evidente. Mentre la forza pretende di negare la sovranità altrui, il linguaggio la ristabilisce. Non per calcolo, ma per inconsapevolezza. È il segno di un potere che non domina più neppure i propri strumenti simbolici. In questo senso, il confronto con il diritto arcaico diventa inevitabile. Là dove la violazione della norma comportava una sanzione immediata perché minacciava la sopravvivenza della comunità, oggi la violazione più grave del diritto internazionale viene assorbita in una sequenza comunicativa, neutralizzata dall’inerzia e dall’assenso tacito degli alleati. L’Unione Europea, come spesso accade, completa questo quadro di regressione. Invoca il diritto internazionale come valore astratto, ma ne accetta la sospensione concreta quando è violato dal potente di turno. In questo modo, la norma perde ciò che nelle società arcaiche la rendeva efficace: la sua indisponibilità, cioè la sua sottrazione all’arbitrio del potere.

Alla fine, ciò che colpisce non è soltanto la violenza dell’atto, ma la povertà dell’uomo che lo annuncia (per di più un miliardario). Nel chiamare Presidente colui che dichiara di aver catturato, Trump conferisce con una parola ciò che pretende di negare con la forza: legittimità, sovranità, diritto. È il linguaggio stesso a tradirlo. Là dove le società arcaiche sapevano che la parola vincola e impegna, il potere contemporaneo parla senza comprendere, agisce senza sapere, legittima senza volerlo. Se questo è il grado di coscienza simbolica del sovrano globale, allora sì: quella neanderthaliana — rozza ma responsabile, elementare ma vincolante — appare oggi come una forma più alta di civiltà giuridica. Perché almeno conosceva il peso delle parole e il prezzo delle violazioni.

Vincenzo Franciosi

Vincenzo Franciosi è professore associato di Archeologia Classica. Ha scavato in vari siti dell’Italia meridionale quali Fratte (SA), Buccino (SA), Montescaglioso (MT), Pompei (NA). Ha pubblicato studi sulle importazioni ceramiche corinzie di età geometrica nell’isola d’Ischia e sulle loro imitazioni locali; sulla ceramica figurata attica del V sec. a.C.; sull’urbanistica pompeiana e sugli scavi dell’insula VII, 14 a Pompei; sul culto della Mefite in Valle d’Ansanto; sulla statuaria arcaica in marmo dall’Acropoli di Atene; sulla statuaria in bronzo dalla Villa dei Papiri ad Ercolano; sulla statuaria policletea. È stato insignito, per l’insieme degli studi e delle indagini condotti nel campo dell’Archeologia Classica, del Premio Anassilaos 2020-21 (XXXII-XXXIII) “Arte, Cultura, Economia, Scienze” – Premio Μνήμη per l’Archeologia, Reggio Calabria, 13 Novembre 2021.

“Da Wotan ad Atreju: miti impoveriti e responsabilità negate”, di Vincenzo Franciosi

Da Wotan ad Atreju non è soltanto una traiettoria simbolica, ma la misura di un impoverimento. Il passaggio da un mito tragico, ambiguo e colto a un evento politico-mediatico contemporaneo segnala una trasformazione profonda dell’immaginario dell’estrema destra: non più appropriazione, per quanto distorta, di tradizioni complesse, ma consumo di immagini semplificate, moralmente rassicuranti, funzionali all’innocenza.

Il neofascismo contemporaneo non ha più bisogno di divinità complesse né di fondazioni mitiche esigenti. Ha bisogno di innocenza. Un’innocenza preventiva, armata, impermeabile alla storia e alle sue categorie fondamentali: colpa, complicità, responsabilità. È in questo orizzonte simbolico degradato che vanno lette non solo le scelte culturali, ma anche le reazioni politiche più recenti, incapaci di distinguere tra atto materiale e responsabilità strutturale.

Il recente episodio che ha visto il ministro della Difesa Guido Crosetto reagire con veemenza all’accusa di complicità in crimini contro l’umanità, dichiarando di non aver “mai ucciso nessuno” e minacciando querele contro chi parlava di genocidio, è rivelatore non tanto per il tono, quanto per la struttura concettuale che mette in luce. Una questione giuridica e politica viene ridotta a un’offesa personale, così da poter essere respinta come diffamazione. L’accusa non viene discussa, ma deformata; non viene confutata, ma sostituita con un’altra, più facile da smentire.

Eppure, nel diritto internazionale, la complicità non coincide con la commissione materiale del crimine. La Convenzione per la prevenzione e la repressione del crimine di genocidio include l’obbligo di prevenzione e la punibilità della complicità; la giurisprudenza della Corte Internazionale di Giustizia ha chiarito che uno Stato può essere responsabile anche per assistenza, sostegno o omissione, quando contribuisca alla prosecuzione di crimini gravi in un contesto di rischio noto. Richiamarsi all’assenza di un coinvolgimento diretto non risolve il problema: lo elude. Ma questa elusione non è soltanto giuridica. È mitologica.

Il neofascismo storico, pur nella sua violenza ideologica, si muoveva ancora entro un orizzonte simbolico relativamente complesso. La mitologia norrena, largamente sfruttata (e già allora semplificata) nella Germania nazista, non era un repertorio elementare. Politeista, tragica, attraversata dal destino, dal sacrificio e dalla colpa, essa non offriva alcuna innocenza facile. Wotan non è un dio puro, ma una figura ambigua, ingannatrice, sapiente e colpevole, destinata alla sconfitta; il Ragnarök non promette redenzione, ma rovina. È un universo che non assolve.

Tutto questo è oggi impraticabile. Non perché sia stato superato, ma perché è troppo complesso. Richiede lettura, interpretazione, familiarità con il tragico e con il limite. I neofascisti contemporanei non hanno alcun rapporto reale con questo patrimonio: l’Edda poetica e l’Edda prosaica sono loro del tutto ignote; Snorri Sturluson è un nome senza contenuto, quando non del tutto sconosciuto. A stento il loro orizzonte simbolico arriva a Edda Mussolini in Ciano: non una tradizione mitologica, ma un album di famiglia.

Anche il mito di Roma risulta oggi inutilizzabile. Roma implica diritto, istituzioni, conflitto civile, integrazione dello straniero, universalismo imperiale. Non è un mito di purezza, ma di contaminazione. Il fascismo storico ne fece una scenografia; il neofascismo contemporaneo non è più nemmeno in grado di sostenerne la complessità simbolica.

Questa regressione trova una rappresentazione quasi paradigmatica in una figura pubblica assunta qui come  compendio di un neonazifascismo macchiettistico. Il riferimento a immaginari estremisti ridotti a gesto, travestimento o provocazione, fino a episodi pubblicamente documentati di mimesi esplicita di simbologie delle SS (pur nella consapevolezza della sua natura provocatoriamente goliardica), non rinvia a una mitologia, neppure deformata, ma alla sua caricatura. Non c’è profondità simbolica né mito fondativo, ma soltanto la riproduzione superficiale di segni svuotati, buoni per il consumo mediatico e per l’identificazione “tribale”. È il punto terminale dell’impoverimento: quando il mito non viene più strumentalizzato, ma semplicemente indossato. A questo svuotamento simbolico si aggiunge un ulteriore passaggio decisivo: dalla lettura alla visione. Molti non leggono più neppure Tolkien o Ende (unici autori citati dagli attuali neofascisti); ne consumano le versioni cinematografiche. Il film elimina ambiguità, accelera il conflitto, estetizza la violenza e riduce la complessità morale a una contrapposizione binaria. Resta un mito già digerito, emotivamente rassicurante, politicamente innocente. Epica senza responsabilità, mito senza pensiero. Un universo perfetto per chi rifiuta la storia reale, fatta di corresponsabilità e di colpa.

È in questo contesto che si comprende il ricorso ossessivo alle cosiddette “radici giudaico-cristiane”. Non come tradizione teologica, infinitamente più complessa e problematica, ma come teologia politica semplificata: elezione, terra promessa, nemico assoluto, violenza sacralizzata. Qui il mito diventa finalmente funzionale. Non c’è tragedia, non c’è ambiguità, non c’è colpa. C’è un popolo “innocente” per definizione, una violenza sempre preventiva, un nemico disumanizzato. È un immaginario che consente di esercitare il potere violento sentendosi moralmente puri. In questa cornice, lo “Stato ebraico” di Israele diventa un modello simbolico per l’estrema destra occidentale: Stato etnico, militarizzato, fondato sull’apartheid, legittimato da una narrazione sacra e perennemente assolto in nome della sicurezza. Non si tratta di adesione storica o culturale, ma di identificazione immaginaria: ciò che il neofascismo vorrebbe essere, senza dichiararlo apertamente.

La dichiarazione di Crosetto ad Atreju si iscrive perfettamente in questo quadro. “Non ho mai ucciso nessuno” non è una difesa: è una dichiarazione di innocenza mitica. È il rifiuto stesso della categoria di complicità, che presuppone responsabilità indiretta, consapevolezza del contesto, partecipazione strutturale. Quando un’accusa giuridica viene trasformata in un’offesa personale e il confronto sui fatti viene sostituito dalla minaccia giudiziaria, non siamo di fronte a un equivoco, ma a una strategia culturale: cancellare la complessità per preservare l’innocenza.

Il percorso che va da Wotan ad Atreju non racconta una continuità, ma una perdita. Perdita della tragedia, della complessità, della consapevolezza che il potere non è mai innocente e che la violenza, anche quando delegata, genera sempre responsabilità. Il neofascismo contemporaneo non vive di miti antichi, ma vive della loro riduzione. E proprio per questo non produce tragedia, ma assoluzione; non responsabilità, ma vittimismo; non politica, ma moralismo armato.

Miti impoveriti e responsabilità negate: non come slogan, ma come diagnosi.

Vincenzo Franciosi

Vincenzo Franciosi è professore associato di Archeologia Classica. Ha scavato in vari siti dell’Italia meridionale quali Fratte (SA), Buccino (SA), Montescaglioso (MT), Pompei (NA). Ha pubblicato studi sulle importazioni ceramiche corinzie di età geometrica nell’isola d’Ischia e sulle loro imitazioni locali; sulla ceramica figurata attica del V sec. a.C.; sull’urbanistica pompeiana e sugli scavi dell’insula VII, 14 a Pompei; sul culto della Mefite in Valle d’Ansanto; sulla statuaria arcaica in marmo dall’Acropoli di Atene; sulla statuaria in bronzo dalla Villa dei Papiri ad Ercolano; sulla statuaria policletea. È stato insignito, per l’insieme degli studi e delle indagini condotti nel campo dell’Archeologia Classica, del Premio Anassilaos 2020-21 (XXXII-XXXIII) “Arte, Cultura, Economia, Scienze” – Premio Μνήμη per l’Archeologia, Reggio Calabria, 13 Novembre 2021.

“Filosofia in uniforme?”, di Vincenzo Franciosi

La polemica esplosa intorno alla richiesta del Ministero della Difesa di attivare un corso universitario di filosofia riservato ai militari presso l’Università di Bologna non è un incidente marginale né un conflitto locale. È il sintomo di qualcosa di ben più profondo: una tensione crescente tra l’autonomia dell’università e la volontà di alcuni apparati dello Stato di appropriarsi delle scienze umane per plasmarle a fini di legittimazione.

Che un’università pubblica abbia rifiutato di organizzare un corso chiuso, cucito su misura per un corpo armato, rientra perfettamente nella sua funzione istituzionale: difendere la propria libertà didattica e la natura pubblica del sapere. Invece il ministro della Difesa, Guido Crosetto, ha reagito con un attacco violento e sproporzionato, accusando l’ateneo di ideologismo, mancanza di senso dello Stato, persino di irresponsabilità. Una “sparata”, non trovo parola più adatta, che rivela un’idea distorta e pericolosa del rapporto tra potere esecutivo e autonomia accademica.

Per capire perché questo episodio sia così inquietante, occorre riflettere sul nodo centrale: la filosofia e l’apparato militare non sono due universi che possono convivere armonicamente. La filosofia non è un modulo di formazione professionale, né un camice morale che si indossa per nobilitare un mestiere. È un sapere critico, che interroga le strutture del potere, smaschera la retorica della violenza legittima e mette costantemente in discussione l’obbedienza, la sovranità, le narrazioni ufficiali. È un luogo di esposizione al dubbio, alla contraddizione, alla libertà interiore.

Le forze armate sono, per struttura, l’esatto contrario: un dispositivo che richiede disciplina, gerarchia, compattezza, sospensione del giudizio individuale. Il loro fine istituzionale è l’esercizio della violenza legittima dello Stato. In nessun momento della vita militare, né nella formazione né nell’azione, c’è spazio per la dialettica del pensiero come forma di liberazione. L’obbedienza è un valore, non un problema; la gerarchia è un principio, non un oggetto di discussione. L’ordine non si discute: si esegue.

È evidente che un sapere come la filosofia, se preso sul serio, è incompatibile con la logica dell’apparato armato. O si neutralizza il pensiero critico, o si mette in crisi l’istituzione militare. I corsi ad hoc servono proprio alla prima operazione.

Molte delle giustificazioni circolate in questi mesi parlano di “umanizzare” i militari, di renderli più consapevoli, più attenti ai diritti, più sensibili ai valori democratici. Ma questa retorica, apparentemente nobile, è profondamente ingannevole. La filosofia non nasce per umanizzare la violenza: nasce per smascherarla. Usarla come strumento di legittimazione morale di un apparato fondato sull’obbedienza e sulla forza significa rovesciarne la funzione. Un apparato armato non diventa più umano perché alcuni suoi membri ascoltano lezioni di filosofia, ma rimane ciò che è: un dispositivo che necessita, per funzionare, di ridurre il nemico a figura astratta, di sospendere la piena riconoscibilità dell’altro come persona, di trasformare l’obbedienza in virtù. Le scienze umane non mutano questa natura. Al massimo, la velano sotto un linguaggio colto.

Perché allora gli alti gradi militari insistono tanto su percorsi umanistici dedicati? Le ragioni sono strutturalmente politiche. Da un lato, c’è un bisogno di legittimazione simbolica: un ufficiale che può esibire crediti o titoli ottenuti in una prestigiosa università pubblica appare immediatamente più autorevole, più colto, più “civile”. È un capitale d’immagine che fa comodo. Dall’altro, c’è la volontà di costruire una nuova élite in uniforme, capace di muoversi con disinvoltura nei contesti civili, nei media, nella diplomazia. Una élite culturalmente presentabile, ma pienamente integrata nella logica gerarchica.

E poi, forse l’aspetto più decisivo, l’apparato militare cerca cultura, ma solo in forma controllata. Il contatto reale con il pensiero filosofico è pericoloso; genera dubbi, incrina certezze, apre conflitti interiori. La filosofia autentica non addestra: disobbedisce, insegue domande radicali, mette in crisi. È un rischio troppo grande.

Per questo i vertici militari non chiedono ai loro ufficiali di frequentare i normali corsi universitari insieme agli studenti civili. Chiedono percorsi separati, filtrati, schermati. Un ambiente sotto controllo, in cui i temi più critici possono essere modulati, attenuati, elusi. Dove non ci siano discussioni imprevedibili, né studenti disposti a dire ciò che un apparato armato non vuole sentirsi dire.

Il punto è proprio questo: il vero pericolo, per le forze armate, è il confronto con gli studenti civili.
Perché in un’aula universitaria reale l’ufficiale può trovarsi faccia a faccia con chi è pacifista o antimilitarista, con chi mette in discussione l’autorità statale, con chi non accetta come naturali parole come “nemico” o “missione”, con chi rifiuta la retorica dell’obbedienza come valore assoluto, con chi proviene da zone di guerra (si pensi, ad esempio, agli studenti palestinesi che sono riusciti ad arrivare in Italia con una borsa di studio universitaria).

In quel confronto il pensiero critico non è più astratto, ma diventa vivo, conflittuale. Ed è lì che l’istituzione militare vacilla. La filosofia non è più un ornamento: torna a essere pericolosa. La filosofia genera domande a cui la logica dell’uniforme non può rispondere senza incrinarsi: perché obbedire? che cos’è un dovere? che cosa legittima la violenza? cosa significa uccidere in nome dello Stato? I corsi ad hoc nascono precisamente per evitare tutto questo: non proteggono l’università dai militari, ma proteggono i militari dall’università.

Il comportamento degli atenei che hanno accettato di discuterne è stato spesso giustificato con formule generiche: Terza Missione, innovazione formativa, dialogo con il territorio, allineamento agli standard internazionali, formazione continua della Pubblica Amministrazione. Ma sono argomenti fragili. La Terza Missione riguarda la società civile, non i corpi armati. L’innovazione non consiste nel costruire percorsi chiusi per una categoria privilegiata. L’internazionalizzazione non giustifica la sospensione dei principi fondamentali dell’università. E la formazione dei dipendenti pubblici non può essere un alibi per trasformare la filosofia in un’appendice dell’apparato militare.

In questo contesto, la reazione di Crosetto all’Università di Bologna è stata particolarmente grave. Non perché un ministro non possa esprimere un’opinione, ma perché ha attaccato l’ateneo come se esso dovesse obbedienza alle forze armate. Ha insinuato che il rifiuto del corso fosse un tradimento dello Stato, una mancanza di senso civico. È l’affermazione implicita, ma chiarissima, che l’università debba servire l’apparato militare, non interrogarlo; che la cultura debba collaborare con la forza, non criticarla, che la filosofia debba legittimare, non disturbare. Un ministro della Difesa che rimprovera un’università pubblica perché non vuole piegare la propria offerta formativa a una richiesta delle forze armate compie un gesto che, in una democrazia matura, dovrebbe essere riconosciuto come profondamente inaccettabile. È un segnale sinistro, anzi, “destro”, soprattutto perché attacca proprio ciò che distingue una democrazia da uno Stato autoritario: il primato del sapere critico sul potere esecutivo, la libertà dell’università, la separazione tra cultura e apparato armato. Il nodo non riguarda solo un corso di filosofia, ma riguarda la domanda fondamentale: che cosa deve essere l’università? Un luogo di pensiero libero, aperto, conflittuale, dove civili e militari, se lo desiderano, studiano insieme da pari? Oppure un fornitore di servizi culturali da cui il potere può comprare legittimazione morale? La risposta, se vogliamo difendere la democrazia, dovrebbe essere evidente. L’università non può e non deve proteggere i militari dalla filosofia. E la filosofia non deve e non può essere messa in uniforme.

Vincenzo Franciosi

Vincenzo Franciosi è professore associato di Archeologia Classica. Ha scavato in vari siti dell’Italia meridionale quali Fratte (SA), Buccino (SA), Montescaglioso (MT), Pompei (NA). Ha pubblicato studi sulle importazioni ceramiche corinzie di età geometrica nell’isola d’Ischia e sulle loro imitazioni locali; sulla ceramica figurata attica del V sec. a.C.; sull’urbanistica pompeiana e sugli scavi dell’insula VII, 14 a Pompei; sul culto della Mefite in Valle d’Ansanto; sulla statuaria arcaica in marmo dall’Acropoli di Atene; sulla statuaria in bronzo dalla Villa dei Papiri ad Ercolano; sulla statuaria policletea. È stato insignito, per l’insieme degli studi e delle indagini condotti nel campo dell’Archeologia Classica, del Premio Anassilaos 2020-21 (XXXII-XXXIII) “Arte, Cultura, Economia, Scienze” – Premio Μνήμη per l’Archeologia, Reggio Calabria, 13 Novembre 2021.

L’università sotto tutela: dal controllo tecnocratico al dominio governativo, di Vincenzo Franciosi

L’università italiana si trova oggi di fronte a una trasformazione che mette in questione la sua stessa ragione d’essere come istituzione libera e critica, in una parola democratica. Il progetto di riforma dell’assetto di governo universitario (mi rifiuto di utilizzare l’osceno termine governance), discusso in questi mesi e anticipato il 16 ottobre 2025 dal quotidiano il manifesto con un articolo di Luciana Cimino dal titolo eloquente Le mani del governo sugli atenei, rappresenta un salto di qualità nel lungo processo di subordinazione dell’università al potere politico. L’inserimento di membri nominati dal Ministero nei Consigli di amministrazione, la possibilità per il Governo di imporre “linee generali” vincolanti alle politiche degli atenei, la prolungata e condizionata permanenza in carica dei rettori e il pieno controllo ministeriale sull’ANVUR costituiscono tasselli di un disegno coerente: riportare l’università nell’alveo dell’obbedienza governativa. 

Questa svolta non nasce dal nulla, ma è l’esito logico di una deriva avviata ormai da vent’anni, quando, sotto la retorica della “valutazione” e della “meritocrazia”, venne istituita l’ANVUR (Agenzia Nazionale di Valutazione del Sistema Universitario e della Ricerca). Creata nel 2006 ed entrata in funzione nel 2010, l’agenzia si è presentata come un organo “indipendente”, ma in realtà strutturalmente subordinato al Ministero, che ne nomina i vertici e ne definisce gli indirizzi. Con i suoi algoritmi e le sue classifiche, ha imposto una visione economicista e produttivista della ricerca, fondata su indici bibliometrici, impact factor e su un’idea di “qualità” ridotta a quantità di pubblicazioni. È così che la valutazione, anziché incentivare il merito, ha introdotto una burocrazia del consenso, omologando i linguaggi scientifici, punendo la lentezza del pensiero e disincentivando ogni forma di sperimentazione critica. L’università è stata progressivamente svuotata della sua autonomia interna e culturale, mentre i docenti, anziché liberi studiosi, sono stati spinti a diventare funzionari della produzione accademica, intenti a compilare schede e a inseguire punteggi.

Il sistema ANVUR ha dunque rappresentato il primo passo verso la neutralizzazione del sapere: un controllo tecnocratico mascherato da modernizzazione.

La storia dell’ANVUR, dall’origine nel 2005 fino a oggi, è un esempio della capacità del potere politico italiano di mantenere una linea di continuità perfetta dietro l’alternanza apparente dei governi di centro-destra, centro-sinistra e dell’attuale di estrema destra. Su questo terreno è esistito un consenso trasversale intorno all’idea che l’università dovesse essere valutata, disciplinata e controllata secondo criteri amministrativi esterni alla comunità scientifica. Il primo passo avvenne, durante il terzo governo Berlusconi, con la legge Moratti del 2005, che delegò al governo la creazione di un’agenzia nazionale per la valutazione. Dietro il linguaggio modernizzatore e la retorica dell’efficienza si celava già una visione aziendalista: la ricerca non più come ricerca di verità, ma come prestazione misurabile. La successiva attuazione della legge, nel 2006, durante il secondo governo Prodi con Fabio Mussi al Ministero dell’Università e della Ricerca Scientifica, non modificò la sostanza del progetto: l’agenzia fu istituita formalmente con il Decreto legislativo 262, conservando la stessa logica di fondo, ovvero la sottrazione del giudizio scientifico alla comunità accademica per affidarlo a un organo centralizzato, tecnicamente dipendente dal Ministero. Che fosse un governo di centrosinistra non cambiò nulla, dal momento che la “valutazione” divenne un dogma condiviso, una parola intoccabile che bastava a giustificare ogni riduzione di autonomia.

Il passo decisivo si compì nel 2010, sotto il quarto governo Berlusconi e con Mariastella Gelmini al Ministero. Con il D.P.R. 76/2010 e la legge 240/2010, l’ANVUR fu finalmente resa operativa: i membri del consiglio direttivo venivano nominati dal governo, le valutazioni della ricerca (VQR) divennero condizione per i finanziamenti e la carriera dei docenti venne legata ai parametri fissati dall’agenzia. Da organo tecnico “autonomo”, l’ANVUR si trasformò in strumento di controllo ministeriale. Il linguaggio dell’efficienza nascondeva ormai una vera gerarchia amministrativa: chi non produceva secondo i criteri fissati dall’alto, semplicemente spariva dal sistema. Da allora, nessun governo ha rimesso in discussione questo assetto. I governi Monti, Letta, Renzi, Gentiloni, tutti di area moderata o “riformista”, hanno consolidato e perfezionato la macchina burocratica, introducendo nuove procedure di valutazione e accreditamento e facendo della “qualità” un meccanismo premiale che in realtà ha accentuato le disuguaglianze tra atenei e discipline. Neppure i due governi Conte hanno alterato la logica del sistema, né il primo, “populista”, né il secondo, con Gaetano Manfredi ministro, anzi, la subordinazione ai parametri ANVUR si è fatta ancora più pervasiva. E oggi, con il governo Meloni, quel controllo si compie nel modo più diretto e ideologico. L’attuale governo di estrema destra non fa che raccogliere i frutti di un processo che centrodestra e centrosinistra hanno pienamente legittimato, trasformando una macchina di valutazione in uno strumento politico. In questa prospettiva, l’ANVUR non appare come un incidente, ma come la chiave di volta di un progetto ventennale, ovvero quello di svuotare progressivamente l’università della sua autonomia, prima con il linguaggio della modernità, poi con quello della disciplina, infine con quello della fedeltà. Ogni governo ha contribuito a un tassello della stessa costruzione: la conversione del sapere in amministrazione e la riduzione della cultura a funzione del potere esecutivo. Non c’è stato bisogno di un’imposizione autoritaria dal momento che la neutralizzazione è avvenuta in nome del merito, dell’efficienza e della responsabilità, parole che, una volta interiorizzate, hanno reso superflua ogni resistenza.

Oggi, con la riforma affidata a Ernesto Galli della Loggia, si chiude il cerchio. Non più soltanto valutare, ma governare; non più misurare la produzione universitaria, ma indirizzarne i contenuti e sceglierne i dirigenti. Galli della Loggia, custode di una visione elitaria e autoritaria della cultura, interpreta il proprio ruolo come restaurazione dell’ordine, propugnando un’università disciplinata, depoliticizzata e funzionale all’ideologia del potere. Egli è divenuto il paradigma dell’intellettuale di regime, che scambia l’autorità del sapere con la subordinazione al comando e giustifica la perdita di libertà in nome dell’efficienza e del prestigio nazionale.

L’università non sarà più una comunità di ricerca autonoma, ma un’articolazione dell’esecutivo; i rettori, dipendenti dalla benevolenza ministeriale; i consigli di amministrazione, luoghi di fedeltà e non di competenza; i docenti, sempre più precarizzati e condizionati dalla logica dei finanziamenti “premiali”. In questa prospettiva, l’università smette di essere il luogo della libertà di pensare e diventa una struttura amministrata, dove l’unico sapere ammesso è quello conforme.

Il controllo governativo dell’università è dunque un attacco alla società nel suo insieme. Svuotare di autonomia le istituzioni del sapere significa indebolire la capacità critica del Paese, ridurre lo spazio del dissenso e formare generazioni di studenti addestrati all’obbedienza più che alla riflessione. Difendere l’università dal controllo governativo non è una rivendicazione corporativa, ma un atto di resistenza civile: significa difendere la libertà di pensiero, la pluralità delle idee e la possibilità, sempre più rara, di un sapere non asservito, ma indipendente.

Non è dunque corretto leggere la trasformazione dell’università italiana come una deviazione imprevista di un progetto nato in buona fede. La valutazione, così come fu concepita nella legge Moratti e realizzata attraverso l’ANVUR, non era un semplice strumento di miglioramento, ma il dispositivo originario di un nuovo regime del sapere, fondato sull’idea che la conoscenza debba rendere conto al potere. Già l’istituzione di un’agenzia “esterna”, incaricata di misurare la qualità della ricerca e di distribuire risorse in base a parametri quantitativi, implicava la sfiducia nella comunità scientifica e l’abbandono del principio cardine dell’università moderna: l’autonomia del giudizio tra pari. Dietro la retorica della trasparenza e della meritocrazia si nascondeva una visione profondamente autoritaria, quella di un sapere che deve essere controllato, verificato, normalizzato. L’ANVUR non è stata quindi un errore tecnico o una degenerazione burocratica, ma il primo atto di un disegno politico più ampio, volto a ridurre la libertà di ricerca a funzione dell’amministrazione pubblica e l’università a branca del potere esecutivo.

L’attuale progetto di riforma non fa che rendere esplicito ciò che era implicito, ossia il passaggio dalla sorveglianza tecnocratica alla direzione politica del pensiero. Si è partiti dal mito dell’oggettività numerica per giungere al commissariamento della cultura, dal linguaggio neutro della valutazione al linguaggio esplicito dell’obbedienza. È un percorso perfettamente lineare, il cui esito era scritto fin dall’inizio: la fine dell’università come luogo autonomo di conoscenza, e la sua riduzione a strumento di legittimazione del potere di governo.

Difendere oggi la libertà accademica significa riconoscere questa genealogia e rompere con l’illusione che la valutazione sia mai stata neutra. Solo restituendo alla ricerca il suo carattere intrinsecamente critico e al sapere la sua irresponsabilità verso il potere sarà possibile riaprire uno spazio di verità dentro un sistema che, da due decenni, tende a trasformare il pensiero in amministrazione e la conoscenza in obbedienza.

Vincenzo Franciosi

Vincenzo Franciosi è professore associato di Archeologia Classica. Ha scavato in vari siti dell’Italia meridionale quali Fratte (SA), Buccino (SA), Montescaglioso (MT), Pompei (NA). Ha pubblicato studi sulle importazioni ceramiche corinzie di età geometrica nell’isola d’Ischia e sulle loro imitazioni locali; sulla ceramica figurata attica del V sec. a.C.; sull’urbanistica pompeiana e sugli scavi dell’insula VII, 14 a Pompei; sul culto della Mefite in Valle d’Ansanto; sulla statuaria arcaica in marmo dall’Acropoli di Atene; sulla statuaria in bronzo dalla Villa dei Papiri ad Ercolano; sulla statuaria policletea. È stato insignito, per l’insieme degli studi e delle indagini condotti nel campo dell’Archeologia Classica, del Premio Anassilaos 2020-21 (XXXII-XXXIII) “Arte, Cultura, Economia, Scienze” – Premio Μνήμη per l’Archeologia, Reggio Calabria, 13 Novembre 2021.