“L’odio selettivo: la legge sull’antisemitismo e la gerarchia delle vittime”, di Vincenzo Franciosi

C’è un modo elegante, e dunque pericoloso, di imporre il silenzio: non proibendo le parole, ma alterandone il significato. Non dicendo “non puoi parlare”, ma stabilendo in anticipo che cosa, tra ciò che dici, sarà interpretato come odio.

La definizione dell’International Holocaust Remembrance Alliance (IHRA) di “antisemitismo” si colloca esattamente in questa logica: nasce per proteggere, ma per come è costruita e soprattutto per come viene impiegata finisce spesso per disciplinare. È una tecnologia del discorso prima ancora che un criterio morale. La parte iniziale della definizione, considerata in astratto, sembra persino ovvia: l’antisemitismo come “percezione” degli ebrei che può esprimersi come odio; e le sue manifestazioni retoriche e fisiche dirette contro persone, proprietà, istituzioni comunitarie e luoghi di culto. Fin qui, nulla da eccepire. Tutti i razzismi agiscono così: colpiscono corpi, simboli, memorie, spazi. Il problema comincia quando la definizione si correda di esempi “illustrativi” che dovrebbero aiutare a riconoscere il fenomeno e invece ne spostano il baricentro. È lì che la tutela si rovescia in immunità; ed è lì che la lotta all’odio rischia di diventare un dispositivo di governo del dissenso.

Gli esempi 1–6 e 11 appartengono a una costellazione chiara: incitamento alla violenza contro ebrei, stereotipi complottistici, responsabilità collettiva, negazionismo della Shoah, accusa di doppia fedeltà. Sono fenomeni storici riconoscibili; colpiscono ebrei in quanto ebrei; ricalcano strutture note dell’odio antiebraico moderno. La parte controversa è un’altra: i punti 7–10, quelli che toccano Israele. È qui che la definizione, anziché restare una griglia per distinguere l’odio razziale, entra nel campo minato della politica internazionale e vi porta strumenti concettuali impropri, perché elastici, indeterminati, facilmente convertibili in arma.

Per evitare equivoci, è utile riportare integralmente la formulazione di questi esempi, poiché è in essi che si concentra la torsione:

7) “Negare al popolo ebraico il diritto all’autodeterminazione, ad esempio sostenendo che l’esistenza dello Stato di Israele è un’impresa razzista”.

8) “Applicare doppi standard a Israele, richiedendogli un comportamento non atteso o non richiesto a nessun’altra nazione democratica”.

9) “Utilizzare simboli e immagini associate al tradizionale antisemitismo (ad esempio l’accusa di ‘deicidio’ contro gli ebrei o l’immagine del ‘libello di sangue’) per caratterizzare Israele o gli israeliani”.

10) “Fare confronti tra la politica contemporanea di Israele e quella dei nazisti”.

Il punto 7, “negare al popolo ebraico il diritto all’autodeterminazione, ad esempio sostenendo che l’esistenza dello Stato di Israele sia un’impresa razzista”, è già una dimostrazione del corto circuito. L’autodeterminazione non è un talismano: è un principio storico che convive con altri principi e non annulla, per definizione, le questioni di eguaglianza e di discriminazione. Trasformare l’accusa “Israele è razzista” in segnale di antisemitismo significa scambiare un giudizio politico e giuridico con un odio etnico. Si potrebbe, semmai, discutere quella tesi, contestarla, confutarla; ma farne un indicatore automatico di razzismo antiebraico è un salto concettuale. È la scorciatoia che un pensiero democratico dovrebbe respingere.

Il punto 8, quello dei “doppi standard”, è ancora più insidioso. “Doppio standard” è un’accusa che, in teoria, richiederebbe comparazioni, criteri espliciti, dimostrazione. Nella pratica, funziona diversamente: non confuta, insinua. Non discute i fatti, interroga la coscienza. Serve soprattutto a spostare il discorso dal contenuto all’intenzione dell’oratore: non “quello che dici è falso”, ma “lo dici perché sei prevenuto”. Con un colpo solo, la critica politica viene delegittimata e l’attenzione morale trasformata in sospetto. A quel punto qualunque dissenso diventa colpevole, perché non esiste un universo in cui ogni attore politico venga criticato con la stessa intensità, lo stesso spazio mediatico, lo stesso tempo. La politica non è contabilità morale. “Doppio standard”, se diventa criterio operativo, è un dispositivo perfetto di censura morbida: non serve dimostrare antisemitismo, basta attribuire un movente.

Il punto 9, quello relativo all’uso di simboli e immagini dell’antisemitismo tradizionale per caratterizzare Israele, contiene un nucleo sensato: quando riemergono figure storiche come il libello di sangue o la demonizzazione teologica dell’ebraismo, siamo davanti a una continuità riconoscibile dell’odio. Ma anche qui la definizione apre una porta: se manca una competenza storica nel riconoscere quelle immagini, qualunque metafora forte può essere trascinata dentro il perimetro dell’odio. E una volta che la rete si allarga, diventa rete a strascico: non protegge più dalle immagini razziste, assorbe la polemica politica in quanto tale.

Infine il punto 10, quello sui paragoni con i nazisti, è emblematico del clima emotivo in cui la definizione opera. Ma trasformare il paragone in prova morale di antisemitismo significa costruire un tabù che non riguarda più l’odio antiebraico, bensì l’intangibilità di uno Stato. Una definizione che pretende di riconoscere l’odio non dovrebbe automatizzare i giudizi: dovrebbe distinguere, verificare, contestualizzare. Altrimenti finisce per sacralizzare uno Stato non per le sue virtù democratiche, ma per la potenza simbolica del trauma europeo. Il cuore della questione sta qui: nei punti 7–10, la definizione opera una sovrapposizione quasi continua tra popolo ebraico e Stato di Israele. È il passaggio più assurdo e più pericoloso, perché produce un cortocircuito che finisce per essere, in un senso serio e non polemico, paradossalmente antiebraico. Una definizione nata per proteggere gli ebrei incorpora così una premessa tipica dei dispositivi razzisti: l’idea di un soggetto collettivo ebraico unitario che si identifica organicamente con uno Stato e ne assume la rappresentanza. Proprio questo meccanismo – la collettivizzazione essenzialista – è stato storicamente un motore dell’odio antiebraico: ridurre gli ebrei a un corpo unico, dotato di volontà comune, e dunque responsabile “in quanto tale”. Fondendo popolo e Stato, la definizione costruisce le condizioni perfette per due esiti simultanei: la criminalizzazione della critica politica a Israele, e l’esposizione simbolica degli ebrei alla responsabilità delle azioni di uno Stato. In altri termini, non separa l’odio dalla critica, li confonde, e confondendoli, non riduce l’odio, ma lo ristruttura e lo rende più manipolabile.

Tutto questo accade mentre in Palestina si consuma un genocidio: bombardamenti, fame, assedio, punizione collettiva, deportazioni, disumanizzazione. In questo contesto, l’uso politico dell’accusa di antisemitismo diventa un’operazione moralmente intollerabile: serve a rovesciare la realtà, a spostare l’attenzione dal crimine all’accusatore, e a trasformare la denuncia in colpa. Non è un’astrazione, ma una dinamica concreta che ha inquinato università, teatri, giornali, piazze. Si parla meno di ciò che accade e più di ciò che “si può dire”. È la sostituzione della verità con il protocollo.

Qui emerge un secondo paradosso, altrettanto rivelatore: oggi molti ambienti dell’estrema destra, eredi culturali del razzismo nazi-fascista europeo, sono filoisraeliani. Non perché abbiano scoperto l’antirazzismo, ma perché riconoscono in Israele ciò che ammirano: lo Stato identitario, la militarizzazione permanente, l’idea di confine come destino, la gerarchia delle appartenenze, la violenza come linguaggio politico. L’estrema destra non ama gli ebrei, ama la forma dello Stato che vede come proprio ideale, e così può riciclarsi come “difensore contro l’antisemitismo” mentre resta xenofoba e autoritaria. Proclamarsi filoisraeliani diventa un certificato di rispettabilità. È una mutazione cinica, ma perfettamente coerente.

In questo quadro, parlare di una legge “contro l’antisemitismo” che isoli l’odio antiebraico come categoria autonoma non è un atto neutro, ma una scelta di potere. È qui che si colloca il ddl Delrio, promosso dall’area “riformista” del Partito Democratico, in un gesto che appare tanto più inquietante quanto più risulta sovrapponibile, per logica e direzione, a proposte analoghe provenienti dalla destra radicale. Non importa il lessico benevolo (prevenzione, educazione, osservatori, monitoraggi, deleghe sul digitale) perché l’effetto istituzionale è già scritto: la creazione di una cornice pubblica di interpretazione in cui la critica a Israele può essere resa sospetta per definizione.

Un elemento decisivo, spesso rimosso nel dibattito pubblico, è che il ddl Delrio incontra una contrarietà netta anche da parte di intellettuali italiani di origine ebraica. Anna Foa, storica che ha dedicato studi fondamentali alla storia dell’ebraismo e delle persecuzioni, ha espresso un dissenso esplicito, denunciando la torsione per cui la tutela contro l’odio antiebraico finisce per trasformarsi in un dispositivo di protezione politica dello Stato di Israele e di compressione della critica. E non si tratta di una posizione isolata: un appello pubblico sottoscritto da studiosi e scrittori, tra cui numerosi firmatari di origine ebraica, ha contestato la stessa impostazione, rifiutando l’idea che l’odio antiebraico debba diventare un’eccezione normativa separata dal resto dei razzismi e segnalando il rischio di una deriva censorio-identitaria proprio nel momento in cui la libertà di parola e di ricerca dovrebbe essere difesa con maggiore rigore.

Il punto decisivo, però, non è soltanto la questione Israele. È la questione dell’eguaglianza. Una legge che considera l’odio antiebraico come fenomeno “a sé”, distinguendolo strutturalmente dal razzismo contro arabi, rom, africani, migranti in genere, produce una gerarchia delle vittime. E una gerarchia delle vittime è razzismo istituzionalizzato: non perché difende gli ebrei, che devono essere difesi come chiunque, ma perché stabilisce che alcune discriminazioni meritano un trattamento speciale mentre altre restano normalizzate, tollerabili, periferiche. È il contrario dell’articolo 3 della Costituzione: l’uguaglianza come principio universale, non come eccezione selettiva. Un antirazzismo che funziona per eccezioni non è antirazzismo: è amministrazione politica delle vittime.

C’è infine un dettaglio linguistico, che dettaglio non è. “Antisemitismo” è un’aberrazione terminologica: i semiti non sono solo gli ebrei. Semiti sono gli arabi (quindi anche i palestinesi) e storicamente fenici, aramei, cananei, assiri, accadi e tanti altri popoli del Vicino Oriente antico. Il termine nasce in un’Europa ottocentesca che cercava etichette pseudoscientifiche per nobilitare l’odio antiebraico. È diventato un tecnicismo storico e in certi contesti può restare tale; ma oggi, come parola sacra, agisce da strumento ideologico. Sarebbe più corretto dire antiebraismo, o odio antiebraico. Chiamare le cose col loro nome significa anche impedire che una parola venga monopolizzata per costruire immunità.

Odio antiebraico è ciò che colpisce gli ebrei in quanto ebrei: violenza, stereotipi, responsabilità collettive, negazionismo. Critica politica è ciò che colpisce uno Stato, un governo, una legge, un esercito, una prassi. Il principio democratico è altrettanto semplice: nessuno Stato è sacro, nessuna istituzione è intoccabile; sacra è la dignità delle persone. Separare popolo e Stato non è una concessione, ma il requisito minimo per non ricadere nella logica del razzismo. Confonderli, come fa la definizione dell’IHRA nella sua parte più controversa, significa creare le condizioni della censura e, insieme, alimentare il risentimento che il razzismo sfrutta sempre.

Per questo il ddl Delrio va respinto non perché “combatte l’odio”, ma perché lo fa nel modo peggiore: trasformando un concetto storico in una tecnologia politica di controllo del discorso, e creando un’eccezione privilegiata che frantuma l’uguaglianza. È un errore democratico prima ancora che un errore teorico.

In conclusione, questo disegno di legge va contrastato non perché minimizzi l’odio antiebraico, ma perché lo separa, lo assolutizza e lo trasforma in un’eccezione, inaugurando una gerarchia delle discriminazioni. Uno Stato che seleziona quali razzismi meritino un trattamento speciale e quali no, non sta combattendo il razzismo: lo sta amministrando. E una Repubblica fondata sull’uguaglianza non può permettersi una legge che, nel nome dell’antirazzismo, finisce per tradire l’articolo 3 e legittima l’idea più pericolosa di tutte: che esistano vittime più degne di altre.

Vincenzo Franciosi

Vincenzo Franciosi è professore associato di Archeologia Classica. Ha scavato in vari siti dell’Italia meridionale quali Fratte (SA), Buccino (SA), Montescaglioso (MT), Pompei (NA). Ha pubblicato studi sulle importazioni ceramiche corinzie di età geometrica nell’isola d’Ischia e sulle loro imitazioni locali; sulla ceramica figurata attica del V sec. a.C.; sull’urbanistica pompeiana e sugli scavi dell’insula VII, 14 a Pompei; sul culto della Mefite in Valle d’Ansanto; sulla statuaria arcaica in marmo dall’Acropoli di Atene; sulla statuaria in bronzo dalla Villa dei Papiri ad Ercolano; sulla statuaria policletea. È stato insignito, per l’insieme degli studi e delle indagini condotti nel campo dell’Archeologia Classica, del Premio Anassilaos 2020-21 (XXXII-XXXIII) “Arte, Cultura, Economia, Scienze” – Premio Μνήμη per l’Archeologia, Reggio Calabria, 13 Novembre 2021.

Storie parallele: ancora sull’Iran, di Francesca Chiesa

Ultimamente stiamo assistendo a un crescendo di tensione tra Stati Uniti e Iran. Atmosfera che mi fa ricordare una affermazione di Giles Deleuze, uno tra i padri dello strutturalismo francese: “Compie atto meritorio, chi individua una struttura”.

In questi mesi di sovvertimento di tutti i consolanti luoghi comuni in cui il mondo occidentale si è crogiolato dalla seconda guerra mondiale in poi, forse non è senza significato sforzarsi di capire quanto ci sia di antico nella storia contemporanea.

I fatti che seguono possono contribuire a chiarirci le idee sulla supposta rusticità dei nostri cugini d’oltre oceano. Partiamo da un modello di riferimento, astratto, come si conviene.

Lo Stato X vuole colpire lo Stato Y e per farlo distrugge il suo edificio più rappresentativo; a distanza di qualche anno Y organizza una spedizione punitiva nei confronti di X; il capo di Y, insieme ai suoi strateghi più abili e affidabili, cura l’aspetto organizzativo e poi sparisce dalla scena, sostituito dal figlio che porterà a termine l’impresa. 

E ora lo applichiamo.

Filippo e Alessandro

Atene, 480 a.C., settembre. Serse, ha invaso la Grecia in aprile e in agosto ha subito lo scacco delle Termopili. In settembre prende Atene e si vendica, o forse scarica la sua rabbia, dando fuoco all’Acropoli. Il luogo più sacro, dove verrà successivamente costruito il Partenone.

Trascorrono 154 anni. Nel 336 a.C. Filippo di Macedonia, che si è ormai assicurato il controllo della Grecia, proclama di voler vendicare l’insulto di Serse ad Atene e annuncia che guiderà una spedizione punitiva in Persia. Filippo lavora insieme ai suoi uomini più fidati: Attalo, suo cognato, Parmenione e Filota figlio di Parmenione. Quando è tutto pronto, Filippo viene assassinato. Da un sicario? Da un rivale? A guidare la spedizione. – vittoriosa come ben sappiamo – fu il figlio Alessandro accompagnato e assistito da Attalo, Parmenione e Filota.

Bush, padre e figlio

New York, 2001, 11 settembre. Storia più che nota. Aerei di linea americani vengono dirottati e portati a schiantarsi contro le cosiddette “Torri Gemelle”, sede del Word Trade Center, e il Pentagono ad Arlington, in Virginia. Simboli del potere statunitense: controllo dei commerci e delle guerre. È il primo anno di presidenza di George W. Bush, il Figlio.

Della vendetta si occupa George H.W.Bush, il Vecchio. Nel suo periodo di presidenza (1989-1993) ha vagliato e testato a uno a uno gli uomini di cui c’è bisogno: i generali Norman Schwarzkopf e Colin Powell, al suo fianco durante la Prima Guerra del Golfo del 1991. Gli stessi uomini saranno a fianco del figlio nel 2003, in occasione della Seconda Guerra del Golfo. Accanto a loro Donald Rumsfeld, Segretario della Difesa, che nel 1997 aveva creato il Centro di Ricerca “Project for the New American Century”, per la messa a punto di un progetto di guerra lampo in Iraq. Insieme a lui Dick Cheney, già Segretario della Difesa di Bush Sr., vicepresidente con Bush Jr.

Tutti gli uomini del primo Presidente Bush, per far vincere la guerra al secondo Presidente Bush. La quale guerra inizia il 20 marzo 2003 e termina il 18 dicembre 2011, con l’insediamento di autorità irachene gradite al Governo statunitense. 

Padri e figli, un successo di accoppiamenti a specchio, tra Pella e Washington. Storie complesse, allora come ora. A noi conviene rimanere tra XX e XXI secolo, per dare conto di  pochi altri fatti. 

Un amore, un film, un modello di insurrezione popolare

Chiediamoci, per cominciare, perché le due Guerre del Golfo non hanno interessato in alcun modo l’Iran, paese in cui dall’undici febbraio 1979 è al potere un regime che ha come parola d’ordine Morg bar Amrikā/Morte all’America. 

Dunque. Pochi mesi dopo l’instaurazione del regime islamico, il 4 novembre 1979 gli studenti islamici incitati da Khomeini assaltano l’ambasciata statunitense e prendono in ostaggio 52 persone. Il momento sembra scelto con la massima accuratezza. Un anno esatto dopo, le elezioni presidenziali negli  Stati Uniti registrano un risultato non comune: il presidente democratico uscente, Jimmy Carter, non ottiene la riconferma. Vince il repubblicano Ronald Reagan, ex attore. Il giorno del suo insediamento, 20 gennaio 1981, Khomeini rilascia i prigionieri americani che l’amministrazione Carter ha cercato invano di liberare.

È amore. Che si consolida tra il 1985 e il 1986 con l’affair Iran-Contra. In sintesi: sette ostaggi statunitensi sono nella mani di Hezbollah che, come ben sappiamo, è legato all’Iran; gli USA vendono armi all’Iran, su cui vige un embargo; il ricavato della vendita finanzia l’opposizione violenta dei Contras in Nicaragua.

Detto questo, il film.

Nel 2004 esce nelle sale Alexander di Oliver Stone. Il film narra la campagna di Alessandro, dalla Grecia all’Asia, e il suo culmine con la sconfitta di Dario III a Gaugamela, oggi Gomel nel Kurdistan iracheno. Dopodiché Alessandro torna a Babilonia e muore. In tutto il film l’Eroe non ha mai messo piede nella Persia vera e propria. 

Ovvero: l’Iran non si tocca, è un Paese amico. A questa fa seguito una storia che potremmo chiamare Il Bazar e le sue rivoluzioni.

Il Bazar, in Iran, rappresenta storicamente il cuore dell’economia, della società e quindi anche della politica. È il bastione, la garanzia, la radice da cui trae linfa il Paese.

Detto in soldoni: ogni volta che nella storia moderna dell’Iran la situazione politica ed economica è apparsa senza via d’uscita, i Signori del Bazar si alleano con le fazioni più determinate del clero, e cambiano il regime. Con un aiuto esterno.

È accaduto nel 1953, quando fu necessario far cessare il governo Mossadeq. Ricordate, quello che aveva nazionalizzato il petrolio, con l’unico appoggio dell’ENI di Mattei. Fu rovesciato dai bazarì, con l’aiuto del clero e degli USA. Inviato speciale per la cosiddetta Operazione Aiax fu Kermit Roosvelt Jr., nipote di Theodore Roosvelt.

La scintilla che ha fatto divampare la rivoluzione di Khomeini fu probabilmente la decisione dello Shah di prendere il controllo del commercio, favorendo tra l’altro l’apertura di supermercati e centri commerciali. Il Bazar, manco a dirlo, si ribellò e l’Ayatollah dovette lasciare il suo confortevole rifugio in Francia. Arrivato all’aeroporto Mehrabad, alla domanda “Cosa provi tornando in Iran?”, rispose “Ic-ci/Niente”.

Le manifestazioni sempre più violente e insanguinate che sono ora in corso in Iran, hanno avuto origine nel Bazar di Teheran, come c’informano i nostri notiziari.

Letture consigliate: Vite parallele di Plutarco e Mossadeq di Stefano Beltrame

Francesca Chiesa*

*Francesca Chiesa, classe 1955, laureata in filosofia. 

Ha lavorato per il Ministero degli Affari Esteri in Iran, Russia, Grecia, Eritrea, Libia, Kenia. Dal 2019 vive col marito prevalentemente a Syros, nelle Cicladi. 

Pubblicazioni recenti:

Dalla Russia alla Persia – storia di un viaggiatore per caso: Peripezie di un marinaio olandese al tempo di Alessio I Romanov e Suleiman I Safavide, La Case Books, 2023

Una storia di donne persiane: Il romanzo di Humāy e Nahid, La Case Books, 2023.

Il suo ultimo lavoro è Diversamente sole, Edizioni Open, 2025.

“La rivolta iraniana nel mondo distopico”, di Antonio Corvino

Nella realtà rovesciata del mondo distopico nulla è al proprio posto.

Non lo Stato che é organizzato per portare la popolazione a censurarsi da sé e ciascuno a riconoscersi come un buon cittadino o cattivo a seconda della adesione totale o meno alle azioni perseguite dai governi per raggiungere la fedeltà più ampia possibile e addirittura la totale subordinazione alle regole fissate per tutti dal capo supremo che risiede oltre Oceano. 

Conformismo, docilità, dedizione e controllo ne sono i postulati mentre ogni individuo è investito della responsabilità di garantire l’ordinato dispiegarsi della comunità distopica attraverso lo scherno prima e la delazione poi con conseguente irrisione e denuncia di qualsiasi  sospetto di deviazione.

Per i più facinorosi e per quanti non sopportano l’incasellamento, la realtà distopica ha in serbo la lobotomizzazione come via d’uscita dall’infelicità. 

Essa finalmente acquieterà le pulsioni rivoltose e restituirà al soggetto, che volontariamente sarà indotto a sottoporvisi, l’agognata tranquillità.

Il capo supremo tutto vede e controlla attraverso i suoi adepti e con il supporto degli invisibili satelliti che dal cielo osservano e accatastano dati ed informazioni su ogni individuo e le fissano sugli algoritmi a beneficio delle guardie rivoluzionarie ovunque dislocate contro ogni deriva all’assembramento ed alla sedizione che dovesse manifestarsi.

Egli organizza e sollecita la residua volontà  di opposizione incoraggiando quanti sono intimamente insoddisfatti e desiderosi di rovesciare l’ordine costituito. 

Per questo asseconda le loro argomentazioni rivoluzionarie, suggerisce loro luoghi segreti di incontro, spinge quanti si sentono a disagio nel nuovo ordine ad incontrarsi, a riconoscersi, addirittura ad organizzarsi come comunità coesa capace di custodire storie di amicizia e sentimenti amorosi che negano l’ordine generale e alimentano speranze di ritorno alla vita tumultuosa del tempo passato i cui ricordi si vanno spegnendo. 

É il paterno afflato del capo supremo che personalmente si fa carico di mostrare agli ultimi epigoni del vecchio disordine definitivamente archiviato, delle pulsioni libertarie ormai estinte, delle derive che alimentavano gli infiniti, differenti, inutili,  comportamenti, la superiorità del nuovo ordinamento. 

Quel che resta del linguaggio ancora infarcito di parole  ed espressioni che danno senso all’inquietudine interiore potrà così essere catalogato ed eliminato e sostituito dalla nuova lingua priva di asperità e tensioni creative quanto pericolose. 

Anche i sentimenti frutto di passioni non ancora domate finalmente smetteranno di turbare l’animo individuale e intorpidire la coscienza collettiva.

Il capo supremo conosce, per averli veduti nelle rappresentazioni del grande algoritmo, i pericoli del libero pensiero, le distruzioni provocate da una società abbarbicata all’illusione di autogovernarsi, le suggestioni dell’immaginazione senza limiti e confini, il caos creativo generato dalla cultura, dalle arti, i sentimenti e le emozioni capaci di sovvertire ogni regola, i sommovimenti frutto di un’opinione pubblica senza briglie dedita a criticare i governi e addirittura a pretendere il cambiamento delle loro  decisioni se non il loro stesso rovesciamento. 

Era un mondo caotico. 

Impossibile da capire, da incasellare, da incanalare… Era come un mare in tempesta, un fiume in continua esondazione, una burrasca senza freni, incomprensibile quanto ingovernabile.

Vi era stato un lungo periodo di tranquillità precedentemente. 

Il mondo diviso in due. 

Una grande guerra aveva fatto da spartiacque. 

Da una parte e dall’altra la gente correva, smaniosa di ritrovarsi, di conoscersi e riconoscersi. 

Gli eserciti, i carri armati, i missili, gli aerei, le portaerei, i sommergibili e le bombe atomiche  erano  ferme, bloccate ai margini, vittime del loro stesso pregiudizio distruttivo. I militari ridotti all’impotenza. Anche il servizio di leva obbligatorio era stato ovunque abolito.

I popoli avevano conosciuto un vorticoso processo di contaminazione e confusione generale. 

Lo chiamavano progresso. 

Lo indicavano come frutto della liberazione umana dalla schiavitù, dalla  fame, dalla povertà. 

Erano caduti muri dappertutto. 

La gente si muoveva da ogni parte, convulsamente. 

Il mondo era diventato una specie di villaggio. Tutti fratelli… tutti protagonisti di un’umanità consapevole del proprio futuro, dedita ad eliminare incomprensioni e tabù religiosi, sociali, nazionalistici e razziali… anche le ricchezze della terra erano diventate una specie di patrimonio collettivo. 

Avanzava il convincimento che il pianeta fosse la casa comune da custodire. Altro che sfruttamento. 

Un’ubriacatura incomprensibile. 

Un caos rivoltante che poteva compromettere ogni equilibrio. 

Idee come cooperazione e progresso condiviso, umanità senza razze e nazioni ostili, ricchezza diffusa, governi responsabili e sottoposti alle leggi ed agli equilibri dei poteri oltre che alla volontà dei popoli, felicità oltre ogni vincolo di religione, di sfruttamento reciproco, di sopraffazione, tutela del pianeta e salvaguardia della natura, sembravano aver conquistato il mondo. 

Bisognava porre qualche rimedio…

Per fortuna la gente aveva dimenticato in quell’ubriacatura le sofferenze passate… aveva perso la memoria. 

La corsa verso le metropoli aveva favorito l’omologazione dei comportamenti e dei pensieri. 

L’azione silenziosa, puntigliosa e paziente dei detentori delle ricchezze nascoste, delle materie prime sotterrate e non, l’intervento dei controllori degli eserciti e delle bombe atomiche,  la fede dei custodi delle religioni asservite al potere, i miracoli dei detentori delle tecnologie, avevano infine sortito gli effetti desiderati.

Gli Stati e le Nazioni avevano ripreso ad innalzare muri. 

La ricchezza era tornata nelle mani di pochi. 

Il lavoro ed il sapere avevano smesso di essere veicoli di mobilità ed avanzamento sociale. 

La tecnologia aveva raggiunto livelli spaventosi quanto a controllo del mondo. 

E soprattutto essa era nelle mani dei nuovi iper capitalisti che dominavano il pianeta. 

La rinuncia degli Stati alla loro natura di strumenti della felicità dei popoli e la loro trasformazione in agenti asserviti alla potenza ipercapitalista aveva fatto il resto…

Per fortuna, pensava il capo supremo.

Il caos  era finito. 

Il mondo era tornato nella totale disponibilità dei detentori della ricchezza.  

Anche gli eserciti, le risorse naturali, il pianeta stesso era ormai nella loro disponibilità. 

Le armi le producevano nelle loro fabbriche. 

Anche i satelliti per controllare lo spazio interplanetario erano di proprietà di oligarchi, magnati, iper capitalisti. 

Gli stati ed i governi erano ridotti ad esecutori, anch’essi direttamente posseduti da  quelli. 

Restava da convincere il popolo della bellezza e della bontà del nuovo ordine che doveva essere per sempre.

Così ragionava tra sé il capo supremo d’occidente che partecipava alla provvisoria configurazione del cerbero a tre teste, mentre, attraverso gli schermi animati dagli algoritmi guardava il mondo.  

Vi erano ancora delle sacche fuori controllo… delle schegge impazzite arrivate dal vecchio ordine…

Comunisti e ayatollah tuttavia erano ormai alla fine della loro corsa. 

I comunisti un avanzo della storia erano pronti per essere smaltiti in discarica. 

Anche Cuba avrebbe fatto quella fine. 

Era davvero insopportabile la presenza di Cuba a due passi da casa. 

Come avevano fatto i suoi predecessori a tollerare quella protervia era davvero un mistero. Anzi no. Mentecatti, mentecatti e smidollati, ecco cosa  erano stati quelli che erano venuti prima e che avevano consentito quello scempio.

C’era ancora molto da fare per completare il nuovo ordine, rifletteva il capo supremo nel suo studio ovale mentre osservava l’ala est della casa bianca demolita per fare spazio alla sala del trono. Il suo trono. 

L’annessione della Groenlandia, magari anche del Canada, la definitiva sottomissione del Messico e di tutta intera l’America meridionale… e poi l’Europa da smantellare.

Ma adesso c’era l’Iran, l’antico impero persiano, da sistemare. 

Aveva  preso fuoco e non sembrava volersi  spegnere.

Da quelle parti la gente si sentiva ancora popolo. Erano scesi tutti, ma proprio tutti ed in tutte le città, contro i ministri di dio che comandavano da cinquant’anni. 

Roba assurda. 

Veli in testa alle donne, preghiere cinque volte al giorno e la pretesa di dare una lezione anche ad Israele, il suo fedele alleato in quella regione… una pretesa senza senso, da squilibrati. 

Il Capo supremo l’aveva già bastonati più volte gli Ayatollah a suon di bombe ovviamente. Ma quelli non se ne davano per intesi.

Adesso però non era solo questione di bombe atomiche, di religione, di veli e di dominio nelle terre del Medio Oriente.

La gente non ne poteva più. 

Un milione e mezzo di Ryal per un dollaro che rimaneva pur sempre la moneta di riferimento, nonostante fosse ammaccata, e parecchio anche, con tutto quel debito pubblico accumulato da quegli incapaci dei suoi predecessori. 

Insomma da quelle parti erano scesi in piazza tutti, ma proprio tutti…

Stavano lavorando per lui, pensava il capo supremo mentre i guardiani della rivoluzione ammazzavano la gente, ed  il popolo iraniano moriva a centinaia, a migliaia. 

L’amico/nemico/alleato che con gli stormi dei suoi satelliti tiene sotto scacco il mondo intero questa volta si era offerto per aiutare i ribelli. 

Gli Ayatollah avevano spento Internet per impedire al mondo di avere consapevolezza dei loro misfatti. Quello generosamente, quanto furbescamente, si era offerto di accendere l’occhio di Starlink per rimediare…

Intanto il vecchio erede dello scià di Persia era corso da lui, il Capo supremo, per mettersi a disposizione e lui aveva preso tempo…

“Vedremo” aveva sibilato mentre osservava i grandi schermi. “Vedremo. Ti farò sapere”. 

Certo l’occasione è ghiotta per eliminare quella pustola islamica e mandare al macero gli Ayatollah e con  essi il popolo iraniano che pensa di liberarsi  della barbarie che lo affligge, di stracciare veli e tabù, di auto governarsi e di decidere da sé il suo futuro dopo tanto sangue. 

Illusi… 

Benvenuti nel mondo distopico con o senza scià…

A meno che… 

A meno che il mondo finalmente non si ribelli, tutto, ma proprio tutto, a cominciare dagli americani statunitensi, come stanno facendo donne e uomini, ragazze e ragazzi iraniani, dando loro una mano e dandola anche a sé stessi, spegnendo gli schermi e disattivando gli algoritmi del capo supremo e dei suoi accoliti e finalmente mandandolo sotto processo e  rispedendo negli inferi anche  il cerbero con le sue tre teste. 

Rileggendo

Orwell ed il suo “1984”

Nell’edizione che più vi garba.

Zamjatin ed il suo “ Noi” nell’edizione tradotta da Alessandro Niero per Voland 2013

Antonio Corvino

Antonio Corvino, Antonio Corvino, di origini pugliesi, napoletano di formazione è uno scrittore, poeta, saggista ed economista di cultura classica.
Ha alle spalle una ricca produzione saggistica. Da ultimo nel dicembre 2019 ha curato per Rubbettino, insieme a Francesco Saverio Coppola, “Mezzogiorno in progress“ un volume Summa sulle questioni aperte del Sud.
Appassionato delle antiche vie nelle “terre di mezzo” ha percorso, tra il 2019 ed il 2024,  numerosi cammini nel cuore del Mezzogiorno continentale italiano coprendo oltre 1500 chilometri e traendone una serie di appunti di viaggio che han dato vita a diversi volumi  e romanzi.
 Nel settembre 2023 è uscito per Giannini Editore il suo primo romanzo di viaggio: “Cammini a Sud. Sentieri, tratturi, storie, leggende, genti e popoli del Mezzogiorno
 Nel novembre 2024 è uscito per Rubbettino Editore il suo secondo romanzo di viaggio: “L’altra faccia di Partenope. In cammino tra Napoli e altre peregrinazioni”.

Del 2025 è la raccolta di poesie e racconti poetici “La solitudine del cormorano”, edito da ‘Round midnight”.


Per l’Università Partenope, il CEHAM di Valenzano-Bari  e l’Ordine nazionale dei biologi, ha realizzato un corso monografico in  video sul Mediterraneo della durata di 15 ore destinato ad un master post laurea. 
Sulla rivista Bio’s, Organo dell’Ordine nazionale dei Biologi, ha pubblicato tre saggi sulle prospettive del Mediterraneo indicando un nuovo paradigma policentrico dello sviluppo e proponendo la suggestione del Mediterraneo come Continente.
Sulla rivista Politica Meridionalista ha pubblicato e continua a pubblicare numerosi saggi sul Mezzogiorno.
Collabora con la rivista letteraria Il Randagio.
Collabora con quotidiani cartacei ed on line. 

“L’homo sapiens neanderthalensis e l’applicazione del diritto: la crisi di effettività del diritto internazionale contemporaneo”, di Vincenzo Franciosi

Affermare che l’homo sapiens neanderthalensis applicasse il diritto con maggior rigore rispetto ai “sapientes sapientes” contemporanei non è una provocazione gratuita, ma una constatazione funzionale. L’aggressione militare degli Stati Uniti al Venezuela, accompagnata dalla sua rivendicazione pubblica attraverso un post presidenziale, offre un esempio quasi didattico di regressione non soltanto giuridica, ma anche antropologica e simbolica: il ritorno a un ordine in cui la forza precede la norma e la sospende in condizioni di sostanziale impunità.

Nelle società arcaiche (verosimilmente anche tra i Neanderthal) la norma non era separabile dalla sopravvivenza del gruppo. Il tabù, il giuramento, il confine rituale non erano enunciati astratti, ma dispositivi vitali. La loro violazione produceva una sanzione certa e immediata, perché metteva in pericolo l’equilibrio collettivo. In questo senso, quel “diritto neanderthaliano” risultava meno sofisticato sul piano concettuale, ma infinitamente più efficace su quello della responsabilità.

Il diritto internazionale contemporaneo, codificato nella Carta delle Nazioni Unite, vieta in modo esplicito l’uso della forza e proclama l’eguaglianza sovrana degli Stati. Tuttavia, esso nasce strutturalmente privo di strumenti effettivi di coercizione. Quando una potenza egemone viola la norma, gli organi competenti rinunciano (di fatto) a intervenire. L’attacco al Venezuela, privo di un mandato del Consiglio di Sicurezza e non riconducibile alla legittima difesa immediata, rende evidente questa asimmetria costitutiva.

In questo quadro, il post con cui Donald Trump annuncia l’operazione assume un valore che va ben oltre la cronaca. Non è un semplice comunicato, ma un atto linguistico sovrano, nel quale la dichiarazione sostituisce la procedura, il fatto compiuto prende il posto del giudizio e la narrazione del vincitore soppianta la legalità. Trump vi afferma non solo l’uso della forza, ma anche la cattura del presidente venezuelano Nicolás Maduro e di sua moglie, presentata come esito “positivo” di un’operazione coordinata con le forze dell’ordine statunitensi.

Colpisce, in questo testo di poche righe, non soltanto la rivendicazione esplicita dell’aggressione, ma la qualità del linguaggio impiegato. Trump chiama Maduro President. Lo fa senza esitazioni, senza virgolette, senza cautele. È un dettaglio solo in apparenza marginale. Chiamare qualcuno “Presidente” significa riconoscerlo come titolare di una sovranità, come capo legittimo di uno Stato; significa, implicitamente, ammettere che l’azione militare è stata condotta contro un’autorità statale riconosciuta, e non contro un’entità priva di status giuridico.

Il testo merita di essere letto integralmente, perché è nel linguaggio stesso che si consuma la contraddizione:

The United States of America has successfully carried out a large scale strike against Venezuela and its leader, President Nicolas Maduro, who has been, along with his wife, captured and flown out of the country. This operation was done in conjunction with U.S. Law Enforcement. Details to follow. There will be a News Conference today at 11:00 A.M., at Mar-a-Lago. Thank you for your attention to this matter! President Donald J. Trump

La traduzione italiana rende ancora più evidente l’inconsapevole legittimazione dell’avversario:

Gli Stati Uniti d’America hanno portato a termine con successo un attacco su larga scala contro il Venezuela e il suo leader, il Presidente Nicolás Maduro, il quale è stato, insieme a sua moglie, catturato e fatto uscire dal Paese. Questa operazione è stata condotta in coordinamento con le forze dell’ordine statunitensi. Seguiranno ulteriori dettagli. Oggi alle ore 11:00 si terrà una conferenza stampa a Mar-a-Lago. Grazie per l’attenzione dedicata a questa vicenda! Presidente Donald J. Trump

Non è ancora necessario formulare un giudizio definitivo sull’autore del post. È sufficiente, per ora, registrare una frattura: la parola, che nelle società arcaiche fondava e vincolava, appare qui usata senza piena percezione del suo peso simbolico e giuridico. Il linguaggio non accompagna l’azione, ma la espone e, a un certo punto, la contraddice.

Il paradosso è evidente. Mentre la forza pretende di negare la sovranità altrui, il linguaggio la ristabilisce. Non per calcolo, ma per inconsapevolezza. È il segno di un potere che non domina più neppure i propri strumenti simbolici. In questo senso, il confronto con il diritto arcaico diventa inevitabile. Là dove la violazione della norma comportava una sanzione immediata perché minacciava la sopravvivenza della comunità, oggi la violazione più grave del diritto internazionale viene assorbita in una sequenza comunicativa, neutralizzata dall’inerzia e dall’assenso tacito degli alleati. L’Unione Europea, come spesso accade, completa questo quadro di regressione. Invoca il diritto internazionale come valore astratto, ma ne accetta la sospensione concreta quando è violato dal potente di turno. In questo modo, la norma perde ciò che nelle società arcaiche la rendeva efficace: la sua indisponibilità, cioè la sua sottrazione all’arbitrio del potere.

Alla fine, ciò che colpisce non è soltanto la violenza dell’atto, ma la povertà dell’uomo che lo annuncia (per di più un miliardario). Nel chiamare Presidente colui che dichiara di aver catturato, Trump conferisce con una parola ciò che pretende di negare con la forza: legittimità, sovranità, diritto. È il linguaggio stesso a tradirlo. Là dove le società arcaiche sapevano che la parola vincola e impegna, il potere contemporaneo parla senza comprendere, agisce senza sapere, legittima senza volerlo. Se questo è il grado di coscienza simbolica del sovrano globale, allora sì: quella neanderthaliana — rozza ma responsabile, elementare ma vincolante — appare oggi come una forma più alta di civiltà giuridica. Perché almeno conosceva il peso delle parole e il prezzo delle violazioni.

Vincenzo Franciosi

Vincenzo Franciosi è professore associato di Archeologia Classica. Ha scavato in vari siti dell’Italia meridionale quali Fratte (SA), Buccino (SA), Montescaglioso (MT), Pompei (NA). Ha pubblicato studi sulle importazioni ceramiche corinzie di età geometrica nell’isola d’Ischia e sulle loro imitazioni locali; sulla ceramica figurata attica del V sec. a.C.; sull’urbanistica pompeiana e sugli scavi dell’insula VII, 14 a Pompei; sul culto della Mefite in Valle d’Ansanto; sulla statuaria arcaica in marmo dall’Acropoli di Atene; sulla statuaria in bronzo dalla Villa dei Papiri ad Ercolano; sulla statuaria policletea. È stato insignito, per l’insieme degli studi e delle indagini condotti nel campo dell’Archeologia Classica, del Premio Anassilaos 2020-21 (XXXII-XXXIII) “Arte, Cultura, Economia, Scienze” – Premio Μνήμη per l’Archeologia, Reggio Calabria, 13 Novembre 2021.

“Da Wotan ad Atreju: miti impoveriti e responsabilità negate”, di Vincenzo Franciosi

Da Wotan ad Atreju non è soltanto una traiettoria simbolica, ma la misura di un impoverimento. Il passaggio da un mito tragico, ambiguo e colto a un evento politico-mediatico contemporaneo segnala una trasformazione profonda dell’immaginario dell’estrema destra: non più appropriazione, per quanto distorta, di tradizioni complesse, ma consumo di immagini semplificate, moralmente rassicuranti, funzionali all’innocenza.

Il neofascismo contemporaneo non ha più bisogno di divinità complesse né di fondazioni mitiche esigenti. Ha bisogno di innocenza. Un’innocenza preventiva, armata, impermeabile alla storia e alle sue categorie fondamentali: colpa, complicità, responsabilità. È in questo orizzonte simbolico degradato che vanno lette non solo le scelte culturali, ma anche le reazioni politiche più recenti, incapaci di distinguere tra atto materiale e responsabilità strutturale.

Il recente episodio che ha visto il ministro della Difesa Guido Crosetto reagire con veemenza all’accusa di complicità in crimini contro l’umanità, dichiarando di non aver “mai ucciso nessuno” e minacciando querele contro chi parlava di genocidio, è rivelatore non tanto per il tono, quanto per la struttura concettuale che mette in luce. Una questione giuridica e politica viene ridotta a un’offesa personale, così da poter essere respinta come diffamazione. L’accusa non viene discussa, ma deformata; non viene confutata, ma sostituita con un’altra, più facile da smentire.

Eppure, nel diritto internazionale, la complicità non coincide con la commissione materiale del crimine. La Convenzione per la prevenzione e la repressione del crimine di genocidio include l’obbligo di prevenzione e la punibilità della complicità; la giurisprudenza della Corte Internazionale di Giustizia ha chiarito che uno Stato può essere responsabile anche per assistenza, sostegno o omissione, quando contribuisca alla prosecuzione di crimini gravi in un contesto di rischio noto. Richiamarsi all’assenza di un coinvolgimento diretto non risolve il problema: lo elude. Ma questa elusione non è soltanto giuridica. È mitologica.

Il neofascismo storico, pur nella sua violenza ideologica, si muoveva ancora entro un orizzonte simbolico relativamente complesso. La mitologia norrena, largamente sfruttata (e già allora semplificata) nella Germania nazista, non era un repertorio elementare. Politeista, tragica, attraversata dal destino, dal sacrificio e dalla colpa, essa non offriva alcuna innocenza facile. Wotan non è un dio puro, ma una figura ambigua, ingannatrice, sapiente e colpevole, destinata alla sconfitta; il Ragnarök non promette redenzione, ma rovina. È un universo che non assolve.

Tutto questo è oggi impraticabile. Non perché sia stato superato, ma perché è troppo complesso. Richiede lettura, interpretazione, familiarità con il tragico e con il limite. I neofascisti contemporanei non hanno alcun rapporto reale con questo patrimonio: l’Edda poetica e l’Edda prosaica sono loro del tutto ignote; Snorri Sturluson è un nome senza contenuto, quando non del tutto sconosciuto. A stento il loro orizzonte simbolico arriva a Edda Mussolini in Ciano: non una tradizione mitologica, ma un album di famiglia.

Anche il mito di Roma risulta oggi inutilizzabile. Roma implica diritto, istituzioni, conflitto civile, integrazione dello straniero, universalismo imperiale. Non è un mito di purezza, ma di contaminazione. Il fascismo storico ne fece una scenografia; il neofascismo contemporaneo non è più nemmeno in grado di sostenerne la complessità simbolica.

Questa regressione trova una rappresentazione quasi paradigmatica in una figura pubblica assunta qui come  compendio di un neonazifascismo macchiettistico. Il riferimento a immaginari estremisti ridotti a gesto, travestimento o provocazione, fino a episodi pubblicamente documentati di mimesi esplicita di simbologie delle SS (pur nella consapevolezza della sua natura provocatoriamente goliardica), non rinvia a una mitologia, neppure deformata, ma alla sua caricatura. Non c’è profondità simbolica né mito fondativo, ma soltanto la riproduzione superficiale di segni svuotati, buoni per il consumo mediatico e per l’identificazione “tribale”. È il punto terminale dell’impoverimento: quando il mito non viene più strumentalizzato, ma semplicemente indossato. A questo svuotamento simbolico si aggiunge un ulteriore passaggio decisivo: dalla lettura alla visione. Molti non leggono più neppure Tolkien o Ende (unici autori citati dagli attuali neofascisti); ne consumano le versioni cinematografiche. Il film elimina ambiguità, accelera il conflitto, estetizza la violenza e riduce la complessità morale a una contrapposizione binaria. Resta un mito già digerito, emotivamente rassicurante, politicamente innocente. Epica senza responsabilità, mito senza pensiero. Un universo perfetto per chi rifiuta la storia reale, fatta di corresponsabilità e di colpa.

È in questo contesto che si comprende il ricorso ossessivo alle cosiddette “radici giudaico-cristiane”. Non come tradizione teologica, infinitamente più complessa e problematica, ma come teologia politica semplificata: elezione, terra promessa, nemico assoluto, violenza sacralizzata. Qui il mito diventa finalmente funzionale. Non c’è tragedia, non c’è ambiguità, non c’è colpa. C’è un popolo “innocente” per definizione, una violenza sempre preventiva, un nemico disumanizzato. È un immaginario che consente di esercitare il potere violento sentendosi moralmente puri. In questa cornice, lo “Stato ebraico” di Israele diventa un modello simbolico per l’estrema destra occidentale: Stato etnico, militarizzato, fondato sull’apartheid, legittimato da una narrazione sacra e perennemente assolto in nome della sicurezza. Non si tratta di adesione storica o culturale, ma di identificazione immaginaria: ciò che il neofascismo vorrebbe essere, senza dichiararlo apertamente.

La dichiarazione di Crosetto ad Atreju si iscrive perfettamente in questo quadro. “Non ho mai ucciso nessuno” non è una difesa: è una dichiarazione di innocenza mitica. È il rifiuto stesso della categoria di complicità, che presuppone responsabilità indiretta, consapevolezza del contesto, partecipazione strutturale. Quando un’accusa giuridica viene trasformata in un’offesa personale e il confronto sui fatti viene sostituito dalla minaccia giudiziaria, non siamo di fronte a un equivoco, ma a una strategia culturale: cancellare la complessità per preservare l’innocenza.

Il percorso che va da Wotan ad Atreju non racconta una continuità, ma una perdita. Perdita della tragedia, della complessità, della consapevolezza che il potere non è mai innocente e che la violenza, anche quando delegata, genera sempre responsabilità. Il neofascismo contemporaneo non vive di miti antichi, ma vive della loro riduzione. E proprio per questo non produce tragedia, ma assoluzione; non responsabilità, ma vittimismo; non politica, ma moralismo armato.

Miti impoveriti e responsabilità negate: non come slogan, ma come diagnosi.

Vincenzo Franciosi

Vincenzo Franciosi è professore associato di Archeologia Classica. Ha scavato in vari siti dell’Italia meridionale quali Fratte (SA), Buccino (SA), Montescaglioso (MT), Pompei (NA). Ha pubblicato studi sulle importazioni ceramiche corinzie di età geometrica nell’isola d’Ischia e sulle loro imitazioni locali; sulla ceramica figurata attica del V sec. a.C.; sull’urbanistica pompeiana e sugli scavi dell’insula VII, 14 a Pompei; sul culto della Mefite in Valle d’Ansanto; sulla statuaria arcaica in marmo dall’Acropoli di Atene; sulla statuaria in bronzo dalla Villa dei Papiri ad Ercolano; sulla statuaria policletea. È stato insignito, per l’insieme degli studi e delle indagini condotti nel campo dell’Archeologia Classica, del Premio Anassilaos 2020-21 (XXXII-XXXIII) “Arte, Cultura, Economia, Scienze” – Premio Μνήμη per l’Archeologia, Reggio Calabria, 13 Novembre 2021.