Intervista a Antonio Talia autore di  La stagione delle spie – Indagine sugli agenti russi in Italia (Minimum Fax) di Cristina Marra

Antonio Talia, giornalista e scrittore, si occupa di affari esteri e criminalità transnazionale. Ha trascorso 7 anni a Pechino lavorando come corrispondente per un’agenzia di stampa italiana ed è autore di reportage e di storie sul jihadismo in Indonesia, su Singapore, sulle proteste a Hong Kong e sul riciclaggio di denaro tra Europa e Asia. Nel 2012 è uscito I Giorni del Dragone (Informant), un ebook sulla lotta per il potere all’interno del PCC. Per Minimum Fax ha pubblicato nel 2019 Statale 106. Viaggio sulle strade segrete della ‘ndrangheta; nel 2021, Milano sotto Milano. Viaggio nell’economia sommersa di una metropoli. La sua ultima fatica è La stagione delle spie, un reportage sui casi di spionaggio avvenuti in Italia dal 2016 a oggi. Lavora per Radio24_news (Nessun luogo è lontano).

Dopo la fine della Guerra fredda, il numero di spie russe in Italia è aumentato.  Come spieghi questo fenomeno? Da dove inizia la tua indagine per scrivere il libro?

 L’idea del libro è nata da una conversazione con il prefetto Adriano Soi, docente di intelligence all’Università di Firenze, in cui mi raccontava proprio di questo aumento del numero di agenti russi registrato nella nostra intelligence negli ultimi anni. 

Il caso di Walter Biot, il sottufficiale della Marina militare italiana sorpreso a rivendere informazioni riservate ai russi, quello di Frederico Carvalhão Gil, alto funzionario dei servizi d’informazione portoghesi arrestato a Roma in compagnia di un agente russo al quale stava cedendo documenti Nato, oppure ancora la storia di Maria Adela Kuhfeldt-Rivera, agente infiltrata nella base Nato di Napoli, sono solo alcune delle vicende avvenute in Italia negli ultimi anni. Probabilmente il fenomeno si spiega con una serie di fattori storici (l’Italia è sempre stata una potenza dialogante con la Russia) e contingenti (alcuni recenti governi italiani hanno manifestato una certa simpatia per Putin): per questo ho pensato che andasse indagato e raccontato

Chi sono le spie oggi? Perchè si diventa una spia e si arriva anche a tradire il proprio Paese?

Ci sono gli agenti dei servizi d’intelligence, in Italia sono l’Aise e l’Aisi, coordinati dal DIS: quella è gente che fa il proprio mestiere, che consiste nel reperire informazioni da condensare al Presidente del Consiglio in dossier professionali utili per prendere decisioni politiche. E questa è la fisiologia, la normalità dei servizi di informazione di tutto il mondo democratico; anche se siamo abituati comunemente a chiamare “spia” chi fa questo lavoro, si tratta di gente che viene reclutata attraverso percorsi professionali e ha un addestramento di un certo tipo, ma anche una routine e una quotidianità lontana dai film di genere. Si calcola che in Italia ci siano tra i 4mila e i 5mila agenti. Poi ovviamente esiste il momento patologico, ossia quando un agente decide di passare dall’altra parte, e per quanto si tratti di vicende drammatiche, che sottindendono gravissime crisi personali, dal punto di vista del giornalismo narrativo sono le storie più interessanti da raccontare. Si dice che si tradisce per quattro motivi, che sono riassunti nell’acronimo inglese “MICE” (Topini): “Money” (denaro), “Ideology” (ragioni ideologiche), “Coercion” (si viene ricattati) e “Ego” (il caro vecchio ego). Ovviamente queste quattro lettere possono comprendere quasi tutta la tavolozza delle emozioni umane, e forse è questo che rende le storie di spie ancora più affascinanti. 

Che succede quando si intercetta una talpa?

Fonti del mestiere dicono che possono succedere varie cose. La prima è che la talpa viene individuata, messa davanti alle sue responsabilità e poi “riutilizzata” per fornire informazioni false al nemico; sono quelli che chiamano “agenti tripli”. Oppure si può decidere di mandare un chiaro segnale al Paese avversario, è una decisione che spetta alla Presidenza del Consiglio, e allora si allerta l’Autorità Giudiziaria e si arrestano la talpa e l’agente che la gestiva, il cosiddetto “supervisore”. Ultimamente l’Italia ha scelto questa strada in alcuni casi, proprio per mandare un segnale al Paese avversario, nella fattispecie la Russia. 

Roma è la città preferita dai russi, per quale motivo?

Non so se lo è ancora, ma di sicuro è tra le preferite. Ci sono vari fattori; il primo è che a Roma non c’è una sola sede diplomatica presso la quale accreditarsi, ma ce ne sono addirittura tre: se un agente russo (o di altra nazionalità) vuole nascondersi dietro l’immunità diplomatica può accreditarsi presso la Repubblica Italiana, ovviamente, ma anche al Vaticano o alla sede della FAO. Questo ovviamente moltiplica le possibilità di nascondersi. Poi c’è un fattore che ha a che vedere con lo spionaggio vecchio stile, quello che pensavamo sorpassato dalla tecnologia: Roma abbonda di ristoranti e bar affollati con tavoli all’aperto, darsi appuntamento per scambiarsi velocemente dei documenti è molto più semplice che altrove. 

Nella tua ricerca che metodo hai usato e quanti contatti diretti con ex spie hai avuto?

Ho usato un metodo giornalistico rigoroso, sono andato a caccia di documenti aperti e di documenti riservati e poi ho cercato di costruire un andamento narrativo, capace di tenere desta l’attenzione del lettore intrecciando anche le vicende di spionaggio con l’attualità politica internazionale. I contatti sono stati diversi, ma ovviamente bisogna fare sempre del proprio meglio per evitare di innamorarsi della versione fornita dalle fonti e raccontare tutto al lettore in maniera distaccata. 

Che connessione c’è tra alternanza delle fasi politiche e le dinamiche dell’intelligence? 

Il collegamento è diretto: in un ordinamento democratico l’intelligence obbedisce alla politica, le priorità vengono dettate dalla politica, quindi se in una certa fase politica si teme di più, per dire, la minaccia economica a quella del terrorismo, l’intelligence obbedisce e fornisce più informazioni su quei temi. 

Spionaggio tradizionale e cyber, oggi si usano entrambi?

Con i casi Snowden e Assange sembrava che ormai tutte le questioni di intelligence si svolgessero esclusivamente dietro lo schermo di un computer. Gli ultimi anni ci hanno dimostrato che non è affatto così: le attività cyber sono fondamentali, ma quello che Graham Greene chiamava “Il fattore umano” rimane centrale. È solo “il fattore umano” che spiega che cosa spinga qualcuno a passare al campo avverso; solo “il fattore umano” spiega come sia possibile attirare qualcuno in una trappola della fiducia oppure convincerlo che la propria ideologia è più giusta di quella del Paese in cui si vive. Era questo l’aspetto che mi interessava di più nello scrivere il libro: mettere in luce il fattore umano, capire com’è possibile che certe persone scelgano di trasformarsi in quello a cui avevano sempre dato la caccia. Mi pare un percorso molto affascinante. 

Quali sono le città coinvolte e i casi di cui ti sei occupato?

Roma è al centro di tutto, ma per scrivere il libro ho fatto ricerche e incontrato fonti a Lisbona, Parigi e Napoli, mentre altre fonti le ho raggiunte per via telematica a Washington, Mosca, Cincinnati e Helsinki. Le storie sono cinque storie di agenti russi in Italia e vanno dal 2016 al 2023. Si passa da scambi di documenti Nato a furti di tecnologie militari, ma come abbiamo detto prima ogni storia di spie è anche una storia di politica, e quindi nel raccontarle ci si imbatte anche in molte controversie politiche di questi anni, dai tentativi di influenza di Donald Trump alle politiche di Conte, Draghi e Meloni. 

La copertina del libro richiama alla vecchia Unione Sovietica, perchè questa scelta?

Per tre ragioni: la prima è che il simbolo dell’Unione Sovietica e del vecchio KGB è sempre più riconoscibile rispetto a quelli della Russia attuale. La seconda è che c’è una certa continuità tra quella Russia e la Russia di oggi. La terza è un richiamo ai vecchi romanzi di un maestro come John Le Carré, che adoro. Ma questi non sono romanzi: sono tutte storie vere. 

Cristina Marra

E’ Tempo di Caccia – Intervista a Jeffery Deaver di Cristina Marra

Ne ha fatta di strada Jeffery Deaver da editor del magazine del liceo a corrispondente legale del Wall Street Journal fino alla pubblicazione del romanzo Il collezionista di ossa nel 1997 che lo proietta nell’olimpo degli autori di thriller best seller in tutto il mondo. Se il suo personaggio più noto Lincoln Rhyme, è tetraplegico ma viaggia con la mente, Colter Shaw è un randagio, si sposta in vari stati americani e macina chilometri per ricercare persone scomparse. Shaw è il cacciatore di ricompense più famoso d’America e con Tempo di Caccia edito da Rizzoli, è al suo quinto caso, apparentemente impossibile, da portare a termine. E’ sempre la sfida a incuriosirlo e a spingerlo ad accettare incarichi rischiosi.  Anche questa volta per annotare storie e piste da seguire non si separa dal suo taccuino nero 13×18 e dalla stilografica delta titanio Galassia  e trova che  quello strumento così elegante, fosse più gentile per la mano rispetto a una penna a sfera. Pure l’inserimento di questi dettagli personali, di cui Deaver è un vero maestro,  denotano il rispetto del protagonista verso i casi di cui si occupa quando accetta un incarico allettato dalla ricompensa ma senza trascurare il fattore umano. Tempo di caccia , tradotto da Sandro Ristori, riporta Deaver in  tour in Italia e il suo protagonista, entrato ormai nel cuore di tanti lettori,  va alla ricerca del prototipo di un rivoluzionario dispositivo per reattori nucleari sottratto all’azienda dell’uomo d’affari Marty Harmon, forse dall’ingegnera Allison Parker, sparita insieme alla figlia Hanna.  Da Ferrington, la nuova città immaginata dallo scrittore, tra sparizioni e fughe, un poliziotto psicotico, un’adolescente ribelle, tanti segreti e straordinarie rivelazioni, la caccia orchestrata da Deaver inizia con una trappola.   

Ciao Jeff e benvenuto su Il Randagio. Nei tuoi romanzi i luoghi vengono sempre descritti molto accuratamente, al punto da non stare sullo sfondo, ma diventano dei veri e propri personaggi al fianco dei protagonisti. Con quale criterio li scegli e perché per Tempo di caccia hai voluto Ferrington?

Ciao ai lettori di Il Randagio. Mi piace che le ambientazioni siano dei personaggi a sé stanti,
per cui mi assicuro di dare loro delle personalità realistiche. Ferrington è un’opera di
fantasia, ma si basa su città vicine a quelle in cui sono cresciuto, che ora sono depresse a
causa del trasferimento delle industrie. Anche i problemi di droga sono abbastanza reali in posti come quello, a causa della disoccupazione giovanile.

Nel romanzo ti soffermi molto sul rapporto tra genitori e figli (Colter e suo padre, Hanna e Allison e John). La famiglia e i suoi equilibri sono al centro del romanzo?

Direi che mi piace esplorare le relazioni tra tutti i membri della famiglia nei miei libri, perché ai lettori piace tanto quanto i crimini di cui scrivo. Mi piace creare tensione nei drammi personali, tanto quanto negli omicidi!

La fuga che racconti è soprattutto fuga da se stessi?

Ottima osservazione. Sì, nel libro le persone scappano dagli assassini, ma scappano anche dal loro passato – o cercano di farlo. Fino a quando si rendono conto che non si può scappare dal passato, ma che bisogna affrontarlo!

Azione, colpi di scena e denuncia sociale restano gli elementi principali dei suoi romanzi?

Sì, scrivo ciò che i lettori vogliono. I libri non riguardano affatto me, ma i lettori. E loro amano la mia specializzazione, i colpi di scena, l’azione e le osservazioni sociali e politiche che faccio.

Che rapporto hanno i personaggi di Tempo di caccia con la verità e il senso di colpa?

I miei personaggi sono sempre fedeli alle persone reali su cui li baso. I cattivi in genere non si sentono in colpa. Purtroppo come molte persone (compresi i politici americani!).

Leggeremo di un incontro tra Colter e Lincoln?

Sì, i due si incontreranno presto in un romanzo.

Faletti e Camilleri. Quanto è importante per lei la narrativa italiana? Quali sono i tuoi libri preferiti?
Sono tanti gli autori italiani che leggo per esempio Michele Giuttari e Gianrico Carofiglio mi piacciono molto. Le altre mie letture vanno da Ian Fleming a John Le Carrè a Conan Doyle fino a Ernest Hemingway. 

Cristina Marra

Cristina Marra e Jeffery Deaver

Intervista a Mario Capanna di Amedeo Borzillo

Mario Capanna è un attivista, scrittore e politico italiano. È stato fra i leader del movimento giovanile del Sessantotto e segretario e coordinatore di Democrazia Proletaria.

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Partiamo da Noi tutti, il tuo libro che alcuni anni fa presentammo a Napoli in una sala gremita. Ci parlasti di coscienza globale accresciuta, in proporzione all’aumento dei pericoli che minacciano la specie umana e la Terra, e di risveglio delle coscienze. Gli eventi anche molto recenti sembrano però andare in direzione contraria: ridotta reattività alle ingiustizie sociali e sconvolgimenti climatici vissuti con indifferenza se non rassegnazione. Cosa ne pensi oggi?

Bisogna guardare le due facce della medaglia. Da una parte i ceti dominanti (finanziari, economici, militari, istituzionali ecc.) tengono il piede sull’acceleratore del profitto, che sta portando il mondo verso la catastrofe: i mutamenti climatici, che ormai stanno pregiudicando lo stesso futuro umano; la terza guerra mondiale a pezzi, che è in corso; la ripresa convulsa della corsa agli armamenti; la povertà crescente globale, nello stesso Occidente opulento; la società dell’1 per cento, dove l’1 per cento dell’umanità possiede ricchezze e beni che superano quelli del 99 per cento!

Dall’altro lato, però, si stanno affermando significative controtendenze: i giovani che si mobilitano in ogni dove per contrastare i mutamenti climatici; le grandi mobilitazioni attuali, in ogni parte del mondo, a sostegno del popolo palestinese, contro la carneficina a Gaza perpetrata da Israele sostenuto dal padrone americano;  il numero crescente di Paesi che non sopportano più il ruolo degli Usa come gendarmi e dominatori del mondo.

Certo: non abbiamo ancora scongiurato il pericolo originario che ci grava addosso: i miliardi di “io” che non riescono a pensarsi come un “noi”, vale a dire come un’unica famiglia umana, consapevole che, se continua a distruggere il Pianeta, come sta facendo, non ne ha un altro di ricambio. 

Il cammino verso l’acquisizione di questa coscienza globale è lento, ma è in atto. Ognuno di noi può – e deve – contribuire ad accelerarlo.

Le guerre in atto hanno mostrato un compattamento del pensiero unico che criminalizza il dissenso e controlla l’informazione per adesione necessariamente “spontanea”. Tu sei una delle poche fonti di controinformazione sui social e nei tuoi interventi sui media. Può bastare?

Entrati nell’epoca della post-verità, l’informazione ufficiale si è trasformata in propaganda:  una merce fra le altre, come le altre, che si fabbrica (da chi ha il potere di farlo), si vende e si compra, come i telefonini, le auto ecc.

Nella propaganda le affermazioni sono apodittiche e le prove un optional. Così gran parte del giornalismo si è trasformato in “giornalismo”, ovvero nella superfetazione delle “notizie” secondo la post-verità. Non è poca cosa: per molti giornalisti la deontologia è diventata come la suola della scarpa, e questo pregiudica la formazione dell’opinione pubblica, e dunque della democrazia.

La propaganda è l’autoesaltazione del capitalismo che, però, per quanti sforzi faccia, non riesce più a essere credibile, dato che appare come incapace di risolvere i problemi maggiori del mondo. Il ricorso alla guerra è la più tragica scorciatoia di questa incapacità.

Vedi Israele: la sua guerra di sterminio contro Gaza, l’apartheid feroce nei confronti del popolo palestinese sono i sintomi di una prepotenza fondamentalista, che crea nell’opinione pubblica internazionale il massimo isolamento dello Stato sionista e del suo protettore, gli Usa.

Il lavoro di controinformazione è dunque fondamentale. Io mi ci dedico anima e corpo, però è ovvio che non è sufficiente. Ma ho la sensazione che, per fortuna, c’è un numero crescente di spiriti liberi – di spiriti critici – che non si rassegnano al pensiero unico e si battono perché la verità emerga. Questa è una buona cosa.

In Noi tutti, insieme esalti la necessità di superare il  “NOI” che ha assorbito il “noi”, le nostre singole individualità e l’insieme dell’umanità; che scandisce le nostre esistenze, le plasma e le regola, fino al punto da impedirci, ormai, persino di rendercene conto. E non ci sarà alternativa fino a quando “accetteremo di essere ostaggi e prigionieri del NOI”. Che fare? (Avrebbe chiesto qualcuno 120 anni fa!)

“Noi” è il pronome più bello. Quando le tre lettere diventano maiuscole, si converte nel suo contrario.

“NOI”: Nuovo Ordine Internazionale o, che lo stesso, Nord Ovest Imperante. È la situazione che va avanti almeno da trent’anni, dalla caduta del Muro di Berlino e dalla dissoluzione dell’Urss in qua, con il ruolo egemone di Stati Uniti e Nato come regolatori del mondo.

Ma oggi la situazione sta mutando. Il mondo unipolare non regge più. Pure in mezzo a contraddizioni, i popoli si muovono verso il multipolarismo.

I Paesi Brics  (Brasile, Russia, India, Cina, Sudafrica) stanno aumentando di numero e di consistenza. E vogliono essere protagonisti dei nuovi assetti del mondo. Rappresentano la grande maggioranza della popolazione mondiale. 

Tutti i Paesi Nato rappresentano appena l’11 per cento degli umani, una netta minoranza. Sono ricchi e super armati, ma il loro ruolo comincia ad affievolirsi. Il pericolo è che reagiscano sempre più con la guerra (vedi l’aggressività Usa contro la Cina).

Come scongiurarlo? Facendo ogni sforzo per accrescere la coscienza critica delle persone e dei popoli. Realizzando, in ciascuno di noi, quella rivoluzione di pensiero necessaria perché i mutamenti verso la pace siano concreti e durevoli. Senza rivoluzione dentro di noi, non ci sarà il cambiamento fuori di noi – attorno a noi. Chiunque lavora in questa direzione fa progredire il risveglio del mondo.

La questione migranti manifesta da un lato una forte solidarietà popolare ma dall’altro un arroccamento politico dell’Occidente: si alzano muri e si costruiscono lager in una orwelliana induzione al pensiero unico della difesa dei propri privilegi. Forse è rimasto solo papa Francesco a usare le parole giuste per indignarci e reagire aprendo cuori e confini?

Le migrazioni ci sono sempre state, da che mondo è mondo, e fermarle è impossibile. Gli stessi popoli europei sono il risultato di migrazioni provenienti dall’Asia, dal Medioriente, dal Nord Africa.

L’atteggiamento odierno dell’Occidente opulento rispetto ai migranti è emblematico del cinismo della logica del profitto. L’Occidente ha rapinato il resto del mondo almeno dalle crociate in qua.: con la pratica intensiva della schiavitù, lo sterminio dei nativi d’America, l’uso intensivo delle guerre (quelle commerciali e quelle degli eserciti).

Dimentichi di questo, oggi vorremmo che gli immigrati non venissero a infastidirci in mezzo allo sfavillio delle vetrine delle nostre città. Ridicolo. Almeno quanto il comportamento del governo di destra attuale.

Torniamo a costruire muri dopo lo sbriciolamento di quello di Berlino. Paradossale e miope. Abbiamo bisogno di manodopera, ma respingiamo chi viene a offrircela, Non c’è alternativa all’accoglienza gestita con una intelligente integrazione.

Su questo e altri temi – la pace e la guerra, la salvaguardia dell’ecosistema, il fatto che “questa economia uccide” ecc. – io, lo dico da laico, considero mio fratello Papa Francesco.

D’altra parte lotto da sempre per creare convergenze tra il pensiero cattolico più dinamico e quello laico più autentico. Il futuro, nel nostro Paese, passa anche da questo crocevia. 

Amedeo Borzillo

Intervista a Lorenzo Marone di Bianca Miraglia del Giudice

Il libro è dedicato al piccolo Sergio De Simone, il piccolo bambino vomerese sottoposto, in un lager nazista, a sperimentazione chimica e poi barbaramente ucciso a soli otto anni. Cosa rispondi a chi obbietta che ormai è tutto affidato alla Storia, che è ultroneo continuare a testimoniare le atrocità dei campi di concentramento?
Rispondo che non c’è male peggiore di non continuare a raccontare la Storia, di perdere la memoria. La generazione che ha vissuto quelle atrocità, la cosiddetta Generazione Silenziosa, sta finendo ormai, ma questo non significa che, con loro, debba finire quella che è stata la loro storia. L’uomo senza memoria, senza conoscenza del passato, non ha la possibilità di interpretare il presente e quindi è una grande fesseria!

Due anni fa, hai raccontato di Matteuccia, staffetta partigiana, ne Il bosco di là, Aboca edizioni: è stato, in qualche modo, un prodromo di Cono e Serenella?
Ma no, all’epoca del Bosco di là non avevo ancora idea di scrivere questa storia; è sicuramente un periodo storico che mi affascina e che sento mio, da qualche parte, nel senso che sono i ricordi e i racconti dei miei nonni. Sulla storia di Matteuccia ho il piccolo rimpianto di non averla allargata facendola diventare un romanzo. È un bellissimo racconto lungo al quale sono molto legato, dal tema bello e poco raccontato.

Cono è un ragazzo passionale dominato da forti sentimenti: l’amore innanzitutto, la gelosia, l’intolleranza verso le ingiustizie sociali ed i soprusi messi in essere dal fascismo. Quanto c’è di te in lui? Quanto ti ha coinvolto emotivamente scrivere questo romanzo?
In Cono c’è poco di me, lui è un personaggio costruito perché doveva essere funzionale a quella che è la parte reale storica del romanzo e cioè i ragazzi costretti a boxare nei campi di concentramento, scelti tra quelli più in salute e più prestanti fisicamente. Lui nasce come un personaggio che non si interessa di politica, come anche la sua famiglia, cerca di non farsi notare dal regime, è un contadino figlio di mezzadri, che ama la sua terra, ama Serenella, è un ruspante e per questo viene soprannominato Galletta, non si tiene i soprusi e sa menare le mani; dovevo costruire un personaggio forte capace di resistere in quell’inferno, andando a boxare con le SS. In questo romanzo, io non sono nei personaggi ma nella terra perché è un romanzo sull’amore e sulle radici.

Una storia d’amore, bella come poche, cui fa da contraltare il vissuto terribile nel campo di concentramento; hai scritto tutto di getto oppure hai avuto bisogno di più scritture per trovare la dimensione perfetta di questo romanzo?
Io volevo scrivere una storia d’amore, ma non avrei scritto una storia romantica, non scritta al presente ma al passato; la storia d’amore dei nostri nonni, una storia incentrata su quell’energia intorno alla quale tutto gira, per dirla con Battiato, tutto obbedisce all’amore.
Nel romanzo c’è l’amore di Cono e Serenella, ma anche l’amore di Cono per la sua terra, il suo podere, suo padre, sua madre, sua sorella; ci sono due grandi amicizie, per Briscola e per Palermo. L’amore che tiene in vita e permette di resistere e che si contrappone al grande male. Io non volevo raccontare una storia partigiana, io volevo raccontare la storia di tanti ragazzi di umili origini, anche un po’ ignoranti, costretti a combattere né per la gloria né per la patria, ma, come dice Cono, “per poter tornare a dormire nel fienile con la mia Serenella”.

Nei “Ringraziamenti” posti alla fine del libro, affermi che la memoria serve a dare significato ai valori e, per chi sa custodirla, è essa stessa radici perché restituisce la vita a ciò che non c’è più, a chi non c’è più. Quanto vissuto, sereno o doloroso, occorre per comprendere appieno il significato profondo del ricordare?
La memoria per me è sempre stata un valore fondamentale, sia per il lavoro che faccio, sia perché nei miei romanzi ci sono i miei ricordi camuffati e travestiti, c’è il mio vissuto, ci sono aneddoti della mia vita. Qui l’aggancio con il mio vissuto e la mia infanzia è la terra dove ho deciso di ambientare il romanzo, perché Monte Rianu è un paese immaginario che nasce dalla combinazione di Teggiano e Monte S. Giacomo: sono due paesi a cui sono molto legato perché lì è nata mia nonna, lì d’estate andavano i miei zii e mio padre, perché lì fino ad una certa età mi recavo a trovare nonna Erminia, perché lì sono sepolti due miei zii; è una terra che amo molto che mi riporta al concetto di radici che io ho sempre cercato di rigettare e rifiutare per il vissuto che ho, che non sto qui a dire. Forse, con questo romanzo, sono tornato a far pace con le mie radici.

Bianca Miraglia Del Giudice

Intervista a Elisabetta Cametti di Cristina Marra

Elisabetta Cametti, autrice di thriller e da esperta di crime, volto televisivo di Mattino 5, non poteva non essere su Il randagio nel giorno dell’uscita del suo ultimo romanzo Una brava madre (Piemme) e non poteva non esserlo soprattutto perché la sua scrittura, libera e originale, affida agli animali ruoli di primo piano rendendoli alla pari dei protagonisti e presenze chiave per comprendere la trama e anche la psicologia dei personaggi. In Una brava madre, l’indagine si snocciola su due piani narrativi con da una parte la poliziotta Annalisa Spada che si occupa di un triplice omicidio e della figura complessa della tatuatrice Aria, e dall’altra la conduttrice del programma televisivo IN, Giorgia Morandi, che non molla la ricerca dell’editore Fabrizio Ravizza scomparso da giorni senza lasciare traccia. Cinque storie di donne e madri diventano il fulcro del romanzo che non risparmia rivelazioni e colpi di scena e che indaga all’interno delle famiglie di appartenenza dove si annida il male. Tutti gli animali del romanzo dai ricci, alla cagnolina Allibis, allo scoiattolo Dorian Gray, accompagnano il lettore con un fare randagio indispensabile per arrivare alla verità. 

Elisabetta, benvenuta su Il Randagio. La cronaca di questi giorni ci mette di fronte a casi di madri che perdono i figli, di madri uccise col figlio in grembo, di madri che lasciano morire o uccidono i figli. Quanto è complesso e doloroso raccontare queste figure in tv e soprattutto in modo più intimo in un romanzo?

Sono storie e immagini che non mi abbandoneranno mai. Scavano dentro e lì rimangono, per sempre. Penso che l’unico modo per conviverci, senza lasciarsi devastare da tanto orrore, sia quello di raccontarle con precisione e lucidità. Per sensibilizzare l’opinione pubblica, per aprire gli occhi a chi potrebbe trovarsi nella stessa situazione, per cercare di dare un piccolo contributo alle indagini. Per continuare a ricordare le vittime e i sogni che illuminavano i loro pensieri.

Il doppio ricorre nel romanzo già dai casi, la scomparsa di un giovane facoltoso e una serie di omicidi.

La narrazione si svolge su due piani paralleli. Giorgia Morandi, conduttrice televisiva del programma che ha colmato il vuoto istituzionale in tema di persone scomparsa, si occupa del mistero che riguarda Fabrizio Ravizza, un editore di successo svanito senza lasciare traccia. Annalisa Spada, capo della Squadra Mobile di Milano, investiga sull’omicidio di tre uomini legati a una giovane tatuatrice, Aria. Una ragazza con evidenti disturbi della personalità, arrestata sulla scena di uno dei crimini e sospettata di essere “la serial killer dell’inchiostro”.

Due casi distinti, ma solo all’apparenza. Due strade lastricate di bugie, tradimenti e verità inconfessabili. Un unico segreto, taciuto per oltre trentacinque anni.

Infarcisci il romanzo di fatti di cronaca reali e li leghi alla storia di fiction. Come convivono finzione e realtà?

Quando si parla di crime, non esiste fantasia più sconvolgente della realtà.

Trascorro le giornate a studiare casi di cronaca: scene del crimine, autopsie, piste investigative e profili psicologici dei protagonisti. Scrivo romanzi per raccontare quelle storie, per farle entrare nelle case con l’obiettivo di rendere consapevole il lettore. Consapevole di quanto il male possa essere vicino, subdolo, letale. Solo chi conosce riesce a percepire, sospettare. Prevenire. Alcune volte, nelle esperienze degli altri riusciamo a trovare noi stessi… e a metterci in salvo.

Allibis, la cagnolina di Giorgia, è la sua complice? Gli animali nei tuoi romanzi non mancano mai. Sono esempi da seguire?

Per Giorgia, Allibis non è solo una cagnolina. È una figlia. Come lo sono i tre gatti che ha salvato da un futuro infausto. Allibis dimostra a Giorgia un amore incondizionato. Spontaneo. Tanto da buttarsi contro l’assassino per prendersi una pallottola. In ogni mio romanzo le protagoniste sono sempre accompagnate da un animale domestico. Amo gli animali e sono convinta che sappiano renderci migliori.

Oltre a Giorgia e Annalisa ci sono Sveva, Brigitta, Aria. Donne diverse in tutto, hanno qualcosa in comune?

No.

Rapita da neonata, Aria è cresciuta con una madre che la considerava una bambola e con un padre che abusava di lei. Per inseguire un vano sogno di libertà, si è rifugiata nel disegno. I tatuaggi sono il suo modo di rendere indelebili i brevi attimi di felicità.

Brigitta è animata dall’odio verso la donna che ha tradito suo padre, fino a spingerlo al suicidio. Ha rinunciato a vivere per dedicarsi alla vendetta.

Sveva è una narcisista, focalizzata su se stessa. Non prova empatia né senso di colpa, non sa capire gli stati d’animo degli altri e usa le relazioni solo per obiettivi personali. È abituata a mentire e a manipolare le persone, tanto da avere reso la propria vita una terribile menzogna.

Vita e morte si rincorrono nel romanzo. A un certo punto scrivi: “Quanta vita c’è dentro un suicidio?”. Si sceglie di morire per quale motivo?

Il suicidio tracima di voglia di vivere. Solo chi ama follemente la vita decide di togliersela quando si rende conto che la vita che sta vivendo non è all’altezza di quella che vorrebbe. E che dovrebbe essere. Solo chi ama la vita non accetta di sopravvivere, di essere appeso a una possibilità, di piegarsi al destino, di rimanere ad aspettare una nuova alba nella speranza che sia migliore di tutti i tramonti sfumati. Chi si spoglia della vita lo fa per rispetto all’idea che ha della vita stessa.

«Non è il dolore che ti porta a farla finita, ma la felicità che non brucia più. Non sono gli incubi, ma l’assenza di sogni. Non è sentirsi soli, ma non avere voglia di condividere i pensieri più inconsci. Non è scarso coraggio, ma troppo coraggio per potere rassegnarsi. E per capire il suicidio bisogna capire che il problema non sta solo in ciò che manca, ma nel peso che non ti abbandona. Non è la mancanza di progetti, ma la presenza di progetti troppo ambiziosi. Non è mancanza di fiducia, ma consapevolezza. Non è la mancanza di voglia di lottare, ma la visione di dove condurrà la battaglia. Non è mancanza di sentimenti, ma un amore immenso. Alcune volte sei talmente innamorato che le sensazioni ti colpiscono come un uragano. Vedi talmente lontano che l’unico balsamo è spegnere la luce. Sai ascoltare talmente in profondità da comprende quanto sia arrogante vivere. Mentre morire è l’umiltà della coscienza.»

I libri annullano il concetto di tempo, nei libri troviamo sempre una risposta?

Ne sono convinta. Le storie degli altri parlano di noi. È grazie ai romanzi che ci rendiamo conto di non essere soli nelle nostre riflessioni. Non siamo i primi a soffrire, né gli ultimi a lottare: la disperazione che ci tormenta ha già mietuto vittime e continuerà a farlo, così come continuerà a salvarci quella spinta alla sopravvivenza che definiamo speranza. Nulla si inventa in fatto di emozioni. Per scoprire chi siamo è sufficiente aprire un libro.

Cristina Marra