Theodor Fontane: “Effi Briest” (Feltrinelli, curatore E. Gianni), di Lavinia Capogna

L’innocente Effi Briest 

Theodor Fontane (Germania 1819 – 1898) era dai ritratti un classico personaggio ottocentesco, con grandi baffi, corpulento, un’aria arguta.

Di professione era farmacista ma mentre miscelava gli intrugli dell’epoca doveva immaginare molte cose; la sua attività parallela di scrittore è assai vasta: romanzi, racconti, poesie, articoli. 

Effi Briest“, pubblicato tra il 1894 e il 1895, dapprima in una rivista e poi in volume, è il suo romanzo più celebre, tradotto in numerose lingue. 

In Germania sono stati realizzati ben quattro film ispirati alla trama. 

Uno, del 1974, molto bello, venne diretto da un ventinovenne Rainer Werner Fassbinder ed intensamente interpretato da Hanna Schygulla. Ci si potrebbe domandare perché un romanzo di fine ottocento ambientato prima in Pommern (Pomerania) e poi a Berlino, capitale del Königreich Preußen (Regno di Prussia) avesse attratto il regista più particolare del nuovo cinema tedesco. 

Leggendo il libro si può comprenderne il motivo.

 

“Effi Briest” incomincia come un classico romanzo del tempo: Effi è una ragazza molto carina, diciassettenne, vivace, che vive spensieratamente insieme ai suoi amati genitori e ha tre care amiche. Suona un po’ il pianoforte, ricama, e non ha intenzione di sposarsi finché, inaspettatamente, non capita a casa loro un antico spasimante della madre, il barone Geert Innstetten, che ha 37 anni (un’età allora matura). 

Il barone ha un prestigioso incarico amministrativo, è laureato in legge, è agiato e tutto fa prevedere che farà una bella carriera.

Egli chiede la mano di Effi. Sia lei, sia i genitori acconsentono.

Ma ben presto il romanzo, ispirato ad un fatto di cronaca vera che suscitò grande clamore, prende una piega inaspettata e si legge tutto d’un fiato.

In questa storia tutto sommato semplice non vi è nulla di scontato perché Fontane elabora il testo con maestria.

Innstetten è un personaggio impeccabile, tutto ciò che dice sembra ragionevole, è ligio alle convenzioni sociali, lavoratore modello, ambizioso ma paziente.

Effi non è innamorata di lui ma lo stima. 

Egli la considera una bella fanciulla da dirigere e plasmare – un po’ come il Torvald di “Casa di bambola” di Henrik Ibsen (1879) considerava la moglie Nora. 

Solo se lei si concede qualche battuta scherzosa sui suoi ammiratori, il suo sguardo diventa duro. 

Ma dietro questa facciata si cela un marito freddo e senza alcun amore – anche se verso la fine egli dirà ad un amico di amare Effi. E forse per un attimo è sincero anche se per lui che cosa pensa la società è ben più importante della moglie. 

Non le dà supporto quando lei prova nostalgia della casa paterna e della sua cittadina bruscamente lasciata per un’altra, prende in giro un gentilissimo spasimante di lei, un farmacista un po’ gobbo, premuroso e ammodo. 

Nella piccola città prussiana in cui lui ha condotto la moglie, lei viene accettata di malavoglia dalla borghesia che Fontane descrive con pochi incisivi tratti: un ambiente di idee assai ristrette e molto conservatrici, si detesta sia la memoria di Napoleone, sia i cattolici, sia i moti libertari degli studenti, si invoca in modo retorico la patria, si osserva una religione di facciata, ci si scandalizza per i romanzi di Zola. 

Tutto ciò diventa oppressivo per Effi. Incomincia ad avere strane impressioni, teme i fantasmi, viene turbata da una misteriosa storia accaduta anni prima (qui il romanzo risente un po’ del gotico inglese e Fontane era un ammiratore della letteratura inglese).

Entra un po’ in confidenza con Roswitha, una giovane cameriera, che al suo paese era stata quasi uccisa dal padre, un contadino, perché incinta e le era stata tolta la sua neonata data in “adozione” a chissà chi (queste estreme violenze accadevano realmente allora).

Dopo poco tempo Effi ha una bambina che ama molto e verso cui il padre ha un comportamento cortese ma non affettuoso, che invita sempre al dovere.

Finché nella cittadina non arriva il maggiore Crampas. Ex commilitone di Innstetten, Crampas non ha nessuna particolare qualità ma neppure grandi difetti, ha i capelli e i baffi biondi rossicci, è noto per fare una discreta corte alle signore nonostante abbia una moglie depressa e due figli. 

Effi non rimane particolarmente colpita da lui, lo frequenta più per solitudine che per altro anche se Innestenn non approva le loro cavalcate sulla spiaggia d’inverno del mar Baltico. 

Sarà Crampas a trascinare Effi in una relazione sentimentale ma l’adulterio non è il tema del romanzo, il tema è un formidabile atto di accusa verso la società bismarckiana. La cosa più sorprendente è che esso provenga da un borghese, un distinto farmacista che aveva la bizzarra mania di scrivere romanzi. “Effi Briest” ci ricorda che la società emana norme e comportamenti severi e che diventa crudele verso chi osi innocuamente infrangerli.

Probabilmente fu questo ad attrarre Fassbinder – l’adeguamento alle convenzioni sociali che può condurre al crimine. 

E ciò rende “Effi Briest” un romanzo sempre attuale. 

Non sono mancati paragoni con “Anna Karenina” (1877) di Lev Tolstoj e “Madame Bovary” di Gustave Flaubert (1856) anche se sono romanzi molto diversi fra di loro. Effi Briest nella sua vivace ingenuità è molto tedesca così come Anna Karenina è profondamente russa e Emma Bovary una francese di provincia. 

Fontane registra accuratamente gli stati d’animo della sua eroina facendo di questo romanzo anche un romanzo psicologico. 

Presumibilmente “Effi Briest” sarebbe piaciuto allo psicoanalista Erich Fromm che scrisse un saggio sui danni del conformismo, “Fuga dalla libertà” (1941).

Thomas Mann lo pose tra i sei libri che avrebbe portato con sé e il suo dissidio tra vita borghese e vita d’artista o sregolata ha qualche analogia con la vitalità di Effi Briest e la rigidità di Innestenn.

Tra parentesi, un personaggio del libro al quale sono dedicate solo poche righe si chiama Buddenbrook. 

Lavinia Capogna*

*Lavinia Capogna è una scrittrice, poeta e regista. È figlia del regista Sergio Capogna. Ha pubblicato finora otto libri: “Un navigante senza bussola e senza stelle” (poesie); “Pensieri cristallini” (poesie); “La nostalgia delle 6 del mattino” (poesie); “In questi giorni UFO volano sul New Jersey” (poesie), “Storie fatte di niente” , (racconti), che è stato tradotto e pubblicato anche in Francia con il titolo “Histoires pour rien” ; il romanzo “Il giovane senza nome” e il saggio “Pagine sparse – Studi letterari” .

E molto recentemente “Poesie 1982 – 2025”.

Ha scritto circa 150 articoli su temi letterari e cinematografici e fatto traduzioni dal francese, inglese e tedesco. Ha studiato sceneggiatura con Ugo Pirro e scritto tre sceneggiature cinematografiche e realizzato come regista il film “La lampada di Wood” che ha partecipato al premio David di Donatello, il mediometraggio “Ciao, Francesca” e alcuni documentari. 

Collabora con le riviste letterarie online Il Randagio e Insula Europea. 

Da circa vent’anni ha una malattia che le ha procurato invalidità.

Considerazioni di una lettrice fuori tempo/2, di Francesca Chiesa

Un romanzo è una giostra

Credo da sempre nel romanzo ottocentesco, quello in cui i personaggi sono memorabili, la trama complessa, le caratterizzazioni straordinarie, il ritmo incalzante, l’ambientazione magnifica. Non mi appassiona molta narrativa recente che non ha storie e nemmeno protagonisti, che non ha grandi amori né grandi conflitti, che non è in alcun modo romanzo.” 

Matteo Strukul

Un romanzo di ambientazione storica non è necessariamente un romanzo storico.

Il romanzo storico è un racconto che presenta vicende fortemente condizionate dal periodo in cui si svolgono, e personaggi saldamente connessi con l’ambiente storico e culturale dell’epoca.

Poi ci sono i romanzi di ambientazione storica, che potremmo decisamente paragonare a quelle opere che si prestano a essere allestite con ambientazioni e costumi diversi, senza che ne siano alterati spirito e messaggio. Otello ma non Madame Butterfly, tanto per dire.

Proviamo a soffermarci sui due più noti romanzi di Lev Tolstoj : Guerra e Pace e Anna Karenina

Nel primo, ambientato all’epoca della spedizione in Russia di Bonaparte, la vita e il carattere dei protagonisti sono fortemente influenzati dalle vicende storiche che questi vivono: l’esempio più immediato è quello di Pierre Besucov, giovane infiammato dal fermento intellettuale della Parigi post-rivoluzionaria e napoleonica, insicuro, intelligente ma non razionale, a disagio nella Mosca alessandrina d’inizio ‘800. Più che le vicende personali, sul suo sviluppo spirituale incideranno le dolorose vicende della sua città e della sua patria, che lo trasformeranno da ingenuo rivoluzionario convinto di poter fermare Napoleone, in un saggio proprietario terriero, devoto alla Santa Madre Russia.

Senza Napoleone da amare e poi odiare, questo cambiamento non sarebbe avvenuto.

Anna Karenina, la cui pubblicazione segue quella di Guerra e Pace, è stato definito il capolavoro del realismo e il romanzo più bello del XIX secolo. Fosse stato ambientato nel Ventesimo secolo a Roma, e trattato dalla penna di un Moravia, di un Bevilacqua o di un Bassani, avrebbe comunque mantenuto il suo fascino di storia che eternamente si ripete, negli incroci d’amore di uomini e donne. La storia, qui, è un accessorio; sono i mobili scelti per arredare la scena.

Matteo Strukul ha scritto svariati, affascinanti romanzi storici e un libro che io ho già letto cinque volte senza riuscire a catalogarlo e che, quindi, mi piace tantissimo.

La giostra dei fiori spezzati è un’opera che non può essere catalogata come romanzo storico – le vicende narrate non sono necessariamente vincolate all’epoca in cui si svolgono – ma non possono, allo stesso tempo, essere considerate del tutto indipendenti dall’ambiente in cui si sviluppano. 

Fermiamoci qui, per il momento e andiamo a vedere il contesto storico in cui Strukul ambienta il suo racconto.

Negli anni ’80 e ’90 dell’Ottocento l’economia padovana conosce un discreto incremento, che porta alla nascita di nuove industrie e a un progressivo, anche se ancora parziale, abbandono delle campagne. 

La città di Padova, a fine secolo, fiorisce di imprenditori e magnati e letterati. 

Si stampano giornali – tra fine Ottocento e inizio Novecento, i principali quotidiani di Padova erano La Sentinella, Il Veneto e La Provincia di Padova – si avviano opere di pubblica utilità e beneficenza, si potenziano i settori dell’economia che già erano in via di sviluppo. Il tessile, la siderurgia e la stampa. 

Come se la città fosse tornata al benessere cosmopolita di Ezzelino. 

Ancora una trentina d’anni, forse meno, in cui la comunità ebraica fiorirà e produrrà frutti che purtroppo non resisteranno al tempo.

Chiedete in giro com’era invece  il Portello a fine ‘800: incubi notturni e nulla che profumi di panni stesi al sole.

In questo Porteo, così lo chiamano, non si vede che immondizia; i carretti che vendono verdura e pesce e i mucchi di rifiuti hanno tutti lo stesso colore e lo stesso odore. 

La strada principale che viene dalla grande porta, quella da cui entra in città chi viene da Venezia e dalla sua campagna, è come un paese ma un paese dell’inferno: tutta fiancheggiata da casette, dove sembra che si ammassi una quantità enorme di persone. Pare che qui il sole non riesca ad arrivare, sarà il fumo dei fuochi sempre accesi per scaldarsi o far da mangiare. 

Che poi fuochi, ma cosa bruciano? Le porte e gli scuri delle stamberghe, in cui si ammassano la notte e quando piove; vecchi mobili recuperati chissà dove, magari nei palazzi abbandonati, che sono tanti da queste parti, e quello che raccolgono in giro.

Vivono tutti del lavoro delle donne, e c’è solo un tipo di lavoro che una donna può fare da queste parti, vendere: verdura e pesce se è capace di procurarseli, lavori di cucito se li sa fare, se stessa se è disperata.

Queste sono le donne che racconta Strukul, i suoi fiori spezzati che esercitano al Portello ma non solo; nate per vivere male e morire ancora peggio, straziate come bestie da una bestia più feroce di loro.

Fossero rimaste in campagna – se fosse rimasto del lavoro nelle campagne – sarebbero morte di pellagra ma nel letto, circondate dalla famiglia, da quelli che ancora non erano morti.

Non ė un’invenzione di Matteo Strukul che le porta a morire in città, ma uno di quei giri di valzer che la storia ha fatto e rifarà, con il nome di rivoluzione industriale, nella seconda metà del XVIII secolo in Inghilterra e, nel nostro caso, tra ‘800 e ‘900 nel padovano.

La meccanizzazione del lavoro agricolo consente una diminuzione della mano d’opera a pari rendimento, quindi la forzata urbanizzazione degli abitanti delle campagne, lo sviluppo delle fabbriche, la creazione delle nuove classi sociali di borghesia e proletariato.

Per lo sviluppo della borghesia ė necessario l’aumento del numero dei proletari e, parallelamente, la salvaguardia delle concezioni morali su cui si basa la società borghese presuppone l’ampliamento del mercato della prostituzione.

L’eccessiva disponibilità di manodopera genera disoccupazione in campagna e in città e spinge all’emigrazione.

Miseria, ignoranza e frustrazione generano violenza: tanto in chi ne è causa quanto in chi ne diventa vittima.

Questo lo scenario in cui nasce e si sviluppa La giostra dei fiori spezzati, un romanzo che non dipende dalla contingenza socio-economica della Padova di fine Ottocento ma descrive uno stato di cose che generalmente si verifica in presenza di determinate condizioni, alle quali non è peraltro rigidamente vincolato.

Quindi, un particolare tipo di rapporto tra storia e vicende narrate, quello che ha instaurato Strukul con questo romanzo. Che è un romanzo a tutti gli effetti, non un vagabondare dell’autore intorno a se stesso.

Una domanda, per finire: perché la giostra? In un primo tempo avevo ipotizzato che potesse rappresentare la macabra danza delle fanciulle uccise. 

Oggi credo si riferisca piuttosto alla ruota del tempo che non smette mai di girare, sempre uguale a se stessa.

Francesca Chiesa*

Di seguito il link al precedente: 

Considerazioni di una lettrice fuori tempo/1

Un romanzo è un romanzo, un’autoanalisi è una noia

https://ilrandagiorivista.com/2025/09/04/considerazioni-di-una-lettrice-fuori-tempo-1-di-francesca-chiesa/

*Francesca Chiesa, classe 1955, laureata in filosofia. 

Ha lavorato per il Ministero degli Affari Esteri in Iran, Russia, Grecia, Eritrea, Libia, Kenia. Dal 2019 vive col marito prevalentemente a Syros, nelle Cicladi. 

Pubblicazioni recenti:

Dalla Russia alla Persia – storia di un viaggiatore per caso: Peripezie di un marinaio olandese al tempo di Alessio I Romanov e Suleiman I Safavide, La Case Books, 2023

Una storia di donne persiane: Il romanzo di Humāy e Nahid, La Case Books, 2023.

Il suo ultimo lavoro è Diversamente sole, Edizioni Open, 2025.

Suad Amiry: ‘’Golda ha dormito qui’’ (Feltrinelli, trad. M. Nadotti), di Giovanna Senatore

Chi abita qui?

“se solo queste case potessero raccontare la storia, quello che hanno visto e vissuto, quello di cui sono state testimoni”.

Case protette dal e nel tempo; case piene di luce, filtranti da porte e finestre, spalancate alla vita; case violate, sventrate, saccheggiate, ridotte in polvere; case spettrali, sbilenche, labirintiche. 

Case dense di oggetti che hanno battuto il tempo restando immobili a preservare ricordi: divani segnati dalle impronte dei corpi a lungo sdraiati in cerca di pause, vestiti riposti in armadi densi di odori di chi li ha indossati, caraffe, tazze, bicchieri, gelosamente tramandati.

Case svuotate di oggetti e di memoria, case nude, porose, ridotte a buchi da cui nulla trapela, neanche la luce.

Case, luoghi della memoria reali e non, luoghi di spazi ma anche di sogni, luoghi gomitolo che aprono/serrano il confine tra un dentro e un fuori. 

Case su cui ruotano parole: raccontano amori o solitudini, dolori o gioie, frammenti di vita che chiedono di essere letti e riletti, creando un’isola di senso, lungo i percorsi delle narrazioni, tramandate oralmente o impresse in libri, a garantire memoria.

Libri preziosi perché aprono connessioni impreviste e imprevedibili da scoprire e narrare, dando vita a un puzzle dove il disordine si fa ordine, pronto ad essere scompaginato sotto la spinta del tempo incalzante.

Suad Amiry, scrittrice per caso, architetta di professione, scrive nel 2013 un testo struggente e carico al contempo di uno humor dissacrante e feroce, Golda ha dormito qui

Perché Suad Amiry?

Perché la storia di Suad Amiry, nata a Damasco da madre siriana e padre originario di Jaffa è la storia della Palestina, della perdita dei suoi territori, della violenza colonialista esercitata implacabilmente dallo stato israeliano, volto allo sradicamento del popolo palestinese dalla sua terra. 

Suad Amiry sceglie di raccontarla da una angolatura particolare: l’espropriazione immobiliare praticata da Israele nel silenzio assordante del mondo, all’indomani della cosiddetta, dagli israeliani, prima guerra di indipendenza, tradottasi, drammaticamente, per i palestinesi come l’inizio dell’esilio (la catastrofe, la Nakba,) e l’avvio della lotta per il diritto al ritorno. 

Il 4 maggio del 1948

 avendo onorato la parola data,

 uno stato ebraico sulla Palestina,

  gli inglesi fecero fagotto e se ne tornarono a casa.

  Dissero che sentivano la mancanza della cucina di casa

  roast beef e budino dello Yorkshire

  con contorno di cavolo lesso.

  Salirono a bordo delle loro navi e salparono

  senza una parola di scusa

 o di addio. 

La Sposa non fu mai consultata

non il dicembre del 1917 quando sbarcarono

né tantomeno il 2 novembre del 1917 quando Lord Balfour

fece la sua dichiarazione

quel che Dio non aveva fatto per secoli

Lord Balfour lo portò a termine in sessantadue parole.

Quando arrivarono si chiamava Palestina

quando se ne andarono, era diventata Israele…

Il 4 maggio del 1948

si lasciarono alle spalle due popoli in lotta 

uno più forte, l’altro più debole

il nuovo e potente giubilò e volle di più

“Quel che è mio è mio e quel che è tuo è mio anche quello

mentre il vecchio e fragile, spossessato e disumanizzato,

fu lasciato a piangere e a lamentarsi.      

Suad Amiry scrive partendo dall’inizio del tutto e, subito, colpisce la decisione di alternare alla prosa il verso, lì, dove il dolore della ferita si fa più forte, lì, dove è necessario resistere al pianto e alla recriminazione per poter testimoniare.

La scrittura, quindi, come ultimo baluardo “contro le pratiche disumane e le ingiustizie che sfigurano la storia dell’umanità”, come testimoniava Edward Said.

La Palestina viene raccontata nel momento in cui tutto precipita e ciò che si palesa sono massacri, esecuzioni, bombardamenti senza fine sulle città della costa. Interi villaggi dati alle fiamme, cancellati in modo chirurgico giornali, teatri, caffè, i luoghi identitari di una vita comunitaria.

850 mila palestinesi, metà della popolazione araba della Palestina dell’epoca, furono costretti a darsi alla fuga, o, a emigrare. Quelli obbligati a sgomberare, caricati a forza su camion e navi; chi restava si ritrovava chiuso in ghetti militarizzati, in un paese nuovo di cui non parlavano la lingua, visti e vissuti come nemici.  

Agli esuli restava solo il pianto: 

“Avevano perso la casa, il giardino, il frutteto, il campo, la terra dove erano nati. Persi erano mare e montagne, colli, valli e pianure, laghi e sorgenti e il letto dei fiumi, siti archeologici e campi beduini, villaggi, paesi e città.”

Ma, il cuore pulsante del dolore si materializzava per tutti nella sottrazione di “ciò su cui si regge una vita equilibrata: le fondamenta profonde chiamate casa”.

Il racconto di Suad apre sulle case abbandonate, con gli armadi pieni di vestiti, le fotografie, le tavole apparecchiate, i fiori nei cortili, le piante nel soggiorno, le tazze di caffè e i bricchi ancora caldi di una bevanda lasciata lì in attesa di un ritorno mai avvenuto, e, torte d’arancia pronte ad esser divorate dalle mani ingorde dei piccoli.

I muri rubati impunemente trascinano via anche le anime, la memoria, i gesti, gli affetti in loro racchiusi. Stanze smarrite verso cui si muovono le azioni di chi, appellandosi alla giustizia, cercava di riabitarle, strappandole agli israeliani che le avevano occupate.       

Lotta destinata a infrangersi contro il muro di una legge scandalosa promulgata da Israele nel 1950; con lo scopo di gestire i beni – compresi contanti, azioni, mobili, libri, società, banche e altri beni mobili – di cui erano entrati in possesso in seguito alla fuga disperata dei palestinesi, gli israeliani dichiaravano i legittimi proprietari arabi assenti presenti: esistenti per lo Stato di Israele ma inesistenti quanto a diritti di proprietà. La comunità palestinese fu così costretta a vivere, quotidianamente, l’assurdità di avere qualcuno che viveva nella casa della propria famiglia senza poterci più mettere piede. 

È di questi present absentees, Suad Amiry, lei stessa present absentees, si fa voce parlante, in cerca di storie e appartenenza, da narrare, raccogliendo frantumi di ricordi, fotografie sopravvissute ai pochi album recuperati e salvati dalla distruzione e, storie raccontate da chi cercava, anche nell’angoscia e nel timore, di ricordare per non spegnere la memoria di quanto accaduto.

Suad Amiry sa che è necessario ascoltare con estrema attenzione per poter dar voce a un dolore che non si cancella; e così scorrono uomini e donne con il loro fardello di racconti. Di casa in casa il libro disegna una città scomparsa, giardini tranciati via con i loro profumi, finestre piombate, mura crivellate di proiettili. Eppure, la città scomparsa riappare viva e palpitante, densa di emozioni mai cancellate, quando le storie procedono catturandoci nel labirinto dei loro abitanti, dove riaffiorano libri giocattoli, dipinti, libri di musica, tappetti e foto di famiglia mai più restituiti.

Tra le narrazioni in cui mi sono persa, seguendo il viaggio della scrittrice tra i vicoli di una Gerusalemme a noi sconosciuta, mi fermerò sui ritratti di Andoni, Gabi e Huda Al-Imam.

Andoni, il più celebrato tra gli architetti palestinesi, aveva negli anni ‘30 progettato e realizzato la casa per la sua famiglia, che era solito chiamare Nour Hayati (luce della mia vita). Dopo le espropriazioni del 1948, cercò ogni via legale per riottenere il permesso di tornare ad abitarci. Aveva tutti i documenti legali, tutte le carte e le fotografie che attestavano la sua proprietà, gelosamente custoditi in una cartella rossa. Con questi, nel 1968, si presentò alla corte israeliana che riconobbe senza alcun dubbio la proprietà della casa. La gioia di aver vinto la causa si spense immediatamente perché la corte gli fece notare che non risiedendo nella propria casa era una absentee landlord. 

A nulla valsero le proteste: nell’atrio del tribunale lì dove si raccoglievano le persone per avere giustizia da Israele, Andoni, con il suo corpo immenso che lo faceva svettare sugli altri, comunicò il suo sdegno e la sua impotenza. Non più con parole, ormai, bruciate, inascoltate perché private di senso da una legge insensata ma con la potenza e la violenza annichilente della risata e del silenzio:

Prima si rotolò dalle risate

poi si piegò su se stesso

tenendosi lo stomaco, poi l’addome

quindi cadde a terra, disteso sulla schiena, i piedi in su a  

scalciare l’aria,

quell’aria che traboccava dalle sue risate.

Continuò a ridere, a ridere, a ridere, e ancora a ridere

finché la risata si spense

poi ci fu silenzio

e ancora silenzio 

un silenzio totale

un’immobilità totale

un silenzio di tomba.

12 giugno 1983: inaugurazione del “Tourjeman Post Museum”, il Museo della riconciliazione. In fila per entrare il figlio di Andoni, Gabi: da quando aveva avuto notizia dell’apertura del museo, aveva cominciato a raccogliere ritagli di giornali e di riviste arabe, ebraiche, inglesi, francesi e tedesche che documentavano l’importanza dell’evento, sottolineando che la sede un tempo era stata avamposto israeliano e che le modificazioni apportate all’edificio come le strette finestre blindate, erano state lasciate a testimonianza  della violenza del conflitto e della lotta israeliana contro la prepotenza dei cecchini giordani che, per diciannove anni, avevano fatto fuoco contro le case israeliane dall’altra parte del confine.” per decisione israeliana il danno è stato conservato a testimonianza”. A testimonianza di cosa? Era la domanda che Gabi si poneva mentre lentamente procedeva seguendo la lunga coda. 

Giunto nell’atrio, lo vediamo lanciare, distratto, uno sguardo al salone sulla destra, cancellare i rumori e il chiasso che lo circondava per rimuovere il tavolo di vetro rotondo e risistemare al suo posto un paio di divani Chippendale bianchi e beige, due sedie Art déco in cuoio rosso e un tavolino da caffè in mogano. 

Ma il suo comporre lo spazio veniva interrotto dalla voce della signorina alla cassa che gli chiedeva il pagamento del biglietto.

Pagare per entrare? E mentre la folla protestava per la perdita di tempo provocata dalla sua insistenza a non sottostare all’acquisto del biglietto, i polmoni di Gabi iniziarono a dare fiato a una risata sempre più nevrotica che salendo dall’atrio “raggiunse la foresteria, la sala da pranzo, quindi l’ampia cucina. Si fece strada verso le stanze della famiglia al piano di sopra, infilandosi nella camera da letto dei genitori, nella camera da letto rosa di sua sorella, nella camera da letto blu di suo fratello George e infine nella sua. La risata penetrò in ogni cassetto e in ogni angolo degli armadi della sua stanza, ma gli album di fotografie non si vedevano da nessuna parte”.

Quegli album che testimoniavano il suo passato, la sua infanzia, i suoi ricordi di adolescente erano scomparsi e con essi era stata cancellata ogni prova che avesse mai avuto una vita a Gerusalemme, che avesse abitato in quella casa.

Sì, il museo, dedicato al dialogo, alla coesistenza, era la casa meravigliosa sottratta ad Andoni: nella brochure, nessuna traccia di chi l’aveva progettata, amata, abitata.

Il museo della coesistenza aveva saputo bene insabbiare la verità. 

Huda Al-Imam è l’altra grande voce a cui dà corpo Samir Amyn: 

Quando Huda, il 7 giugno 1967, vide il volto di suo padre inondato di lacrime perché gli era stato impedito di entrare nella sua casa di famiglia a Gerusalemme giurò a se stessa che non avrebbe dato il permesso a nessun israeliano di vivere in pace nella casa di suo padre. Ogni sabato, da quarantacinque anni, teneva fede al voto fatto. Si presentava davanti la sua abitazione, entrava nel giardino, e, immancabilmente, si lasciava arrestare dalla polizia chiamata dai nuovi occupanti. Ormai la polizia conosceva bene Huda, i giudici la conoscevano, e lei conosceva bene tutti i giudici. Ma continuava ad insistere: moderna Giovanna D’Arco, così la chiama Samir Amyn, guidata dalla sua ossessione, era pronta ad organizzare, bastava contattarla, ogni sabato dei tour in cui portava le persone, a volte interi pullman di turisti alternativi, a vedere le antiche case palestinesi. Tra quelle anche quella in cui aveva alloggiato Golda Meir, la madre per il popolo israeliano, l’Israele prepotente e bugiardo che aveva occupato una terra non sua. Huda non lasciava scorrere via, nei racconti con cui accompagnava le visite, che la Meir nel prendere possesso della “sua villa, si assicurò che la scritta araba fosse sabbiata per occultare il fatto che il Primo ministro di Israele abitasse in una casa araba”.

In Huda risuona tragicamente l’ossessione di non potersi fermare, perché, come precisa Samir Amyn, la maggior parte dei palestinesi, perseguitata dal passato e torturata dall’iniquità del presentenon può essere libera, perché è la Palestina ad occupare ogni pensiero:

Mi lascerai mai andare?

Per una vita

Un anno

Un mese

Un’ora

Un minuto

Anche solo un secondo

No”.

Giovanna Senatore

Giovanna Senatore: laureata in Filosofia, ha insegnato Storia e Filosofia nei licei classici; formatrice in corsi di aggiornamento per i docenti lungo due tematiche: la letteratura attraverso lo sguardo del pensiero femminista, l’uso dello spazio e del linguaggio teatrale. Ha guidato laboratori teatrali in qualità di esperta in vari istituti scolastici. Fonda l’associazione culturale “Le macchine desideranti” curando la regia di tredici spettacoli dove corpi e parole possano colpire nella loro nuda e secca forza. Ha curato laboratori di scrittura a partire da testi incrociati di scrittrici che hanno ricamato tessiture preziose. Venerdì 23 maggio, al teatro Bolivar di Napoli, va in scena il suo ultimo spettacolo “mai SUPPLICI”.

Émile Zola: “L’assommoir” (Rizzoli, trad. Luigi Galeazzo Tenconi), di Lavinia Capogna

Il sogno di Gervaise

Émile Zola (1840 – 1902) era un uomo sensibile, pieno di talento. 

Riuscì a farsi notare nel variegato mondo letterario parigino con le sue prime opere e vari articoli e nel 1870, a trent’anni, firmò con un editore un contratto che ben pochi scrittori avrebbero avuto il coraggio di accettare: scrivere venti romanzi in vent’anni e ci riuscì.

I venti romanzi, intitolati “I Rougon-Macquart. Storia naturale e sociale di una famiglia sotto il Secondo Impero” (Les Rougon-Macquart. Histoire naturelle et sociale d’une famille sous le Second Empire) pubblicati tra il 1871 e il 1893, prendevano a modello la “Commedia umana” di Balzac ma erano/sono assai diversi nello stile e nei contenuti.

 

Non è necessario leggerli in ordine cronologico, anche se i personaggi sono collegati fra di loro essendo discendenti della stessa famiglia.

Edmondo De Amicis, scrittore ligure autore del famoso libro “Cuore”, ha lasciato un resoconto prezioso di una sua conversazione con Zola nella quale l’artista francese (ma di padre italiano) gli svelava il suo modo di procedere nel lavoro (nota 1). 

Quando Zola aveva un’idea letteraria iniziava a fare un’indagine giornalistica sull’ambiente che intendeva descrivere. Se voleva descrivere un mercato, per esempio, stava tutta la giornata sul posto, prendeva appunti, annotava la topografia, le botteghe, guardava le persone, i modi di fare, di parlare, l’abbigliamento, i tessuti, i colori, faceva caso agli odori, ai dettagli. 

Man mano che il romanzo prendeva sempre più forma, con i suoi personaggi e i suoi eventi, quelle note meticolose gli servivano per essere fedele alla realtà.

Egli tracciava anche un’accurata descrizione delle psicologie dei personaggi. 

Era infatti vicino alla corrente letteraria del Naturalismo e a quella scientifica del Positivismo. Il Naturalismo rigettava le ombre inquietanti del gotico e del fantastico, gli abili ed ingenui stratagemmi letterari del feuilleton, la narrativa idealizzata e romantica borghese per concentrarsi obiettivamente sul popolo. Zola era un impetuoso socialista e nella vita un uomo riservato, timido, gentile (nota 2).

Il suo modo di scrivere era cinematografico ben prima che il cinematografo fosse inventato, nel 1895, dai Fratelli Lumière. Se fosse vissuto nel XX secolo sarebbe stato, molto probabilmente, un grande cineasta e non a caso fu un appassionato della nascente fotografia. 

Leggere i suoi libri vuol dire entrare in un mondo perduto, ma da lui così vividamente descritto, da farci quasi dimenticare il presente. 

Nel 1876 Zola incominciò a pubblicare su una rivista il settimo romanzo del ciclo sui Rougon-Macquart , intitolato “L’Assommoir”.

Lo scandalo fu enorme sia per la trama sia per il linguaggio (nota 3) e si dovette interrompere la pubblicazione. 

L’anno seguente venne pubblicato in volume ottenendo un grande successo e violente critiche. 

“L’Assommoir” era il nome di un’osteria di infimo ordine dove operai, disoccupati e disperati si stordivano con vino da poco prezzo, acquavite e assenzio. 

Spesso nelle versioni italiane si è lasciato il titolo originale che si può tradurre “l’ammazzatoio”. Qualche traduttore ha optato per “lo scannatoio”. 

Nel 1954 il regista René Clément ha realizzato un bel film dal romanzo intitolandolo “Gervaise”, come la sua protagonista, una scelta a mio avviso azzeccata. 

Gervaise era interpretata dalla bellissima e radiosa attrice austriaca Maria Schell che venne premiata al festival del cinema di Venezia. 

L’Assommoir è la storia, ambientata tra il 1850 e il 1877, di una giovane donna, Gervaise Macquart, la quale nonostante tutte le circostanze le siano negative e le persone contro, tenta di costruirsi una vita onesta e dignitosa. 

Gervaise è bionda, bella, un po’ claudicante, tenace ma anche arrendevole, non vuole deludere o scontentare nessuno ma il mondo in cui vive è iniquo e violento. 

Nata a Plassans, una città del sud immaginaria in cui lo scrittore ritrasse la natia Aix – en -Provence, ha avuto un padre violento con lei e con sua madre. Ha iniziato a lavorare come lavandaia da bambina e a 14 anni ha incontrato Lantier, un ragazzo piacente, in teoria cappellaio ma in realtà nullafacente, con il quale ha iniziato, senza sposarsi, una relazione sentimentale da cui sono nati due bambini, Claude e Étienne.

Il primo era già apparso brevemente come pittore ritrattista nel grande mercato parigino di Les Halles qualche anno prima nel romanzo “Il ventre di Parigi” e sarebbe ritornato come tormentato pittore protagonista nel romanzo “L’Opera”. 

Il secondo Étienne, sarebbe stato invece l’introverso minatore protagonista di “Germinal” (1883), altri due bellissimi romanzi di Zola. 

Gervaise avrà anche una figlia da Coupeau, suo secondo compagno e marito, un parigino loquace e furbetto lattoniere, cioè riparatore di grondaie: la bellissima Nanà, futura protagonista del romanzo omonimo e cortigiana nell’alta società parigina. 

Gervaise sogna una vita semplice: un compagno che le voglia bene, un lavoro onesto, una casa modesta ma con qualche mobile grazioso, vicino a sé i suoi figli che adora e che spera che diventino “brave persone”. Il suo sogno sembra realizzarsi quando riesce ad aprire, facendo tanti sacrifici, una bella tintoria. 

Zola scrive: “Il trasloco avvenne immediatamente. Nei primi giorni, Gervaise provava una gioia bambinesca quando attraversava la strada tornando da una commissione. Si attardava, sorrideva alla sua casa. Da lontano, in mezzo alla fila nera delle altre vetrine, il suo negozio le appariva tutto chiaro, di una allegria inedita, con la sua insegna azzurra, dove le parole: Blanchisseuse de fin (lavanderia rifinita) erano dipinte a grandi lettere gialle. Nella vetrina, chiusa sul fondo da piccole tende di mussola, tappezzata di carta blu per valorizzare il candore della biancheria, erano esposte camicie da uomo ed appesi cappelli da donna con i lacci annodati a fili di ottone. E lei trovava il suo negozio grazioso, color cielo. All’interno, si entrava ancora nel blu; la carta da parati, che imitava una decorazione stile Pompadour, raffigurava un pergolato sul quale si intrecciavano delle piante rampicanti” (nota 4). 

L’unico che ama veramente Gervaise è il bello e onesto fabbro repubblicano Goujen. Vi è tra di loro un innocente, quasi non confessato sentimento. 

Le conseguenze della povertà, le ingiustizie sociali, l’alcolismo, i maltrattamenti contro le donne, il lavoro minorile, la promiscuità sessuale sono i temi del libro che Zola descrive non con l’occhio del moralista ma con quello del serio reporter oltre che con quello, ovviamente, del grande artista.

Nonostante la drammaticità della trama, essa è molto avvincente, non mancano momenti pateticamente buffi come i popolani che vanno a vedere il Museo del Louvre, dopo il matrimonio di Gervaise, con i loro abiti sgargianti o una bonaria ironia tutta francese ma anche episodi scioccanti come l’ubriaco che massacra di botte la moglie, salvata da Gervaise e da un vecchio operaio. 

E non si può non provare una grande amarezza che questi temi, che per un attimo nel Novecento avevamo creduto relegati al secolo scorso (il 1800), siano tornati di nuovo in prima pagina. 

Lantier e Coupeau sono i due personaggi maschili del romanzo sul quale non si può dire altro per non svelare l’inconsueta trama, Virginie rappresenta invece una doppiezza femminile più sottile e subdola. 

Anche i personaggi minori del libro, del composito microcosmo che lo compone, sono indimenticabili: dalla vecchietta che cuce bambole per 13 soldi nella sua misera stanza alla madre di Goujen, ricamatrice che reagisce dignitosamente alla terribile disgrazia che l’ha colpita: il marito si è suicidato in carcere, così come gli operai che si incontrano nelle osterie dove bevono vino e sminuzzano nelle pipe tabacco da pochi centesimi (fumare insieme la pipa ha una valenza per gli uomini d’oltralpe che non c’è in Italia). L’ambiente è tipicamente parigino, ma una Parigi ingrata, difficile, quella delle antiche strade tortuose e cadenti dove le donne rovesciano secchiate d’acqua ed i monelli giocano eccitati e tante vicende umane si incrociano ogni giorno. 

“L’Assommoir” è un capolavoro che non ha perso dopo 150 anni il suo impatto emotivo: ci conduce in un mondo senza speranza e redenzione dal quale egli fa emergere il volto di una donna tra la folla. Sullo sfondo si percepisce una sobria, contenuta ma palpabile compassione. 

………

Nota 1) Edmondo De Amicis, Ricordi di Parigi, capitolo intitolato “Émile Zola”. 

Nota 2) ho dedicato un articolo alla vita di Zola, intitolato “Il coraggioso Émile Zola” nel mio saggio “Pagine Sparse – Studi Letterari” (2024). 

Tra le varie biografie (purtroppo non tradotte in italiano) assai gradevole quella del noto saggista francorusso Henri Troyat intitolata “Zola” (Livre de Poche) 

Scriveva Guy De Maupassant su Zola: “La sua vita è semplice, molto semplice. Nemico del mondo, del rumore, del trambusto parigino (…) Si alza presto e non interrompe il lavoro prima dell’una e mezza circa, per il pranzo. Si siede di nuovo al tavolo verso le tre e le otto, e spesso torna al lavoro anche la sera. In questo modo, per anni è riuscito, pur scrivendo quasi due romanzi all’anno a comporre un articolo quotidiano (…)” (1883). 

Nota 3) in relazione al linguaggio, elemento importante del romanzo” L’Assommoir”, Zola usa varie espressioni dell’argot parigino o idiomatiche che contribuiscono al realismo del testo.

Egli si servì di un dizionario dell’argot, che è un dialetto parigino le cui prime tracce risalgono al 1500 – inizialmente usato nell’ambiente del sottoproletariato e della malavita ma oggi comprensibile in tutta la Francia. 

Bisogna anche considerare che è difficile tradurre fedelmente le frasi di lessico specifico e minoritario di un’altra lingua: ci saranno sempre sfumature differenti. 

Nell’argot parigino come nel cockney londinese vi sono spesso delle espressioni colorite.

Il linguaggio del libro contribuì, oltre che la trama, ai grandi attacchi contro Zola della stampa borghese. 

In realtà la scelta stilistica di Zola era ineccepibile letterariamente: far parlare dei proletari del 1850 così come parlavano i borghesi sarebbe stato irreale.

Per verificare le traduzioni ho letto e confrontato l’edizione originale francese con alcune traduzioni passate e recenti. 

Personalmente, trovo quelle passate, come l’edizione Rizzoli, migliori perché nonostante alcune forme un po’ desuete, le parole e le frasi più audaci, pur mantenendo il loro significato, sono smorzate in confronto a quelle più recenti le quali, essendo eccessivamente volgari, sminuiscono il valore artistico del romanzo (in francese non suona così spinto). 

Nota 4) mia traduzione dal testo originale francese. 

Lavinia Capogna*

*Lavinia Capogna è una scrittrice, poeta e regista. È figlia del regista Sergio Capogna. Ha pubblicato finora otto libri: “Un navigante senza bussola e senza stelle” (poesie); “Pensieri cristallini” (poesie); “La nostalgia delle 6 del mattino” (poesie); “In questi giorni UFO volano sul New Jersey” (poesie), “Storie fatte di niente” , (racconti), che è stato tradotto e pubblicato anche in Francia con il titolo “Histoires pour rien” ; il romanzo “Il giovane senza nome” e il saggio “Pagine sparse – Studi letterari” .

E molto recentemente “Poesie 1982 – 2025”.

Ha scritto circa 150 articoli su temi letterari e cinematografici e fatto traduzioni dal francese, inglese e tedesco. Ha studiato sceneggiatura con Ugo Pirro e scritto tre sceneggiature cinematografiche e realizzato come regista il film “La lampada di Wood” che ha partecipato al premio David di Donatello, il mediometraggio “Ciao, Francesca” e alcuni documentari. 

Collabora con le riviste letterarie online Il Randagio e Insula Europea. 

Da circa vent’anni ha una malattia che le ha procurato invalidità.

Klaus Mann: “Fuga al Nord” (Castelvecchi, curatore Massimo Ferraris), di Lavinia Capogna

Klaus Mann e Johanna, tra amore e lotta politica

“Si era avventurata con Ragnar in una regione dove non c’era nulla, solo lei e lui; ora dipendeva completamente da lui. Ma poteva contare su di lui, su di lui e sul suo incomprensibile cuore?”

Klaus Mann (1906 – 1949) è stato uno dei più bravi scrittori tedeschi della prima metà del Novecento. Non gli fu di aiuto il fatto di essere figlio di Thomas Mann, celebre scrittore e Premio Nobel. Per quanto insensato sembrava inevitabile per i critici un ricorrente confronto con il padre a cui egli non aveva mai chiesto aiuto. In realtà erano/sono due scrittori molto diversi nei temi e nello stile: il tema principale che attraversa l’opera di Thomas Mann è il dissidio tra vita d’artista e vita borghese e quello di Klaus Mann è il tentativo di vivere, riuscito o meno, in una società alienata. 

Anche lui tentò di resistere e assai coraggiosamente per poi smarrirsi nell’oppio e nel suicidio, a soli 42 anni nel 1949 (*). 

Gay dichiarato quando non lo era nessuno, protagonista della vita culturale e mondana nella Repubblica di Weimar (1919 – 1932), Klaus Mann fu uno dei più impegnati antinazisti tedeschi. Nel marzo del 1933 scelse l’esilio a Parigi, poi ad Amsterdam ed infine negli Stati Uniti dove divenne cittadino americano e partecipò, non combattendo, alla Seconda guerra mondiale arrivando anche a Roma dove scrisse parte della sceneggiatura del film “Paisà” di Roberto Rossellini. 

Fondò anche due prestigiose riviste letterarie antifasciste a cui collaborarono parecchi scrittori e filosofi, tra i quali il nostro Benedetto Croce. 

A lungo rimosso anche in Germania, perché troppo scomodo (ancora non mancano articoli di reazionari contro di lui) è stato riscoperto negli anni ’70-’80, gli sono state dedicate alcune biografie e una piazza a Francoforte sul Meno, Klaus Mann Platz. 

Riguardo alla sua ampia opera letteraria c’è stato un grande ritardo da parte delle case editrici italiane. La sua bellissima autobiografia, “La Svolta”, venne pubblicata nel 1962 ma poi si dovette aspettare fino agli anni ’80 per poter leggere qualche altro suo libro tradotto sull’onda del successo del film “Mephisto”, tratto dal suo romanzo omonimo e Premio Oscar. 

“Fuga al nord” (Flucht in den Norden) pubblicato nel 1934 dall’editore Querido di Amsterdam (una stimata casa editrice che fu l’unica ad accettare i testi degli esuli tedeschi) è stato finalmento edito per la prima volta in Italia nel 2024 dall’editore Castelvecchi che sta portando avanti l’encomiabile iniziativa di pubblicare l’opera omnia dello scrittore (io lo avevo letto, tempo fa, in originale e l’ho riletto in questi giorni in questa edizione assai curata). 

Fu il primo libro di quella che viene denominata Exilliteratur (letteratura dell’esilio, 1933/1945). 

La maggioranza degli scrittori aveva infatti lasciato la Germania quando Hitler era andato al potere: Thomas Mann, Heinrich Mann, Bertolt Brecht, Erich Maria Remarque, Anna Seghers, Ernst Toller, Ludwig Renn, Oskar Maria Graf, Jacob Wassermann, i filosofi Theodor Adorno, Hannah Arendt, Walter Benjamin, il bulgaro Elias Canetti, gli austriaci Stefan Zweig, Joseph Roth e altri. 

Erich Mühsam venne invece ucciso in un campo di concentramento nel 1934.

La protagonista del romanzo è Johanna una ragazza tedesca ventenne, comunista, intelligente e vulnerabile, che ha appena lasciato la Germania grazie ad un passaporto falso. 

Ella raggiunge nella bianca e quieta Helsinki in Finlandia una sua amica e compagna di studi, Karen. 

Karen è una ragazza molto graziosa, dolce e ragionevole. 

Johanna pensa di fermarsi solo qualche giorno e poi di raggiungere i compagni a Parigi. 

La stessa sera del suo arrivo conosce Jens, uno dei fratelli di Karen, uno snervante, spudorato fascista che l’importuna mentre ballano insieme. 

Finalmente tornate a casa, Johanna racconta a Karen qualcosa della devastante realtà tedesca. Poi, inaspettatamente, le due ragazze fanno l’amore – che qui assume valore di un atto di conforto e di empatia piuttosto che sentimentale. Sarà l’unica volta – Karen, che è innamorata di Johanna e che già nella sua famiglia è sacrificata, le celerà abilmente la sua delusione. 

Ma c’è anche un segreto nella vita di Karen, qualcosa che lei non ha raccontato neppure a Johanna. 

Nella vasta tenuta di campagna della famiglia, Johanna incontrerà gli altri familiari e Ragnar, l’altro fratello di Karen, indolente, mutevole, affascinante, antifascista, che le presterà un libro di Rimbaud. Sarà l’inizio di un percorso emotivo, di un amore senza domani, di un oscillare tra il dovere etico dell’impegno e un desiderio di fuga e di oblio in sintonia con il viaggio, quasi iniziatico, che i due amanti faranno agli estremi confini del paese, tra splendidi boschi e laghi ma anche desolati villaggi lapponi.

Il Leitmotiv del libro è lo straniamento di Johanna di fronte al mondo che è andato in frantumi (le persone di una certa età che non riescono più a ritrovarsi, i suoi confusi e dignitosi genitori, la madre di Karen che vive del lontano passato quando la Finlandia faceva parte dell’Impero russo e si andava in vacanza sulla Costa Azzurra francese), la brutalità inaudita del nazismo, un mondo in cui tutti i valori si stanno disintegrando, in cui il suo amico Bruno è a rischio della vita, in cui si perde la patria (bellissimo il dettaglio dell’emozione che lei prova nel vedere casualmente dei libri tedeschi nella locanda). In cui, infine, l’amore stesso può essere conforto, come con Karen, ma anche annullamento, come con Ragnar. 

Ciò che ha attratto di più del libro nel tempo è stata la storia d’amore, piuttosto osé, tra Johanna e Ragnar ma in realtà esso descrive perfettamente la situazione politica senza essere mai didascalico. 

Lo stile è scorrevole, assai coinvolgente, intenso come un crescendo musicale, a tratti struggente, in qualcosa chiaroveggente (la lucidissima previsione della guerra che scoppierà cinque anni dopo). 

La trama si ispira ad una storia vera: Ragnar è un ritratto dell’avvenente Hans Aminoff con cui Klaus Mann aveva avuto una breve ma importante relazione sentimentale. Poco dopo Aminoff si era sposato. Egli era rimasto in contatto con Klaus Mann che aveva provato sentimenti di rimpianto, come si legge nei suoi “Diari”. 

Aminoff aveva anche acquistato tutte le copie di “Fuga al nord” nelle librerie di Helsinki temendo di essere riconosciuto (apparteneva ad una famiglia nobile assai nota nel paese). 

A Johanna invece aveva dato i tratti della sua amica Annemarie Schwarzenbach, bionda e delicata scrittrice svizzera.

(*) Per chi volesse approfondire le opere e la vita di Klaus Mann suggerirei il mio articolo “Klaus Mann e l’integrità intellettuale”, che si trova nel mio libro “Pagine Sparse – Studi letterari”. 

Nota: da “Fuga al nord” è stato tratto nel 1986 un film discontinuo diretto dalla regista finlandese Ingemo Engström.

Lavinia Capogna*

*Lavinia Capogna è una scrittrice, poeta e regista. È figlia del regista Sergio Capogna. Ha pubblicato finora sette libri: “Un navigante senza bussola e senza stelle” (poesie); “Pensieri cristallini” (poesie); “La nostalgia delle 6 del mattino” (poesie); “In questi giorni UFO volano sul New Jersey” (poesie), “Storie fatte di niente”, (racconti), che è stato tradotto e pubblicato anche in Francia con il titolo “Histoires pour rien” ; il romanzo “Il giovane senza nome” e il saggio “Pagine sparse – Studi letterari”.

Ha scritto circa 150 articoli su temi letterari e cinematografici e fatto traduzioni dal francese, inglese e tedesco. Ha studiato sceneggiatura con Ugo Pirro e scritto tre sceneggiature cinematografiche e realizzato come regista il film “La lampada di Wood” che ha partecipato al premio David di Donatello, il mediometraggio “Ciao, Francesca” e alcuni documentari. 

Collabora con le riviste letterarie online Insula Europea, Stultifera Navis e altri website. 

Da circa vent’anni ha una malattia che le ha procurato invalidità.