Antonello Di Pinto: “Caravaggio. Il portale per arrivare a Dio” (Curcio, 2024), di Elena Realino

Ma cos’è la felicità? Sono mai stato felice io? Sarò mai felice, un giorno? Se è quella sensazione boriosa che provo quando dipingo, allora lo sono, ma solo in parte, perché poi, quando termino un quadro cado di nuovo nelle fauci della tristezza. . .

Per gli appassionati dell’arte e della pittura questo di Antonello Di Pinto è un romanzo imperdibile: Caravaggio, Il portale per arrivare a Dio oltre a farci ripercorrere la vita del pittore ci fa inoltrare nei meandri della sua psiche, e questo credo che sia per un cultore di questo artista tutto ciò che si può desiderare di incontrare in un libro a lui dedicato; altresì vale per coloro che si accostano a lui per le prime volte, così che Caravaggio può rivelarsi loro in tutta la sua essenza.

La narrazione della vita di Caravaggio si svolge attraverso dei flashback e dei rimandi alle esperienze da lui vissute, rievocate mentre si trova nel letto di un sanatorio al termine della sua vita: tra crisi di tormento e delirio Caravaggio passa in rassegna vari momenti che vanno dall’infanzia al periodo della produzione artistica svolta a Roma (periodo centrale e dominante nella sua vita) per continuare poi con gli ultimi anni del periodo napoletano e finire col soggiorno a Malta e Siracusa. È proprio durante questa attività mentale sul letto di morte che conosciamo il suo lato umano, le cogitazioni di quei momenti sono rivelatrici di un io segreto e profondo.

Il lettore riesce ad avere l’immagine del Caravaggio uomo anche attraverso il Caravaggio pittore, e infatti nel libro la coscienza dell’artista viene esaminata proprio attraverso l’analisi delle sue opere. Di Pinto prende in considerazione il contesto in cui Caravaggio lavora a quella data opera, il luogo, lo spazio, i modelli umani utilizzati e pure i sentimenti da lui provati: è il quadro stesso a rivelare quale moto d’animo muoveva il dito del pittore in quel momento. Solo alcuni esempi: il ritratto de Il ragazzo con canestra di frutta rivela il profondo legame che univa Caravaggio a Mario Minniti, e nello sguardo di Santa Caterina d’Alessandria si riflette il nobile amore del pittore verso la cortigiana Fillide Melandroni in posa per lui.

La rivelazione dei motivi dell’animo del pittore è mediata proprio dai soggetti rappresentati, dai modelli in presa diretta, scelti da Caravaggio fra gli umili e i miserabili: scende in strada, li chiama, li fa entrare nel suo stanzone lercio ma a lui funzionale e poi fornisce un piccolo compenso che a loro serve per sopravvivere a una vita di stenti, mentre al pittore questo contributo è servito a raggiungere quello che lui vuole sia lo scopo della sua arte, ovvero realizzare la vera natura delle cose. “Egli aveva superato la lezione di Paterzano e dei manieristi lombardo-veneti, non era più necessario arrancare nella conoscenza alla ricerca del bello ideale: il bello era lì davanti e non c’era nient’altro da fare che scattare un fermo immagine: click! Il resto lo aveva già fatto Dio.”

Quel Dio tanto anelato da Caravaggio che lui riesce finalmente a riconoscere nei visi di quegli umili: sono loro a costituire l’accesso per arrivare a Dio. Il libro esplora questa dimensione spirituale in rapporto ai dipinti e alla realtà resa da questi dipinti, la cui essenzialità e sobrietà è interpretata proprio come ricerca di Dio: l’entità divina non si nasconde nei fronzoli di un’opera ampollosa, bensì si palesa nelle cose o persone ordinarie, portatrici di un’energia profonda e pura. Forse è anche per questo che più volte nel libro ci sono dei malinconici riferimenti alla condanna a morte per eresia di Giordano Bruno, la cui visione panteistica supponeva che Dio è vivo e presente in ogni cosa, il Creatore vicino alla sua Creazione. Questo e altri riferimenti relativi al periodo dell’Inquisizione e della Controriforma denotano il pensiero e i sentimenti di Caravaggio al riguardo. È il periodo del fanatismo religioso promosso in Italia al fine di rilanciare la dottrina cattolica e contrastare il pensiero luterano. Erano numerose le commissioni per diverse chiese che necessitavano di immagini per promuovere la Controriforma. La Morte della Vergine di Caravaggio fu rifiutata dalla committenza religiosa: come modello della Santa Vergine Caravaggio scelse una prostituta annegata nel Tevere, dunque utilizzò come modello un cadavere vero e proprio dovendo rappresentare la Vergine defunta. Questo spiega forse il suo ventre gonfio, ripieno ancora dell’acqua del Tevere. Insomma, tutto decisamente più profano che mistico.

I pregiudizi dell’Italia della Controriforma erano sicuramente in antitesi con la vita di strada di Caravaggio divisa tra osterie, risse e campi di pallacorda. Eppure anche in questo caso c’è una sorta di riabilitazione della figura di ‘pittore maledetto’ all’interno del romanzo: pur rappresentato nella sua irascibilità e sfrontatezza, Caravaggio è convettore di pulsazioni profonde e genuine, e nella sfida tra amore e odio che avviene in lui, a farla da padrone è un’eterna sofferenza.                                        

Rimane comunque la raffigurazione di un Caravaggio indiscreto e poco moderato, a tratti insolente, anche quando si tratta di avere a che fare con personaggi illustri dell’epoca, e questo emerge con molta evidenza dal suo linguaggio, dal modo in cui si esprime, gretto e scurrile.

Il libro si conclude con l’interessante esperienza da parte di Antonello Di Pinto del ritrovamento del dipinto Ecce homo in una Casa d’aste, che lui intercetta e riconosce come opera caravaggesca, o come un Caravaggio, appartenenza confermata poi da Vittorio Sgarbi, che peraltro cura l’introduzione del volume. Questo spazio dedicato s’intitola: La vera storia del Caravaggio ritrovato. 

Infine, è molto affascinante leggere della smania che aveva Caravaggio per le fonti di luce, così essenziali per la resa dei suoi dipinti, dove alcuni dei personaggi emergono come dal buio, e tra le ombre riflettono una sorgente luminosa. “Lavorare sotto un lucernario lo isolava da tutto il resto, era come se riuscisse in qualche modo a fermare la macina del tempo: con lo spazio circostante scuro e incerto, il dramma diventava più evidente e i soggetti assumevano pose più intense, teatrali, solenni. Tutto rimaneva bloccato in quel fermo immagine, in quel fotogramma senza tempo, indelebile, ignaro che sarebbe stato ricordato nei secoli dei secoli.”

Elena Realino*

*Elena Realino, è nata a Castrovillari, in provincia di Cosenza. Studia le pagine della letteratura con passione e spirito critico. Impegnata nel sociale, laureata in Lingue e Culture Moderne all’Unical. Crede che lo studio delle letterature straniere possa essere la chiave di accesso alla società poliedrica in cui viviamo e possa accorciare le distanze rispetto a realtà e mondi altrimenti ignoti o poco conosciuti.

                                                                                                                              

 

Marco Malvaldi e Samantha Bruzzone: “Chi si ferma è perduto” (Sellerio), di Carlotta Lini

“Quando il crimine è una questione di naso” 

Nel borgo toscano in cui tutti sanno tutto di tutti – o credono di saperlo – c’è chi porta il mistero in cucina e chi, invece, lo trova nascosto fra le note di una melodia interrotta. Serena Martini è una donna qualunque. O meglio, lo sembrerebbe: casalinga, chimica, madre e moglie. Ma guai a sottovalutarla. Perché Serena, quando fiuta qualcosa che non torna, non si ferma. E soprattutto, non è perduta.

Nel romanzo firmato dalla vincente coppia Malvaldi-Bruzzone, ci immergiamo in una storia dal tono brillante e mai banale, un giallo che cammina sui tacchi della commedia e inciampa volutamente nel paradosso. Una lotta contro le stereotipie di genere, condita da un’ironia pungente e per niente sottile, che pone il lettore in un’immediata condizione di spensieratezza e leggiadria. Ma solo in apparenza.

Tutto comincia con un cadavere: il professor Caroselli, insegnante di musica in una scuola religiosa, viene trovato morto. Non è solo un caso da archiviare. C’è odore di veleno, e non solo in senso chimico. A fiutare il crimine è Serena, dotata di un olfatto straordinario e di un’ironia ancora più affilata. Accanto a lei, la sovrintendente Corinna, poliziotta concreta, altissima e con una pazienza vacillante. Per sua fortuna orgoglio e tenacia hanno sempre la meglio.

Insieme, le due danno vita a un’indagine che è anche un percorso nella quotidianità più farsesca del nostro paese: conventi schiacciati dai segreti, paesani impiccioni, vizi nascosti e una provincia che osserva, commenta, giudica.

La forza del romanzo sta nell’intreccio che diverte ma non distrugge la tensione, e in una scrittura che si affida al dialogo per definire il ritmo e i personaggi. C’è qualcosa di leggero, ma non superficiale. Di irriverente, ma non cinico.

“Chi si ferma è perduto” non è solo un giallo. È un invito a osservare più da vicino, a ridere anche quando si indaga sul serio, a prendere sul serio anche ciò che sembra ridicolo. Un libro che ci ricorda che l’intelligenza femminile – non urlata, non imposta, ma esercitata con metodo e intuito – può fare la differenza. Anche, e soprattutto, nelle pieghe della normalità. E in una realtà così fatiscente, la Dottoressa Serena Martini è la protagonista di cui non sapevamo di avere bisogno.

Carlotta Lini

Carlotta Lini è laureata in Lingue e Letterature Straniere e si occupa di contenuti editoriali, lettura professionale e comunicazione culturale. Dopo un’esperienza significativa nel mondo della moda e dell’imprenditoria creativa, si è dedicata alla scrittura e alla consulenza editoriale. Cura il blog I Need a Book – The Thrill of Literature, in cui approfondisce la letteratura classica e contemporanea attraverso recensioni, rubriche e interviste d’autore. Collabora con progetti editoriali e culturali, con uno sguardo attento alla parola e alla qualità dei contenuti. Per lei, leggere è una fortuna, non un semplice passatempo. È una ricchezza intima, personale, inalienabile. Un piccolo miracolo che possiamo compiere ogni giorno, sfogliando una pagina dopo l’altra, e scoprendo — ogni volta — che le parole sanno ancora sorprenderci. 

Appunti sul Maestro e Margherita pensando al Faust di Goethe, di Maurizia Maiano

Esco, anzi non so se ne sono uscita, da una full immersion ne “Il maestro e Margherita”. Ho provato le stesse sensazioni della lettura di Celine “Viaggio al termine della notte”, le stesse sensazioni di quando vedo un film di Tarantino o un cartone animato della nuova serie Walt Disney, inaugurata dalla famosa fiaba tratta dalle “Mille e una notte” Aladin, e i film di HarryPotter.

Diavoli e streghe, anime buone ed anime cattive, streghe che volano sulle scope lanciandosi dalle finestre, maghi orribili e dagli occhi infuocati che provano ogni tipo di sortilegio: realismo magico, funzione e simbolo di qualcosa per un riferimento al reale nella Russia confusa tra borghesia e comunismo degli anni di Stalin.

E’ una riflessione sul potere politico per dimostrare che mai nulla cambia e che si può governare in modo giusto solo conservandone una tale consapevolezza. “L’uomo nella sua tensione oscura è sempre cosciente della retta via” canteranno gli angeli quando Mefisto, nel Faust di Goethe, penserà di aver conquistato la sua anima. E’ una riflessione sull’arte e sugli artisti, sull’Arte in un regime non certo libertario ma anche sugli artisti che guardano spesso solo ai propri vantaggi economici e per i quali, spesso, l’Arte non è un fine ma un mezzo. Il tutto descritto quasi come in un cartoon: biglietti da 10 rubli che volano e che diventano carta straccia, il gatto Behemot che parla e che acquista un biglietto sul tram confondendo tutti e, così facendo, abbattendo i limiti tra razionale e irrazionale, il tutto in una Russia della rivoluzione realista e materialista.

La cosa più strana di questo libro è stata che pur avendolo avuto davanti agli occhi non pensavo che avesse come riferimento la Gretchen e il Mefisto di Goethe. Erano due figure che conoscevo e non era la Margarethe abbandonata da Faust ma una Gretchen che farà un patto col diavolo pur di riavere Faust. E’ lei che cerca di salvare l’opera del Maestro, “Ponzio Pilato”, dal critico Latunskij, una critica becera che non coglie il vero messaggio dell’opera perché si ferma alla superficie delle cose senza comprenderla nel profondo.

L’opera di Bulgakov è una polifonia a cui fa da sottofondo l’amore tra il Maestro e Margherita: “Fui colpito non tanto dalla sua bellezza, quanto dalla straordinaria, mai vista solitudine nei suoi occhi! Ubbidendo a quel richiamo giallo, anch’io svoltai nel vicolo e la seguii. Camminavamo in silenzio lungo il vicolo triste e storto, io da un lato, lei dall’altro. E si figuri che non c’era anima viva. Mi tormentavo perché mi sembrava che fosse necessario parlarle, e temevo che non sarei riuscito a pronunciare neppure una parola, e lei se ne sarebbe andata, e non l’avrei mai più rivista. E s’immagini, a un tratto fu lei a parlare: – Le piacciono i miei fiori? Mi ricordo chiaramente il suono della sua voce, alquanto bassa, ma con brusche variazioni di tono, e – è sciocco, lo so – parve che un’eco risuonasse nel vicolo e si ripercuotesse nel muro giallo e sporco. Passai in fretta sull’altro marciapiede e, avvicinandomi a lei, risposi:- No. Mi guardò sorpresa, e, di colpo, in modo del tutto inatteso, sentii che per tutta la vita avevo amato proprio quella donna! Che storia, eh? Lei dirà, naturalmente, che sono pazzo.” E’ andata proprio così, fu lei a parlare. Una storia bellissima e di un amore incondizionato che si staglia con irruenza e dolcezza nella Mosca di Stalin, nella Russia che aborre Dio e che nulla aveva capito di ciò che Jeshua predicava.

Maurizia Maiano

Maurizia Maiano: Sono nata nella seconda metà del secolo scorso e appartengo al Sud di questa bellissima Italia, ad una cittadina sul Golfo di Squillace, Catanzaro Lido. Ho frequentato una scuola cattolica e poi il Liceo Classico Galluppi che ha ospitato Luigi Settembrini, che aveva vinto la cattedra di eloquenza, fu poeta e scrittore, liberale e patriota. Ho studiato alla Sapienza di Roma Lingua e letteratura tedesca. Ho soggiornato per due anni in Austria dove abitavo tra Krems sul Danubio e Vienna, grazie a una borsa di studio del Ministero degli Esteri per lo svolgimento della mia tesi di laurea su Hermann Bahr e la fin de siècle a Vienna. Dopo la laurea ritorno in Calabria ed inizio ad insegnare nei licei linguistici, prima quello privato a Vibo Valentia e poi quelli statali. La Scuola è stato il mio luogo ideale, ho realizzato progetti Socrates, Comenius e partecipato ad Erasmus. Ho seguito nel 2023 il corso di Geopolitica della scuola di Limes diretta da Lucio Caracciolo. Leggo e, se mi sento ispirata e il libro mi parla, cerco di raccogliere i miei pensieri e raccontarli.

Romain Gary: ‘’La vita davanti a sé’’ (Neri Pozza, trad. Giovanni Bogliolo), di Maurizia Maiano

Madame Rosa aveva fatto la vita, era ebrea e per poco non era stata sterminata ad Auschwitz. Ora si prendeva cura dei bimbi delle amiche prostitute, li accudiva in cambio di un assegno che ogni tanto qualcuno le mandava. Nella sua casa viveva Momò, Mohanmmed, un ragazzino d’origine musulmana, col quale Madame Rose aveva un rapporto particolare, lei ebrea e lui arabo. Momò una volta aveva buttato 500 franchi in un tombino e Madame Rosa lo aveva portato dal Dottor Katz che, noto agli arabi e agli ebrei per la sua pietà cristiana, curava tutti dalla mattina alla sera ed anche più tardi. Momò andava volentieri dal Dottor Katz, perché era l’unico posto dove veniva esaminato come se si trattasse di qualcosa di importante. Gli raccontavano che forse il padre era stato ucciso durante la guerra d’Algeria ed era una cosa bella e importante, ma Momò aggiungeva che avrebbe preferito avere un padre invece che un eroe.

Non riusciva a capire perché non l’avessero voluto a scuola. Madame Rosa così gli raccontava che era troppo vecchio per la sua età e poi ancora che forse era troppo giovane per la sua età e infine perché non aveva l’età giusta e così anche per questo lo aveva portato dal Dottor Katz che gli fu presentato come molto diverso, come un grande poeta. Tutto questo si svolgeva nella periferia di Parigi, la Banlieu, nome che in francese suona proprio elegante e distinto, quasi un po’ snob. Eppure qui vivevano neri che non avevano identità perché non sono francesi come i neri americani e la polizia non si occupa di loro perché non hanno un’esistenza. Madame Rosa gli raccontava spesso dei nazisti e delle SS, aveva sempre paura quando qualcuno scampanellava alla porta, Momò era molto dispiaciuto di essere nato troppo tardi per poterli conoscere, almeno allora si sapeva perché bussavano alla porta. Gli ebrei sono delle persone come le altre ma non bisogna avercela con loro. Madame Rosa stava invecchiando e diceva sempre che gli incubi sono i sogni di quando si è giovani, mescolava tutte le lingue della sua vita e parlava spesso in polacco, che era la lingua più remota, perché nei vecchi la cosa che resiste di più è la loro giovinezza.

Momò pensava che il Signor Hamil, che vendeva tappeti, avrebbe potuto sposare Madame Rosa, si sarebbero potuti deteriorare insieme che è una cosa che fa sempre piacere. A frequentare la casa di Madame Rosa c’era anche Madame Lola, batteva al bois de Boulogne come travestito. Aveva solo 35 anni e ancora molto successo davanti a sé, portava sempre cioccolata e salmone affumicato. Madame Rosa iniziava a stare male e la gente diventava sempre più gentile con lei, ma non è mai un buon segno. Così alcuni amici le fecero fare un giro alle Halles, le faceva piacere rivedere i ponti ed i marciapiedi dove aveva battuto, sentiva di aver fatto il suo dovere e questo le risollevava il morale. Il signor Woloumba diceva che i vecchi e le vecchie non servono più a niente, non sono di pubblica utilità, così si lasciano vivere. In Africa sono agglomerati per tribù e sono molto ricercati per quello che possono fare da morti. In Francia non ci sono tribù a causa dell’egoismo, la Francia, dice, è stata detribalizzata ed è per questo che ci sono delle bande armate che si sostengono a vicenda per fare qualcosa.

Madame Rosa non voleva andare in ospedale. Lì, diceva, avrebbe subito solo delle sevizie per impedirle di morire, hanno una faccenda che si chiama Ordine dei medici che è fatto apposta per questo, non vogliono concedere il diritto di morire per non creare dei privilegiati. Un giorno si presentò un certo Kadir Youssef, era venuto a cercare suo figlio Mohammed. Kadir raccontava che una volta era ben noto alla polizia ed era scritto perfino nel giornale, aveva ucciso la moglie, l’amava alla follia e non poteva vivere senza di lei. Kadir non era responsabile, ed aveva anche dimenticato, lo avevano riconosciuto i migliori medici francesi. Ora voleva, almeno, riabbracciare suo figlio. Madame Rosa non gli indicò Momò ma l’altro ragazzino Moise; Kadir, allora, si alzò furioso: “E’ un nome ebreo”, la salute non gli permetteva di avere un figlio ebreo. Madame Rosa voleva sapere da Kadir se fosse sicuro di non essere ebreo e Kadir la rassicurava di essere perseguitato senza essere ebreo, gli ebrei non hanno certo il monopolio.

Madame Rosa aveva cresciuto Moise, il bimbo ebreo, come un musulmano e Momò come ebreo ed aggiungeva che quando non si vede un figlio per 11 anni si deve accettare di correre il rischio che possa diventare ebreo… Intanto Madame Rosa peggiorava e Momò chiese al dottor Katz cosa si potesse fare per abortirla, ma il Dottor Katz si prese la testa tra le mani aggiungendo che in un paese civile l’eutanasia è punita dalla legge. Madame Rosa sarà accompagnata nel suo cantuccio ebreo e Momò le starà sempre accanto fino a quando non si guasterà ed userà tutti soldi che Madame Lola gli aveva regalato per comprare tutti i colori per pitturarla e per nascondere le leggi della natura anche se lei continuava a guastarsi maledettamente perché non c’è pietà e quando sfondarono la porta, per vedere da dove veniva il fetore, lo trovarono accanto a lei, non si può vivere senza nessuno da amare.

Finisce così la storia d’amore tra Madame Rosa e Momò e non poteva essere raccontata in modo migliore. Un amore tra una mamma ebrea ed un bambino arabo. Un bambino che guarda il mondo con gli occhi di un “nouvel” Emile dalla Banlieu di Parigi. In quel mondo, dove tutto è apparentemente promiscuo e senza alcun rispetto delle regole, Momò cresce libero da ogni convenzione sociale perbenista di cui proprio non sa. E’ Romain Gary, anima sofferta, che attraverso l’uso ingenuo e per niente manipolato o pensato di espressioni e modi di dire correnti, usati distrattamente in contesti inusuali, e nei modi inappropriati di come solo un bambino sa fare, ne rivela ogni contraddizione e assurdità. L’immagine di Madame Rosa, che non era stata sterminata per sbaglio, solleva un sorriso amaro, metafora di un destino che mai possiamo cambiare a piacimento. Madame Rosa, la donna di vita, quasi una Madre Teresa che si prende cura dei bambini non necessari, rivela le contraddizioni di una vita in cui il male e il bene, il morale e l’immorale convivono e sempre se sia giusto esprimere un giudizio su ciò che riteniamo bene e male perché anche sulla “pietà cristiana” del Dottor Katz musulmani e ebrei possono trovarsi d’accordo. Così come l’incubo e il sogno sono solo un cambio di prospettiva, dipende dall’età. E nessuno può arrogarsi il diritto di avere il “monopolio” di qualunque cosa, fosse anche l’essere perseguitato, esso appartiene a tutti gli uomini in quanto genere umano. Se uno non vede un figlio per undici anni non può che correre il rischio che diventi ebreo, l’ebreo simbolo dell’escluso, abitante moderno del ghetto della Banlieu parigina. Infine Gary sferra l’ultimo assalto ad una società che riconosce l’aborto ma non l’eutanasia, perché si fonda sui principi di una società civile e alla natura matrigna il piccolo Momò non potrà impedire di continuare l’opera di disfacimento sul volto di Madame Rosa. E’ una storia raccontata in modo poeticamente disarmante, è la descrizione di un mondo dove il bello sembra non esserci più ed attraverso ciò che è apparentemente brutto si affaccia la bellezza e la verità dell’esistenza. Mi è piaciuto tanto.

Romain Gary di famiglia ebrea, nasce a Vilnius in Lituania nel 1914 e morirà a Parigi nel 1980, è un figlio straniero della Francia. Così egli definisce se stesso e la sua scrittura: “Le mie radici letterarie sono un incrocio di razze, io sono un bastardo e tiro fuori la sostanza nutritiva della mia ‘bastardaggine’ nella speranza di fare qualcosa di nuovo, di originale. D’altra parte ciò non mi richiede molto: mi è naturale, è naturale, è la mia natura di bastardo, che per me è una vera benedizione sul piano culturale e letterario. Ecco perché alcuni critici tradizionalisti vedono nella mia opera qualcosa di estraneo”. Gary riproduce nella lingua scritta un modo di raccontare che è quello della lingua informale parlata, di cui ne segue le pause che accompagna all’ingenuità del raccontare di un bambino, come Momò, che niente sa del mondo ed è per questo che ne coglie le contraddizioni. “Gary è un prestigiatore, un illusionista del francese parlato e scritto, un clown lirico che mischia ogni linguaggio e ne inventa continuamente di nuovi”. Tanti i personaggi dei suoi libri che dovremmo conoscere e leggere: il Luc de “Le grand vestiaire”, il Momo de “La vita davanti a sé” (un capolavoro che ci ha fatto piangere), il Jean de “L’angoscia del re Salomone”. La lingua si mescola ai sentimenti rendendoli vivi attraverso quella tipica forma brechtiana di “straniamento” che raccontando osserva i personaggi facendo diventare il lettore consapevole di un mondo che non funziona tanto bene. Il narratore diventa un narratore ‘onnisciente’ a cui nulla sfugge in ciò che si nasconde nelle pieghe insidiose della realtà. Gary è contro le “Nouveau Roman”, che respingeva il personaggio e la storia, ma anche contro il romanzo classico, contro Kafka, Céline, Sartre e persino l’amato Camus. Un romanzo che gli appare costringere il lettore ad una visione totalitaria e claustrofobica del mondo, incapace di riflettere, di mettersi in discussione per scioglierne le contraddizioni.

Maurizia Maiano

Maurizia Maiano: Sono nata nella seconda metà del secolo scorso e appartengo al Sud di questa bellissima Italia, ad una cittadina sul Golfo di Squillace, Catanzaro Lido. Ho frequentato una scuola cattolica e poi il Liceo Classico Galluppi che ha ospitato Luigi Settembrini, che aveva vinto la cattedra di eloquenza, fu poeta e scrittore, liberale e patriota. Ho studiato alla Sapienza di Roma Lingua e letteratura tedesca. Ho soggiornato per due anni in Austria dove abitavo tra Krems sul Danubio e Vienna, grazie a una borsa di studio del Ministero degli Esteri per lo svolgimento della mia tesi di laurea su Hermann Bahr e la fin de siècle a Vienna. Dopo la laurea ritorno in Calabria ed inizio ad insegnare nei licei linguistici, prima quello privato a Vibo Valentia e poi quelli statali. La Scuola è stato il mio luogo ideale, ho realizzato progetti Socrates, Comenius e partecipato ad Erasmus. Ho seguito nel 2023 il corso di Geopolitica della scuola di Limes diretta da Lucio Caracciolo. Leggo e, se mi sento ispirata e il libro mi parla, cerco di raccogliere i miei pensieri e raccontarli.

Cristina Peri Rossi: “Il museo degli sforzi inutili” (Edizioni SUR, 2025), di Rita Mele

“La vita è un puzzle di tanti pezzi, sparsi. E noi, gli ingegneri, cerchiamo di selezionarne alcuni, di configurare un significato, una struttura, una forma di senso. Con gli indizi che propongo, se il lettore è interessato, si può mettere insieme una presunta biografia. Sono nata a Montevideo, in Uruguay, il 12 novembre 1941 (La città di Luzbel). Ero una bambina curiosa, che credeva che la conoscenza fosse potere, e decise di indagare, da sola, tutto ciò che è umano e divino (La ribellione dei bambini, Il pomeriggio del dinosauro). In seno alla mia famiglia (emigranti italiani arrivati nella Terra Promessa, oltre il Sud) ho imparato molto sulle passioni e sulle delusioni: una famiglia è un microcosmo (Il libro dei miei cugini). Ho studiato musica e biologia, ma mi sono laureata in Letterature comparate: la fantasia mi sembrava un territorio più affascinante di quello delle leggi fisiche. Ero romantica prima di sapere cosa fosse il Romanticismo; amavo le rovine, i giorni di pioggia, le passioni morbose, l’intensità. Quando ero piccola, i miei zii mi portavano al porto a vedere le navi salpare. Mi innamorai di quelle balene bianche, senza sapere che un giorno, all’età di ventinove anni, una nave italiana (perfetta geometria di origine e di esito) mi avrebbe portato in esilio, in Spagna. L’esilio è stata un’esperienza lunga, dolorosa, totalizzante, che non cambierei con nessun’altra… Il mio paesaggio preferito: l’Europa dopo la pioggia…I prossimi paesaggi saranno nuovi.” (tratto dal catalogo della mostra Cristina Peri Rossi: La nave dei desideri e delle parole. Omaggio al  Premio Cervantes 2021,  organizzata dal Ministero della Cultura e dello Sport spagnolo e dall’Università di Alcalá).

Come poter rinunciare a questo panoramico puzzle della vita di Cristina Peri Rossi? Perché cercare altre parole se già da queste si sprigionano gli umori poetici e letterari di una scrittrice che, per nostra fortuna, viene riportata in Italia dalla casa editrice SUR, dopo 28 anni dalla prima traduzione italiana, curata già da Vittoria Spada per Einaudi. Nel 1983, a 42 anni, Cristina Peri Rossi ha scritto El museo de los sfuerzos inutiles pubblicato in Spagna, a Barcellona, la città da lei scelta nel 1972 per il suo esilio volontario, dove ancora oggi, a 84 anni, vive continuando a considerare la letteratura, la sua patria. Bisnonni genovesi emigrati a Montevideo, è figlia di Ambrosio Peri, operaio in una azienda tessile, che muore quando lei è bambina e Julieta Rossi, maestra. Da gennaio 2025, Il museo degli sforzi inutili, edito nella Collezione SUR, per chi non lo avesse letto in lingua originale o tradotto, ci dà una seconda chance di visitarlo e immergersi nelle atmosfere sospese scolpite da parole taglienti come una lametta Gillette e lenite dal balsamo di altrettante parole umoristiche, oniriche, ironiche, allegoriche, malinconiche e passionali. Trenta racconti in centosessantanove pagine, rappresentano una preziosa occasione per i lettori randagi che invitiamo a scoprire o ritrovare la spiazzante contemporaneità di una scrittrice più che mai in risonanza con le ambiguità, le paure, le insidie, i sogni, i troppo vuoti e i troppo pieni delle nostre esistenze. Non tutto è come sembra ci dicono i personaggi dei racconti di Peri Rossi, ognuno di loro mostra e allo stesso tempo nasconde e ci sollecita, per questo, a scoprirlo, indagarlo, osservarlo, proprio come quando, visitando un museo, tra gli strati e la giustapposizione di oggetti, scorgiamo il senso o il non senso delle storie che sembrano raccontare e che, a ben guardare, sono forse le nostre. Storie pennellate e delicate al limite del metafisico o surreale, giochi di trasparenze che sembrano offuscarsi bruscamente in epiloghi che ci interrogano. Osando chiedere un prestito letterario e cinematografico, con i dovuti distinguo, è alla raccolta di fiabe Lo cunto de li cunti del napoletano Gianbattista Basile e al film Il Racconto dei racconti del regista Matteo Garrone che accosterei la tensione costante, fantastica e irrisolta dei racconti di Caterina Peri Rossi. Anche lei, come loro, ne fa una questione puntuale di stile, di lingua, di sguardo, di immaginario avvicinandosi alla struttura della fiaba senza per questo arrivare a toccare tutte le parti, e non sempre in sequenza ordinata, della Morfologia della fiaba del linguista russo Propp (Equilibrio introduttivo, Rottura dell’equilibrio iniziale, Azioni dell’eroe, Ristabilimento dell’equilibrio). Peri Rossi ci offre la sua versione del meraviglioso anche quando arriva allo scacco finale delle storie o da quello parte per sorprendenti ribaltamenti. Il racconto è stato sin dall’inizio della sua esperienza giovanile di scrittrice, uno dei suoi generi preferiti, pur tornando spesso al romanzo senza scadere, come afferma in alcune interviste, all’eccesso di romanticismo, da cui si ritiene indenne per la sapiente alchimia di ironia, umorismo e tenerezza. Pragmatica e sognatrice allo stesso tempo, proprio come l’autrice stessa descrive Barcellona, la sua città adottiva; ossessiva quanto basta per preservare la pulsione e non l’oggetto della passione, come ha dichiarato a proposito della sua passione per l’esilio, scelto a ventidue anni per sfuggire alla dittatura uruguaiana, sostituito con un’altra dittatura, quella dell’amore.

Prima di partire per l’autoesilio, a Montevideo, aveva pubblicato due racconti, un romanzo e una raccolta di poesie erotiche, Evohé, che aveva scandalizzato la pudica società uruguaiana al punto che la dittatura la proibì. Da allora Montevideo è stata cancellata dalle sue geografie. Oggi, superati gli ottanta, Caterina Peri Rossi sta vivendo una rinascita nella sua carriera e non solo da noi in Italia: nel 2014, Estuario Editora ha iniziato a recuperare le sue opere in Uruguay e a pubblicare anche le sue nuove opere, come il romanzo Todo lo que no te pude decir (Tutto quello che non potrei dirti) e la sua autobiografia romanzata La Insumisa (L’Insumisa). Persino Evohé, proibito e praticamente introvabile, è stato ripubblicato nel 2021 sempre da Estuario, e la copertina è stata riprodotta con il nome dell’autrice sulle t-shirt. Il culmine della rinascita sulla scena letteraria internazionale è stato il Premio Cervantes ricevuto da Peri Rossi a 80 anni nel 2021, diventando la terza scrittrice uruguaiana onorata di tale riconoscimento. A causa di un broncospasmo, non ha partecipato alla cerimonia di premiazione, ma ha inviato un discorso scritto letto dall’attrice argentina Cecilia Roth. La giuria del Premio Cervantes ha riconosciuto “la carriera di una delle grandi figure letterarie del nostro tempo e la statura di una scrittrice capace di esprimere il suo talento in una varietà di generi”. Il Cervantes non è bastato a farla tornare fisicamente in Uruguay, ma in compenso Cita en Montevideo, un bellissimo libro-oggetto recentemente pubblicato, che raccoglie testi, foto e altri documenti esclusivi in una prima versione dattiloscritta e annotata, simboleggia il ritorno della scrittrice sulla scena letteraria e, guarda caso, in concomitanza con le celebrazioni del 300° anniversario della capitale del Paese. Perché scegliere di leggere oggi Peri Rossi? E perché cominciare dalla sua raccolta dei 30 racconti brevi e brevissimi che prende il titolo dal primo, appunto, Il museo degli sforzi inutili, parodia di glorie passate dedicato ai perdenti che hanno seguito invano piccole e grandi passioni e sberleffo ai codici di condotta e alla disapprovazione sociale dell’ozio e dei fallimenti? 

Proviamo ad elencare alcuni dei buoni motivi per avvicinare una delle scrittrici dallo stile e dalla storia più personali della letteratura ispanoamericana: originalità, stile narrativo e poetico inconfondibile e anticonvenzionale, scrittura acuta, ritmica e profonda che scolpisce i suoi personaggi, sensibilità fine per i temi universali come la solitudine, l’amore e il desiderio, il potere e la repressione culturale della libertà individuale, onestà e sguardo critico sulla realtà, prosa intrigante, profonda e anche inquietante, amore per le parole al di là delle lingue. Non ultimo, fare ricadere la scelta su una raccolta di racconti così densa, sorprendente, stimolante e breve allo stesso tempo come questa, può rappresentare un modello letterario e un formato di libro adatto a farci disintossicare dalla dipendenza da post e a rieducarci agli stimoli e all’attenzione verso storie di vita che sono anche le nostre e che possono ancora farci meravigliare. Scrollare quotidianamente migliaia di contenuti sui social media sovraccaricando il nostro cervello e anestetizzandolo causa perdita di attenzione e desensibilizzazione agli stimoli e fa saltare i circuiti della dopamina sino ad avere bisogno di stimoli sempre più forti. L’antidoto all’era della distrazione può essere proprio un libro come questo e la scrittrice ne sarebbe fiera, dal momento che qualche anno fa, quando la sua attività pubblicistica era più pressante, si è espressa con forte vena critica nei confronti della nostra dipendenza dalla tecnologia, in particolare dal telefono cellulare. Cristina Peri Rossi, con il suo stile tagliente e la sua capacità di osservazione acuta, ha così fotografato una realtà contemporanea in cui la connessione virtuale sembra spesso prevalere su quella umana e reale: “Il telefonino è come l’orecchio del sordo: lo inserisci nell’orecchio e non lo togli più, a volte neanche quando dormi (conosco persone che non spengono il cellulare neanche quando fanno l’amore – i pochi, rapidissimi momenti in cui riescono a farlo). 

L’abbiamo visto in un laccato film americano: il protagonista lavora per una multinazionale molto importante, giace con una bellissima donna in un hotel naturalmente lussuoso, e al momento di scoccare un bacio sulla bocca della diva, il cellulare squilla, l’affare è urgente, la donna aspetta con pazienza, l’amore dura una manciata di minuti, poi il ragazzo si allaccia i pantaloni, perché c’è sempre qualcosa di meglio da fare, soldi, ad esempio.”

Accogliamo dunque il monito della Peri Rossi e leggiamo Il museo degli sforzi inutili per contrastare la perdita di contatto con le emozioni autentiche e le relazioni umane significative, affinché non tutti gli sforzi diventino inutili e, leggendo oltre i social, si torni a prendersi cura ‘della fugace memoria dei vivi’

Rita Mele

Rita Mele: barese, ma da molti anni vive a Bolzano. Giornalista, giurista, formatrice, psicologa, insegnante di yoga. Progetti per il futuro: ballare