Dejan Atanacković: “Lusitania” (Bottega Errante Edizioni, trad. Valentina Marconi, 2025), di Valeria Jacobacci

“Cos’è Lusitania? È la storia di uno Stato utopico fondato dai membri di un gruppo dimenticato e marginalizzato di persone che, nel contesto serbo attuale – e non solo – si potrebbero chiamare: cittadini liberi. Persone che, in realtà, non hanno uno Stato e sono costrette a crearne uno nuovo. Persone nelle quali la società maggioritaria, che produce le proprie immagini e i propri valori, vedeva, come in uno specchio, il proprio terrore di fronte alla verità. Persone che restano e resistono, circondate dalla stupidità dominante, studiandone le strane correnti, come una fragile nave circondata da un mare in tempesta, determinate a sopravvivere. Se fosse esistito, lo Stato di Lusitania rappresenterebbe oggi, credo, il ricordo di un progetto raramente riuscito di democrazia e di confronto con la verità, in questa parte del mondo. Belgrado, agosto 2025”

Affermazioni, queste, dell’autore serbo, Dejan Atanacković, in conclusione di quella che era cominciata come una serie di appunti in vista di una Mostra, ed è poi diventato un romanzo: “Lusitania“. La trama è un intrico letterario pieno di visitazioni storiche, filosofiche, psicanalitiche, letterarie, come se tutto il passato si mescolasse di continuo. Un secolo è sullo sfondo ed è il Novecento, difficilissimo e cruento. 

Atanacković è un artista che ha una scrittura estremamente ricca, piena di suggestioni, colori, fantasie, è onirica, immaginosa e fervida. E’ evidente l’occhio del fotografo, del pittore, dell’installatore di opere, in queste descrizioni. Sembra, a volte, di leggere un copione teatrale: i tanti personaggi si affacciano sulla scena, ammiccano, alludono, si profondono in dialoghi e soliloqui, ricordano Čechov e talora Shakespeare, si nascondono dietro tende e sipari e si descrivono a vicenda.                              

Il racconto inizia con il preludio ad una guerra: un transatlantico britannico affonda, colpito da un sottomarino tedesco, il 17 maggio 1915, durante la Prima Guerra Mondiale. L’affondamento causa la morte di 1980 persone, fu un evento chiave che spinse gli USA a entrare in guerra nel 1917. Il  transatlantico si chiama Lusitania.                                                                              

E’ qui che simbolismo e realismo si innestano, la nave affondata si lega curiosamente alle vicende dell’ospedale psichiatrico di Belgrado, la Casa del senno perduto, diretto dal dottor Dusan Stojimirovic. Il dottore applica sui pazienti cure diametralmente opposte a quelle praticate all’epoca: i malati  sono accettati e trattati cordialmente, sono liberi di esprimersi, nel rispetto per la loro diversità, non ci sono differenze fra curatori e curati, tutto si svolge in armonia. Durante l’assedio di Belgrado da parte delle forze austro-ungariche, l’istituto è lasciato a godere di una speciale autonomia, i 120 elementi che lo compongono si autoamministrano, al suo interno si svolgono seminari e dibattiti, medici e pazienti si riuniscono per discutere, di solito intorno a un pianoforte. Non molto diverso dai falansteri immaginati da Charles Fourier, il manicomio belgradese gode di autonomia e benessere. La terapia consiste principalmente nella messa in scena di opere teatrali, delle quali i 120 componenti sono sceneggiatori, spettatori e attori al tempo stesso. La particolarità consiste nel fatto che gli attori indossano maschere animali, così come nel teatro greco si usavano maschere caprine. La varietà degli animali si presta bene a indicare le diverse tipologie umane, come già ampiamente sperimentato nella letteratura, dalle favole di Esopo alla Fattoria degli animali di Orwell. 

L’altra istituzione, determinante ai fini del racconto, è il Museo di Storia Naturale di Belgrado, dove Vasilij Arnot viene chiamato a dirigere e costituire un importante centro scientifico sul modello di quello francese. La tendenza del tempo è quella di riprodurre gli ambienti naturali attraverso i diorama, ricostruzioni meravigliose di valli, montagne e radure, abitate dagli animali che vi si trovano. Per porre gli animali nei diorama è necessario imbalsamarli, una tecnica avanzatissima in questo particolare momento storico, durante il quale la tassidermia, e cioè l’imbalsamazione, è un’arte raffinata e il tassidermista un professionista stimato e molto ben pagato. Vasilij Arnot è stato in passato insegnante di chimica a Linz, dove gli è capitato di dare un ceffone a Hitler, suo allievo, allora dodicenne, per aver insultato un compagno, provvedimento che lo rende subito simpatico. Nel difficile compito assegnatogli, si serve dell’aiuto di due studiosi, padre e figlio di nome Hodek, rispettivamente tassidermista e zoologo, si appresta così a realizzare un magnifico diorama nell’Istituto di Scienze naturali di Belgrado. Arnot viene da Vienna, è intriso di cultura occidentale e in tale ottica progetta il suo diorama. 

I narratori delle vicende descritte nel romanzo sono diversi. Uno è Sir Thomas Lipton, amico di  Stojimirovic, direttore del manicomio diventato Città Stato. Lipton, il famoso commerciante del tè che ne porta il nome, aiuta i medici a fronteggiare la terribile epidemia di tifo, mette anche i suoi yachts a disposizione della Croce Rossa, per il trasporto di volontari medici nella Serbia martoriata dalla guerra. Nel suo viaggio, Lipton ha conosciuto una famosa sensitiva e ha partecipato a una seduta spiritica durante la quale si evoca un morto nel naufragio del transatlantico Lusitania. Sembra che il morto non sia morto ma in procinto di tornare, si tratta di Teofilovic, cittadino serbo proveniente dagli USA. 

Ed effettivamente la predizione della seduta spiritica si avvera: ricoperto di fango, Teofilovic compare a Belgrado, emergendo dalla cantina di una casa, collegata a una galleria sotterranea. L’uomo, nato in Serbia, viveva agiatamente a New York e si era imbarcato sul Lusitania. In Serbia aveva acquistato un terreno dove intendeva costruirsi una cappella mortuaria. Dopo il naufragio del Lusitania, col suo giubbotto di salvataggio percorre i territori in guerra, attraversa le trincee di entrambi gli schieramenti, è conosciuto come “l’uomo di fango”.

Vasilij Arnot, intanto, si vede bocciato il suo bellissimo diorama dal nuovo governo, che ha appena rovesciato i sovrani. Il motivo è che simbolicamente il diorama guarda a Occidente, mentre la politica vigente è a favore dell’Est. Disgustato, abbandona Belgrado e va a Firenze, dove visita La Specola, il museo di scienze naturali. Vi si aggira fra innumerevoli sale, intervallate da diorami fantastici, guidato da uno strano personaggio che ricorda comicamente il Bianconiglio di Lewis Carrol in “Alice nel paese delle meraviglie”.                    

E davvero è un “wonderland” il mondo folle descritto dai folli dell’ospedale psichiatrico di Belgrado: lo Stato indipendente di Lusitania. Qui Sir Lipton assiste a una conferenza del dottor Stojiriromic sulla stupidità: “Una volta radicatasi, la stupidità non è mai nuova, anzi, cercherà sempre di provare la sua esistenza secolare e le sue stupide tradizioni. Nella stupidità radicata, il cittadino stupido vede sempre qualcosa di primordiale (e le osservazioni del cittadino stupido non dovrebbero mai essere del tutto ignorate).”  Queste parole colpiscono Lipton, vicino, forse, a comprenderne il senso. “Perché chiamare l’ospedale, ormai Stato libero, proprio Lusitania, come la nave affondata?” chiede al direttore. “Lusitania non è solo il nome di una nave” risponde il maestro “ma anche la terra di un popolo iberico che resistette a lungo ai Romani, nonostante la superiorità del conquistatore. Certo, il Lusitania è anche una nave, l’architettura di una macchina galleggiante, la nave dei sacrificati, la nave dei folli.”

Gli appunti, scritti dai diversi narratori di questa vicenda, vengono conservati in scatole di legno, in ogni scatola si addensa un fitto mistero, come matriosche che dalla più grande vanno alla più piccola e minuscola, esse nascondono e proteggono sogni e incubi che rappresentano la verità. E’ così anche per i tanti aneddoti che s’intrecciano fra loro come i fili intricatissimi dei disegni che si sovrappongono fino a cancellarsi. Il racconto di uno dei folli parla di un uomo che studia ossessivamente l’anatomia umana distinguendo i singoli organi, scomponendoli e ricomponendoli all’infinito. Lo smembramento del corpo umano ricorda la sorte dei sovrani serbi, il re Alessandro I e la regina Draga Obrenovic, assassinati e fatti a pezzi da un gruppo di ufficiali  dissidenti e gettati dalla finestra della reggia. Ma vi si legge anche lo smembramento della stessa Serbia,  più volte sezionata e divisa nella sua storia plurimillenaria, illusoriamente riunita ai Paesi limitrofi  (Croazia, Macedonia, Montenegro, Slovenia, Bosnia-Erzegovina) come Regno di Jugoslavia, nel 1929 e, dopo la Seconda Guerra Mondiale, in Repubblica Socialista Federale. Dopo la morte di Tito, nel 1980, le spinte nazionalistiche e il crollo dei regimi comunisti portarono, infine, alla secessione e alla dissoluzione dello Stato. Emblematico della dissennata lotta fra esseri umani, rappresentata dalla guerra, la più stupida delle umane aberrazioni, è questo passaggio del romanzo: “Tradizionalmente, in questa regione, si giustificano con la follia azioni che con la follia non hanno nulla a che vedere. Ci sarà sempre qualcuno che superficialmente metterà follia e stupidità sullo stesso piano, ma si tratta solo di una bugia tendenziosa. Perché mentre la follia viene rinchiusa e imprigionata da secoli, la stupidità viene sempre celebrata con sfarzo”. 

 Valeria Jacobacci

Valeria Jacobacci, scrittrice e pubblicista, è appassionata conoscitrice di storia partenopea e di biografie, spesso femminili, di donne che hanno caratterizzato i loro tempi. Si è interessata alla Rivoluzione Napoletana, al passaggio dal Regno borbonico all’Unità, al secolo “breve”, racchiuso fra due guerre. Ha pubblicato numerosi articoli, saggi e romanzi. 

Italo Calvino: “I nostri antenati”, di Valeria Jacobacci

Ero al liceo, secondo classico, quando ho letto i libri che avrebbero formato la trilogia “I nostri antenati”.  Circolavano gli scritti di Calvino, fra noi liceali, fuori programma,  il primo  era stato “Il sentiero dei nidi di ragno”, ancora interamente ispirato alla Resistenza. “Il barone rampante” ci colpì tutti straordinariamente, sarà poi il secondo della “trilogia araldica”. Pubblicato nel 1957, ci arrivava dopo una decina d’anni, quando non eravamo più troppo giovani per apprezzarlo ma già abbastanza maturi per comprenderne tutte le implicazioni culturali. Avevamo alle spalle quarto e quinto ginnasio e poi il liceo, ci inoltravamo verso l’anno della maturità. Calvino era l’autore capace di racchiudere, rappresentare ed esemplificare tutto quello che avevamo studiato fino a quel momento. Lo faceva evocando, ironizzando ed esaltando, al tempo stesso, l’intera letteratura precedente. Avevamo respirato epica fin dalle scuole medie, assorbito il Medio Evo, il Rinascimento dominava la scena e l’Ottocento filtrava dal panorama delle letture degli autori stranieri, letti per conto nostro, principalmente russi, francesi e inglesi, subito dopo arrivarono gli americani e il Novecento. L’anno dopo sul banco avremmo avuto, diversamente languidi, Pascoli e D’Annunzio, poi, sentinelle  del traguardo finale, Pirandello e Svevo. Sotto il banco, in primo liceo, avevamo Steinbeck ed Hemingway, in secondo, Calvino.  Calvino non somigliava a nessuno e in qualche modo li inglobava tutti. Non che ci fosse arrivato in totale antitesi, rappresentava, appunto, tutto quanto lo aveva preceduto, lo aveva per così dire riattualizzato, come uno stilista che gioca con sete e merletti, tirandoli fuori da una scatola magica e improbabile.

La trama del “Barone rampante” è a tutti nota: un ragazzino di dodici anni, sul finire del ‘700, in una località della Liguria che non esiste, di nome Ombrosa, rampollo di una famiglia aristocratica e di nome Cosimo Piovasco di Rondò, un giorno rifiuta di mangiare una disgustosa zuppa di lumache. Il barone, suo padre, gli ordina di farlo ma lui esce in giardino e si arrampica su un albero. Chi, cinquant’anni fa, non ha  rifiutato di mangiare un cibo che non gli piaceva? E chi non ha avuto un padre che si è imposto di farsi ubbidire, pena, per lui, la perdita di ogni autorità? Nessuno, cinquanta e passa anni fa. C’era chi si piegava e chi no, nessuno che, dopo essersi arrampicato su un albero, non ne sia mai più disceso. Cosimo lo fa: promette di non scendere mai più e non scenderà mai più.

Metaforicamente gli alberi sono tuttora pieni di gente che non è più scesa, ma non si vede. La ribellione però covava nel profondo e ben presto cominciò a farsi sentire in quegli anni che precedevano il ’68, sebbene fosse un messaggio che proveniva dal profondo di un subconscio culturale. Sì, è vero che Calvino aveva partecipato alla Resistenza, aveva raccontato della Resistenza, ne “Il sentiero dei nidi di ragno”, del 1947, in un immediato dopoguerra, tuttavia il protagonista era un bambino, e la prospettiva di un bambino è senza compromessi, priva di schemi mentali. In verità, a guerra finita, restavano ancora molti conti in sospeso e molta strada da fare, Calvino lo fa camminando su molti percorsi, viaggiando, scrivendo, interessandosi di scienze e letteratura, servendosi di stili e linguaggi diversi. Di tutti i suoi modi espressivi, quello che mi piacque, e continua a piacermi di più, è quello della fantasia e della fiaba, che si àncora alla cultura classica, alla storia e alla tradizione popolare, indifferentemente e a volte contemporaneamente.

Perciò Cosimo, il barone rampante, che passa la vita sugli alberi, è colui che osserva, da una prospettiva distaccata, tutto quello che gli accade intorno, riuscendo, tuttavia, a parteciparvi lo stesso. Non è un caso che, dall’alto, il protagonista osservi i fatti della Rivoluzione Francese e dell’avvento napoleonico, che partecipi alla guerra contro i Turchi e alla sconfitta dell’Impero Ottomano, e che, infine, si aggrappi a una mongolfiera, simbolo di progresso scientifico e tecnologico, e proprio da lì si lanci in mare, per morire senza rimettere più piede a terra, come aveva promesso. Si tratta del distacco dell’intellettuale, Calvino stesso, che aderisce alla Resistenza partigiana ma non è convinto del PCI, che ne esce quando vede, in concreto, la negazione di libertà del pensiero, della parola e dell’opinione, non gratuita, certo, ma indipendente, sì.   

E, nel fitto dell’assurdità narrativa e fiabesca, lo scenario è quello della Liguria, dove ha vissuto, a Sanremo; la villa del barone Piovasco di Rondò è la villa di famiglia, dove i genitori, entrambi agronomi di fama internazionale,  sperimentavano novità botaniche. Calvino era nato a Cuba nel 1923, dove il padre aveva avuto un incarico ministeriale per la coltivazione della canna da zucchero, la madre era stata assistente della cattedra di Botanica all’Università di Pavia. In una foto, Calvino è con il fratello, seduto su un albero. L’argomento fantasioso non esclude infatti i riferimenti biografici, così Arminio, il personaggio del padre autoritario, ha come modello il padre dell’autore, Mario, e la madre di Cosimo, Corradina, è la madre, Eva. Il narratore, Biagio, fratello minore di Cosimo, è proprio il fratello minore dell’autore, Floriano. I tre rappresentano l’autorevolezza genitoriale e l’obbedienza filiale, lui, il protagonista, invece, fa eccezione. Personaggi e categorie, corrispondenze dei caratteri e dei ricorrenti fatti storici, appaiono in una prospettiva chiara, come solo nelle favole è possibile. Il personaggio di Viola, conosciuta da Cosimo da bambina, persa e poi ritrovata, è strutturato sul personaggio della Pisana, protagonista de “Le memorie di un Italiano” di Ippolito Nievo, lo afferma lo stesso Calvino, al quale i genitori hanno dato il nome Italo, affinché, vivendo all’estero, non dimentichi di essere italiano.  Viola è una ragazzina viziata e capricciosa ma dal temperamento forte e ardimentoso, l’unica che Cosimo possa amare.

E  l’arrampicata sugli alberi? Di certo influenzò un’epoca.

Il primo romanzo della trilogia, che apparve nel 1952 per Einaudi, curata da Calvino, che collaborava con la Casa editrice, è “Il visconte dimezzato”. Si sviluppa fra Seicento e Settecento, durante la guerra dell’Austria con i Turchi, lo lessi per secondo,  mi affascinò non meno dell’altro.  Sul finire del liceo le descrizioni della peste le avevamo lette forse tutte, quella manzoniana de “I promessi sposi”, la boccaccesca che incornicia il “Decameron”, la peste di Atene del V secolo, narrata da Tucidide, alcuni avevano letto, per proprio conto, “La peste” di  Albert Camus, di enorme successo,  Camus ebbe il Nobel per la letteratura nel 1957. “Il visconte dimezzato” era  diverso,  altro clima narrativo, altra espressività, anche qui una peste decima l’esercito, il visconte difende la cristianità ma è un losco figuro, vessatore e prepotente. Poi una palla di cannone lo divide  esattamente a metà, di lui rimane solo la parte malvagia, Medardo “il Gramo” (la parte destra), quella buona è andata perduta. Così pensano gli abitanti della terra alla quale fa ritorno dopo la guerra con gli infedeli (la Liguria), ma anche il buono, Medardo “il Buono” (la parte sinistra),  si salva, e proverà a rimediare ai mali provocati dall’altro se stesso. Le due parti si sfidano a duello per sposare Pamela, amata da entrambi, non vince nessuna delle due: mentre giacciono in fin di vita,  il medico, il dottor Trelawney, le ricuce insieme riportandole all’interezza.

Affascinante allegoria  umana, storica e politica! La peste è quella degli intoccabili e segregati lebbrosi, gli Ugonotti sono i religiosi che non ricordano più le parole dei salmi che cantano. Se la peste e la carestia si accompagnano alle guerre, la guerra stessa è lotta fra bene e male, così confusi e inestricabili che è impossibile porvi termine. E’ la guerra fratricida del Peloponneso narrata da Tucidide: la malattia che si trascinano dietro gli eserciti, con il suo corredo di cortigiane infette. Il ricongiungimento del bene e del male segna una tregua, fino alla prossima palla di cannone.  Fine della guerra è la pace, fine della pace è la guerra, in un ciclo che rincorre se stesso. Nessuno l’ha mai raccontato in modo divertente come Calvino: non è satira, non è tragedia, non è epica e non è poesia, è Calvino.

“Il cavaliere inesistente” è un omaggio ai poemi cavallereschi, non rifà il verso e non sbeffeggia, Carlo Magno e i paladini di Francia sono seri come l’opera dei pupi. Come i pupi i personaggi sono vuoti dentro, non hanno corpi ma sono pieni di ideali. “Ecchisietevoi” chiede  Carlo Magno alle armature schierate prima della battaglia, uguali a quelle che visitiamo nei musei, idea brillantissima che mi fece ridere di gusto quando lessi quella pagina la prima volta. Gli elementi del poema cavalleresco ci sono tutti, con le lotte fra mori e cristiani, gli inseguimenti e gli amori ingannevoli e fatali, fino al dissolvimento completo del cavaliere che, appunto, è inesistente.  Non manca  il riferimento a Don Chisciotte, con la figura dello scudiero del cavaliere inesistente, che qui è  Agilulfo, mentre Gurdulù è Sancho Panza. E’ però sparita la nostalgia per la cavalleria, che era propria del Cervantes: i contadini capiscono bene che possono farne tranquillamente a meno. E questo è un lieto fine. Così sembrò a noi ragazzi, che all’epoca in cui leggevamo Calvino eravamo al liceo. 

 La guerra è fra Mori e cristiani, l’imperatore ha duecento anni, la contesa molti di più. Siamo ancora oggi a contendere, dalla Chanson de Roland  ai giorni nostri la lotta si ripropone come una malattia endemica. Occidente e Oriente non vanno d’accordo, si odiano,  si fanno la guerra, poi fanno la pace, poi fanno la guerra. A volte i Mori vanno in Occidente e i Paladini veleggiano verso Oriente. I Mori non hanno cambiato abbigliamento, i Paladini non hanno più le armature: in giacca e cravatta, non hanno l’elmo con la visiera, perciò è difficile scoprire che dietro non c’è niente.                   

Il Mediterraneo è pieno di vele colorate.

Valeria Jacobacci

Valeria Jacobacci, scrittrice e pubblicista, è appassionata conoscitrice di storia partenopea e di biografie, spesso femminili, di donne che hanno caratterizzato i loro tempi. Si è interessata alla Rivoluzione Napoletana, al passaggio dal Regno borbonico all’Unità, al secolo “breve”, racchiuso fra due guerre. Ha pubblicato numerosi articoli, saggi e romanzi. 

Enrico Macioci: “Il grande buio” (Neo Edizioni, 2025), di Valeria Jacobacci

Una raccolta di racconti noir, thriller fra polizieschi e introspettivi? Senza dubbio questo ed altro ancora rappresenta “Il grande  buio” di Enrico Macioci, edizioni NEO.  Dello stesso autore  avevamo apprezzato “L’estate breve”per  TerraRossa, “Lettera d’amore allo Yeti” con Mondadori, “Terremoto” per Terre di mezzo.  Peculiare di questo nuovo lavoro è un distopico sguardo all’anima nera di un anti mondo, somigliante a un anti Cristo, destinato, tranne forse in un caso o due,  a restare senza riscatto, senza redenzione e, soprattutto, senza spiegazione. Abituati come siamo agli enigmi, continuamente presenti nel mondo attuale, leggiamo spesso senza scomporci di orribili morti, crudeli delitti, malsane fissazioni, ma questa volta sicuramente non è tutto qui: in questo libro un inquisitore ostinato e un osservatore nascosto pongono domande, sembra non si accontentino del mistero. Qui, prima del macabro e prima dell’assurdo, è la semplicità delle vite comuni che non convince, quasi un teorema messo a dimostrare che è proprio l’idea di normalità a risultare assurda, a sollevare i dubbi più disparati. Se il contrario di vita è morte, il contrario di luce è buio, un “grande” buio, recitato nel titolo e teorizzato in alcuni passaggi. Il concetto non è nuovo, era in ogni letteratura ancora prima che le lingue ne lasciassero traccia, nuova è una diversa prospettiva, né distaccata o indifferente, né eroica o patetica, piuttosto presentata da un occhio strabico profondamente dissociato, una spia dentro il cervello umano, una spia disturbante come un pensiero rimosso.   L’orrore condominiale maciullato in piscina esordisce senza equivoci nel primo racconto, apocalittico senza appello come la scena di un film, così come filmico sembra l’ultimo racconto con la sua chiusura ad anello, nel mezzo il tema viene declinato in più modi, tutti riconducibili alla paura del buco nero, più che cosmico e divoratore di universi, luttuoso e disorientato, come appare di notte una stanza da letto senza il chiarore proveniente da abatjour, imposte o finestre.    

Macioci, che è nato nel ’75, sono certa conosca la serie di telefilm di Hitchcock, uscita nel ’55: l’atmosfera è la stessa, la fine di ogni episodio lascia lo stesso ironico stupore, con l’impressione di essere stati garbatamente presi in giro, oppure provocati nei sentimenti e nel buon senso comune, e magari portati a chiederci che cosa sia il buon senso comune. “La puzza” è il secondo racconto, invaso dal pestifero odore di cadavere, a ricordare che il marcio non è solo in Danimarca.  Ormai abbiamo notizia di femminicidi quasi ogni giorno, non c’è bisogno di ricorrere alla fantasia, la realtà supera l’immaginazione, come recita un abusato luogo comune: “Proprio come in Barbablù” osserva nella narrazione uno dei personaggi. L’attenzione si sposta quindi su quanto accade dopo, quando l’assassino incontra un’altra donna, del tutto ignara e affascinata dall’avventura di una notte, per lei l’avventura non si concluderà in orrore,  per sua fortuna non è lei l’oggetto dell’ “amore” e perciò del possesso, la vendetta non è sulle donne in genere ma su “quella” donna, considerata unica. 

In ogni storia il lettore è attratto dalla descrizione minuziosa di ambienti, stati d’animo, sensazioni e particolari , la natura parla ma parlano anche gli oggetti, le strade, i condomini e i marciapiedi, un’osservazione pregnante che ricorda l’oggettivismo denso di significato di Robbe-Grillet. Il tema poliziesco di certi intrecci, caro allo stesso Robbe-Grillet, e ricorrente in questo libro, rafforza l’impressione che in letteratura niente va perso; il filo conduttore entra ed esce dalla realtà come l’ago di un ricamo a tombolo.  Un tema ricorrente è quello del disgusto, una sensazione rivoltante d’insofferenza per la brutale volgarità dell’animale umano, incapace di prescindere da umori, eiezioni, sudiciume, dai quali invece sembra a volte attratto, incapace com’è di osservarli scientificamente per quello che sono, o di sublimarli con la pietà. Ambiguo è lo stupro, ambigua è la vita di coppie o famiglie borghesi, perbene, normali.  Presente, e forse dominante, è la contrapposizione dei ruoli e dei caratteri nelle coppie, all’interno delle quali le posizioni si ribaltano alternativamente, l’uomo è fragile, inconcludente ed esile, la donna a volte una virago, amante in segreto di una preistorica clava, a volte spezzata, esasperata e pericolosa,  il conflitto non ha soluzione, o così sembra. Fra le storie si può intravedere un filo conduttore: il personaggio dell’ispettore e del suo aiuto (tributo a Sherlock Holmes e a Watson, mai dimenticati nell’immaginario, ridimensionati e adattati alla disillusione) può essere il fil rouge, se vediamo in loro, personaggi marginali e forse inessenziali,  una ipotetica coscienza, che osserva e arretra, quasi con rispetto, di fronte all’imperscrutabile buio. Il lettore va avanti fino alla fine , attratto e partecipe, assorbito dalla narrazione, che è poi il principale merito di un buon libro. 

Valeria Jacobacci

Valeria Jacobacci, scrittrice e pubblicista, è appassionata conoscitrice di storia partenopea e di biografie, spesso femminili, di donne che hanno caratterizzato i loro tempi. Si è interessata alla Rivoluzione Napoletana, al passaggio dal Regno borbonico all’Unità, al secolo “breve”, racchiuso fra due guerre. Ha pubblicato numerosi articoli, saggi e romanzi. 

Yasmina Reza: “La vita normale” (Adelphi, trad. Davide Tortorella), di Valeria Jacobacci

 Yasmina Reza è principalmente una drammaturga ma scrive anche romanzi molto apprezzati dalla critica e dai lettori; del 2024 è l’opera “La vita normale”, pubblicata da Adelphi in Italia come altri suoi scritti di successo internazionale. Si tratta di una raccolta di racconti più o meno brevi,  ispirati quasi sempre dalle scene di processi da lei personalmente seguiti nelle aule di un tribunale.

“Edith Scaravetti ha ucciso suo marito Laurent Baca di notte, con un colpo di carabina 22 long rifle alla tempia. Mi occorre un bel po’ per mettere a fuoco il suo viso, benché l’aula sia piccola e la mia panca abbastanza vicina. Con i capelli neri tirati indietro, il corpo rattrappito, come congelato, guarda fisso un punto poco più in là delle sue scarpe.” (Il rovescio della vita)

“Il 3 agosto 2021, in un convoglio della linea 13 della metropolitana in direzione Chatillon, Dalila ha fatto un piccolo massacro. Ha pugnalato al torace un giovane fattorino nero, ricoprendolo di insulti razzisti… ” (Disperatezza)

E’, nell’insieme, il ritratto epocale di una società il cui tratto comune è l’assenza di consapevolezza, come se tutti i personaggi, uomini, donne o bambini, vecchi o giovani, di qualunque classe sociale, si trovassero privi di coordinate, spogli di informazioni valide, senza difese, soprattutto da se stessi. A fare da protagonista il completo abbandono dell’essere umano, alla mercé di impulsi che non è in grado di dominare e che, soprattutto, non comprende affatto. Merito dell’autrice è l’aver messo il dito nella piaga, un cinismo cieco non dovuto a durezza d’animo ma a mancanza di comprendonio. Da questo suo punto di vista i processi sono completamente inutili poiché nessuno degli imputati capisce che cosa ha fatto, smarrito nel “tutto si equivale” e nel “tutto è possibile”.  Molte volte però il processo non c’è e il racconto è descrizione dietro una fotocamera di persone prese a caso come esempio di possibili, o molto probabili, storie e biografie, tutti possono essere tutti.  Ancora Pirandello? Forse per caso. In alcuni processi quello che viene rappresentato è il degrado sociale, una donna uccide il marito alcolizzato e violento e lo seppellisce in giardino, poi sposta il corpo, lo immerge nel cemento, viene scoperta e processata: ha subito stupro e violenza da ragazzina  e questo è il risultato. 

I riferimenti a esperienze personali dell’autrice si inseriscono senza problemi e senza chiedere il permesso, non è una voce fuori campo, è la coscienza che manca ai personaggi. I riferimenti  letterari e culturali sono espliciti, a Borges, per esempio, o a se stessa, quando cita  “Il dio del massacro” la commedia da cui fu tratto il film “Carnage” di Roman Polanski.  Yasmina Reza può permetterselo. Non manca la critica a un mostro sacro come Faulkner e all’illeggibile “Assalonne, Assalonne!”.

Ma torniamo ai processi, qual è l’interesse di Yasmina Reza per i processi? Sono descrizioni, immagini fotografiche, in un certo senso, sono tratti fotografici quelli che vengono descritti, fotogrammi che nascondono o svelano come quando il fotografo è un artista che coglie l’anima con l’obiettivo. Forse è questo l’unico modo attualmente possibile di indagare la realtà. Fra tutti primeggia il tema della morte, niente di gotico o grottesco, come si è abituati a pensare, enigmatica sì! Che sia morte naturale o violenta, improvvisa o annunciata. Anche la morte del suo amico editore, Roberto Calasso, del quale le arrivano per posta i due ultimi libri, senza dedica, perché la morte interrompe lo scambio. Non per chi scrive, come Yasmina Reza, o per chi edita i libri altrui, come Calasso, padre della Casa editrice Adelphi. 

Valeria Jacobacci

Valeria Jacobacci, scrittrice e pubblicista, è appassionata conoscitrice di storia partenopea e di biografie, spesso femminili, di donne che hanno caratterizzato i loro tempi. Si è interessata alla Rivoluzione Napoletana, al passaggio dal Regno borbonico all’Unità, al secolo “breve”, racchiuso fra due guerre. Ha pubblicato numerosi articoli, saggi e romanzi. 

Wanda Marasco: “Di spalle a questo mondo” (Neri Pozza), di Valeria Jacobacci

 Non esiste un solo Ottocento, come sa bene chi è appassionato di un’epoca così significativa per i presupposti tutt’altro che scontati dei tempi futuri. Di quel periodo la Marasco mette in luce lo spaccato degli intelletti nostri tipicamente meridionali, volontariamente rinunciatari della propria individualità in favore di un bene più alto, nazionalista, che porta all’Unità d’Italia e a gran parte degli eventi che si affacciano al Novecento.

  

Non c’è da meravigliarsi se accanto alla tisi, che faceva strage di eroine romantiche nelle opere liriche, si manifestassero almeno due mali estremi per gli animi sensibili, la follia che si accompagna alle allucinazioni degli artisti, e il male di vivere, un’anticipazione dell’esistenzialismo del secolo successivo. Oppure si tratta di un rinvio al taedium vitae di Lucrezio, che lo associa alla malattia dello spirito, e forse alla noia di cui parla Seneca, l’assenza di senso, che fa dire a Cicerone di tornare indietro, al barcaiolo che lo sta portando lontano dalla lama del sicario venuto a tagliargli la gola. Questa ricerca della morte si camuffa da malattia mentale, nient’altro che uno stato di lucidità estrema, l’orrore della verità senza veli.

Ma cominciamo dall’inizio, come si diceva, appunto, nei romanzi dell’Ottocento. Il male di vivere nel Sud dell’Italia ottocentesca risiede nei due momenti fondamentali dell’esistenza, il tempo racchiuso fra il primo vagito e l’ultimo respiro e la dimensione estesa di un tempo  fermo sempre uguale a se stesso. Quest’ultimo è il dramma del Gattopardo,  inorridito ma impassibile di fronte al “tutto cambia affinché tutto resti uguale”, dall’altra parte c’è la percezione di un movimento che comunque esiste e al quale bisogna dare un contributo personale. Almeno per alcuni decenni, questo  sembra possibile, la volontà trova intoppi ma poi si libera, segue il percorso a tratti faticoso e a tratti in picchiata verso qualcosa.  

Il medico Ferdinando Palasciano è  un personaggio storico, di straordinario talento ma non possiede il cinismo necessario alla sopravvivenza. Chissà, forse se avesse conosciuto Giuseppe Moscati, il medico santo che sarebbe nato a Napoli poco dopo, avrebbero collaborato, invece le cose andarono diversamente. Come altri personaggi eccellenti che appaiono nel romanzo, il pittore Vincenzo Gemito e il meno famoso ma celebre Eduardo Dalbono, autore di paesaggi indimenticabili di Napoli e del Vesuvio, il giovane Ferdinando Palasciano riceve riconoscimenti internazionali per il suo pregevole lavoro di medico e si fa notare per i suoi incrollabili princìpi.

Sarà l’ispiratore per la creazione della Croce Rossa. Durante la spedizione di Garibaldi in Sicilia  era stato arruolato fra le file borboniche, sul campo di battaglia, dov’era ufficiale medico, non esitò a curare i feriti di entrambi gli schieramenti. Chiamato a giustificare il suo operato dal generale Carlo Filangieri, spiega che il soldato va onorato e rispettato qualunque sia la sua appartenenza. Viene condannato lo stesso per tradimento e solo in seguito assolto dopo un anno di carcere grazie all’intercessione di re Ferdinando II. Il Risorgimento napoletano è doloroso, complicato. Questo spiega quella sorta di inguaribile frattura subita da tanti personaggi divisi fra onori e disillusioni.

 

Fatta l’Italia, Palasciano guadagna stima e onori, sposa un’affascinante contessa russa, Olga di Vavilov, che ama appassionatamente e che guarisce da una zoppìa considerata incurabile. Insieme costruiscono e abitano una bella villa dominata da una torre. La Torre è simbolo di spiritualità eccelsa ma prefigura la morte come in un romanzo gotico. L’eccesso di sensibilità racchiude una consunzione morale alla quale i due non possono sottrarsi, quasi che lo sforzo fosse di troppo superiore alle reali capacità umane.

Lo spirito romantico racchiude una radice esoterica che a Napoli è particolarmente sentita. Tutti i personaggi vivono almeno due dimensioni, parlano più lingue, a quella della scienza si affianca il dialetto dei servi ma anche dei napoletani tutti, un linguaggio nobile, forbito, pieno di significati. Il cimento politico del dottor Palasciano diventa frenetico, nella bella villa si svolgono serate e concerti, Olga canta i più difficili lieder, non rimpiange la Russia, ha nugoli di ammiratori, nulla di fronte al legame indissolubile che la lega a colui che l’ha salvata dalla zoppìa. Si tratta di una zoppìa reale o psicologica? Entrambe le cose, la femminilità di Olga è di per sé zoppa.                                                                                                                                       

Il colpo di grazia alla salute mentale del dottor Palasciano lo dà la perdita della sala operatoria, fiore all’occhiello del suo ospedale. Così è la pazzia a fare da padrona, il medico è rinchiuso in una casa di cura, Villa Fleurant, dove a fargli compagnia è il fantasma di Vincenzo Gemito, anch’egli fuori di sé per l’incomprensione della sua arte, o, forse, per il sospetto di averne persa la reale ispirazione. Un altro artista attende al varco il dottore all’uscita dal manicomio, quando sembra ormai guarito. E’ Eduardo Dalbono, al quale il medico commissiona una serie di vedute del Vesuvio, da eseguire in una “camera della poesia” che si trova all’interno della Torre. E’ nella Torre che l’amore di Olga cambia obiettivo, il pittore è irresistibile, ma i princìpi morali e la fedeltà al marito lo sono di più. Ferdinando lo sa, capisce, ama parimenti l’amico pittore e la meravigliosa contessa che è sua moglie. Il ménage a trois non è possibile, non ci siamo arrivati, ammesso che si possa considerare una via di fuga. La Torre resta simbolo esoterico di un’immortalità  messa costantemente in dubbio, l’amore è sacrificato, la felicità è una poetica zoppìa.

“Di spalle a questo mondo” di Wanda Marasco è nella dozzina dei candidati al Premio Strega 2025.

Valeria Jacobacci

Valeria Jacobacci, scrittrice e pubblicista, è appassionata conoscitrice di storia partenopea e di biografie, spesso femminili, di donne che hanno caratterizzato i loro tempi. Si è interessata alla Rivoluzione Napoletana, al passaggio dal Regno borbonico all’Unità, al secolo “breve”, racchiuso fra due guerre. Ha pubblicato numerosi articoli, saggi e romanzi.