Italo Calvino: “Il castello dei destini incrociati”, di Sonia Di Furia

In mezzo a un fitto bosco, un castello dava rifugio a quanti la notte aveva sorpreso in viaggio: cavalieri e dame, cortei reali e semplici viandanti. Passai per un ponte levatoio sconnesso, smontai di sella in una corte buia, stallieri silenziosi presero in consegna il mio cavallo. Salii una scalinata; mi trovai in una sala alta e spaziosa: molte persone- certamente anch’essi ospiti di passaggio, che mi avevano preceduto per le vie della foresta- sedevano a cena attorno a un desco illuminato da candelieri”.

Inizia così il racconto di Calvino, edito da Mondadori nella collana Oscar, con la presentazione dell’autore stesso e la postfazione di Giorgio Manganelli.

Il volume è composto di due testi: Il castello dei destini incrociati e La taverna dei destini incrociati. Nel primo le figurine che accompagnano il racconto riproducono il mazzo di tarocchi miniati da Bonifacio Bembo per i duchi di Milano verso la metà del XV secolo, che ora si trovano parte all’Accademia Carrara di Bergamo, parte alla Morgan Library di New York. Alcune carte del mazzo Bembo sono andate perdute, tra cui due molto importanti: Il Diavolo e La Torre.

Il secondo testo è costruito con lo stesso metodo mediante il mazzo dei tarocchi oggi internazionalmente più diffuso: L’Ancien Tarot de Marseille della casa B. P. Grimaud, che riproduce un mazzo stampato nel 1761 dall’incisore Nicolas Conver, maître cartier a Marsiglia e che, sbiadito e alterato dal tempo, è conservato presso la Biblioteca Nazionale di Parigi. Il mazzo marsigliese non è molto diverso dai tarocchi ancora in uso in gran parte d’Italia come carte da gioco; ma mentre in ogni carta dei mazzi italiani la figura è tagliata per metà e si ripete capovolta, qui ogni figura conserva la sua compiutezza di quadretto insieme rozzo e misterioso che la rende particolarmente adatta all’operazione di raccontare attraverso figure variamente interpretabili.

L’idea di adoperare i tarocchi come una macchina narrativa combinatoria venne a Calvino da Paolo Fabbri che, in un seminario internazionale sulle strutture del racconto del luglio 1968 a Urbino, tenne una relazione su Il racconto della cartomanzia e il linguaggio degli emblemi. Di quell’apporto metodologico di ricerca, l’autore ha inteso prendere l’idea per cui il significato di ogni singola carta dipende dal posto che essa ha nella successione di carte che la precedono e la seguono; partendo da questa idea, si è mosso in maniera autonoma, secondo le esigenze interne del suo testo.

Il riferimento letterario naturale è l’Orlando furioso; anche se le miniature di Bonifacio Bembo precedevano di quasi un secolo il poema di Ludovico Ariosto, esse potevano ben rappresentare il mondo visuale nel quale la fantasia ariostesca s’era formata.

Ogni carta è uno stemma e di carta in carta i narratori confessano le loro vicende tra incaute avventure e frettolosi amori. A uno a uno i taciturni ospiti seduti al tavolo diventano i protagonisti dei racconti e il lettore ne scopre vite e drammi, gioie e angosce infinite, in un gioco narrativo che coinvolge e sconvolge. A un certo punto nelle intenzioni dell’autore questo volume avrebbe dovuto contenere non due ma tre testi. Calvino avrebbe dovuto cercare un terzo mazzo di tarocchi abbastanza diverso dagli altri due. Ma quale avrebbe potuto essere l’equivalente contemporaneo dei tarocchi come rappresentazione dell’inconscio collettivo? Pensò ai fumetti, non a quelli comici, ma a quelli drammatici, avventurosi, paurosi: gangsters, donne terrorizzate, astronavi, vamp, guerra aerea, scienziati pazzi. Pensò di affiancare al Castello e alla Taverna, Il motel dei destini incrociati. Non andò oltre la formulazione dell’idea. Il suo interesse teorico ed espressivo per quel tipo di esperimento si era esaurito. Era tempo di passare ad altro.

Nel raccontare le storie altrui, quella dell’alchimista, della sposa dannata, del ladro di sepolcri, dell’Orlando pazzo per amore di Angelica, di Astolfo che sale sulla luna per recuperare il senno dell’amico racchiuso in un’ampolla (insieme a lacrime e sospiri d’amore, ozio, tempo perso nel gioco, desideri irrealizzati, doni fatti con speranza di ricompensa, tranne la pazzia, quella sta tutta sulla Terra), Calvino racconta la sua storia e la sua personale concezione della vita. Dissemina di qua e di là pensieri, riflessioni, opinioni, come quando scrive che: “Due diverse vie s’aprono a chi ha ancora da trovare se stesso: la via della passioni, che è sempre una via di fatto, aggressiva, a tagli netti, e la via della sapienza, che richiede di pensarci su e imparare a poco a poco“; oppure: “Il buffone ogni volta che apre la bocca, tra uno sberleffo e un lezzo, semina sospetti, dicerie denigratorie, angosce, allarmi“; o ancora riflette sul tempo che passa: “Per sentieri d’inchiostro s’allontana al galoppo lo slancio guerriero della giovinezza, l’ansia esistenziale, l’energia dell’avventura spesi in una carneficina di cancellature e fogli appallottolati“. E forse tutti ci riconosciamo in questo teatro della vita a cui Calvino ha tentato di dare ordine.

Sonia Di Furia

Sonia Di Furia: laureata in lettere ad indirizzo dei beni culturali, docente di ruolo di Lingua e letteratura italiana nella scuola secondaria di secondo grado. Scrittrice di gialli e favolista. Sposata con due figli.

Jean Philippe Postel: “Il mistero Arnolfini. Indagine su un dipinto di Van Eyck”, di Sonia Di Furia

La penna dello scrittore Daniel Pennac firma la prefazione de “Il mistero Arnolfini. Indagine su un dipinto di Van Eyck” di Jean- Philippe Postel, edito da SKIRA con la traduzione di Doriana Comerlati. Nel presentare il romanzo pone l’accento non tanto sulla descrizione del dipinto, quanto sull’analisi minuziosa e spietata delle numerose illusioni ottiche disseminate nella tavola. I due coniugi non si guardano, sottolinea Pennac, e proprio questa assenza di sguardi si pone per prima alla sua attenzione, facendogli pensare che tutto il quadro sia sviluppato su quegli occhi che si voltano altrove, dove il pittore non ci conduce. Un libro che tiene inchiodati dalla suspence, puntualizza ancora, come nella migliore tradizione del romanzo poliziesco.

La storia ci trasporta nel XV secolo, tempo in cui gli scambi e i rapporti attraverso le rotte marittime mediterranee avevano dato vita ai primi incontri tra esperienze toscane e fiamminghe. I centri italiani in cui era stata più precoce la loro diffusione erano Napoli, fin dagli anni di Renato d’Angiò e poi sotto la dinastia aragonese, e Genova, dove le opere non arrivarono attraverso i rapporti tra le corti, ma attraverso i grandi mercanti e banchieri in relazione commerciale con le Fiandre.

 Giovanni Arnolfini era un mercante lucchese che si era stabilito fin dal 1420 a Bruges, uno dei centri di banca e finanza più importanti d’Europa. Nel 1434 aveva commissionato un ritratto suo e della moglie Giovanna a Jan van Eyck, pittore fiammingo che a quella data era diventato celebre per la qualità innovatrice della sua opera. Le floride condizioni del mercante italiano e l’importanza dell’avvenimento da ricordare nel dipinto, lo scambio, cioè della promessa di fedeltà dei coniugi, giustificano il ricorso al pittore locale più affermato del momento.

Postel mette in discussione ogni verità acclarata, fin dalla prima pagina, a partire dalla realizzazione del quadro, la cui data è scritta sullo specchio, apparentemente dall’artista stesso. Inizia così un romanzo che vuole essere un’indagine, un’analisi. Nessun pittore prima di allora aveva raffigurato un uomo e una donna in una camera da letto, mai re e regine, duchi e duchesse, principi e principesse si   erano spinti a tanto, e di punto in bianco vediamo loro, i coniugi, che si tengono per mano in quell’ambiente intimo e riservato alla coppia. E subito una domanda: chi sono realmente? Risposta che non abbiamo, anche se quella giusta sarebbe: perché sono lì e cosa fanno?

L’opera è esposta alla National Gallery dal 1843 e la sua vicenda storica è travagliata, fatta di secoli di guerre, furti e sparizione, incendi e ritrovamenti. Ma alla fine cos’è questo dipinto, qualcosa di reale o il sogno calmo, morbido e vellutato del suo autore?

Sonia Di Furia

Sonia Di Furia: laureata in lettere ad indirizzo dei beni culturali, docente di ruolo di Lingua e letteratura italiana nella scuola secondaria di secondo grado. Scrittrice di gialli e favolista. Sposata con due figli.