Intervista a Alberto Ravasio per “La vita sessuale di Guglielmo Sputacchiera” (Quodlibet), di Gigi Agnano

Alla mia veneranda età capita raramente di sentirmi in soggezione con uno scrittore parecchio più giovane. Con Alberto Ravasio è stato un po’ diverso: innanzitutto perché è proprio bello e la bellezza mi pone subito in posizione d’inferiorità. Poi perché ha quest’aria imbronciata di uno sveglio da poco, anzi, più precisamente, di uno che tu hai la responsabilità di aver appena svegliato. In più ha una cultura mostruosa (sicuramente rispetto alla mia…), una lingua tutta sua, un parlato che è già letteratura con un accento nordico che ti fa sentire il più terrone della terra. Infine, perché lo considero l’incarnazione del “bravo scrittore”, essendo l’autore del libro più spiritoso che io abbia letto negli ultimi anni – il Guglielmo Sputacchiera di cui parleremo -, ma non so se dirglielo perché magari è tipo che non sai come reagisce ai complimenti. Insomma, c’ho provato a fargli delle domande – spero – un po’ inconsuete e mi auguro che non si sia annoiato a rispondermi. Di certo le risposte non annoieranno voi lettori, perchè dicono abbastanza dello spessore di questo poco più che trentenne, che è per me uno degli scrittori più interessanti del panorama letterario italiano.

Buongiorno, Alberto, innanzitutto come stai? Puoi dare ai nostri lettori una tua biografia in poche battute, magari alla maniera di Sputacchiera?

In realtà scrivo sempre nella stessa maniera, non adeguo la mia scrittura al contesto ma di solito adeguo la mia vita alle conseguenze della mia scrittura quando il contesto poi si incazza. 

Comunque se dovessi scrivere al volo una nota biografica in terza persona cesarea suonerebbe più o meno così: 

Alberto Ravasio (1990) vive e non lavora a Bergamo. Col suo primo romanzo, La vita sessuale di Guglielmo Sputacchiera, uscito nel 2022 per Quodlibet, non ha vinto il Premio Calvino e nemmeno il Premio Bergamo. Ha scritto e magari scriverà ancora su «il manifesto» e «Domani». 

Io partirei dall’editore di Guglielmo Sputacchiera perché recentemente Quodlibet è stata giudicata casa editrice dell’anno dall’Osservatorio sulla qualità dell’editoria. Tu com’è che sei finito da Quodlibet, come ti sei trovato e cosa ti piace di questa casa editrice?

Pubblicando soprattutto recuperi cioè morti, a Quodlibet non pensano di saperla troppo lunga su cosa può vendere e cosa no in base alla puzza che tira, perciò mi hanno preso un libro editorialmente assurdo fin dal titolo, mentre altrove probabilmente mi sarei preso, come tra l’altro era già successo nei dieci anni precedenti, solo diagnosi di psicosi canina e competentissimi pussavia. 

C’è un rimprovero che muoveresti all’ editoria italiana? E a te stesso come scrittore?

Invece di rimproverare l’editoria, cattiva o meno, rimprovererei gli scrittori di non parlare a sufficienza di editoria nel senso di non parlare apertamente di soldi in letteratura, di quanto prendono a libro, a pezzo, di quanto vendono, materializzando così un discorso che altrimenti è solo felicemente astratto per chi può permetterselo. 

Guglielmo Sputacchiera è un uomo senza qualità, “nato strano e cresciuto peggio”, che un giorno al risveglio si accorge di essere diventato donna. Inutile dire che si pensa subito al povero Gregor Samsa. Perché gli scrittori sono così attratti dal tema della trasformazione?

La trasformazione come espediente letterario mi sembra un buon uso del fantastico perché, tanto per citare Dostoevskij nella prefazione della Mite, una goccia di fantastico spesso potenzia il realismo, lo rende ancora più realistico. Non capisco invece chi, dopo i sei anni e mezzo, scrive di un mondo di elfe e principessi e intanto vive ancora coi suoi nel non magico mondo della disoccupazione. 

A questo proposito, Borges diceva che i suoi primi racconti erano stati “esercizi” in cui aveva provato ad essere Kafka. Buzzati, invece, com’è noto, non amava che i critici lo accostassero a Kafka, al punto da negare mentendo di averlo mai letto. Ti va di azzardare un confronto tra Gregor Samsa e Guglielmo Sputacchiera?

Kafka è così classico da essere diventato un aggettivo e io rispetto a lui sono solo l’ennesimo esordiente degli stracci. Ci vuole un minimo di senso delle proporzioni, mentre al giorno d’oggi, come ripete spesso mio zio cagapolenta, si è perso il rispetto, si dà del tu a tutti, persino ai classici e invece di dire «La penso come Aristotele» si dice «Aristotele la pensa come me e lotta insieme a noi per i diritti dei panda lesbici».

L’edizione greca di “La vita sessuale di Guglielmo Sputacchiera

Perché dovunque si parli del tuo libro si dice di “personaggio fantozziano”? Non è una diminutio? Perché oggi quando uno scrittore costruisce le proprie architetture narrative su eros e porno, su ironia e comicità, si tende a pensare ad una letteratura di serie b? Non è un clamoroso errore?

Secondo Franco Cordelli Paolo Villaggio era il più grande scrittore comico italiano del Novecento e Paolo Villaggio era così confuso e felice che se lo portava in televisione per farglielo ripetere davanti al pubblico di casalinghe di Treviso e braccianti lucani. Di recente Giunta e Simonetti, forse citando Cordelli, hanno definito Alessandro Gori il più grande scrittore comico italiano, anche se prima di lui ci starebbe bene almeno Cavazzoni, giusto per anzianità, dunque direi che Fantozzi va sempre preso sul serio mentre la critica a volte un po’ sfotte. 

Peraltro tu affronti temi estremamente seri come la disoccupazione intellettuale, la condizione giovanile, la rivoluzione digitale – che sottrae tempo alla “vita vera”, che cambia il nostro modo di stare al mondo -, la pornodipendenza, la crisi della mascolinità, i rapporti genitori-figli… quanto è difficile introdurre delle tematiche “da saggio” in un romanzo di fantasia? 

Le digressioni saggistiche mi sembrano ormai le parti più significative dei romanzi più significativi perché la cosiddetta trama se la sono presa il cinema, le serie, e al romanzo resta il colpo d’occhio filosofico, la visione del mondo, esteriore e ovviamente interiore. Il miglior romanzo non è quello con la storia più avvincente, commovente, potente eccetera, ma quello dopo il quale vedi il mondo in un altro modo, è il romanzo che ti dà torto, che ti dà la colpa o anche solo dello stronzo finalmente. 

Sono curioso di sapere come t’immagini Sputacchiera transessualizzato dal punto di vista estetico. Sappiamo che ha un’invidiabile terza di reggiseno, che esce con i pantaloncini corti, che tende a sculettare e gli immigrati le fischiano dietro, ma, per esempio, com’è messa a peli sulle gambe? Deve radersi regolarmente? Diventa brufolosa quando ha il ciclo? A pensarci bene: ha il ciclo, potrebbe anche avere figli? 

Il problema della presenza o meno dell’utero nello Sputacchiera transessualizzato è stato motivo di rissa letteraria tra me e il mio amico Zandomeneghi, per i nemici Lo Zandomeneghi, massimo scrittore capalbiese di tutti i tempi. Zandomeneghi sostiene che lo Sputacchiera transessualizzato non ha l’utero perché non è una donna, è piuttosto l’incarnazione novocarnista dei desideri maschili eterosessuali pornograficamente modificati, mentre io sostengo che lo Sputacchiera transessualizzato è una donna a tutti gli effetti con tanto di utero e il motivo è molto semplice e egoista: volevo provare a scrivere un vero personaggio femminile per illudermi di poter capire le donne, non dico nella vita ma quantomeno nella presunta arte.  

Nell’ipotesi assurda in cui il transessualismo di Sputacchiera fosse determinato da un batterio devirilizzante, giochiamo ad immaginare un sequel in cui un contagio “depenizza” progressivamente tutti i maschi dell’orbe terraqueo…? Una specie di Cecità genitale… Azzardiamo un titolo? A me viene “Pene amaro”, ma non mi sembra un granchè…

In realtà Sputacchiera ha già vari non attesissimi seguiti che al momento esistono solo come appunti mentali nel mio cranio infelice e malpelo. Svelo giusto due titoli: La gravidanza di Guglielmo Sputacchiera e il postumo e mariano L’assunzione di Guglielmo Sputacchiera

E’ uscito recentemente un podcast di Massimo Recalcati dal titolo “La vita erotica”, con puntate del tipo “La sessualità umana è sempre perversa” oppure “Come si sceglie il proprio sesso”. Quali benefici trarrebbe Sputacchiera dall’ascolto del podcast, ammesso che qualcuno al mondo ne possa trarre benefici?

Recalcati è un lacanista notevole ma è anche il tipico intellettuale mediatico per bene, completamente nel giusto e completamente astratto, che è poi il problema di buona parte della sinistra italiana passata troppo allegramente da PPP a VVV, dalla tripla P di Pier Paolo Pasolini alla tripla V di Walter Veltroni. 

A dire il vero ne parlo malino solo per sfinimento domestico, mia madre lo cita di continuo, è il suo primo intercalare. «Come dice Recalcati dobbiamo volerci bene», «Come dice Recalcati dio esiste», «Come dice Recalcati porta fuori l’immondizia». Si è messa persino a leggere Lacan senza capirci niente ma dato che non ha mai capito troppo in generale non si è accorta della differenza.

 C’è stato un tempo in cui i giovani dicevano che non c’erano maestri. Poi sono arrivati i “cattivi maestri”. Oggi chi sono i “maestri” e quali sono i tuoi in campo letterario?

Al momento io, essendo ancora quasi giovane, dovrei comportarmi da illuso, da esaltato e la rivoluzione, diceva uno, comincia quando i ventenni si alleano coi settantenni per far fuori i cinquantenni. Ovviamente, causa disabilità economica, i trentenni di oggi sono i nuovi ventenni e in effetti, dentro e fuori dal testo, sono molto più d’accordo con Cavazzoni, Permunian, Moresco, Pecoraro, sempre giovani e sovversivi, che con buona parte dei quarantenni e cinquantenni prostituiti alla prudenza. 

Faccio un paio di esempi veloci per non cadere nell’ignavo e indefinito: in Giorni di collera e di annientamento Permunian, camuffato dietro il suo alter ego narrante Fifì, spara a sangue caldo su un pulmino di stagisti della Fondazione Mondadori e consegna alla redazione un sacchetto di merda d’autore, la sua, mentre nel Manualetto per la prossima vita Cavazzoni assolve semiseriamente la mafia, dicendo che se andasse al potere non sarebbe tanto peggio dello Stato, e soprattutto accusa il Campiello di avergli sfigurato la prostata. 

Ti capita mai di rileggere un libro? Se sì, mi dici quello più sgualcito?

Può forse capitare di leggere un brutto libro per caso o per amicizia, ma se lo rileggi, se perseveri, sei diabolico o peggio colluso. In tempi di pubblicazione universale mi verrebbe da dire che il vero esordio ormai è la riedizione e che degno di lettura è soltanto un libro che poi si merita anche una rilettura, non più per piacere ma per studio. Credo di aver riletto molto LolitaSeminario sulla gioventù e soprattutto Dostoevskij quando ero universitario e vergine, cioè fino alla settimana scorsa circa.

C’è una frase di Goethe che a me personalmente non è mai piaciuta (ma è assai probabile che non l’abbia capita…): “Guardati da ciò che desideri in gioventù perché l’otterrai nella maturità”. Tu che ne pensi? 

Nella maggior parte dei casi nessuno ottiene ciò che desidera e nel tempo ci si accorge che nemmeno il desiderio stesso era poi tanto nostro, perché non si desidera la roba d’altri, ma come scrive Girard, unico cattolico a cui avrei offerto un aperitivo eucaristico, si desidera il desiderio d’altri. Il desiderio dunque è in qualche modo sempre mediato, praticamente indotto, dalla famiglia familista, dal cattonazismo secolarizzato, dalla pornografia globale, dal cinema americanazzo, dal politicamente corrotto, dai vicini di casa e di social. 

Danza e Letteratura: “L’ultimo viaggio di Sindbad” e “Exodus”, l’esodo eterno come condizione esistenziale, di Serena Cirillo

Letteratura, cinema, teatro, ancora letteratura e infine danza. Una storia senza tempo che approda al mondo di oggi, trasferita dall’Oceano Indiano al Mar Mediterraneo. La figura del marinaio Sindbad, fortunato avventuriero delle Mille e Una Notte, è sempre stata estremamente suggestiva, così il regista Maurizio Scaparro nel 2002 invita lo scrittore Erri de Luca a scriverci un’opera teatrale, e l’autore lo colloca nell’attualità.

Il Sindbad di De Luca è una reincarnazione mediterranea del personaggio di “Le Mille e una notte”, conosce del mare il bene e il male, la calma e la tempesta, la bellezza e i pericoli. Ha trasportato uomini e donne dall’Europa all’America nel primo novecento verso il sogno americano, ha visto la loro disperazione e intuito le loro speranze, ne ha accompagnato i desideri e le ambizioni. Oggi, ormai anziano, il moderno Caronte traghetta verso il sogno italiano, o europeo, i nuovi migranti, ben diversi da quelli del secolo scorso per condizioni di vita e obiettivi.

Traspare un altro tipo di disperazione, che l’autore tratteggia per tutta la narrazione attraverso i dialoghi tra Capitano e Nostromo, tra Capitano e passeggeri, e nei monologhi di Sindbad.  Nella prefazione Erri de Luca afferma: “Ho scritto di un Sindbad del Mediterraneo, un marinaio più insonne che immortale, e del mare degli emigranti italiani del 1900 inghiottiti vivi dalle Americhe. Qui Sindbad è all’ultimo viaggio. Trasporta migratori e migratrici verso il nostro occidente chiuso a filo spinato. Quest’opera con Sindbad è ancora affidata alla misericordia delle onde, che sono più ospitali della nostra terraferma.” Ha parole aspre come quelle del Capitano, Erri De Luca, dalle quali traspare tutta la drammaticità di una storia tragica, mai a lieto fine, di destini segnati e di un riscatto impossibile. Un testo scritto per il teatro che ha il ritmo di un racconto, intenso ed incisivo.

Testo duro, dissacrante, impietoso sin dalle prime parole. Il capitano della nave saluta i passeggeri dicendo: “Malvenuti a bordo. Per la durata della traversata resterete nella stiva. Sarà permesso di uscire un uomo alla volta e per un’ora al giorno. Nessuna donna esce. Ci sono satelliti che controllano pure quanti pidocchi abbiamo in testa. Chiaro?”. Il linguaggio del capitano e del marinaio che collabora è stringato, essenziale, crudo ai limiti della volgarità. I commenti dei passeggeri, caratterizzati dalla triste rassegnazione alla loro condizione di merce di scambio, ma allo stesso tempo dalla disperata speranza di approdare in un mondo migliore, sono di un realismo tragico e agghiacciante: “Io ho pagato per la libertà. Non importa come viaggio, mi possono infilare pure in una cassa da morto, basta che mi fanno sbarcare vivo”; o anche: “Mi sono imbarcato per non andare in guerra. Scappo dall’esercito che manda a combattere contro i nostri fratelli”. Lo stile è scarno, le frasi sono brevi, semplici ed essenziali, come se l’autore volesse sottolineare l’importanza del contenuto limitando al massimo la forma. 

L’argomento, tanto doloroso quanto attuale, è stato trasposto in danza, con tutta la sua tragicità, dai coreografi Mariana Porceddu ed Emiliano Pellisari e dai danzatori della compagnia NoGravity: Saverio Cifaldi, Anna Balestrieri, Luca Forgone e Lella Ghiabbi. Colpita dal testo di Erri De Luca, sensibile da sempre alla questione dei migranti, la coreografa e prima ballerina della compagnia ha ritenuto necessario apportare il suo contributo per sensibilizzare l’opinione pubblica verso un problema che molti tendono ad ignorare o a liquidare in modo superficiale facendo ricorso a insulsi luoghi comuni. Così nasce “Exodus”, una creazione a quattro mani, struggente ed incisiva come la narrazione di De Luca, che descrive il viaggio iniziatico di qualsiasi essere umano e l’esodo eterno di ogni popolo che è stato costretto ad emigrare per cercare una vita migliore. Prima di mettere in scena la produzione, i due coreografi hanno consultato la bibliografia che ha usato Erri De Luca per “L’ultimo viaggio di Sindbad”, dall’Antico Testamento a “Uomini Vuoti” di T.S. Elliot, passando per “Le Metamorfosi” di Ovidio.

 La coreografia di NoGravity si apre con una massa indistinta di corpi sulla scena che sembrano tutti uguali, proprio per sottolineare l’esodo di un popolo simile ad un’onda di materia di cui ogni uomo è solo una piccola parte in balia del destino. In un gioco di specchi e simmetrie i corpi si staccano e si riattaccano tra loro creando essi stessi la scenografia. Dopo aver percorso, allegoricamente, il deserto, i corpi diventano una barca con cui varcare il mare, dalla quale ad un certo punto viene espulso il passeggero il cui sacrificio, secondo l’antica credenza, serve a far placare la tempesta (come accade nel testo di Erri De Luca). Poi i corpi diventano la balena che inghiotte il passeggero gettato in mare, con un chiaro richiamo a Giona il profeta,  e i passeggeri superstiti iniziano a recitare le preghiere come estremo gesto scaramantico tra il sacro e il profano. Le preghiere sono cristiane, ortodosse, ebraiche e musulmane, simbolo di uguaglianza di tutte le religioni di fronte all’universo e di fratellanza tra gli uomini a prescindere dal loro culto.  La performance dei danzatori-acrobati racconta una storia senza tempo, un viaggio di anime sospese, anime senza gravità che scorrono leggere sulla terra e si sussurrano storie nell’orecchio per restare vivi alla maniera di Sherazade in “Le mille e una notte”.

Contemporaneamente l’attore Moni Ovadia, presente sulla scena, recita brani da “Le Metamorfosi” di Ovidio che hanno dei riferimenti con la storia. Uno spettacolo intriso di cultura mediterranea, nel quale anche le musiche sono tradizionali, etniche, riproduzioni di quelle degli strumenti citati nell’Antico Testamento. Il finale è tragico, senza speranza, metafora di una condizione esistenziale che si ripete dalla notte dei tempi, che trasmette un messaggio diretto come  un grido di dolore per l’umanità intera.

Serena Cirillo

Serena Cirillo: già consulente per la comunicazione istituzionale al Consolato Americano di Napoli. Giornalista pubblicista, traduttrice, scrittrice, ghost writer. Laureata in lingue e letteratura, specializzata in didattica della lingua italiana agli stranieri. Esperta di letteratura, arte e spettacolo; scrive, anzi narra, di teatro, musica, arti figurative e soprattutto di balletto classico. Ha pubblicato racconti in antologie e ha in cantiere un romanzo ambientato nel mondo della danza. Scrive sulla pagina culturale del quotidiano Cityweek e della rivista Le Sociologie

Stoner di John Williams: una profonda indagine nella natura umana, di Cristiana Buccarelli

Il romanzo Stoner di John Williams, pubblicato per la prima volta nel 1965, è stato nuovamente pubblicato dalla New York Review Books nel 2003 e in Italia nel 2012 da Fazi Editore (e nel 2020 da Mondadori). Esso rappresenta una vera e propria riscoperta letteraria che ha appassionato negli ultimi anni gli amanti della letteratura ed ha avuto un meritato successo internazionale di critica e di pubblico.

Quest’opera può considerarsi senza ombra di dubbio uno dei capolavori della letteratura americana del Novecento, in quanto il suo autore, John Williams, riesce a raccontare con uno stile delicatissimo, poetico e mai separato dal contenuto, il modo in cui il suo personaggio, William Stoner, guarda il mondo e così ci trasmette una sua visione dell’esistenza. 

Il personaggio di Stoner, quasi sempre chiamato per cognome e basta, appare per molti versi di matrice biografica: si tratta di un professore universitario di letteratura del Missouri che conduce una vita molto normale, che potrebbe definirsi un personaggio ‘normale’, ma in realtà siamo di fronte a un personaggio straordinario che vive una vita qualunque, per quanto possa considerarsi tale la vita di chi si dedica per quarant’anni alla missione dell’insegnamento della letteratura e si nutre per tutta la vita di una passione feroce per quest’ultima.

Stoner proviene da una modesta famiglia di agricoltori, così come lo stesso autore, e inizialmente si iscriverà alla facoltà di Agraria, ma dopo poco tempo, stimolato dal suo stesso insegnante Archer Sloane, capirà di essersi innamorato della letteratura, così interromperà gli studi di Agraria e si iscriverà ai corsi di letteratura inglese.

‘Sloane guardò di nuovo William Stoner e disse brusco: Shakespeare le parla attraverso tre secoli di storia, Mr Stoner. Riesce a sentirlo?>>

Stoner sentì che le sue dita stavano allentando la presa dal bordo del banco. Voltò i palmi e si guardò le mani, stupendosi di quanto fossero scure e del modo perfetto in cui le unghie si adattassero alle estremità delle dita; gli sembrò di sentire il sangue scorrere in tutte quelle arterie e venuzze.

(…)

‘Tristano e la dolce Isotta gli sfilavano sotto gli occhi; Paolo e Francesca vorticavano nel buio incandescente; Elena e il radioso Paride, amareggiati dalle conseguenze del loro gesto, spuntavano dal buio. E Stoner li sentiva più vicini dei suoi stessi compagni’ 

Sarà poi lo stesso Archer Sloane che lo spronerà all’insegnamento.

<<Ma non capisce Mr Stoner?>> domandò: <<Non ha ancora capito? Lei sarà un insegnante>>

<<Come può dirlo? Come fa a saperlo?>>

<<È la passione, Mr Stoner>> disse allegro Sloane, <<la passione che c’è in lei. Nient’altro>>.

In nessun romanzo di formazione, a mio avviso, è descritta in una forma così limpida forte e viscerale la passione per la letteratura in cui può restare avvinghiato un essere umano. Ed è appunto questa passione che permea tutta la narrazione della vita di Stoner, un uomo normale e al tempo stesso straordinario.

Così come di passione assoluta si parla nell’incontro fra Stoner e Katherine, di cui egli s’innamora durante il suo infelice e perpetuo matrimonio con Edith, creatura meschina che vive solo di apparenze. 

Con Katherine figura di donna affascinante ed empatica, che entra in scena silenziosamente verso la metà del romanzo, Stoner vivrà quel genere di incontro che si ricorda per tutta una vita.

Come tutti gli amanti, parlavano molto di sé, perché così facendo gli sembrava di comprendere anche il mondo che li aveva creati’

Tuttavia le circostanze e la paura di uno scandalo nell’ambiente accademico – siamo nell’America puritana della prima metà del Novecento – costringeranno i due amanti a rinunciare l’uno all’altro, a causa dell’intervento di Lomax, acerrimo nemico di Stoner nel mondo accademico. 

Ad ogni modo c’è sempre in Stoner una profonda accettazione del suo destino a cui non riesce in fondo ad opporsi; egli appare come un personaggio profondamente umano e anche attuale nonostante sia stato creato nel ’65. Nonostante i fallimenti, le ferite e le delusioni di una vita, continuerà a mantenersi viva dentro di lui la fiamma della conoscenza e della passione letteraria.

Nell’estate del 1937 sentì riaccendersi la vecchia passione per lo studio e l’apprendimento. Con la curiosità e l’entusiasmo infaticabile dello studente, la cui condizione è sempre senza età, tornò all’unica vita che non l’aveva mai tradito. E scoprì che non se n’era mai allontanato, neppure al culmine della disperazione’    

L’opera di John Williams è stata anche definita il ‘romanzo perfetto’; a mio avviso  l’autore riesce a dimostrare attraverso di esso come l’esistenza più silenziosa possa diventare una delle storie più profonde, appassionanti e ricche spiritualmente, in grado di  emozionare il lettore: Stoner rappresenta infatti un miracolo letterario e ci dimostra che cosa sia la vera letteratura.

Vi è infatti un’indagine profonda nell’animo umano che l’autore compie, attraverso il suo personaggio principale, e anche attraverso altri personaggi ben delineati, di cui alcuni positivi e altri malvagi, inoltre nell’opera si pongono molti interrogativi sul valore dell’esistenza in sé, sul significato della vita e dell’amore. 

Il romanzo si chiude con un finale straordinario, in cui con estrema dolcezza si racconta come William Stoner raggiunga la fine della sua esistenza.

‘Aveva tutto il tempo del mondo. Una morbidezza lo avvolse e un languore gli attraversò le membra. La coscienza della sua identità lo colse come una forza improvvisa, e ne avvertì la potenza. Era se stesso, e sapeva cosa era stato…’

Si è dunque di fronte a un grande classico della letteratura, in grado di lasciare in chi lo legge un’impronta e una possibilità di riflessione interiore che difficilmente si dimentica.  

Cristiana Buccarelli  

Cristiana Buccarelli è una scrittrice di Vibo Valentia e vive a Napoli.  È dottore di ricerca in Storia del diritto romano. Ha vinto nel 2012 la XXXVIII edizione del Premio internazionale di Poesia e letteratura ‘Nuove lettere’ presso l’Istituto italiano di cultura di Napoli. Conduce annualmente laboratori e stage di scrittura narrativa. Ha pubblicato la raccolta di racconti Gli spazi invisibili (La Quercia editore) nel 2015, il romanzo Il punto Zenit (La Quercia editore) nel 2017 ed Eco del Mediterraneo (IOD Edizioni) nel 2019, presentati tutti in edizioni diverse al Festival di letteratura italiana Leggere&Scrivere. Con Eco del Mediterraneo (IOD Edizioni) ha vinto per la narrativa la V edizione del Premio Melissa Cultura 2020 e la IV edizione Premio Internazionale Castrovillari Città Cultura 2020. Nel 2020 è stata pubblicata a sua cura la raccolta Sguardo parola e mito (IOD Edizioni). Nel 2021 ha pubblicato il suo primo romanzo storico I falò nel bosco (IOD Edizioni), presentato all’interno di Vibo Valentia Capitale italiana del libro 2021 al Festival di letteratura italiana Leggere&Scrivere e nel Festival Alchimie e linguaggi di donne 2022 a Narni. Con I falò nel bosco ha vinto per la narrativa la XVI edizione del Premio Nazionale e Internazionale Club della poesia 2024 della città di Cosenza. Nel 2023 ha pubblicato il romanzo Un tempo di mezzo secolo (IOD Edizioni).

L’incipit di “Cose che non voglio sapere” di Deborah Levy, traduzione di Gioia Guerzoni (NNE)

“Quella primavera, quando la vita era complicata e lottavo con il mio destino e semplicemente non riuscivo a vedere dove si potesse andare, mi resi conto che piangevo soprattutto sulle scale mobili delle stazioni. Non succedeva mentre scendevo, ma c’era qualcosa nello stare immobili ed essere trasportati verso l’alto che mi turbava.

Come dal nulla, le lacrime sgorgavano inarrestabili, e quando arrivavo in cima e sentivo le raffiche di vento dovevo sforzarmi per smettere di singhiozzare. Era come se lo slancio che mi portava in su fosse l’espressione fisica del mio dialogo interiore.”

Deborah Levy: “Cose che non voglio sapere”, traduzione Gioia Guerzoni (NNE)

Intervista a Vladimiro Bottone per “Il peso del sangue” (Solferino), di Daniela Marra

Questo è un libro coraggioso. Scuote, divide, potenzialmente scandaloso, mette alla prova il lettore, che si trova smarrito nell’incertezza, perdendo gradualmente i suoi punti di riferimento. L’incedere della narrazione è serrato, un ritmo da noir, dove nulla è scontato. Tuttavia l’autore resta sempre onesto con il lettore e lascia tracce, briciole di senso, niente è lasciato al caso. 

Vladimiro Bottone innesca bombe e chi ci cammina su viene irrimediabilmente colto dallo scoppio, barcollando sul baratro delle ambiguità e delle ambivalenze che accompagnano tutta la storia. Se ne esce destabilizzati. 

L’ambientazione storica degli anni della Repubblica di Salò è stata la prima scelta coraggiosa dell’autore, anni oscuri che fanno da sfondo a sentimenti oscuri, ambivalenti, ambigui. È come se una cortina fumosa stazionasse sulla Torino del ’44, una nebbia tossica rossastra, che ha il sapore ferroso del sangue, sangue versato, sangue oscuro, sangue ingrato, rancoroso, ambiguo, perturbante e nessuno se ne salva. Impregna ogni vita, ogni storia, ogni sentimento nella carne fino alle ossa.  Sono gli anni precari che precedono la fine del conflitto, tra una guerra civile senza fronte, guerriglie e terrorismo, deportazioni e resistenze.

Una giovane ebrea in fuga, bella, audace e colta, Myriam, incontra il commissario Troise, fascista napoletano che da poco si è trasferito a Torino per affari segreti. Dal loro incontro deflagra una storia tra Eros e Thanatos, un amore ambiguo dove vittima e carnefice si fondono e si confondono fino a svelare, in un gioco di specchi, tutta l’oscurità che preme in ognuno di loro. La stessa Myriam è una creatura inquieta, oscura, ambivalente, non la solita ebrea buonista da fiaba postbellica, non l’eroina che lava il mondo dai peccati, basta leggere le prime pagine per trovarsi invischiati nella carne e nel sangue di una giovane donna che morde la vita senza esclusione di colpi, nessun vittimismo, nessun ripensamento, nessun sacrificio.  Colpisce la consapevolezza di tutta l’oscurità che la abita, un’autocoscienza che pulsa nel suo sangue e la rende oscura.

 Accanto ai protagonisti una galleria di personaggi regola la temperatura emotiva del romanzo, è un’oscillazione involontaria di sentimenti ambivalenti in cui il lettore si trova immerso senza possibilità di fuga. Ne parlo con l’autore in un dialogo che approfondisce alcuni aspetti del romanzo.

-Vladimiro ti sembrerà poco ortodosso non aprire il nostro dialogo sui cosiddetti protagonisti ma con un personaggio marginale che mi ha colpito notevolmente, ossia Carlo.

Invece è una piacevole sorpresa perché di solito l’attenzione viene molto accentrata da Myriam e Troise, che obbiettivamente hanno una statura protagonistica e sono l’origine della storia, però Carlo è un personaggio importante. Quando viene messo in risalto sono particolarmente soddisfatto come autore perché era un personaggio sul quale puntavo.

– Carlo sembra incarnare la contraddizione e l’ambivalenza che guida tutta la narrazione. E’ un personaggio abissale, ctonio, legato alla profondità oscura della psiche, come oscuro è il suo sangue. Mi fa pensare a l’archetipo di Efesto, non solo per la sua zoppia, per essere considerato uno scarto, per la sua indole rancorosa, ma anche per la potenza delle pulsioni che lo portano a compiere il suo destino, per quanto discutibile sia il modo.

Questo sai cosa dimostra? Ed è veramente molto interessante. Come gli archetipi e i miti vivano in noi anche quando non ce ne accorgiamo. Ho dato a Carlo questa zoppia senza pensarci, per una necessità narrativa: un giovane uomo che sta terminando gli studi universitari doveva necessariamente arruolarsi nell’esercito della Repubblica di Salò. Carlo non viene arruolato per via della sua menomazione fisica. E qua miti e archetipi suggeriscono all’autore. Carlo è uno dei personaggi su cui il peso del sangue è più forte perché proviene da un sangue oscuro, di qui la sua sofferenza. Lui è il primo e l’unico della famiglia ad aver studiato. La sua è una famiglia proletaria, di operai, di anonimi e Carlo vuole riscattarsi a ogni scosto da questa mediocrità. Perciò si laurea e diventa uno studioso, mettendosi sulla scia di un importante storico dell’arte, il professor Alberganti.

– Questo riscatto a tutti i costi è l’unica certezza che Carlo possiede e non ammette smarrimenti o ripensamenti. Cosa ne deriva?

Negli anni dell’università Carlo si farà mantenere dalla polizia politica del regime e nello specifico da Troise, il quale nel momento in cui scoppia la guerra civile dal settembre del ’43 all’aprile del ’45 viene a chiedere qualcosa in cambio.

– Ed è proprio da questo momento in poi che Carlo rivela un’identità spiccatamente ambivalente. Un giovane uomo mosso da profonde contraddizioni e piegato dalla storia personale e schiacciato dalla grande storia. Carlo tradito o traditore? Vittima o carnefice?

Carlo deve saldare un debito, deve ora più che mai infiltrarsi in determinati ambienti per informare Troise di cosa bolle in pentola. Quindi sotto certi aspetti è anche una vittima oltre che colpevole di aver calpestato dei principi di moralità pur di riscattarsi dal peso del sangue. Ha tradito i suoi compagni di studi, altre persone, continua a tradire tutti…

-Ma non tradisce Emanuela.

Esatto! Questo è un punto centrale. Carlo mostra elementi di debolezza, per alcuni aspetti è anche sordido, ma nella sua natura si nasconde un frammento di diamante: la passione non ricambiata per Emanuela. Un personaggio che possiamo anche a ragione considerare negativo, ma che contempla un aspetto di positività, proprio perché la mia idea di personaggio è questa: il narratore deve mostrare qualcosa di non scontato, che il lettore non sospetta e non si aspetta. 

– Carlo è una chiave, una sintesi di quelle forze che muovono le grandi tragedie classiche. E tutta la storia ne è imbrattata. Agisce Eros, quella forza irrazionale che si manifesta all’improvviso, in un attimo che possiamo definire fatale, possiede la potenza del cambiamento. Così i personaggi si trovano di fronte a rovesciamenti, voragini profonde e baratri sconosciuti. Ad esempio l’incontro di Myriam e Troise avviene su questo terreno: attraverso uno sguardo si mette in moto l’irrazionale che non è irragionevole. È il tempo giusto del cambiamento. Troise non decide di salvare Myriam, di portarla a casa per uno scopo, non è forse mosso da una pulsione irrazionale, una forza sconosciuta che agisce in quell’attimo?

Sì e tutto si gioca, ed è quello che nella vita mi lascia veramente stupefatto, nei pochi secondi di uno sguardo. E’ incredibile! Troise probabilmente scorge in quello sguardo una paura ancestrale, un richiamo antico di salvezza, di sopravvivenza e anche la natura perturbante di Myriam. Evidentemente lui era pronto e qui hai ragione il tempo era giusto: alcune certezze politiche stavano crollando, la sua vita era in pericolo perché durante la guerra civile si poteva essere uccisi in qualunque momento. Troise è perciò un uomo precario che al momento giusto incontra lo sguardo giusto per una svolta radicale della sua esistenza.

– Quel momento che appare irrazionale ha quindi radici profonde, e lì che una luce si proietta su Troise, un’umanità inaspettata che allontana l’ombra dell’infamia, si arriva addirittura a simpatizzare per lui. Incredibile!

E questo è un mio divertimento. Il divertimento perverso dell’autore, quello di aver costruito un personaggio che ha certamente degli stigmi negativi molto forti, perché lui è un fascista convinto, pur non essendo un convinto antisemita. Troise, potenzialmente negativo, suscita una certa simpatia. La narrativa deve aggirare gli stereotipi, le idee correnti, il già visto e il già noto e mettere in crisi le aspettative, le idee e le opinioni del lettore. Se diamo al lettore esattamente quello che lui pensa, se gli diciamo ciò in cui egli crede e soddisfiamo tutte le sue aspettative gli avremo dato il famoso biberon di camomilla prima di andare a dormire. Invece bisogna metterlo in crisi. Troise  si dovrebbe odiare potenzialmente e anche con buone ragioni, di fatto sostiene il regime, perfino nella sua ultima e peggiore incarnazione, la Repubblica di Salò. Cosa c’è di peggio che essere un vassallo del nazismo? Eppure come individuo ti ha suscitato una crisi.

– E’ un uomo ed è proprio quella sua umanità, che è un punto di aggancio fortemente emotivo per il lettore. E allora accade che quello che può essere vero a livello generale cade sul piano individuale: il fascista sfuma davanti all’uomo e assume tante sfaccettature. 

E proprio quello di cui parla il narratore che si occupa di individui. Il compito della scrittura narrativa è proprio quello, non di confermarti nelle tue certezze, anche quando sono certezze valide e fondate, di incrinarle, se no, non avrebbe senso. Leggere sarebbe superfluo.

– Un’immagine di grande potere simbolico è sicuramente quella di Troise quando, nel conforto della casa che abita con Myriam, si spoglia dalla sua camicia nera e la fa cadere a terra. Solo con la canottiera addosso Myriam riesce ad abbandonarsi a lui. Ecco che un piccolo gesto, volutamente banale, è un seme, una traccia indelebile.

E posso dire per nulla casuale. Di me si potrà dire tutto, scrivo bene, scrivo male, c’è la tensione, non c’è, tutto quel che si vuole, ma nulla di ciò che scrivo è casuale. Cogli molto bene che in quel piccolo atto c’è tutto il dramma di Myriam e di Troise. Certamente lei non può amare un fascista, infatti lo tradisce politicamente legandosi alla resistenza. Lui è un nemico, quelli come lui hanno deportato le persone del suo sangue, però quando si spoglia diventa uomo e un uomo che la ama, la protegge, la desidera e che lei a sua volta desidera. Quindi c’è il dramma di essere amanti e nemici, la tensione estrema di questa coppia paradossale. Myriam non è una donna remissiva o passiva, lei è una donna indipendente che ha un’idea chiarissima di chi è amico e chi è nemico, e Troise si pone proprio sul confine tra chi si ama e chi si odia.

– Troise e Myriam sono due solitudini, due naufraghi della storia: Myriam “sola al cospetto della sua sopravvivenza”, porta su di sé uno stigma, lei è la sopravvissuta, quindi vive un incessante senso di colpa. Smarrita e reietta non è forse lo specchio di Troise?

In effetti, possono sembrare due personaggi solo antitetici ma sono legati fatalmente da alcuni aspetti. Uno è la solitudine, perché anche Troise è un uomo solo in un luogo che non gli appartiene ed è solo rispetto alla propria sopravvivenza, perché in una guerra civile, in cui non esiste un fronte, fatta di guerriglia, terrorismo, segreti, un uomo in borghese può uscire da un portone seguirti e darti un colpo alla nuca. Myriam e Troise sono due creature estremamente precarie per quanto riguarda l’esistenza. Certo più Myriam che Troise e poi sono due creature sole ed è questo che rende possibile il loro avvicinamento, al di là del desiderio e di ciò che forse anche io non conosco. A volte il testo ne sa più dell’autore. Come la tua lettura archetipica e mitologica di Carlo su cui sto riflettendo e che trovo molto interessante. L’archetipo che inconsciamente agisce sull’autore è un’osservazione su cui riflettere.

– Forse è il motivo per cui ho riconosciuto in Carlo un grande potenziale, come anche in un altro personaggio marginale, che trovo molto interessante, simbolo di grandi contraddizioni  e di cui mi piacerebbe raccontassi qualcosa, ossia l’ebreo che denuncia i suoi correligiosi. Una bella sfida psicologica per l’autore.

Hai perfettamente ragione è una figura che mi affascina e quasi mi soggioga, l’ebreo che odia se stesso. Per motivi strutturali non potevo dargli più spazio. Avrebbe meritato un romanzo a parte. Un personaggio così ingombrante, che ha così tanto da dire, che è così tanto contraddittorio, ci vorrebbe un libro dedicato.

– Anche la paura gioca un ruolo fondamentale: in Troise è emblematico come un ideale, quello della gloria, si manifesti come nevrosi, nella forma della paura di una morte anonima e ingloriosa.

L’incontro con Myriam e le circostanze estreme della guerra civile fanno capire a Troise che il senso della vita non è l’ossessione della gloria, ma la passione e l’amore.

– E’ non è forse l’amore che spegne le loro solitudini, anche se per brevi momenti? Se no Myriam se ne sarebbe andata, perché le occasioni non sono mancate.

Giustissimo. Myriam poteva andare via. Non accetta la proposta della resistenza perché bisogna prima catturare questo ebreo, questo delatore dei suoi correligionari, ma avrebbe potuto farlo anche se scappava. 

– Due solitudini che riescono in attimi di inaspettata intimità ad essere rifugio l’uno dell’altra, come se una bolla li tenesse fuori dalla grande storia. Ma nella casa di Troise c’è una porta chiusa a chiave, non è forse emblema della storia da tenere sotto chiave per non inquinare quell’oasi senza tempo che è spazio dei loro incontri?

Quando esce al mattino Troise torna a essere un nemico, porta gli abiti del nemico, non può essere amato se non è privo di abiti, ridotto alla sua intimità di essere umano. Dietro quella porta sono ammassati i beni degli ebrei che abitavano la casa confiscata. E’ storicamente vero, i beni venivano sequestrati e spesso dati a funzionari che si erano spostati da altre parti di Italia per mettersi al servizio presso la Repubblica di Salò. In questo caso ha un grande impatto simbolico: la porta è la storia, la porta sono gli altri ebrei, la porta è il senso di colpa che non bisogna aprire. Potrebbe irrompere e gravare sulla storia di Myriam e Troise. Nessuno dei due vuole aprirla e nessuno dei due tenta di aprirla. 

Daniela Marra

Vladimiro Bottone, nato a Napoli nel 1957, vive e lavora a Torino. Ha pubblicato i romanzi L’ospite della vita (1999, selezionato al Premio Strega 2000), Rebis (2002), giunto alla seconda edizione, Mozart in viaggio per Napoli (2003), Vicaria (2015) pubblicato da Rizzoli e Non c’ero mai stato (Neri Pozza, 2020). Collabora alle pagine culturali de Il Corriere del Mezzogiorno e de L’Indice dei libri del mese. Il suo ultimo romanzo uscito nel 2024 s’intitola “Il peso del sangue”, ed è edito da Solferino.