Vincerei facilmente se scommettessi che James Joyce è fondamentalmente conosciuto come l’uomo che ha convinto generazioni di studenti che non usare la punteggiatura sia, in realtà, un geniale scavalcamento delle regole, oltre che uno stratagemma narrativo. Con l’andare del tempo, infatti, pare che gli sia stato appiccicato addosso il crisma dello scrittore che “non usa le virgole e i punti”, definizione diventata endemica per la diffusa comodità di etichettare generi e stili letterari usando schemi alla “bignamini”; certo, è una definizione a dir poco riduttiva. Joyce era un visionario che ha deciso che la realtà non andava solo descritta, ma sentita, masticata e poi riscritta da zero.
In effetti, il ribelle occhialuto J.J., nato a Dublino nel 1882, era il classico “studente brillante ma problematico”. Amava le lingue, cantava benissimo (tenore, niente meno!) e poi odiava profondamente l’atmosfera soffocante della sua città natale. Infatti, passò gran parte della vita in esilio volontario tra Trieste, Parigi e Zurigo. Ma nonostante se ne fosse andato, non scrisse mai di nient’altro se non di Dublino.
Joyce non si accontentava di scrivere storie: giocò, per esempio, allo smembramento della lingua inglese, smontandola pezzo a pezzo e ricostruendola senza scrupoli e timori reverenziali.
In Gente di Dublino (Dubliners), Joyce chiama “Epifania” quel momento improvviso in cui un oggetto banale, una frase sentita per strada o un gesto ripetitivo rivelano ad un personaggio, improvvisamente, il significato profondo della vita. Ad esempio nel racconto I Morti (l’ultimo di Gente di Dublino), il protagonista Gabriel vede la moglie assorta ad ascoltare una vecchia canzone sulle scale. In quel momento, grazie a un gioco di luci e al suono della musica, capisce improvvisamente che lei ha amato qualcuno profondamente prima di lui e che la sua intera vita è stata, in fondo, superficiale.
Prima di Joyce, nei libri succedevano grandi eventi (duelli, matrimoni, eredità). Joyce dice: “No, la verità sta nel modo in cui guardi la polvere che balla in un raggio di sole”…
Nel Ritratto dell’artista da giovane, romanzo semi-autobiografico, seguiamo la crescita di Stephen Dedalus, crescita direttamente proporzionale allo stile di Joyce che diventa via via più complesso. Ed il suo Finnegans Wake è scritto in una lingua inventata, che mescola decine di idiomi diversi.
Il “Ted Ed” su “l’Ulisse”, che qui presentiamo, cerca di riassumerne il contenuto che, in sintesi estrema, consiste nel seguire le 18 ore della giornata di Leopold Bloom (un uomo comune, gentile e un po’ sfigato) attraverso Dublino, il 16 giugno 1904. Oltre che nel titolo del romanzo, il parallelo epico è scritto nei titoli di ogni capitolo che corrispondono a personaggi ed episodi dell’Odissea di Omero. Solo che al posto di mostri marini e dei, ci sono panini al formaggio e bagni pubblici. Con il “Flusso di Coscienza”, Joyce entra letteralmente nella testa dei personaggi, consentendoci di leggere i loro pensieri così come arrivano: caotici, senza filtri e spesso senza virgole. È il primo “Live Blog” della storia, ma scritto divinamente. Il tutto si conclude con il celebre monologo di Molly Bloom, un fiume inarrestabile di pensieri che è una delle vette di sensualità e umanità di tutta la letteratura. Ma bisogna ammettere anche un altro aspetto riguardante la lettura di “Ulisse”, in particolare. Il video-essay di TED ED si fa interprete dello stato d’animo di molti lettori alle prese con il primo approccio alla lettura del romanzo: difficile, infatti, è resistere dopo un po’ all’impulso di rinunciare, riponendo il libro sullo scaffale più lontano. Leggere l’Ulisse non è come leggere un giallo; è più simile a fare un’immersione subacquea: all’inizio manca il fiato, ma poi inizi a goderti il panorama. Il trucco potrebbe essere non cercare di capire tutto subito: Joyce ha inserito riferimenti a tutto (storia, teologia, canzoni popolari). Se ci si fermasse a ogni parola, non si finirebbe mai. Bisogna andare avanti! Lasciarsi cullare dal ritmo delle parole. Tra l’altro Joyce era un musicista. Molti capitoli (come l’ultimo di Molly Bloom o quello ambientato nel pub, le “Sirene”) sono scritti per l’orecchio. Se un passaggio sembra assurdo, provate a leggerlo a voce alta: improvvisamente prenderà senso. Non è strano che molti lettori tengano sottomano un piccolo riassunto dei capitoli che spieghi il parallelo con l’Odissea aiutandoli a non sentirsi sperduti. Ad esempio, sapere che il capitolo in biblioteca corrisponde a Scilla e Cariddi rende tutto più divertente.
Se proprio riesce difficile farsi coinvolgere, infine, seguite il suggerimento di chi usa “il trucco del 16 giugno”: molti iniziano a leggerlo in occasione del Bloomsday (il 16 giugno, appunto). Leggere di Bloom che mangia un rene alla griglia a colazione mentre anche tu sei a colazione potrebbe creare una connessione magica!
Buona visione!
Massimo Villani, in arte Maestro Missile, opera da svariati anni nel campo dei Videosaggi sul Cinema e sull’Arte.
TedEd è una piattaforma che consente ai docenti di creare lezioni interattive a partire da un video; fa parte della “famiglia” più ampia di risorse dell’omonima organizzazione no profit, che ha come scopo quello di diffondere idee e cultura in ogni ambito attraverso discussioni e conferenze.
Adeline Virginia Stephen – Woolf sarà il suo nome da sposata – è stata tra i più importanti scrittori inglesi, voce innovatrice del romanzo modernista e pioniera del femminismo letterario. Nata a Londra il 25 gennaio 1882 in un contesto intellettuale vittoriano, perde precocemente i genitori e una sorellastra, lutti che coincidono con le prime crisi depressive che l’accompagneranno per tutta la vita. Studia Storia e Lettere Classiche al King’s College di Londra e nel 1912 sposa Leonard Woolf, con cui fonda una piccola casa editrice, la Hogarth Press, e anima il Bloomsbury Group, una cerchia di artisti, scrittori ed economisti. Autrice di romanzi fondamentali nella storia della letteratura mondiale – come La signora Dalloway (1925), Gita al faro (1927), Orlando (1928), Le onde (1931) -, nonché di saggi in cui critica la società patriarcale, le gerarchie di generi e la dipendenza economica delle donne (Una stanza tutta per sé e Le tre ghinee), la Woolf si toglie la vita il 28 marzo del 1941. A 144 anni dalla nascita, Maestro Missile ci propone la traduzione della lezione Ted-Ed dedicata alla grande scrittrice inglese.
Buona visione!
Massimo Villani, in arte Maestro Missile, opera da svariati anni nel campo dei Videosaggi sul Cinema e sull’Arte.
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Nel 1915 una giovane scrittrice inglese esordiva nel mondo letterario con un romanzo “La crociera” (The Voyage Out). Aveva 33 anni e si chiamava Virginia Stephen. Sul libro appariva il suo nome da sposata, Virginia Woolf.
“La crociera” era un buon romanzo ma nessuno avrebbe potuto immaginare che Virginia (come la chiameremo da qui in poi) avrebbe, pochi anni dopo, rivoluzionato la letteratura inglese e mondiale.
Era piuttosto bella, con occhi tra il verde e il castano, capelli castani, alta (1,75), slanciata, pallida, esile, con uno sguardo gentile e perspicace.
Suo padre Sir Leslie Stephen era un noto studioso che da solo aveva redatto centinaia di voci della prestigiosa enciclopedia Oxford Dictionary of National Biography nonché saggi biografici e opere filosofiche. Si era sposato con la figlia del celebre scrittore Thackeray, l’autore di “La fiera delle vanità”, e avevano avuto una figlia disabile, Laura.
La prima moglie morì giovane e tempo dopo Sir Leslie fece una proposta di matrimonio a Julia Prinsep Jackson.
Anche lei era vedova, aveva perduto il marito da giovane e si era chiusa in un grande dolore. Aveva già tre figli.
Era famosa per la sua bellezza e discendeva da un Chevalier L’Etang che a fine Settecento era stato amico di Maria Antonietta.
Sua zia era stata una pioniera della fotografia, Julia Margaret Cameron.
Ebbero quattro figli di cui la terza fu Virginia. Julia si ritrovò così, tra suoi e gli altri, con otto figli da accudire. Si dedicava a numerose opere di bene, si prese anche cura di numerosi parenti ammalati ma soprattutto del marito, un uomo inquieto, con un viso interessante con una lunga barba, egocentrico ed eccessivamente preoccupato della situazione economica nonostante fosse agiato e che prese la discutibile decisione di far studiare fuori casa solo i figli maschi e diventare precettore delle figlie femmine. Il padre si innervosiva se lei e Vanessa non capivano subito gli esercizi di matematica e di greco.
Virginia era vicina emotivamente alla sorella maggiore Vanessa, un legame che si sarebbe mantenuto per tutta la vita. Purtroppo entrambe furono vittime di molestie sessuali da parte dei due fratellastri di Virginia, in particolare George.
Nel 1895, quando Virginia aveva 13 anni, sua madre morì a soli 49 anni. Fu l’evento più tragico della sua vita e l’inizio di un notevole disagio psicologico che l’avrebbe, tra alti e bassi, accompagnata tutta la vita (e a cui sarebbe disonesto dare un nome come invece molti hanno fatto).
Durante l’adolescenza Virginia si innamorò del tutto platonicamente di due giovani donne, Madge Symonds e poi Violet Dickinson. Come avrebbe raccontato Quentin Bell, nipote della scrittrice, nella bella biografia che le avrebbe dedicato, quando Madge si recava a trovare la famiglia lei pensava: “Madge è qui” e sentiva il cuore battere a mille. Non esistono forse amori più forti di quelli dell’adolescenza.
Nel 1904, dopo il decesso del padre, Virginia fece un primo tentativo di suicidio.
A 30 anni, nel 1912, accettò la proposta di matrimonio che le aveva fatto un anno prima il trentaduenne Leonard Woolf.
L’anno seguente tentò nuovamente il suicidio e fu a un passo dalla morte.
Leonard Woolf rimane una figura controversa nonostante abbia scritto ben sei libri autobiografici e un romanzo ambientato in Sri Lanka (allora Ceylon).
Magro, con occhi blu scuri, capelli neri era nato a Londra nel 1880 in una famiglia ebrea (ma era ateo) e aveva studiato all’università di Cambridge.
Conobbe Virginia casualmente quando lei si era recata un giorno a Cambridge.
Rimase colpito dalla sua aria gentile e dal suo aspetto. Poi, nel 1904, era partito per Ceylon come funzionario dell’impero britannico, il più esteso del mondo. Sarebbe tornato solo nel 1911.
Nel frattempo lei aveva ricevuto alcune proposte di matrimonio che aveva rifiutato, eccetto una: quella dello scrittore gay Lytton Strachey.
Il giorno dopo lui, assai imbarazzato, aveva ritirato la proposta.
Leonard Woolf, tornato a Londra, si era innamorato di Virginia. Avevano interessi in comune: entrambi facevano parte del gruppo letterario di Bloomsbury (dal nome di un quartiere di Londra) che ebbe un grande peso nella nascita della corrente letteraria del Modernismo. Erano giovani artisti che si riunivano a casa di Virginia e Vanessa sfidando i tabù della società britannica parlando di tutto a ruota libera e di cui faceva parte anche il futuro grande economista John Maynard Keynes.
Entrambi avrebbero poi aderito ad una nota organizzazione socialista britannica, la Fabian Society svolgendo attività sociale, in certi periodi, per la working class.
Leonard Woolf ebbe anche un’intensa attività di giornalista e politica anche se avrebbe voluto essere uno scrittore famoso.
Sempre nel 1912 lui aveva scritto di sé a Virginia (esagerando?) che era “egoista, geloso, crudele, lussurioso, bugiardo e probabilmente anche peggio. Mi ero ripetuto più volte che non avrei mai sposato nessuno” e invece fece di tutto per sposarla.
Aveva un tremito alle mani che lo tormentò per tutta la vita, nelle foto appare spesso cupo o distratto.
Lei voleva bene a Leonard e desiderava avere dei figli e sposarsi.
Fu molto sincera con lui prima di accettare la proposta di matrimonio.
Nel 1912 gli scrisse: “Come ti ho detto un po’ brutalmente l’altro giorno, non provo attrazione fisica per te. Ci sono momenti, come quando mi hai baciata l’altro giorno, in cui non provo nulla, sono come una pietra eppure la tua premura nei miei confronti mi travolge. È così reale e così strana”.
Si sposarono e sembra che rimase un matrimonio bianco ma molto importante a livello affettivo ed intellettuale.
Lui era il primo a leggere i romanzi della moglie quando erano ancora manoscritti.
Fondarono insieme la piccola ma coraggiosa casa editrice Hogarth Press che pubblicò autori come il poeta Eliot, Forster, Katherine Mansfield, le opere di Sigmund Freud (che avrebbero poi incontrato nel 1939).
Tutti i libri di Virginia, eccetto i primi due, vennero pubblicati dalla loro casa editrice il che la liberò dalla tirannide degli editori. Vanessa disegnava delle bellissime copertine e i libri ebbero successo, furono presto tradotti in altre lingue.
Nel 1937 si recò a trovarla a Londra una giovane donna belga che voleva tradurre “Le onde” in francese. Virginia le dette carta bianca. Era Marguerite Yourcenar.
Tornando a Leonard, egli si prese grande cura della moglie quando lei ebbe dei momenti molto difficili psicologicamente. Consultò vari medici, l’assisteva personalmente, assunse delle infermiere. Teneva un quaderno in cui scriveva in tamil e singalese (le lingue di Ceylon) come procedeva lo stato psichico e fisico di lei.
Lei rimpianse sempre di non aver potuto avere figli e adorava i nipoti, figli di Vanessa.
Molti dicono che Virginia non sarebbe potuta sopravvivere senza Leonard e senza la scrittura.
Quentin Bell, nipote di Virginia, scrisse che sposare Leonard era stata la migliore decisione che lei avesse mai preso.
Tuttavia nel 1998 venne pubblicato un saggio scritto da Irene Coates, una commediografa inglese nata nel 1925, che sosteneva che Virginia fosse stata invece manipolata, controllata, dominata dal marito per decenni e che infine si era sentita di troppo nella vita di lui.
Il libro ha suscitato grandi polemiche in Inghilterra e ha avuto estimatori e detrattori.
Pochi mesi dopo il suicidio di Virginia nel 1941 lui, 61 anni, per quanto disperato, si innamorò di un’altra donna, Trekkie Ritchie Parsons, pittrice, 39 anni (che aveva già conosciuto prima) con la quale ebbe una relazione che durò fino alla sua morte nel 1969 a 88 anni.
Tra il 1922 e il 1931, cioè dai 40 ai 49 anni, fu il decennio più creativo di Virginia nel quale pubblicò romanzi come “La stanza di Jacob” (Jacob’s Room – 1922), “Mrs Dalloway” (1925), “Gita al faro” (To the Lighthouse – 1927), “Orlando” (Orlando: A Biography – 1928) e “Le Onde” (The Waves – 1931).
“La stanza di Jacob” fu il primo romanzo in cui abbandonò uno stile classico per un altro in cui erano essenziali gli stati d’animo, le sensazioni, i pensieri, i dettagli più che la trama e le azioni.
Questo stile o modo, che Virginia stessa saggiamente non definì mai un “metodo”, in quanto era scaturito spontaneamente da lei dopo una lunga, estenuante ricerca, venne così denominato dallo psicologo e critico letterario William James, fratello del celebre scrittore anglo americano Henry James, che lo chiamò “stream of consciousness” (flusso di coscienza).
Anche Marcel Proust, “recluso” a causa dell’allora ingestibile asma nel suo appartamento parigino, aveva scoperto qualcosa di affine seppure diverso nel suo capolavoro “Alla ricerca del tempo perduto”, edito tra l’inizio del Novecento e gli anni Venti, ed altrettanto il dublinese James Joyce in “Ulisse” (1922) dove non vi era una trama e una connessione logica tra le frasi.
Kafka aveva invece descritto l’assurdità esistenziale.
Detto per inciso, Virginia adorava l’opera di Proust ma non accettò l’Ulisse per la Hogarth Press in quanto non le era piaciuto.
In “Le Onde” portò lo “stream of consciousness” alle estreme conseguenze: vi sono solo i pensieri dei personaggi.
In “Mrs Dalloway” c’era invece il contrappunto, assai forte emotivamente, tra due personaggi completamente diversi che si muovono in una serena giornata di giugno londinese senza mai incontrarsi: la serena Clarissa Dalloway e il profondamente inquieto Septimius Warren Smith, traumatizzato dalla prima guerra mondiale.
In “Gita al faro” ella rievocava invece la sua infanzia e i genitori in un’atmosfera evanescente. E anche se Virginia non aveva studiato musica il libro assomiglia ad un brano musicale: ogni personaggio contribuisce con il suo timbro particolare, i suoi stati d’animo, i suoi pensieri ad una sinfonia d’insieme: il tirannico signor Ramsey, la sacrificata e bellissima signora Ramsey, la maldestra pittrice Lilly e gli altri.
Non si può non ammirare il fatto che mentre combatteva con una seria malattia Virginia riuscì a scrivere queste grandi opere letterarie
Ella apprezzava ed era “gelosa” al tempo stesso soltanto del talento di Katherine Mansfield con la quale nacque un rapporto d’amicizia (2).
In quel tempo Virginia incominciò anche a guadagnare molto con i suoi libri.
Prima aveva vissuto grazie ad una piccola eredità del padre ma ora poteva spendere liberamente anche se continuò a vivere in modo molto sobrio.
Nel 1922, a 40 anni, Virginia conobbe una scrittrice di successo, Vita Sackville – West.
Vita, 30 anni, proveniva da una delle più aristocratiche famiglie inglesi (una sua discendente, anche se non diretta, sarebbe stata Lady Diana). La sua famiglia possedeva la tenuta di Knole, quasi 400 stanze, che Vita non poté ereditare in quanto la successione era solo per via maschile.
Vita scriveva romanzi con titoli come “Seduttori in Ecuador”, “La signora scostumata”, “La Grande Mademoiselle”, romanzi assai gradevoli ma più che altro rappresentativi di un mondo. Amava viaggiare in Oriente, i cani – come ogni buon inglese che si rispetti – e coltivò e creò splendidi incroci di rose nel giardino del suo castello di Sissinghurst nel Kent.
Era sposata con un noto diplomatico conservatore (che non avrebbe mai lasciato) e avevano due figli.
Apparentemente sembravano due persone lontane. Virginia era riservata nel modo di vivere, Vita brillante e mondana.
Nel 1925 la loro amicizia si trasformò in un amore di cui ci sono rimaste le lettere.
Virginia seppe guardare oltre le apparenze della lady aristocratica e Vita colse la delicatezza di Virginia.
Leonardo Woolf sostenne discretamente Virginia e altrettanto fece Vanessa.
Sia Leonard sia Vita sapevano che non avrebbe mai lasciato Leonard.
Quando l’amore finì nel 1929 (sembra a causa delle infedeltà di Vita) l’amicizia continuò. Per Vita, Virginia scrisse “Orlando”, la storia di un malinconico poeta inglese del 1500 che vive ancora nel 1700 in Persia, che da uomo diventa donna e che ha splendide parti come la descrizione del grande gelo di Londra.
Le donò anche il manoscritto.
Sulla forza vitale dell’amore compose poi un altro bel romanzo meno conosciuto, “Flush”, dove descrisse, dalla deliziosa prospettiva del fedele cocker spaniel Flush, il grande amore tra i poeti Elizabeth Barrett e Robert Browning.
Nel 1928 Virginia tenne due conferenze di rilievo per studentesse all’università di Cambridge. Da qui nacque un saggio intitolato “Una stanza tutta per sé”. È un testo fondamentale nella storia delle donne e del femminismo perché individua alcuni elementi della loro oppressione e come superarli: l’indipendenza economica e un proprio spazio privato. Vent’anni dopo anche Simone de Beauvoir nel suo saggio “Il secondo sesso” avrebbe individuato nell’indipendenza economica il nucleo della liberazione femminile.
“Una stanza tutta per sé” è molto bello oltre che per l’analisi sociale per come è scritto.
Gli anni ’30 furono più difficili per Virginia. Alcuni suoi amici morirono e anche un nipote, Julian, figlio di Vanessa, che era andato volontario nella guerra di Spagna contro i franchisti. Fu lei a dare grande supporto emotivo alla sorella.
Nel 1940/41 la guerra fu molto violenta in Inghilterra: Londra venne bombardata tutte le notti per due mesi e l’Inghilterra per otto.
Anche l’ultima casa di Virginia, chiamata Monk’s House nell’East Sussex a circa un paio d’ore a sud di Londra (un cottage semplice e dagli interni bellissimi, oggi museo) venne bombardata ma non colpita.
Fu un inverno freddissimo.
Il cibo era assai scarso e la probabilità di un’invasione tedesca molto alta anche se poi, fortunatamente, non si verificò.
Anche se i Woolf non lo sapevano erano nella lista (che è rimasta) degli inglesi famosi da arrestare ed eliminare da parte delle SS tedesche.
Nel marzo del 1941 Virginia ebbe un forte crollo emotivo. Vide un medico ma il 28 marzo lasciò la sua casa di campagna dopo aver scritto una lettera per il marito e una per Vanessa. Sono lettere struggenti.
I giornali pubblicarono la notizia della sua scomparsa.
Leonard rimase sconvolto e fu tra i sospettati dalla polizia.
Tre mesi dopo dei ragazzi videro il suo corpo in un piccolo fiume chiamato Ouse.
Grazie alle lettere si determinò che era stato un suicidio. Aveva 59 anni.
Molti scrissero che Virginia Woolf era una donna affascinante con una bellissima voce, per niente presuntuosa ma che anzi tendeva a sottovalutarsi, qualcuno l’ha definita egocentrica come il padre, altri timida e spiritosa.
Lei è sempre stata criticata dai reazionari per le sue idee politiche e la storia con Vita – una storia cristallina, alla luce del sole e per questo irritante per gli omofobi ma al tempo stesso è sempre stata molto amata dagli appassionati della buona letteratura e dalle donne perché lei aveva preso la parola per loro: “For most of history, anonymous was a woman”.
………
Nota 1) Lavinia Capogna “Virginia Woolf e la forza rivoluzionaria dell’amore” in “Pagine Sparse – studi letterari” (2024)
Nota 2) Lavinia Capogna “Katherine Mansfield. Una neozelandese a Londra”, articolo su Il Randagio.
Bibliografia:
Tutte le opere di Virginia Woolf
Quentin Bell Virginia Woolf (Garzanti 1996) e nella versione originale inglese (1972 e poi 2017).
Hermione Hill Virginia Woolf. Biografia
Phyllis Rose Virginia Woolf. Biografia
Angelica Garnett Deceived with kindness
Quentin Bell Bloomsbury (1968)
Jane Dunn Virginia Woolf and Vanessa Bell. A Very Close Conspiracy.
Leonard Woolf La mia vita con Virginia
Love Letters: Leonard Woolf and Trekkie Ritchie Parsons
Irene Coates Who’s Afraid of Leonard Woolf? A Case for the Sanity of Virginia Woolf (1998)
Adorata creatura. Le lettere di Vita Sackville-West a Virginia Woolf
Virginia Woolf – Vita Sackville-West
Scrivi sempre a mezzanotte. Lettere d’amore e desiderio.
Alcuni romanzi di Vita Sackville – West
Nigel Nicolson Portrait Of A Marriage: Vita Sackville-West and Harold Nicolson
Nadia Fusini Posseggo la mia anima
Nadia Fusini Un anno con Virginia Woolf
Sara De Simone Nessuna come lei: Katherine Mansfield e Virginia Woolf: storia di un’amicizia.
Nota: da qualche tempo circola spesso sui social una poesia attribuita a Virginia Woolf che non è sua.
Vanessa Redgrave ha magistralmente interpretato in un film Mrs Dalloway e Nicole Kidman Virginia Woolf nel film “The Hours”.
Patti Smith le ha dedicato una lettura pubblica.
Lavinia Capogna*
*Lavinia Capogna è una scrittrice, poeta e regista. È figlia del regista Sergio Capogna. Ha pubblicato finora otto libri: “Un navigante senza bussola e senza stelle” (poesie); “Pensieri cristallini” (poesie); “La nostalgia delle 6 del mattino” (poesie); “In questi giorni UFO volano sul New Jersey” (poesie), “Storie fatte di niente” , (racconti), che è stato tradotto e pubblicato anche in Francia con il titolo “Histoires pour rien” ; il romanzo “Il giovane senza nome” e il saggio “Pagine sparse – Studi letterari” .
E molto recentemente “Poesie 1982 – 2025”.
Ha scritto circa 150 articoli su temi letterari e cinematografici e fatto traduzioni dal francese, inglese e tedesco. Ha studiato sceneggiatura con Ugo Pirro e scritto tre sceneggiature cinematografiche e realizzato come regista il film “La lampada di Wood” che ha partecipato al premio David di Donatello, il mediometraggio “Ciao, Francesca” e alcuni documentari.
Collabora con le riviste letterarie online Il Randagio e Insula Europea.
Da circa vent’anni ha una malattia che le ha procurato invalidità.
Antoine François Prévost, ben più conosciuto con il nome di Abbé Prévost (l’abate Prévost 1697 – 1763) fu un religioso francese ma anche militare nonché versatile scrittore e traduttore che ebbe una vita assai movimentata.
Dai ritratti aveva un’aria simpatica con uno sguardo benevolmente vivace.
A 34 anni, nel 1731, pubblicò il settimo ed ultimo volume di una sua vasta opera intitolata “Memorie e avventure di un uomo di qualità”. Questa opera era composta anche da un’appendice in cui narrava una singolare vicenda intitolata:
“Storia del cavaliere Des Grieux e di Manon Lescaut” (Histoire du chevalier Des Grieux et de Manon Lescaut).
E fu proprio questo romanzo, posto quasi per caso in fondo ad un altro (e conosciuto poi solo con il titolo di “Manon Lescaut“) a procurare grande fama al suo autore.
Il libro venne proibito in quanto audace e andò a ruba venduto sotto banco.
Il grande successo del romanzo dipese da vari fattori: un grande amore che non viene mai meno, la consapevolezza di che cosa sia la virtù (come si intendeva nel Settecento) ma la (umana) debolezza di un cuore innamorato, l’audacia di certe situazioni, un nobile protagonista, il Cavaliere Des Grieux, inizialmente ingenuo diciassettenne ed infine Manon, bellissima ragazza in cui coesistono ingenuità e sventatezza – e anche nel suo carattere sfaccettato risiede il suo inestinguibile fascino.
Ma anche una Parigi vertiginosa piena di furfanti, vicini di casa molesti, domestici all’occasione ladri, rocamboleschi rapimenti, pistolettate, inganni e dove con una manciata di monete si poteva corrompere chiunque o quasi.
Un libro libertino e bellissimo che non ha niente di morboso e nulla in comune con la letteratura erotica del 1700. La corrente filosofica dei libertini sosteneva il libero pensiero, una spigliatezza nella vita amorosa, contestava i dogmi della scienza e della religione anche se verso il finale si legge: “Manon non aveva mai avuto tendenze irreligiose, e io pure non ero mai stato di quei libertini sfrenati che si gloriano d’aggiungere alla depravazione dei costumi, l’empietà. L’amore e la giovinezza erano stati l’unica causa di tutte le nostre sregolatezze”.
Montesquieu, filosofo e giurista, liquidò brutalmente il libro dicendo “Lui è un mascalzone e lei una p…”, dimostrando così di capire assai poco di romanzi e di psicologia.
Per essere un romanzo del tempo infatti “Manon Lescaut” è assai accurato nella descrizione dei molteplici stati d’animo dei protagonisti.
È anche un’opera di critica sociale: Des Grieux e Manon vorrebbero solo vivere insieme ma si scontrano con la società, severa di facciata, dissoluta nella sostanza. Anche se la borghesia ancora non esisteva lei è socialmente l’equivalente di una “piccola borghese” che convive con un nobile: non potranno mai sposarsi.
Nell’Ancient Régime in cui solo le donne povere lavoravano e, in generale, non avevano alcun diritto, ella non trova altra soluzione per mantenere il suo dispendioso stile di vita che quello che l’ipocrita società classista stessa le suggerisce: avere dei protettori.
Manon è un personaggio assai ben costruito: sempre sull’orlo di un precipizio, amante del lusso, dei gioielli (scrive Prévost: “Manon era una creatura di un carattere straordinario. Non c’era ragazza che avesse minor attaccamento di lei per il denaro, eppure non poteva sopportare un istante la preoccupazione che le venisse a mancare”) potrebbe anche sembrare in qualche riga un’astuta manipolatrice che manovra Des Grieux come un burattino ma poi il suo limpido sguardo e le sue lacrime dissipano questi dubbi.
Ella predilige anche i teatri, frequentatissimi allora a Parigi come luoghi di ritrovo sociale e di edonismo piuttosto che di arte.
Des Grieux è accecato dall’amore: adora Manon, detesta Manon, quasi la dimentica, poi torna ad adorarla, perdona i suoi tradimenti, abbandona per lei i seri studi, la promettente carriera ecclesiastica, diventa un baro bugiardo e simulatore.
I veri delinquenti del libro sono il militare fratello di Manon, parassita dispendioso in casa dei due amanti, rissoso, violento, bestemmiatore, che suggerisce idee perverse a Des Grieux, i viscidi spasimanti di Manon, ricchissimi, attempati aristocratici e il rigido padre di Des Grieux che tiene più alle convenzioni sociali che al figlio.
A far da contrappunto a Des Grieux c’è il fedele amico Tiberge, diventato prete, il quale, nonostante il primo lo abbia consapevolmente ingannato, non lo abbandona mai.
La loro amicizia rende anche l’idea di quanto forte potesse essere allora l’amicizia maschile. Tiberge è come un fratello maggiore per Des Grieux. Ma la vita assennata che Tiberge propone non può essere accettata perché non contempla Manon.
Il tema dell’amore illecito, fuori dalle norme sociali, attraversa gran parte della letteratura: Didone suicida per amore nell’Eineide di Virgilio, il conflitto del Carme 85 di Gaio Valerio Catullo (“Odio e amo. Forse mi chiedi come io faccia. Non lo so, ma sento che ciò accade, e ne sono tormentato”), Tristano e Isotta, Paolo e Francesca del V Canto dantesco, il povero Astolfo dell’Ariosto che deve andare addirittura sulla luna per ritrovare il senno perduto di Orlando, il vago sogno e la malinconia degli splendidi Sonetti del Petrarca scritti per l’irraggiungibile Laura, quello tra i giovani di due famiglie veronesi che si detestano, Romeo e Giulietta, di shakesperiana memoria, la delicata Silvia di Giacomo Leopardi e la “Bright Star” di John Keats ed infine il giovane Werther, prototipo di tutti gli amori non ricambiati – solo per citare qualche altra opera sull’amore tra le molte.
Lo stile di “Manon Lescaut” è assai scorrevole, incalzante, pieno di colpi di scena, divertente, lirico in alcune frasi e riflessioni, commovente nel finale.
La trama, si afferma, è vera e qualcuno ha voluto vederci un racconto autobiografico, almeno in parte.
In Francia il libro è spesso usato come tema del baccalauréat, abbreviato nel gergo studentesco ‘le bac’, l’equivalente della nostra maturità.
Venne apprezzato dal pubblico e dal marchese De Sade (“Quante calde lacrime si versano leggendo quest’opera deliziosa!”). Madame Roland, che si chiamava Manon di nome proprio, lo citò nel suo bellissimo “Memoriale” scritto in carcere nel 1793, si ritrova anche ne “Il rosso e il nero” capolavoro di Stendhal, piacque a Vittorio Alfieri, Dumas fils, Dostoevskij, Oscar Wilde, Giovanni Verga e un verso di una canzone del 1970 di Serge Gainsbourg, il più trasgressivo tra i cantautori d’oltralpe, dice: “Sarò pazzo ma ti amo, Manon”.
L’abulia in cui cade Des Grieux, dopo che Manon lo ha tradito per la prima volta, è la descrizione di uno stato depressivo e l’amore stesso appare nel libro come una inguaribile malattia che conduce a non poche sventure per una fugace felicità.
Il testo ha quindi un valore morale, come dichiara l’autore stesso nella premessa, anche se è palese che i due amanti ribelli gli stanno simpatici.
………
Nota: il romanzo ha ispirato la celebre opera lirica omonima di Giacomo Puccini (1893) e un’altra di Jules Massenet (1884).
E numerosi film tra i quali ricordiamo:
“Manon Lescaut” diretto da Carmine Gallone, interpretato da Alida Valli e Vittorio De Sica (1940);
“Manon” diretto dal re del film Noir francese Henri – Georges Clouzot e ambientato nel secondo dopoguerra (1949) ed infine un buon sceneggiato televisivo del 1978 diretto dal noto regista Jean Delannoy.
Lavinia Capogna*
*Lavinia Capogna è una scrittrice, poeta e regista. È figlia del regista Sergio Capogna. Ha pubblicato finora otto libri: “Un navigante senza bussola e senza stelle” (poesie); “Pensieri cristallini” (poesie); “La nostalgia delle 6 del mattino” (poesie); “In questi giorni UFO volano sul New Jersey” (poesie), “Storie fatte di niente” , (racconti), che è stato tradotto e pubblicato anche in Francia con il titolo “Histoires pour rien” ; il romanzo “Il giovane senza nome” e il saggio “Pagine sparse – Studi letterari” .
E molto recentemente “Poesie 1982 – 2025”.
Ha scritto circa 150 articoli su temi letterari e cinematografici e fatto traduzioni dal francese, inglese e tedesco. Ha studiato sceneggiatura con Ugo Pirro e scritto tre sceneggiature cinematografiche e realizzato come regista il film “La lampada di Wood” che ha partecipato al premio David di Donatello, il mediometraggio “Ciao, Francesca” e alcuni documentari.
Collabora con le riviste letterarie online Il Randagio e Insula Europea.
Da circa vent’anni ha una malattia che le ha procurato invalidità.
Nonostante Rosamond Lehmann (1901 – 1990) sia stata una delle migliori scrittrici inglesi è ancora oggi poco conosciuta e letta in Italia. La responsabilità è delle case editrici che hanno obliato questa autrice le cui opere (cinque romanzi, racconti, una commedia, un testo fotografico, due sulla figlia) sono state ripubblicate in Inghilterra dalla prestigiosa casa editrice femminista Virago Press.
Unica eccezione il suo primo romanzo “Risposte nella polvere”. (nota 1).
Rosamond Lehmann lo pubblicò a 26 anni nel 1927. Lo aveva scritto quando il suo matrimonio con Leslie Runciman stava andando in frantumi nella grigia e industrializzata Newcastle nel nord dell’Inghilterra dove lui l’aveva portata.
In realtà il titolo originale “Dusty Answer” è una frase idiomatica che significa una risposta non soddisfacente oppure scortese e il sostantivo (answer) è al singolare ma anche al plurale è intonato con la trama del romanzo.
Virginia Woolf avrebbe scritto qualche anno dopo nel suo Diario: “Leggo R. Lehmann con interesse e ammirazione. Ha una mente lucida e rigorosa, che a volte raggiunge livelli poetici” – 1930).
È necessario dire qualcosa sulla giovane autrice per comprendere meglio questo suo primo romanzo squisitamente British nelle atmosfere che suscitò un enorme scandalo.
Bella, gentile e timida Rosamond Lehmann proveniva in parte da una famiglia di origine tedesca, come si può intuire dal suo cognome, in parte americana. Un suo antenato di Amburgo si era trasferito in Inghilterra dove era possibile far fortuna grazie al grande sviluppo dell’industria. Ed effettivamente la famiglia divenne molto ricca. In seguito un po’ meno a causa di un socio del padre. Il nonno era un artista e un amico di Charles Dickens e del poeta Robert Browning. Il padre un ministro di idee liberali, giornalista e grande appassionato di canottaggio.
Sua madre era invece americana, di Boston nel Massachusetts, la città più sofisticata degli States.
Vivevano in una zona molto tranquilla sulle rive del Tamigi, in una grande villa.
Suo fratello John, poeta, sarebbe diventato un collaboratore della Hogarth Press, la piccola ma assai innovativa casa editrice di Virginia e Leonard Woolf (di cui Rosamond fu amica). Sua sorella Beatrix invece un’attrice teatrale e cinematografica assai nota.
All’università, Rosamond Lehmann, si era innamorata seriamente di un certo David che, dopo averle dato un bacio, era svanito nel nulla.
Questa prima delusione ebbe un peso nella sua vita sentimentale.
Nel 1923, a 22 anni, aveva sposato Leslie Runciman, un bel ragazzo aristocratico ma, sembra dai testi rimasti, insopportabile e lamentoso, che non voleva assolutamente figli e che la trascinò a Liverpool e poi a Newcastle, città industriali, diversissime da Londra, dove lei si era sentita molto sola ed aveva incominciato a scrivere il suo primo libro.
Il matrimonio era già finito quando lei incontrò l’affascinante Wogan Philipps, un amico e collega del marito, molto diverso da lui, con il quale nacque un grande amore. Leslie, suo marito, lo sapeva ma aveva accettato la situazione purché non ne fossero a conoscenza gli aristocratici genitori sia di lui sia di Philipps.
Philipps era un ribelle comunista con un padre aristocratico ed industriale con cui era in conflitto e che arrivò a diseredarlo.
Rosamond Lehmann prese parte a numerose iniziative antifasciste.
Lei e Philipps, che nel frattempo si erano sposati, ebbero due figli, Hugo e Sarah detta Sally.
Tuttavia anche la vita con lui divenne difficile a causa dei tradimenti e si lasciarono.
Nel 1941 incominciò l’ultima relazione sentimentale della scrittrice, quella con il poeta Cecil Day – Lewis (che scriveva anche romanzi gialli di successo con lo pseudonimo Nicholas Black).
Anche Day – Lewis era un bell’uomo, un po’ simile a Humphrey Bogart, comunista fino al 1956, sposato con due figli.
Nel 1943 dedicò a Rosamond Lehmann la raccolta di poesie “Word Over All” ma poi la lasciò assai bruscamente perché aveva incontrato una giovane attrice, Jill Balcon, che sarebbe diventata la sua seconda moglie (e, detto per inciso, il loro figlio è l’attore Daniel Day – Lewis).
Questa rottura ebbe un forte impatto su Rosamond Lehmann, ci mise molto tempo a riprendersi emotivamente.
Nel 1953 una tragedia colpì la scrittrice, la morte improvvisa della figlia Sally durante un viaggio in Oriente. Sally era una simpatica ragazza di 23 anni.
Rosamond Lehmann ha descritto questa tragedia nel libro autobiografico “The Swan in the Evening: Fragments of an Inner Life” (1968) dove racconta sensazioni e singolari coincidenze che la portarono ad interessarsi di parapsicologia seria.
Fu anche traduttrice dal francese e morì a 89 anni nel 1990.
I libri della Lehmann si concentrano principalmente sulla vita sentimentale delle donne. Ci aiutano a comprendere la vita comune delle persone degli anni ’30/50, i loro conflitti, passioni e debolezze, spesso celati agli altri. E proprio in questo talento, nel saper raccontare la quotidianità, sta la forza della sua opera letteraria.
Ma il suo libro più celebre è senza dubbio il primo.
Quando “Risposte nella polvere” venne pubblicato nel 1927 non ebbe inizialmente molta risonanza essendo di un’esordiente fino a quando lo stimato poeta Alfred Noyes non scrisse una recensione nel quale lo definì: “Il romanzo d’esordio più sorprendente di questa generazione” e “La giovane donna moderna, con tutta la sua franchezza e le sue perplessità nel mondo semi-pagano di oggi, non è mai stata descritta con maggiore onestà, né con arte più raffinata. Lo stile è lucido e semplice, e possiede la sottigliezza di queste grandi qualità. È il tipo di romanzo che avrebbe potuto scrivere John Keats se fosse stato un giovane romanziere dei nostri giorni”.
Sul famoso giornale “The Spectator” si leggeva: “Questo è davvero uno degli studi più affascinanti e convincenti sulle giovani donne che abbiamo letto da tempo ma la trama è troppo triste per il gusto popolare”.
Altri furono furenti: lo giudicarono un libro scandaloso e corruttore nonostante fosse casto. Nel quotidiano “Evening Standard” in un articolo significativamente intitolato “I pericoli della gioventù” il libro era accusato di corrompere i giovani, ai quali veniva raccomandato “silenzio e autocontrollo” in campo sentimentale.
Rosamond Lehmann venne sommersa da lettere di ammiratrici e ammiratori ma anche di detrattori.
Fu uno shock emotivo al quale non era preparata.
Il libro venne tradotto in altre lingue e nel 1932 anche in italiano. Tuttavia l’atmosfera forse non venne molto compresa allora.
Negli anni ’80 la scrittrice disse “Oggi può sembrare buffo che quest’opera appassionata ma idealistica abbia scandalizzato moltissimi lettori: eppure è stato così”.
Lo scandalo portò ad un vertiginoso aumento di vendite. Anche alcuni noti scrittori recensirono il libro.
“Risposte nella polvere” è un romanzo di formazione i cui temi centrali sono l’amicizia e l’amore che a volte si confondono ma anche una descrizione della gioventù tra le due guerre, i ventenni degli anni Venti del Novecento che, adolescenti, avevano visto un mondo scomparire nell’immane massacro della prima guerra mondiale.
Dopo ogni guerra o rivoluzione segue un periodo di disorientamento in cui molta gente vuole solo dimenticare, vivere alla giornata o anche in modo eccessivo: così era nata l’età del jazz dello scrittore americano Francis Scott Fitzgerald.
Alcuni avevano scritto romanzi sul conflitto, tra cui spiccano “Guerra” di Ludwig Renn, “Niente di nuovo sul fronte occidentale” di Erich Maria Remarque e “Addio alle armi” di Hemingway. Raymond Radiguet aveva raccontato l’amore tra un liceale e una giovane donna sposata il cui marito è al fronte in “Il diavolo in corpo”, Jean Cocteau la gioventù sbandata del dopoguerra in “I ragazzi terribili”.
Il mondo di “Risposte nella polvere” è quello dei ragazzi dell’alta e media borghesia inglese, tra vecchio e nuovo. Parecchi restarono ancorati alle tradizioni conservatrici di quello che era il più grande impero del mondo, altri aderirono alle lotte sociali e all’antifascismo (come Rosamond Lehmann) cercando vie nuove anche nella sfera dei sentimenti, stretti allora nella severa morale post vittoriana.
Di questi giovani Rosamond Lehmann trascrive anche il lessico, oggi un po’ desueto, il che rende il libro interessante nella versione originale anche a livello filologico.
Anche le donne erano cambiate, almeno nelle metropoli come Londra, Parigi, New York e Mosca. Erano state proprio le suffragette inglesi, alcune americane e sovietiche a proporre una donna nuova e non più silente, che studiava, lavorava, aveva figli o era single, non subalterna agli uomini ma eguale seppure diversa. Le università, a lungo interdette alle ragazze, si aprivano, si otteneva in alcuni paesi il diritto di voto.
Certo, non era così ovunque ma era un movimento in espansione.
Jonathan Coe, scrittore britannico, scriveva acutamente nel 1996 nella prefazione di “Echoing Grove” (un altro romanzo di Rosamond Lehmann del 1953): “Almeno in apparenza, il tema più importante al centro dei suoi romanzi, è stato l’amore romantico: in” A Note in Music” (1930), “Invitation to the Waltz” (1932), “The Weather in the Streets” (1936) e “The Ballad and the Source” (1944), ci sono donne ferite, offese o in qualche modo deluse dagli uomini dei quali si erano fidate. Sottolineare la centralità dell’amore romantico nella narrativa della Lehmann non significa però (come vorrebbero alcuni critici) sminuirla: la relazione romantica in tutti questi romanzi assume un’importanza fondamentale perché è vista come la pietra di paragone, la cartina tornasole, dei valori di un individuo in tutti gli altri ambiti. In quest’ottica, il tema della narrativa di Rosamond Lehmann diventa niente di meno che la responsabilità morale degli esseri umani gli uni verso gli altri; (…)”.
I due fattori che tanto turbarono i critici reazionari e una parte dei lettori in “Risposte nella polvere” furono il sentimento amoroso per quanto platonico di Judith, la protagonista, verso la sua migliore amica all’università di Cambridge, la ribelle Jennifer e poi la prima (per lei) ed unica notte d’amore tra i salici vicino al fiume con Roddy, il ragazzo insensibile ed egoista di cui era sempre stata innamorata, che la scrittrice narrava con grande delicatezza.
Ma in realtà fu più il sentimento verso Jennifer a destare scandalo.
Se il tema dell’omosessualità femminile era stato affrontato già dal 1800 o inizio 900 in qualche opera francese (Balzac, Gautier, Zola, Baudelaire, Colette, Marcel Proust) e in un paio di opere teatrali tedesche (Shalom Asch “Il Dio della vendetta”, 1907, e “Anja e Esther” di Klaus Mann, 1925) non era mai stato sfiorato nella puritana Inghilterra, eccetto di sfuggita da D. H. Lawrence nel romanzo censurato “L’arcobaleno” (1915) e, sottilmente, in qualche novella di Katherine Mansfield.
L’anno seguente, il 1928, sarebbe stato edito il celebre “Il pozzo della solitudine” della scrittrice Radclyffe Hall che sarebbe stato proibito anche negli Stati Uniti.
Verso quello di Rosamond Lehmann non ci furono azioni legali ma una riprovazione pubblica.
Sempre nel ’28 Virginia Woolf avrebbe invece pubblicato “Orlando”, in cui sono aboliti i generi, il tempo e la morte.
Rosamond Lehmann ricevette anche centinaia di lettere da ogni parte d’Inghilterra di lesbiche single o segretamente in coppia costrette all’invisibilità in piccole città piovose o sperdute nella folla di Londra che si erano sentite finalmente comprese, di molti uomini che volevano conoscerla e persino di un francese che, di suo, aveva scritto un lungo seguito del romanzo…
Nel romanzo Judith, una ragazza dell’alta società, con una madre che conduce una vivace vita mondana e un padre assente, ricorda la sua infanzia e alcuni amici con cui ella aveva avuto un rapporto umano importante: Charles e Julian, due fratelli, e i loro cugini Martin, Leslie, Mariella e Roddy.
Sulle memorie grava il dolore della morte del bellissimo Charles, appena ventenne, al fronte.
Con ognuno di loro Judith ha un rapporto diverso, più adulti, alcuni sono affascinati da lei ma lei, da sempre, ama lo scontroso Roddy.
All’università di Cambridge, Judith conosce invece Jennifer, una ragazza anticonformista, tra di loro vi è subito una grande connessione emotiva. Parlano di tutto ascoltando musica jazz, mangiando pancakes, leggono libri, cercano di farsi delle opinioni sulla vita, sul mondo.
Judith è consapevole del sentimento che prova verso l’amica ma che non si sente di esprimere o che non può esprimere perché non è concesso dalla società. Ma anche Jennifer le dice una frase inequivocabile.
Leggendo il libro si scopriranno gli sviluppi di questa educazione sentimentale che nel 1927 ebbe il coraggio di rompere un tabù.
…….
Nota 1) Un paio di romanzi di Rosamond Lehmann sono stati pubblicati in italiano negli anni ’50 da Mondadori e uno, assai pregevole, è stato ripubblicato negli anni’ ’80 da Garzanti.
Nei primi anni ’90 alcuni racconti in un volume dalla casa editrice La Tartaruga ma queste edizioni sono ormai pressoché introvabili.
Bibliografia:
Rosamond Lehmann Risposte nella polvere (Einaudi 2014)
Dusty Answer (Virago Press 2006)
Selena Hastings Rosamond Lehmann. A Life (2012).
Un ottimo articolo su “Dusty Answer” è quello della scrittrice e critica letteraria inglese Emma Garman, intitolato “Rosamond Lehmann, Literary Star” sulla rivista The Paris Review (2017).
Lavinia Capogna*
*Lavinia Capogna è una scrittrice, poeta e regista. È figlia del regista Sergio Capogna. Ha pubblicato finora otto libri: “Un navigante senza bussola e senza stelle” (poesie); “Pensieri cristallini” (poesie); “La nostalgia delle 6 del mattino” (poesie); “In questi giorni UFO volano sul New Jersey” (poesie), “Storie fatte di niente” , (racconti), che è stato tradotto e pubblicato anche in Francia con il titolo “Histoires pour rien” ; il romanzo “Il giovane senza nome” e il saggio “Pagine sparse – Studi letterari” .
E molto recentemente “Poesie 1982 – 2025”.
Ha scritto circa 150 articoli su temi letterari e cinematografici e fatto traduzioni dal francese, inglese e tedesco. Ha studiato sceneggiatura con Ugo Pirro e scritto tre sceneggiature cinematografiche e realizzato come regista il film “La lampada di Wood” che ha partecipato al premio David di Donatello, il mediometraggio “Ciao, Francesca” e alcuni documentari.
Collabora con le riviste letterarie online Il Randagio e Insula Europea.
Da circa vent’anni ha una malattia che le ha procurato invalidità.