Intervista a Régis Jauffret di Teresa Lussone e Christophe Reig per l’uscita in Francia di “Maman” (Éditions Récamier, Parigi)

«Mia madre è un romanzo»

Dopo Papà (Edizioni Clichy, 2020), Régis Jauffret prosegue le sue incursioni nella memoria familiare con Maman, appena uscito in Francia. L’intervista rivela uno scrittore alle prese al tempo stesso con i segreti familiari e con gli sconvolgimenti tecnologici che rimettono in discussione l’atto stesso di scrivere. Tra rivelazioni postume su una madre dal doppio volto e interrogativi sul futuro della letteratura di fronte all’intelligenza artificiale, Jauffret esplora territori in cui l’autenticità umana resiste ancora agli algoritmi.

In Maman, lei costruisce un’architettura temporale complessa: la narrazione procede per ritorni a spirale su eventi fondativi, rivelando dettagli contraddittori, e sovrappone sei temporalità distinte (memoria, scrittura, storia, mito, genealogia, anacronismo). Questa struttura è incarnata da una forma frammentaria, fatta di sequenze brevi separate da spazi bianchi. Come ha concepito e assemblato questa tessitura narrativa? Era una cornice prestabilita, o si è imposta progressivamente nel corso della scrittura?

Régis Jauffret: La genesi è stata meno metodica di quanto la vostra domanda potrebbe lasciar supporre. Il libro si è formato come una conchiglia attorno a un nucleo inatteso. Nel gennaio 2020, sul modello del dry January, avevo deciso di tenermi a distanza dai social per un mese e di tenere un diario su questa presunta astinenza. Tre giorni dopo, mia moglie mi ha svegliato all’alba per annunciarmi la morte di mia madre. D’un tratto, quel diario ha cambiato natura. Ho abbandonato ogni riflessione sulla dipendenza digitale, che peraltro era immaginaria, per annotare quotidianamente le reazioni, le incombenze, il dolore, ma anche quella constatazione quasi glaciale: non ero così sconvolto come avrei creduto. Per tre mesi ho scritto ogni sera, poi in modo più sporadico, fino a costituire un quaderno che è servito da base al libro. Vi si è innestata l’esperienza centrale: quella del tradimento, scoperta a piccole dosi, grazie alla serie di aneddoti e indizi, fino al momento in cui l’immagine che avevo di mia madre si è incrinata.

Nel romanzo, questo momento di svolta è evocato come una rivelazione determinante. Può descriverlo?

RJ: Si riduce a un ritaglio di giornale ritrovato in fondo a uno scatolone. Prima di allora avevo messo insieme racconti in cui mia madre era una salvatrice: diceva di aver accolto suo nipote, cacciato a quattordici anni da sua sorella a causa della sua omosessualità, mentre in realtà fino ai ventisette anni era rimasto a casa dei genitori, i quali non lo avevano mai allontanato. Questo genere di storia legava la sua malvagità a una sorta di gusto per la finzione morbosa. Ma quel ritaglio di giornale ritrovato in fondo a uno scatolone provava che mi aveva tradito fin dalla mia infanzia. Preferisco lasciarne il contenuto al mistero del libro. Mi limito a dire che mi ha colpito come un atto di doppiezza impossibile da giustificare.

L’ammissione esplicita – «Sembra che ne faccia un personaggio utilitaristico. Lo chiamo quando ho sete del suo amore e lo ripongo in una scatola per il resto del tempo» (p. 45) – testimonia una piena coscienza delle poste in gioco etiche che attengono alla scrittura cosiddetta “autobiografica”. Come ha bilanciato questa tensione tra fedeltà memoriale e necessità romanzesca, in particolare in un’opera che espone la sua intimità familiare al pubblico?

RJ: – Si trattava di un dilemma, sì: lasciare questo quaderno ai miei figli, sapendo che avrebbero potuto pubblicarlo dopo la mia morte, oppure chiedere loro di distruggerlo, cosa che probabilmente non avrebbero fatto. Ho scelto di trasformarlo in libro, il che mi permetteva di padroneggiarne la forma. Col tempo, il mio risentimento si è attenuato. Pur avendo la prova del suo tradimento, una parte di me voleva scusarla, trovare in quella menzogna un gesto d’amore. So che è illusorio, ma preferirei ricordarla come la madre amorevole che avevo creduto di conoscere per sessantaquattro anni. Anche al prezzo di una bugia che direi a me stesso. Credo, del resto, che sia così.

Lei insiste spesso sulla necessità di non dare l’impressione di un’infanzia infelice.

RJ: – Esattamente. Diffido della “sindrome Vipera in pugno”: far passare un’infanzia protetta per un inferno. Molti bambini, ancora oggi, conoscono la fame, l’abbandono, la violenza. Anche in Francia, alcuni vivono in una tale precarietà da avere accesso a un pasto completo solo durante i periodi scolastici, alla mensa. Nel mio caso, sono cresciuto al riparo dalle privazioni e dalle guerre. Sarebbe indecente travestire questo in un dramma fondativo. 

Quali sono secondo lei i veri ingredienti del successo letterario oggi? Bisogna ormai adeguare i propri soggetti alle preoccupazioni immediate dei lettori per sperare di raggiungere un pubblico?

RJ: Il successo è qualcosa di più sottile, per esempio in Europa si è convinti che un soggetto letterario possa interessare solo se accomodante. Ho letto recentemente il libro di un giovane autore italiano in cui si parlava dell’acquisto di un appartamento da una vecchia signora con un prezzo inferiore a quello di mercato. Il soggetto mi è parso finemente adattato a un giovane pubblico in cerca di un acquisto immobiliare. L’autore ha notato che le giovani coppie hanno un progetto immobiliare comune prima ancora di avere il desiderio di avere figli o di sposarsi. La coppia del romanzo riuscirà nell’impresa di trovare allo stesso tempo un alloggio gradevole, alla propria portata, facendo più soldi di quelli necessari per pagare il mutuo? Ecco un elemento di suspense adatto a un pubblico giovane.

D’altronde, un pubblico giovane avrà lunga vita, si prenderà il tempo di diventare maturo, adulto, vecchio, completamente smorzato prima di morire e rivelarsi ormai incapace di comprare il minimo libro. Non posso dirvi se nel romanzo questa coppia riesca nel suo intento o se la proprietaria abbia un nipote capace di metterle la pulce nell’orecchio, perché ho perso l’opera all’aeroporto di Milano prima di averla terminata (risate). Ormai non ricordo più nomi e titoli e non posso ricomprarlo ma poco importa, dato che parlavamo di formato, ecco un formato adatto al giovane pubblico d’oggi. Nella mia giovinezza non avremmo potuto provare la minima empatia per questi giovani che ci sarebbero sembrati una vera schifezza.

Di fronte a questo desiderio universale di «formato» che descrive, non stiamo forse assistendo all’emergere di un concorrente temibile, le tecnologie dell’IA, che potrebbero padroneggiare questi codici meglio di quanto facciamo noi stessi?

RJ: In realtà, l’IA ci ha messi con le spalle al muro. Sa già raccontare meglio di molti scrittori. Ho certo la vanità di pensare di scrivere un po’ meglio di CHATGPT-4, ma nel momento in cui vi parlo, la quinta versione non è ancora disponibile. Ho fatto semplici prove con la precedente, del tipo: «Scrivete una microfiction con aereo alla maniera di Régis Jauffret». Il risultato era perfetto – se me l’avessero presentata come mia, avrei detto: sì, è senza dubbio mia. Ho trovato, tuttavia, che quella storia faceva un po’ la caricatura al mio modo di scrivere. Mi sono detto anche che mi era senza dubbio capitato, senza che lo sapessi, di fare la caricatura di me stesso. L’IA rimette completamente in questione la letteratura, tanto quanto la filosofia. Non capisco perché non si siano scritte nuove opere di Kant o di Leibniz – tutto il corpus esiste e alla sua maturità un filosofo non fa che sviluppare il suo pensiero partendo dalla base di dati che costituisce la sua opera, le sue note, la sua corrispondenza, i suoi abbozzi. Nello stesso spirito, si potrebbe prolungare la Commedia umana, la Ricerca del tempo perduto, l’opera di chi volete. Se avete diciotto anni oggi, non avete più bisogno di saper scrivere: raccontate una storia, alla meno peggio, l’IA ne migliora la trama, ne rifinisce le frasi: lo stile è la cosa più facile da ottenere.

Di fronte ai sospetti crescenti riguardo l’uso dell’intelligenza artificiale da parte di alcuni romanzieri contemporanei, non pensa che bisognerebbe apporre una sorta di etichetta “100% (cervello) umano” per rassicurare i lettori?

RJ: Ma non c’è nemmeno più bisogno di sapere scrivere, basta la voce. Già adesso, la maggior parte degli sceneggiatori ricorre all’IA e i giornalisti idem. La maggior parte degli editorialisti fa almeno migliorare il proprio pezzo dall’IA. Il vantaggio è che non vengono più commessi errori di francese, i participi passati vengono accordati e talvolta le frasi sono più eleganti. Non farò nomi, dato che non leggo quasi nulla di quello che viene pubblicato – quando non perdo i libri nel corso dei miei spostamenti – posso assicurarvi che non ho nessuna lista di nomi in tasca, ma è chiaro che da qualche mese escono in Francia, come altrove, numerosi romanzi che devono un po’, molto, quasi tutto all’IA. Dico quasi tutto, ma la tragedia – che bella parola – è che fra una settimana, tre mesi, anzi sei o sette, l’IA scriverà meglio dei migliori tra noi. E che, tra, diciamo, un anno, un anno e mezzo forse, per ragioni che sarei assolutamente incapace di spiegarvi, la forza creatrice, innovatrice, inventrice, rivoluzionaria, sconvolgente dell’IA sarà superiore a quella dell’umano. Superiore, una litote. Questo è lo stato delle cose. Non ne penso nulla. È così. Quelli che pensano il contrario sono dei terrapiattisti, ma non è perché loro non distinguono la curvatura della terra in fondo al loro giardino che la terra è una tartina imburrata. Allora, allora, allora? Allora, questa rivoluzione di cui ignoriamo le conseguenze sul destino degli uomini deve metterci in uno stato di esaltazione millenarista. Il letterato deve spaccarsi la testa a colpi di martello per esporne la materia al primo venuto. Questo modo di aprire la «factory», di far visitare l’atelier, risponde alla mia volontà di ritrovare una libertà totale. In ogni caso, quando si parla della propria madre, l’IA non può far nulla per voi. Si scrive col proprio cervello. Ma di fronte a ciò che nessuna macchina potrà dire – la relazione carnale, irriducibile, a una madre reale -, la scrittura umana detiene ancora il proprio territorio.

Lei viene accusato spesso di forzare la mano, di scivolare nell’iperbole sistematica. Questa tendenza all’eccesso non rischia di nuocere alla finezza del vostro discorso letterario?

RJ: Tutto quello che ho appena detto nelle ultime risposte è esagerato, provocatorio, ingiusto ed è così che si può sperare di progredire nell’analisi della realtà. Esagerandola. Pensare è esagerare, esagerare smisuratamente. Come fanno la lente d’ingrandimento e il microscopio. […] Mi sento come qualcuno che è appeso a un filo. C’è un tempo nella vita in cui non si sta più vivendo ma morendo. Un’agonia vivace, lesta e che può protrarsi per anni – siamo folli – diversi decenni probabilmente, ma poi ci si stacca, il frutto cade e ci si chiede se non si stia solo vivendo la caduta. Nessuna paura, nessun dolore. Spensieratezza, sete di scrivere. Scrivere, di per sé, è una gioia. Qualche settimana fa ho pubblicato questo post su X: D’ora in poi, si possono scrivere opere di finzione con l’IA. Per quanto mi riguarda, questo mi fa pensare alla strana idea di mandare un robot a fare l’amore al mio posto.

Mi resta poco tempo. Prima di partire devo farmi elefante e non lasciare dietro di me che briciole in questo negozio di porcellana che è la letteratura. Ecco ancora un’immagine. Che dopo la mia morte sia srotolata all’infinito come una stampa magica. 

Teresa Lussone e Christophe Reig

Teresa Lussone è ricercatrice di Lingua e traduzione francese alla Università di Bari Aldo Moro. Specialista delle opere postume di Irène Némirovsky, ha curato con Olivier Philipponnat la nuova edizione di “Suite française” (Denoël, 2020) e di “Les Feux de l’automne” (Albin Michel, 2014).
Con Laura Frausin Guarino ha tradotto “Tempesta in giugno”, prima parte di Suite française (Adelphi, 2022). Ha scritto svariati articoli sull’autobiografia di Sartre e attualmente sta  preparando l’edizione di due opere di Sophie Cottin per Classiques Garnier. Ha curato per Adelphi la raccolta di racconti “Il Carnevale di Nizza” in libreria dal 21 gennaio scorso.

Christophe Reig insegna Letteratura francese all’Università di Perpignan (Francia). Ha dedicato numerosi studi a Jacques Roubaud, Raymond Roussel, ma anche all’Ouvroir de Littérature Potentielle (OuLiPo) e ai suoi membri (tra cui Marcel Bénabou, Paul Fournel, Jacques Jouet, Hervé Le Tellier, Harry Mathews, Georges Perec…). Ha pubblicato saggi su scrittori contemporanei come Emmanuel Carrère, Régis Jauffret, Jean Lahougue e Christian Oster… Particolarmente interessato alle teorie della finzione e della transfinzione, alle varie forme di riscrittura così come ai rapporti tra arte contemporanea e scrittura (Closky, Levé…). Dopo aver codiretto fino al 2017 la rivista Formules – Revue des créations formelles con Christelle Reggiani, Hermes Salceda e Jean-Jacques Thomas, ha curato o co-curato numerosi volumi sulla letteratura e la narrativa contemporanee.

Vita, amori e opere di Victor Hugo, di Lavinia Capogna – parte 2 di 2

Se hai perso la prima parte dell’articolo la trovi qui:

SECONDA PARTE

Nei lunghi anni dell’esilio Victor Hugo continuò a scrivere “I Miserabili”, la sua opera più grande, che sarebbe stata pubblicata nel 1862.

Egli stesso raccontò come nacque l’idea: una sera d’inverno, di quelle in cui Parigi si copre di neve, egli vide una prostituta (erano riconoscibili perché dovevano indossare una striscia di tessuto colorato appuntato sul vestito) che venne aggredita da un bellimbusto in abito da sera: egli le mise della neve gelata nella schiena, delle guardie presenti ridacchiarono, lei insultò il borghese e venne arrestata. Hugo li seguì fino al commissariato. Spiegò al commissario come erano andate le cose per farla scagionare. Il commissario, sarcastico verso quel bizzarro e distinto signore, gli chiese il suo nome. Quando sentì che era Victor Hugo impallidì. Immediatamente fece scarcerare la donna. Victor Hugo riportò l’episodio nel romanzo attribuendo a ciò la causa della tubercolosi di Fanette, ragazza povera costretta in una Parigi indifferente se non crudele ad esercitare la prostituzione per non morire di fame. 

“I Miserabili” è uno dei capolavori della letteratura mondiale come i testi di Omero, Saffo, Shakespeare, Cervantes. Uno splendido affresco di Parigi e del suo popolo incentrato su un personaggio qualsiasi, Jean Valjean, un ex galeotto redento perseguitato da un odioso poliziotto, Javert. In mezzo scorre la storia di Francia: Waterloo, la Restaurazione, le barricate e personaggi indimenticabili come Fanette, sua figlia Cosette, Marius, il gran Borghese, il piccolo Gavroche. 

La traversata delle fogne di Parigi lascia senza parole i lettori. 

E l’epilogo di Javert (che vede il suo modo di guardare la vita ribaltato) è semplicemente geniale.

La produzione letteraria di Hugo è vastissima. Se si volesse parlare a fondo della sua opera si dovrebbe scrivere un saggio di due o trecento pagine. Egli scrisse nove romanzi, varie raccolte di intense e delicate poesie, opere teatrali, scritti politici, memorie, diari di viaggio, articoli, testi storici e una grande quantità di lettere. 

Il momento in cui si entra nel suo mondo si fa fatica a staccarsi dal libro, come dicevamo precedentemente, i suoi libri non sono belli solo per le trame ma per come sono scritti: il suo stile è travolgente, la sua forza è come un oceano, gli si perdona qualche (rara) riga di troppo, si trovano sagge intuizioni che butta là con nonchalance e non manca una bonaria ironia. 

Uno dei suoi elementi di forza è la sincerità. Victor Hugo denuncia le ingiustizie ma non assume la posa del moralista, dice schiettamente come stanno le cose e i lettori sanno che è sincero. Così come un bravo operaio che compie coscienziosamente il suo lavoro. 

Quando parla dell’amore risveglia, nei più sensibili, delicate emozioni provate nella giovinezza; quando parla della morte, senza indugiare in descrizioni, ci sgomenta. 

Non si deve poi dimenticare che Victor Hugo nasce come poeta prima che come romanziere e ciò si avverte. Anche la sua vasta esperienza teatrale ebbe un riflesso sui suoi romanzi. 

Il tema principale che attraversa tutta l’opera di Victor Hugo è quella di un personaggio reietto per la società che invece è migliore degli altri umanamente: così sono Jean Valjean, Marius, Quasimodo, Gillet e Gwynplaine, il bello deturpato da una banda di delinquenti in “L’uomo che ride”, il ricco diventato povero. 

Persino il pessimo Lanternac alla fine di “Novantatré” compie d’istinto una doverosa ed umana azione. 

Nei temi e nella passione sociale Victor Hugo assomiglia al suo grande contemporaneo britannico, Charles Dickens, anche se poi naturalmente il loro mondo e i loro stili letterari sono completamente differenti (nota 2). 

Entrambi si batterono per i diritti d’autore che allora non esistevano. I romanzi erano quasi sempre pubblicati sui giornali, capitolo dopo capitolo, se avevano successo venivano poi editi in un solo volume. 

(Spesso gli autori si impegnavano prima di scrivere il libro: Émile Zola firmò un contratto in cui garantiva di scrivere venti romanzi in vent’anni e ci riuscì, Silvio Pellico non guadagnò pressoché nulla da “Le mie prigioni” che fu poi un best seller, Dostoevskij fu obbligato, per fare prima, a dettare a una segretaria “Il giocatore” che si era impegnato a scrivere in poche settimane, cosa che ebbe però un esito imprevisto: in seguito lei divenne sua moglie).

Victor Hugo guadagnò molto vendendo “I Miserabili” a un editore ma l’editore divenne ancora più ricco. 

“L’ultimo giorno di un condannato” pubblicato anonimo nel 1829, scritto da Victor Hugo, è un bellissimo libro contro la pena di morte (che sarà abolita in Francia solamente nel… 1981! ).

Sembra esserci qualche similitudine con “La morte di Ivan Il’ič” di Lev Tolstoj, splendido racconto che sarà pubblicato nel 1886: due uomini si trovano davanti alla morte. Nel racconto di Tolstoj un ricco giudice pietroburghese a causa di un banale incidente domestico, nel romanzo di Hugo un condannato a morte di cui non sappiamo né il nome, né il reato che ha commesso. 

Il collegamento è che entrambi non hanno via di scampo. Come reagiranno? Gli illustri medici non possono salvare il giudice russo e i giudici che hanno condannato il francese hanno preso una decisione ineluttabile conforme alla legge scritta da altri uomini (“Si sono mai per caso soffermati sull’idea straziante che nell’uomo che sopprimono c’è un’intelligenza, un’intelligenza che contava sulla vita, un’anima che non è affatto predisposta a morire? No.”). 

Entrambi si trovano faccia a faccia con la loro interiorità: “Il mio corpo è rinchiuso in una cella, la mia mente imprigionata in un’idea” – scrive Hugo. 

Lo stile del libro di Hugo è conciso, sobrio, essenziale e proprio per questo ottiene il massimo risultato. 

Il lettore è solo insieme all’anonimo condannato difronte all’iniquità e all’assurdità del mondo che qui, nel testo del cristiano Hugo, anticipa quasi sfumature filosofiche alla Albert Camus. 

Altrettanto forte ma meno conosciuto in Italia è “Claude Gueux”, romanzo breve del 1834, ispirato ad un storia vera. Gueux in francese vuol dire mendicante. Lo stile è simile al romanzo precedente. Narra di un serio operaio che convive con la sua ragazza e hanno un bambino. A causa della povertà e della fame, Claude compie un furto. Arrestato viene condannato. Il direttore del carcere è uno stolto che abusa del suo potere.

Claude fa amicizia con un ragazzo, Albin, che gli cede sempre metà del suo misero pasto. Senza alcun motivo il direttore li separa. Alle reiterate richieste di Claude sul perché egli rifiuta di dare una spiegazione e infine Claude lo uccide e poi tenta un goffo suicidio (sembra un fratello del Raskòl’nikov di “Delitto e castigo” di Dostoevskij che sarà pubblicato trent’anni dopo):

“Novembre, dicembre, gennaio e febbraio trascorsero tra cure e preparativi; medici e giudici si affaccendavano intorno a Claude; gli uni curavano le sue ferite, gli altri preparavano il suo patibolo” scrive Hugo. 

Claude viene condannato alla ghigliottina. Lo scrittore non intende certo giustificare il crimine ma, nella seconda parte, condanna i politici, che lasciano “il popolo nella fame e nel freddo”, i giudici e il sistema carcerario (“riformate il vostro sistema penale, rifate i vostri codici, rifate le vostre prigioni, rifate i vostri giudici”), la pena di morte, la mancanza dell’educazione scolastica e chiede di diffondere il Vangelo. Il libro è un atto di accusa verso la società del tempo. 

Il popolo è il grande protagonista dei suoi libri e il popolo ricambiò l’affetto di Victor Hugo. Molti di loro quasi analfabeti leggevano esclusivamente i suoi libri e ai suoi funerali parteciparono, si dice, due milioni di persone, non solo tutta Parigi ma tantissimi venuti da fuori.

I personaggi femminili di Victor Hugo sembrano idealizzati, Cosette, Esmeralda, Déruchette, sono delicate, allegre, fiduciose, semplici, innocenti. Potrebbero però anche rappresentare un genere di ragazze ottocentesche reali.

Il tenero amore di Cosette e Marius occupa una parte importante de “I Miserabili”. Un caso a parte è Éponine, l’introversa ragazza del popolo, che muore sulle barricate travestita da ragazzo e segretamente innamorata di Marius. 

Dea di “L’uomo che ride” più che una ragazza è una creatura celestiale, un elfo, bellissima ed eterea cieca che si esibisce nel Green – Box, carrozzone di saltimbanchi ambulanti. 

Lady Josiana nello stesso romanzo rappresenta invece la tentazione e la lussuria – è l’equivalente femminile di Claude Frollo – ma anche la stravaganza e la noia. 

I cattivi di Hugo sono diabolici ma mai scontati: il machiavellico Clubet che si maschera da probo così come il servile Barkilphedro che in realtà detesta Lady Josiana, l’invadente poliziotto Javert, lo stalker ante litteram Claude Frollo e l’esilarante coppia dei Thénardier (varrebbe la pena di leggere “I Miserabili” solo per Thénardier!) sono senza riscatto. 

“I lavoratori del mare” (che si potrebbe anche tradurre “La fatica del mare”) scritto in esilio nel 1866, a 64 anni, è ambientato invece nell’isola di Guernsey ad inizio 1800. Nel XX secolo è stata inserita come apertura del romanzo una suggestiva descrizione dell’isola che però rallenta la storia vera e propria (secondo me, si sarebbe dovuta metterla alla fine). Il protagonista, Gillet, è un ragazzo solitario, di buoni sentimenti ma guardato con diffidenza dai normanni che abitano l’sola di sua maestà la regina Vittoria. Egli compie un’impresa epica che costituisce il nucleo del romanzo. La compie del tutto disinteressatamente solo per amore di una ragazza soave, Déruchette. 

È un romanzo bello, potente, pieno di atmosfera sul tema del sacrificio molto interessante anche a livello antropologico. 

Nel 1869 Hugo pubblicò “L’uomo che ride” in cui riprendeva certe atmosfere di “Notre – Dame di Parigi”. Il libro si ambienta in Inghilterra nel 1690 e poi nel 1705.

È un libro bello e particolare (nella parte in cui Gwynplaine, saltimbanco, dice la verità ai Lord e in quella in cui medita il suicidio, diventa un capolavoro), alterna parti drammatiche ad altre ironiche o commoventi. Hugo si destreggia magistralmente e riesce a non farle risultare stridenti fra di loro, cosa non semplice. 

Narrare la trama sarebbe impossibile. 

Nella prima parte, bellissima, spira una palpabile angoscia: il bambino abbandonato che vaga sulla scogliera notturna sotto la neve, incontrando prima un impiccato, poi una donna deceduta e una neonata viva che egli soccorre e prende con sé, il suo vano bussare alle porte (tutti temono la peste scoppiata a Londra) è sconvolgente. Sarà Ursus, filosofo vagabondo, alchimista, che vende intrugli per guarire malattie, suonatore di flauto e viola da gamba, ex segretario di un Lord, che ha addomesticato un lupo bianco ad accoglierli, brontolando per celare la commozione. 

Una bottiglia contenente un segreto viene gettata da una nave in tempesta. 

Hugo scrive: “Le avventure dell’abisso non hanno limiti, in nessun senso; in esse tutto è possibile, anche salvarsi. L’uscita è invisibile, ma si può trovare”. 

“Novantatré” è l’ultimo dei nove romanzi dello scrittore pubblicato nel 1874, quando aveva 72 anni. È uno splendido romanzo ambientato nell’anno 1793, anno fondamentale nella Rivoluzione Francese e parla della guerra civile in Vandea e del Terrore. Si impara di più sulla rivoluzione leggendo questo romanzo che cento saggi storici. Hugo mette in scena anche il sanguigno Danton, l’esaltato Marat e il raffinato Robespierre tormentato da tic. 

Sarebbe impossibile ripercorrere la trama che è piena di eventi anche imprevedibili e con tre personaggi principali completamente opposti: il Marchese di Lanternac, che guida i monarchici, Gauvain, giovane comandante monarchico e Cimourdain, ex prete diventato rivoluzionario giacobino. 

Nel 1853 la famiglia Hugo ospitò a Jersey varie persone tra cui la scrittrice e medium, Delphine de Girardin. Inizialmente lo scrittore fu scettico ma poi decise di provare le sedute spiritiche, che lei gli aveva proposto, che sarebbero avvenute con un tavolo con vari partecipanti. 

I contenuti delle comunicazioni (che egli trascrisse fedelmente su un quaderno) lo convinsero della loro realtà. 

Nel 1857, Allan Kardec, che era un pedagogo e insegnante, seguace del famoso svizzero Pestalozzi, avrebbe pubblicato il volume “Il libro degli spiriti” che fu la prima opera della parapsicologia e che, tra parentesi, è un bellissimo libro. 

Victor Hugo ne divenne il più noto sostenitore. 

Eco di questa esperienza si ritrova in numerose sue poesie. Egli scrisse: “Tutto parla. E ora, uomo, sai perché

tutto parla? Ascolta attentamente. È perché i venti, le onde, le fiamme,

gli alberi, le canne, le rocce, tutto vive!

Tutto è pieno di anime”. 

Victor Hugo morì a 83 anni per problemi polmonari, il 22 maggio 1885. Nel suo testamento egli lasciò molti soldi ai poveri di Parigi e chiese di avere un funerale come loro – cosa che non venne rispettata. Egli riposa al Pantheon a Parigi, dove la Francia seppellisce coloro che le hanno dato lustro (ad oggi 75 uomini e solo 5 donne – cosa su cui lui non sarebbe stato d’accordo). 

Nella vita di madame Hugo c’è un episodio, infine, che deve essere ricordato: un giorno, durante l’esilio, 

ella prese la strada verso la villa dove abitava la sua grande e perpetua rivale, Juliette, che non aveva mai incontrato. 

Nessuno osò fermarla. 

Le due donne conversarono per ore, fecero amicizia e il giorno stesso Juliette si trasferì nella casa di lei e della famiglia Hugo. 

Ella aveva compreso quanto Juliette era stata ed era importante nella vita di suo marito. 

Bibliografia : 

Tutte le opere di Victor Hugo

Biografie in francese e inglese:

Sandrine Fillipetti Victor Hugo Éd.Gallimard (2011)

Alain Decaux Victor Hugo Éd. Perrin (2014)

Max Gallo Victor Hugo Éd. XO (2002)

Noel Gerson Victor Hugo: A Tumultuous Life – Lume Books Edition (2015)

Massimo D’Azeglio Ricordi della mia vita (Zanichelli)  

Nota 2) “La vita avventurosa di Charles Dickens” di Lavinia Capogna, che si può trovare online. 

Lavinia Capogna*

*Lavinia Capogna è una scrittrice, poeta e regista. È figlia del regista Sergio Capogna. Ha pubblicato finora sette libri: “Un navigante senza bussola e senza stelle” (poesie); “Pensieri cristallini” (poesie); “La nostalgia delle 6 del mattino” (poesie); “In questi giorni UFO volano sul New Jersey” (poesie), “Storie fatte di niente”, (racconti), che è stato tradotto e pubblicato anche in Francia con il titolo “Histoires pour rien” ; il romanzo “Il giovane senza nome” e il saggio “Pagine sparse – Studi letterari”.

Ha scritto circa 150 articoli su temi letterari e cinematografici e fatto traduzioni dal francese, inglese e tedesco. Ha studiato sceneggiatura con Ugo Pirro e scritto tre sceneggiature cinematografiche e realizzato come regista il film “La lampada di Wood” che ha partecipato al premio David di Donatello, il mediometraggio “Ciao, Francesca” e alcuni documentari. 

Collabora con le riviste letterarie online Insula Europea, Stultifera Navis e altri website. 

Da circa vent’anni ha una malattia che le ha procurato invalidità.

Vita, amori e opere di Victor Hugo, di Lavinia Capogna – parte 1 di 2

PRIMA PARTE

“La vita, la sventura, l’isolamento, l’abbandono, la povertà, sono campi di battaglia che hanno i loro eroi, eroi oscuri a volte più grandi degli eroi illustri”Victor Hugo

Non si potrebbe immaginare matrimonio più dissimile politicamente di quello di Brutus Hugo e Sophie Trébuchet nel 1797. Si erano conosciuti l’anno precedente, lui in realtà si chiamava Léopold Hugo ma come altri rivoluzionari francesi aveva preso il nome di un antico Romano, aveva 19 anni, lei 20. Lui proveniva da una famiglia di agricoltori e artigiani, lei da una famiglia “borghese” (ancora non esisteva la borghesia ma il terzo stato racchiudeva chiunque non fosse nobile o non facesse parte del clero), suo padre era capitano di una nave. 

Léopold a soli 14 anni aveva aderito alla rivoluzione che infiammava la Francia, aveva ideali progressisti ed era coraggioso in battaglia: in Vandea, dove infuriava la guerra civile, con soli 50 soldati aveva tenuto in scacco circa 4.000 monarchici.

Lei aveva visto ghigliottinare una sua amica ed era borbonica.

Il matrimonio finirà abbastanza presto ma ebbero tre figli di cui l’ultimo fu Victor Hugo. Egli nacque a Besançon il 7 Ventôse dell’anno X, secondo il calendario rivoluzionario cioè il 26 febbraio 1802. Era un neonato piccolissimo (forse prematuro), debolissimo e il medico disse che non sarebbe sopravvissuto. La madre era impressionata da lui, il padre aveva paura che sarebbe stato mentalmente disabile. Rimase a lungo un bambino fragile, con un padre assente (Léopold conviveva con una donna, Catherine Thomas, che in seguito sarebbe diventata la sua seconda moglie). 

Egli scrisse in una celebre poesia: “abbandonato da tutti, tranne che da sua madre”. 

Nessuno avrebbe potuto prevedere che sarebbe diventato uno dei più celebri scrittori al mondo e uno degli uomini più influenti del XIX secolo. Solo per dire una curiosità: una volta Victor Hugo acquistò un gilet grigio chiaro e centinaia di parigini lo imitarono. 

Léopold fece una grande carriera militare, venne trasferito in varie città francesi, poi vicino Napoli dove arrestò il famoso bandito Fra Diavolo, poi in Spagna, divenne generale e conte.

Sophie detestava viaggiare con i bambini (i viaggi con le carrozze pubbliche erano molto lunghi e disagevoli nonché pieni di pericoli), lui era un uomo passionale, lei cercava di moderarlo ma alla fine si lasciarono e rimasero in contatto epistolare solo per i figli.

Il piccolo Victor era intelligente e sarebbe diventato il prediletto della madre. Egli ebbe un rapporto di grande affetto con lei ma amava anche il padre assente. Quando Léopold morì improvvisamente nel 1838 fu un grande dolore. 

I biografi, spesso, descrivono Sophie Hugo in modo duro anche se invece potrebbe essere stata solo una donna molto più indipendente e determinata di altre della sua epoca. 

Lei amava i bei abiti, nonostante non fosse ricca vestiva sempre con cura i suoi tre figli maschi e curò assai la loro educazione. Nascosto in una dependance nel giardino della sua casa parigina (che era situata nell’ex convento dei Feuillantines) c’era un uomo che era stato il padrino di Victor Hugo, il generale Victor Lahoire. Era un uomo colto che aveva la mania di organizzare improbabili complotti contro Napoleone. Era il nuovo compagno della madre.

Victor Hugo si distinse per il suo talento letterario e a soli quindici anni vinse un prestigioso premio poetico. I giurati erano increduli che il poema fosse stato composto da un ragazzino. 

Quando decise di dedicarsi alla letteratura scrisse al padre chiedendo di sostenerlo economicamente. Il padre gli rispose, prosaicamente, che lo avrebbe fatto se lui avesse deciso di diventare un medico o un avvocato ma non uno scrittore che Léopold vedeva evidentemente come una professione da spiantati. 

Victor Hugo aveva anche molto talento per il disegno. 

Nel 1821 Sophie morì, aveva solo 49 anni, sembra che avesse avuto un crollo emotivo da quando Lahoire era stato fucilato dopo che, anche in carcere, aveva tramato una ennesima congiura contro Napoleone. Victor Hugo, aveva allora solo 19 anni, soffrì moltissimo. Oltre ad essere sua madre, era la sola persona che lo avesse incoraggiato nella sua carriera letteraria. Lui era uno squisito poeta che viveva poveramente, e a 24 anni, nel 1826, avrebbe pubblicato la prima delle sue cinque raccolte poetiche. 

Ci sono molteplici descrizioni di Victor Hugo da adulto, tra le quali quella significativa dello scrittore Massimo D’Azeglio. 

Nonostante fosse una celebrità, Hugo era un uomo modesto, per nulla presuntuoso, un instancabile lavoratore che scriveva ogni mattina e ogni pomeriggio. 

Aveva un carattere affabile e cordiale, a differenza della stragrande maggioranza degli scrittori del suo tempo (ed attuali) sostenne molti esordienti, tra i quali il poeta Gérard De Nerval e difese “Madame Bovary” quando Flaubert dovette subire un processo per offesa al buon costume. 

Egli lasciò anche un testo commovente in cui descrisse la sua ultima visita a Balzac morente accompagnato dalla governante di lui in lacrime. 

Ma oltre che scrivere assiduamente, Victor Hugo si dedicava attivamente alla politica. L’evoluzione politica che ebbe nel corso della sua vita non fu dovuta a opportunismo ma bensì ad una maturazione: da giovane era stato un monarchico (borbonico) influenzato dalla madre, poi scomparso Napoleone divenne un suo sostenitore, infine fu un repubblicano con forti tinte socialiste.

Fu parlamentare dell’estrema sinistra e dal 1848 al 1851 Pari di Francia 

Si pronunciò contro la pena di morte, la povertà, il lavoro minorile, la prostituzione, il colonialismo, lo schiavismo, la spartizione della Polonia, per i diritti delle donne e l’indipendenza italiana, incontrò e ammirò Giuseppe Garibaldi, voleva gli Stati Uniti d’Europa, fondò un giornale politico (con i suoi figli Charles e François), durante la rivoluzione del 1848 arringò la folla col rischio concreto di esser preso a fucilate dai soldati e rimase sconvolto dai massacri monarchici.

Tornando alla sua gioventù, Victor Hugo, che era diventato un ragazzo abbastanza bello e dai lineamenti delicati, si era perdutamente innamorato di una ragazza che aveva già conosciuto quando erano bambini. 

Adèle Foucher era una ragazza bruna, una persona semplice, concreta, non aveva una passione per la letteratura, era cattolica osservante, in seguito appassionata di cucina. Victor Hugo le scrisse centinaia di lettere, le dedicò poemi ma sia i genitori di lei sia la madre di lui erano contrari al loro fidanzamento.

Un giorno egli percorse molti chilometri a piedi per rivederla solo un momento. Egli non aveva avuto nessuna relazione romantica ed esperienza sessuale. Attese fedelmente per tre anni prima che i genitori di lei acconsentissero al loro matrimonio.

Tuttavia quello del matriminio fu un giorno infausto perché un fratello di Victor Hugo, Éugene, anch’egli poeta, che aveva già dato segni di squilibrio mentale incominciò ad urlare disperatamente in chiesa. Sembra che egli fosse segretamente innamorato di Adèle.

Il giorno dopo distrusse la mobilia della sua stanza con una sciabola. Venne ricoverato in un istituto, ne usci l’anno seguente, il 1823, e un giorno, inaspettatamente, sferrò una coltellata a Catherine Thomas, la nuova moglie del padre. Ella si salvò solo perché Léopold riuscì a bloccare il figlio ingaggiando con lui una colluttazione. Éugene venne internato in un altro istituto. Poco dopo egli perdette delle facoltà cognitive e morì dieci anni dopo sempre ricoverato. 

Questa storia turbò molto il fratello Victor che, tempo dopo, gli dedicò un’opera letteraria.

Anche la sua ultima figlia, Adèle (si chiamava come la madre) ebbe dei problemi. Innamorata di un tenente inglese con cui c’era stato un fidanzamento ma che poi la sfuggiva lo raggiunse a Halifax in Nuova Scozia, Canada. 

Per una donna alto borghese del tempo trovarsi sola in un paese lontano era davvero inusuale. Ella continuò a perseguitare l’inglese, venne sostenuta economicamente dal padre che però le chiese di tornare. Alla fine venne riportata in Europa da una donna delle Barbados che non sapeva leggere ma che conosceva il nome di Victor Hugo perché egli si era battuto contro lo schiavismo. Adèle si salvò solo grazie a lei. Venne ricoverata in una lussuosa clinica privata dove rimase per il resto della sua vita. 

Fu anche l’unica dei quattro figli di Victor Hugo e di sua moglie che sopravvisse al padre. I suoi fratelli, Charles, giornalista, e François, traduttore di Shakespeare, socialisti, morirono nella mezza età di malattia. Tra poco parleremo di Léopoldine. 

È necessario dire che le diagnosi psichiatriche relative alla figlia di Hugo, Adèle, che si trovano su internet non hanno nessun valore scientifico essendo lei deceduta nel 1915. Invece nel 1977 il regista François Truffaut le ha dedicato un bellissimo film, “L’Histoire d’Adèle H.” interpretato da Isabelle Adjani. 

Nel 1830, a 28 anni, Victor Hugo, stufo della paludata e verbosa letteratura del tempo scrisse una commedia, “Hernani”, che ebbe un successo travolgente. 

La sera in teatro il suo amico Théophile Gautier, scrittore, indossava un gilet rosso fiammante in segno di sfida verso la borghesia. Entrambi sostenevano il Romanticismo, la nuova corrente letteraria nata in Inghilterra per merito di poeti come Wordsworth, Coleridge, Keats, Byron, Shelley.  

La sua seconda opera in prosa, “Notre -Dame di Parigi”, che pubblicò a soli 29 anni, un capolavoro, gli diede imperitura fama. È la vicenda della bella gitana Esmeralda, in una bizzarra Parigi del 1400, perseguitata dall’arcidiacono Claude Frollo, uomo colto e lussurioso, soccorsa da Quasimodo, campanaro della maestosa cattedrale. È un romanzo talmente ricco di inventiva che è impossibile riassumerlo in poche righe. 

E come tutti i romanzi di Victor Hugo non è solo bellissimo per la trama ma per come è scritto. È da notare che lui fu il primo scrittore che diede dignità ad un personaggio disabile che prima di allora erano visti in modo alquanto inquietante. 

Tuttavia la fama non bastò a proteggere lo scrittore da una crisi familiare che lo tormentò per alcuni anni. 

Lui e sua moglie avevano avuto cinque figli di cui quattro erano arrivati all’età adulta. Dopo di ciò ella aveva deciso di trasformare il loro matrimonio in un rapporto solo amichevole: era esausta delle gravidanze. Lui la comprese. 

Lui aveva nella sua cerchia un amico, uno scrittore e accademico di nome Sainte – Beuve. Era un tipo piuttosto manierato, misantropo, molto religioso (Victor era credente ma molto anticlericale) e avrebbe poi fatto una grande carriera letteraria soprattutto come critico. Molto tempo dopo, nel 1909, Marcel Proust gli avrebbe dedicato un libro incompiuto intitolato “Contro Sainte – Beuve” dove tra l’altro lo accusava di non aver compreso il genio di Stendhal. Sainte – Beuve non aveva neppure compreso “Madame Bovary” di Flaubert tuttavia sembra che fosse un uomo di un certo garbo e premuroso e, verso il 1827, nacque un’amicizia tra lui e madame Hugo che sarebbe diventata poi una relazione sentimentale. Victor Hugo ne rimase ferito emotivamente ma fu magnanimo verso entrambi, mentre spesso gli altri mariti prendevano a pistolettate moglie e amante, lui, molto più saggiamente, chiese ad Adèle di scegliere tra lui e l’accademico. Lei scelse Victor: li univano l’affetto, vent’anni di matrimonio e cinque figli. Victor Hugo, senza fare scenate, mise alla porta l’accademico. Non altrettanto fece Sainte – Beuve: lo attaccò letterariamente con una recensione anonima, scrisse addirittura un romanzo ispirato a se stesso e a Madame Hugo (intitolato “Madame de Pontivy”), sparlava a destra e a manca di Victor Hugo con frasi sibilline e nel 1841 arrivò a scrivere nei suoi “Diari” che odiava madame Hugo! 

Questa vicenda rimase sconosciuta per ben cent’anni e fu scoperta solo grazie a delle lettere nel 1939. 

Victor Hugo e la moglie continuarono a vivere amichevolmente insieme per tutta la vita. Lei scrisse anche una pregevole biografia su di lui. 

Ma nel 1833 un nuovo amore attendeva lo scrittore nelle sembianze di un’attrice teatrale: Juliette Drouet. Lei aveva 27 anni, era bella e interessante. Oltre ad essere un’attrice era una cortigiana (cioè una donna che aveva apertamente delle relazioni sentimentali con uomini benestanti e talvolta artisti). Quasi inutile dirlo, le cortigiane erano malviste dalla borghesia. Juliette amava leggere, curava la figlia Claire che aveva avuto da uno scultore svizzero, James Pradier, abitava in un appartamento molto elegante con alcuni domestici e, quando incontrò Victor Hugo, aveva una relazione con un principe russo, Anatolij Demidoff che in seguito avrebbe sposato una principessa Bonaparte.

Victor Hugo la conobbe durante le prove di una sua commedia, si innamorò di lei e poco tempo dopo le fece una dichiarazione d’amore nel camerino del teatro. 

Dieci giorni dopo iniziò la loro relazione. 

Lei non era interessata economicamente, si era veramente innamorata.

Juliette Drouet non fu l’amante di Victor Hugo, come sempre viene definita, ma una seconda moglie: rimasero infatti insieme per ben 50 anni. 

Il loro carteggio di 22.000 lettere è oggi in gran parte pubblico. Venne pubblicato in parte nel 1939 e qualcuno si è chiesto se fosse stato legittimo. Effettivamente il carteggio di due innamorati, di due amanti sarebbe forse dovuto rimanere privato ma lettori e lettrici hanno una singolare attrazione per le corrispondenze private degli scrittori. 

Victor Hugo acquistò un appartamento per lei a dieci minuti da casa sua, lui abitava allora nella splendida Place Royale (oggi Place des Vosges) a Parigi e sostenne le spese di Claire (il collegio e tutto il resto), diede a lei una cifra mensile per vivere perché Juliette non aveva un gran successo teatrale. 

Victor Hugo era geloso di lei e dei suoi ammiratori e le chiese di non vedere più nessuno. Ciò era comprensibile ma lei fece di più: si sacrificò per lui, smise di avere una vita sociale, di vedere amici, lo seguì nel suo lungo esilio, lo aiutava anche nel suo lavoro, ricopiava i manoscritti, ne parlavano insieme. 

Sembra che Adèle, madame Hugo, detestasse Juliette. 

Verso il 1839, Léopoldine, 16 anni, figlia primogenita e prediletta di Victor Hugo, una ragazza bruna, delicata, malinconica, che scriveva poesie, incontrò Juliette. Fecero subito amicizia.  

Nel 1843, a 19 anni, Léopoldine sposò un giovane, Charles Vacquerie, che venne descritto come molto serio. Tutti approvarono il matrimonio. Victor Hugo però non fu del tutto felice, sua figlia sarebbe andata ad abitare in provincia e si sarebbero potuti vedere raramente. 

Durante una visita a lei, egli ebbe la netta sensazione che non doveva lasciarla. 

Poi partì insieme a Juliette per uno dei loro soggiorni estivi. 

Il 4 settembre 1843, in un hotel, egli si svegliò nel cuore della notte estremamente inquieto. Juliette cercò di rassicurarlo ma egli compose alcune poesie confuse sul tema della morte. 

Il 9 settembre quando si trovavano in una locanda, in una cittadina di ritorno verso Parigi, Hugo guardò casualmente una gazzetta appoggiata sul tavolo e lesse un articolo: esso annunciava che la figlia di Victor Hugo e suo marito erano deceduti in una disgrazia. 

“Nel destino di ogni uomo può esserci una fine del mondo fatta solo per lui. Si chiama disperazione” avrebbe scritto Hugo molti anni dopo in un romanzo. 

Juliette raccontò di come lo scrittore un attimo prima sorridente era diventato completamente pallido e si teneva una mano sul cuore, non riuscendo più a parlare. 

Il 4 settembre Léopoldine e il marito stavano tornando dallo studio di un notaio via acqua (era frequente viaggiare così), erano accompagnati dallo zio di lui e dal nipote Arthur, di 11 anni, quando la barca si rovesciò nel fiume e tutti annegarono. Per otto volte, secondo i testimoni, Charles Vacquerie tentò di salvare la moglie. Léopoldine era incinta. 

Victor Hugo divenne quasi pazzo dal dolore. 

Per un lungo periodo non scrisse più, visse rinchiuso nella sua stanza dove consumava anche i suoi pasti. Disinteressato a ciò che lo circondava dopo un anno, nel 1844, ritornò nel mondo.

Fu una donna a destare il suo interesse: Leonie d’Aunet, bionda, esile, raffinata, 24 anni, che divenne la sua terza compagna per sette anni. Egli l’aveva già fuggevolmente incontrata qualche anno prima. Leonie, che aveva scritto il resoconto di una esplorazione in una remota isola della Norvegia, aveva per marito un pittore assai geloso. Avendo dei sospetti, un giorno egli seguì la moglie, la vide entrare in un portone e andò a denunciarla alla polizia. L’accusa di adulterio era grave: si poteva restare un anno in prigione ad attendere il processo e poi essere condannati ad almeno un altro anno di carcere. 

Victor Hugo e Leonie furono arrestati in un momento di intimità, il che deve essere stato assai imbarazzante per loro e suscitò non pochi ilari commenti nei caffè parigini. La maligna stampa di destra esultò. Victor Hugo venne liberato dopo parecchie ore. 

La ragazza invece restò in carcere per alcuni mesi nonostante lui smuovesse mari e monti per cercare di farla liberare.

Anni dopo, Leonie inviò a Juliette, che non sapeva nulla, forse per dispetto o forse per liberarsi di lei, le lettere che Victor Hugo le aveva scritto. Juliette lo perdonò.

Tra parentesi, nel 1848, si era suicidata a soli 19 anni, Claire, la figlia di Juliette a cui Hugo aveva fatto da padre adottivo. 

Tempo dopo Leonie, non paziente come Juliette, lo lasciò. 

Questo scandalo cambiò Victor Hugo: da timido divenne un dongiovanni. Rispettoso, affascinante, con la barba, la fronte alta, lo sguardo pensieroso ebbe da allora, sembra, centinaia di avventure e relazioni sentimentali: attrici, signore dell’alta società, borghesi, grisettes (ragazze, spesso venute dalla provincia, sartine o operaie, che frequentavano l’ambiente bohèmien). Anche la famosa attrice Alice Ozy e l’intelligente rivoluzionaria Louise Michel furono compagne di Hugo. La figlia di Louise, Victorine, era probabilmente sua. Louise non volle mai rivelare chi fosse il padre. 

A settant’anni Victor Hugo ebbe due relazioni con due donne poco più che ventenni: la assai bella Judith Gautier, poetessa, figlia del suo grande amico Théophile Gautier, che era sposata con un poeta abbastanza noto, Catulle Mendes (che la lasciò per questo) e poi con l’altrettanto bella attrice Sarah Bernhardt, che era stata ritratta dal famoso fotografo Nadar (che aveva ritratto anche lui in un dagherrotipo). 

Bisogna chiarire che Victor Hugo non fu mai un uomo importuno con le donne o equivoco, non si trova nelle migliaia di pagine scritte da lui neppure una parola misogina o maschilista, anzi, sapeva bene quando era il caso di tacere o di non insistere, forse fare l’amore era per lui un modo per anestetizzare il suo dolore interiore o una specie di droga. 

Vi fu invece solo un’amicizia epistolare tra Victor Hugo e George Sand, la più celebre scrittrice francese del secolo. Lui, a differenza di alcuni letterati assai misogini (tra i quali Sainte – Beuve, Baudelaire e Nietzsche), ebbe una grande ammirazione per George Sand, le dedicò una poesia e la chiamò “orgoglio del nostro secolo”. (nota 1)

Nel dicembre 1852, quando ci fu il colpo di stato di Napoleone III, Hugo corse il rischio di essere arrestato. Napoleone III aveva già fatto arrestare i suoi due figli e poi altre 26.000 persone in Francia. 

Victor Hugo avrebbe affrontato la prigione ma Juliette lo persuase (quasi lo obbligò) a raggiungere Bruxelles in Belgio (e in seguito le isole inglesi di Guernsey e Jersey nel Canale della Manica) e, come lui avrebbe scritto in seguito, gli salvò la vita. 

Napoleone III firmò un decreto di proscrizione e ordinò l’espulsione dal paese di 66 ex rappresentanti dell’Assemblea, tra cui Hugo.

Nel 1859, lo scrittore rifiutò l’amnistia del re rispondendo che, fedele alla sua coscienza, sarebbe tornato solo quando ci sarebbe stata la libertà. 

Aveva anche scritto un testo sul re, intitolato, con ironia tutta francese, “Napoléon Le Petit” (Napoleone il piccolo). Tra parentesi, Hugo aveva compreso che non poteva essere il vero nipote di Napoleone e recenti studi genetici su una ciocca di capelli di Napoleone III hanno confermato l’ipotesi dello scrittore. 

Hugo sarebbe tornato a Parigi solo nel 1870. Nel 1871 avrebbe appoggiato la rivolta della Comune, aiutando i congiurati, e che si sarebbe conclusa tragicamente. 

Madame Hugo morì improvvisamente per un ictus a Bruxelles nel 1868, Juliette a Parigi nel 1883, di tumore. Entrambe confortate da lui. 

Dopo il decesso di Juliette egli non scrisse più nulla. 

Sulla lapide di Juliette si legge una poesia di Hugo che termina con le parole: “Il mondo ha il suo pensiero, io ho il suo amore”.

FINE PRIMA PARTE (continua…)

Nota 1) per chi volesse approfondire mi permetto di suggerire il mio articolo “La ribelle George Sand” (anche pubblicato come “George Sand, una bella vita”) che si può trovare online.  

Lavinia Capogna*

*Lavinia Capogna è una scrittrice, poeta e regista. È figlia del regista Sergio Capogna. Ha pubblicato finora sette libri: “Un navigante senza bussola e senza stelle” (poesie); “Pensieri cristallini” (poesie); “La nostalgia delle 6 del mattino” (poesie); “In questi giorni UFO volano sul New Jersey” (poesie), “Storie fatte di niente”, (racconti), che è stato tradotto e pubblicato anche in Francia con il titolo “Histoires pour rien” ; il romanzo “Il giovane senza nome” e il saggio “Pagine sparse – Studi letterari”.

Ha scritto circa 150 articoli su temi letterari e cinematografici e fatto traduzioni dal francese, inglese e tedesco. Ha studiato sceneggiatura con Ugo Pirro e scritto tre sceneggiature cinematografiche e realizzato come regista il film “La lampada di Wood” che ha partecipato al premio David di Donatello, il mediometraggio “Ciao, Francesca” e alcuni documentari. 

Collabora con le riviste letterarie online Insula Europea, Stultifera Navis e altri website. 

Da circa vent’anni ha una malattia che le ha procurato invalidità.

Ascesa e caduta di César Birotteau, profumiere di Balzac, di Lavinia Capogna

Friedrich Engels, rivoluzionario tedesco e amico e collaboratore di Karl Marx, scrisse che aveva imparato di più sulla società leggendo le opere del legittimista Honoré de Balzac che quelle di tutti gli altri (1).

I legittimisti erano coloro che sostenevano la monarchia borbonica in Francia. Balzac era nato in una famiglia di modesta condizione sociale ed era ammaliato dall’aristocrazia, cosa che probabilmente faceva benevolmente sorridere i suoi amici socialisti come Victor Hugo, Théophile Gautier, George Sand (di cui egli lasciò un significativo ritratto nel romanzo “Beatrix”). Egli aveva anche aggiunto un De, particella nobiliare al suo cognome. 

Dotato di grande volontà e inesauribile fantasia dopo essere stato un ghostwriter fino a 30 anni divenne, negli ultimi vent’anni della sua vita, uno degli autori più importanti della letteratura francese e internazionale. 

Nella sua “Commedia umana” composta di ben 137 romanzi “Balzac analizzò una società cinica dove c’era un solo dio: il denaro; una società senza scrupoli, una società di cui descrisse tutti i vizi e tutti i difetti: aristocratici, nuovi borghesi, proletari, contadini, giornalisti commercianti, medici, preti, avvocati, studenti, artisti, ragazze ingenue, cortigiane, tutto un mondo ed una società sfila nei romanzi di Balzac, dalla frenetica Parigi alle cittadine dove non c’era nulla da fare all’ombra dei tigli e delle persiane azzurre delle vecchie case” (2).

César Birotteau dà il nome ad un suo romanzo pubblicato nel 1837 il cui titolo completo suona: “Histoire de la Grandeur et de la Décadence de César Birotteau” (Storia dell’ascesa e della decadenza di C. B. ) in Italia tradotto solo con il nome proprio (3).

Secondo me, Birotteau è uno dei personaggi più interessanti di Balzac. 

Se Éugenie Grandet ci conquista con la sua limpidezza in un mondo gretto e meschino come quello del padre e del vanitoso cugino, César non è da meno. 

Egli viene dalla campagna (“se mancava di spirito e di istruzione egli aveva un’istintiva rettitudine e dei sentimenti delicati che provenivano da sua madre” scrive Balzac – 4) e a fine Settecento si ritrova da solo a Parigi in cerca di fortuna. Erano gli anni della rivoluzione, delle lotte tra le frazioni ma anche della guerra civile in Vandea.

Dopo ci sarebbe stato l’Impero Napoleonico e la rivoluzione industriale 

Fu la fine di molti mestieri che si potevano fare a casa, tessuti, oggetti artigianali, sopraffatti dalle nascenti industrie e l’inizio di una grande migrazione di contadini e piccoli artigiani verso la capitale: tutto un mondo arcaico stava svanendo. 

È importante mettere a fuoco il contesto storico in cui il romanzo si svolge perché esso non è solo la storia di un uomo (ispirato in parte ad una storia vera) ma di un ambiente sociale. 

A Parigi, Birotteau riesce a trovare un impiego presso un noto profumiere, ex fornitore della regina Maria Antonietta, e pian piano apprende la sua arte. Ragazzo, si trova invischiato in una relazione sentimentale con una cuoca, alcolista e brutale, che lo abbandona senza rimpianti per un coetaneo più avvenente nonché proprietario di un piccolo terreno. 

Il 13 Vendemmiaio (5 ottobre 1795) a Parigi, Birotteau viene convinto a partecipare alla rivolta dei monarchici contro la Convenzione. In realtà egli non sa nulla di politica e non capisce nulla degli eventi travolgenti in corso ma la rivolta viene sedata da un giovane artigliere corso, Napoleone Bonaparte

Si sparge così la voce mendace che Napoleone stesso abbia sparato contro Birotteau facendone, suo malgrado, un eroe monarchico. 

Il povero Birotteau sembra destinato ad una vita infelice quando entrando casualmente in un negozio di novità (articoli di vario genere, nastri, insegne dipinte, orologi eccentrici, cravatte colorate ed altro) che erano allora in gran voga rimane incantato da una bellissima commessa, Constance. 

Si innamora perdutamente di lei. 

Lei non fa caso al timido ragazzo di campagna, onesta, di buoni sentimenti, perspicace viene assillata da molti ammiratori ma suo zio, il sagace Pillerault, sostiene Birotteau perché ha compreso che lui è veramente innamorato di lei. 

Incoraggiato dalla moglie ed ambizioso egli inizia una grande ascesa sociale diventando lui stesso il primo profumiere di Parigi. Crea oli profumati e creme lenitive. È assai divertente quando Balzac racconta come Birotteau usi la pubblicità riempiendo la città di graziosi ed attraenti manifesti avendo come garanzia della validità dei suoi prodotti la firma di un chimico. 

Egli assume un assistente, un personaggio in apparenza grigio ma in realtà machiavellico, senza nessuno scrupolo e gratitudine, Du Tillet. 

Egli importuna la moglie del profumiere, le scrive anche delle lettere e lei riesce a farlo licenziare. Per vendicarsi, Du Tillet ruba dalla cassa una cospicua somma. 

Egli detesta Birotteau, che è ormai diventato ricco e famoso, non solo per la sua agiatezza, la sua fortuna o il fatto che sia sposato con una bellissima donna ma per la sua bontà: “Senza dubbio in quel momento Du Tillet ebbe verso di lui quell’odio inestinguibile che gli angeli delle tenebre hanno verso gli angeli della luce”.

Sarà infatti Du Tillet, in seguito diventato un ricco banchiere grazie a speculazioni e al fatto di essere diventato l’amante della moglie di un uomo di potere, a tramare contro il suo ex datore di lavoro un inganno economico che costituisce il fulcro del romanzo e che Balzac racconta in modo irresistibile. 

Chiaramente non si può raccontare nulla di questa vicenda per non sciupare la lettura del romanzo, né la parte finale.

A far da contrappunto a Du Tillet c’è il nuovo apprendista, Armand Popinot, un ragazzo disabile, zoppo. 

C’e da dire che fin dai tempi antichi le disabilità erano state insensatamente viste come una forma di espiazione per colpe e manchevolezze. I disabili venivano spesso ricoverati insieme ai pazzi e ai vagabondi in tetri (a dir poco) edifici/prigioni o erano personaggi inquietanti nelle fiabe popolari (5).

Furono proprio Balzac, Victor Hugo (con Quasimodo, il gobbo di Nôtre Dame) e Charles Dickens a dare un’immagine più positiva della disabilità. 

Popinot è un giovane bassino, sensibile e timido che inizia una propria attività commerciale associandosi a Birotteau. Egli è innamorato della leggiadra Césarine, figlia del profumiere, che è un ritratto perfetto di una ragazza agiata della borghesia di allora, suona il pianoforte e legge romanzi. 

Il padre, colto da manie di grandezza, decide di rimodernare la loro casa e il negozio. Esilarante il personaggio dell’impeccabile architetto che poi presenta una fattura esorbitante. 

Birotteau decide anche di dare una sontuosa festa, simbolo di prestigio sociale. 

Le vendite vanno a gonfie vele ed egli viene persuaso a partecipare ad una speculazione edilizia. Erano i tempi in cui Parigi incominciava a ingrandirsi, le strade strette e fangose venivano demolite per far spazio a palazzine popolari o borghesi. 

Accecato dal miraggio di diventare sempre più ricco e nonostante l’opposizione della moglie, egli non si rende conto che i suoi soci sono in realtà una masnada di farabutti: tra di loro ci sono stimati notai, avvocati, un potente banchiere tedesco e dietro, come uno Jago shakesperiano, Du Tillet. 

Un altro personaggio in antitesi con questi truffatori è Pillerault, zio di madame Birotteau, un uomo di idee molto progressiste, ex proprietario di una ferramenta, che vive dignitosamente la terza età e che osserva attentamente la gente (a differenza del profumeriere). Sarà l’unico, insieme a Popinot, personaggio che ha un imprevedibile sviluppo, che tenterà di aiutare il suo avventato parente monarchico. 

Il romanzo è scritto in uno stile scorrevole, assai avvincente, per nulla prolisso, evita qualche elemento kitsch o esotico che a volte si ritrova nei romanzi balzacchiani in sintonia con il gusto della sua epoca. 

Birotteau è un personaggio commovente di cui Balzac registra accuratamente i moti del cuore, non ha nulla di un eroe, non bello, non audace, non romantico, non è un Dantès o un Julien Sorel, è un uomo comune, ingenuo, preso in giro da tutti (eccetto che da Pillerault e da Popinot) che cerca di barcamenarsi in una società sempre più complessa e corrotta di cui egli neppure immagina i meccanismi. 

Ma è anche un self made man che non sa moderare la sua ambizione. La sua debolezza lo rende umano ed egli ci dice molto anche sull’umanità del suo autore.

Note:

1) “(Balzac) dà nella ‘Comédie humaine” (…) una storia completa della società francese dalla quale io, perfino nelle particolarità economiche (… ) ho imparato più che da tutti gli storici, gli economisti, gli statisti di professione di questo periodo messi insieme” 

(F. Engels, Il realismo di Balzac, lettera a M. Harkness (primi aprile del 1888), in K. Marx, F. Engels, Scritti sull’arte) 

2) “Balzac, una vita piena di opere più che di giorni” di Lavinia Capogna (2022).

3) “César Birotteau” di Honoré de Balzac a cura di Paola Dècina Lombardi, traduzione di Francesca Spinelli – Oscar Mondadori, 2021

4) Le traduzioni dei brani del libro citati sono state fatte da me dal testo originale francese. 

5) Michel Foucault Storia della follia nell’età Classica

Lavinia Capogna*

*Lavinia Capogna è una scrittrice, poeta e regista. È figlia del regista Sergio Capogna. Ha pubblicato finora sette libri: “Un navigante senza bussola e senza stelle” (poesie); “Pensieri cristallini” (poesie); “La nostalgia delle 6 del mattino” (poesie); “In questi giorni UFO volano sul New Jersey” (poesie), “Storie fatte di niente”, (racconti), che è stato tradotto e pubblicato anche in Francia con il titolo “Histoires pour rien” ; il romanzo “Il giovane senza nome” e il saggio “Pagine sparse – Studi letterari”.

Ha scritto circa 150 articoli su temi letterari e cinematografici e fatto traduzioni dal francese, inglese e tedesco. Ha studiato sceneggiatura con Ugo Pirro e scritto tre sceneggiature cinematografiche e realizzato come regista il film “La lampada di Wood” che ha partecipato al premio David di Donatello, il mediometraggio “Ciao, Francesca” e alcuni documentari. 

Collabora con le riviste letterarie online Insula Europea, Stultifera Navis e altri website. 

Da circa vent’anni ha una malattia che le ha procurato invalidità.

Alexandre Dumas: Il Conte di Montecristo, di Elena Realino

Nel 1844 Alexandre Dumas inizia la pubblicazione a puntate del Conte di Montecristo, destinato a diventare il romanzo per eccellenza sul tema della vendetta. La penna dell’autore traccia magistralmente l’evoluzione di questo sentimento, che diventa sempre più dominante nella vita del protagonista. La sua esistenza, già segnata irrimediabilmente dagli eventi che hanno scatenato il desiderio di rivalsa, viene plasmata da una vendetta nata dall’invidia altrui.

L’invidia si rivela ben più pericolosa della gelosia: mentre quest’ultima si limita al desiderio di possedere ciò che altri hanno, l’invidia spinge all’azione, mirando a privare gli altri di quanto possiedono. È proprio questo il motore che spinge Danglars e Fernand, con la complicità di Caderousse, ad agire contro il giovane marinaio Edmond Dantès. Fernand brama Mercédès, la promessa sposa di Dantès; Danglars ambisce alla posizione di capitano del Pharaon destinata al giovane. Per questo motivo, fanno recapitare a Villefort, sostituto procuratore del re, una lettera anonima che accusa falsamente Dantès di essere un agente bonapartista. Villefort, temendo per la propria carriera, pur consapevole dell’innocenza del giovane, lo fa incarcerare in isolamento nel Castello d’If come pericoloso criminale. Così, ciascuno dei tre – Fernand, Danglars e Villefort – riesce a rimuovere l’ostacolo alle proprie ambizioni. Nel romanzo, fatta eccezione per pochi personaggi, tutti sono mossi dalla brama di potere, posizione sociale e ricchezza. Persino amicizie e matrimoni vengono orchestrati per puro interesse economico, probabile riflesso della società che Dumas aveva osservato nei suoi viaggi nell’Europa ottocentesca, particolarmente a Parigi. Come scrive l’autore a proposito di Danglars: «Era un calcolatore, nato con la penna all’orecchio e un calamaio al posto del cuore: per lui esistevano solo addizioni e sottrazioni, e le cifre potevano essere molto più preziose degli uomini, quando queste andavano ad accrescere ciò che gli uomini minacciavano di diminuire»

Ben diverso è Edmond Dantès, marinaio di appena 19 anni ma già saggio e responsabile. Nella sua imminente promozione a capitano del Pharaon, guadagnata grazie alla stima dell’armatore Morrel, vede l’opportunità di costruire una famiglia con Mercédès e garantire una vita migliore al suo anziano padre.

Nelle prime pagine del romanzo, Dantès ci appare come un giovane affabile e cortese, privo di malizia e incapace persino di concepire il male negli altri. Questa ingenuità lo porta a non comprendere le ragioni della sua incarcerazione, non sospettando di nessuno, tanto che nei primi tempi di prigionia rischia di impazzire nel tentativo di dare un senso alla sua condizione. L’incontro con l’abate Faria, altro prigioniero di grande esperienza e profondo conoscitore dell’animo umano, si rivelerà fondamentale. Faria diventa per lui amico, padre e mentore eccezionale, fornendogli quella raffinata formazione culturale e linguistica che lo caratterizzerà negli anni a venire. È Faria ad aiutare Dantès a ricostruire gli eventi, guidandolo con la sua saggezza: «A meno che un cattivo pensiero nasca dall’errore, la natura umana ha orrore del crimine. Però la civiltà ci ha dato dei bisogni, dei vizi, dei falsi appetiti che a volte ci portano a soffocare i nostri buoni istinti, conducendoci al male. Da qui discende la massima: se vuoi scoprire il colpevole, comincia cercando di capire a chi poteva tornare utile il crimine».

Quando Dantès, supportato da Faria, scopre finalmente la verità, subisce una profonda trasformazione interiore che lo stesso abate percepisce con rammarico: «Ora rimpiango di averti aiutato nelle tue ricerche, e di averti detto tutte quelle cose […] Perché ti ho insinuato nel cuore un sentimento che prima non c’era: la vendetta». Questo desiderio di rivalsa, maturato durante gli anni di prigionia, spoglia Dantès della sua innocenza e purezza giovanili, sostituendole con un’unica, ossessiva missione.

Il male subìto spesso indurisce l’animo, rendendolo insensibile alla sofferenza altrui. Ne è esempio emblematico l’impassibilità con cui il Conte di Montecristo assiste a un’esecuzione, incoraggiando i giovani e pallidi Albert e Franz a non distogliere lo sguardo. Quando uno dei condannati riceve la grazia all’ultimo momento, l’altro, fino ad allora calmo e rassegnato, esplode in un moto di rabbia. Il commento del Conte rivela tutto il suo disincanto e la sua misantropia: «Portate due pecore al macello, e fate capire a una delle due che l’altra non morirà. Quella si metterà a belare di gioia! Ma l’uomo – l’uomo creato a immagine di Dio, l’uomo che segue come legge suprema l’amore verso il prossimo, l’uomo che ha voce per esprimere il proprio pensiero – cosa dice quando scopre che il suo compagno è salvo? Una bestemmia. Onore all’uomo, capolavoro della natura, re del creato!»

Il fascino del Conte di Montecristo seduce non solo i personaggi del romanzo ma anche il lettore, che impara a conoscerlo non attraverso monologhi interiori o introspezioni, ma mediante i suoi numerosi e avvincenti dialoghi e attraverso la sapiente narrazione di Dumas: «[…] tutti gli sguardi si posavano su di lui. Era quella pelle traslucida, i ricci neri, il volto calmo e puro, lo sguardo profondo e malinconico, la bocca disegnata con una finezza straordinaria, che assumeva tanto facilmente una piega di disprezzo profondo. Forse c’erano uomini più belli, ma non ce n’erano di più significativi, in un certo senso».

Il piano di vendetta del Conte si compie inesorabilmente, portando alla rovina le famiglie di Villefort, Danglars e Fernand, coinvolgendo anche i loro figli innocenti. Questo solleva una questione morale: è giusto che i figli paghino per le colpe dei padri? E ancora: può considerarsi giustizia la vendetta di un uomo ormai ricco e potente? Se così fosse, significherebbe ammettere che il benessere materiale possa compensare le ferite dell’anima – ma sappiamo che non è così. Ciò che è stato sottratto a Dantès non potrà mai essergli restituito, e il suo animo porta ancora le cicatrici indelebili di quell’antica sofferenza.

I tre cospiratori, ormai dimentichi del male inflitto, si trovano improvvisamente di fronte a una resa dei conti che il Conte considera guidata dalla Provvidenza. È questa convinzione che lo motiva e lo giustifica: si sente investito di una missione divina per punire i colpevoli e premiare i giusti. Sebbene questa posizione possa apparire presuntuosa, in diversi passaggi del romanzo il Conte mostra di riconoscere i segni della Provvidenza che, al momento opportuno, ripaga il male commesso o consola chi ha sofferto. Ne è esempio la sua generosità verso la famiglia Morrel, dove l’onestà dell’armatore viene premiata con la salvezza. In presenza dei Morrel, il Conte ritrova momenti di serenità e spesso cerca la loro compagnia come antidoto all’aria ‘immonda’ che respira con coloro che deve frequentare per attuare la sua vendetta. Questo dettaglio è significativo perché dimostra che, nonostante il cambiamento interiore, Dantès non ha perso completamente la sua integrità morale.

La conferma definitiva giunge nell’epilogo del romanzo, dove emerge che Dantès ha considerato il tesoro ereditato da Faria solo come strumento per la sua vendetta. Una volta compiuta la sua missione, la figura del Conte di Montecristo perde la sua ragion d’essere: le ricchezze nascoste sull’isola diventano irrilevanti per la felicità di Edmond Dantès, che ora cerca la pace dell’anima, della coscienza e il perdono di quel Dio in cui non ha mai smesso di credere. Solo ricevendo conferma di poter essere nuovamente oggetto d’amore, potrà godere senza rimorsi della ritrovata libertà. Particolarmente significativo è il modo in cui il Conte premia i Morrel: sia con il padre che con il figlio Maximilien, il dono giunge solo un attimo prima della catastrofe imminente. Non interviene prima, ma attende che il dolore raggiunga il limite del sopportabile; solo allora, inaspettatamente, la disperazione si trasforma in gioia estatica. Come dice Dantès stesso: «Solo chi ha conosciuto la miseria più estrema merita di conoscere il suo contrario. Bisogna aver voluto morire, Maximilien, per sapere quanto sia bello vivere».” 

Elena Realino

Elena Realino, è nata a Castrovillari, in provincia di Cosenza. Studia le pagine della letteratura con passione e spirito critico. Impegnata nel sociale, laureata in Lingue e Culture Moderne all’Unical. Crede che lo studio delle letterature straniere possa essere la chiave di accesso alla società poliedrica in cui viviamo e possa accorciare le distanze rispetto a realtà e mondi altrimenti ignoti o poco conosciuti.