Massawa e il Regno delle Isole, di Francesca Chiesa

A un anno dall’arrivo in Eritrea, ero diffidente verso Massawa, cittadina che mi appariva come una meta troppo abituale per i fine settimana di stranieri d’ogni genere. Mi sono decisa solo in un giorno di maggio, già caldo ma non soffocante di umidità.
Appena arrivata ho ignorato l’albergo e mi sono diretta verso il vecchio centro turco-italiano, accolta dalle strade deserte del mezzogiorno, prima incantata e poi abbacinata. Fu il momento, quello, in cui il fiume del mio tempo deviò per sempre dal suo alveo e si avvolse su stesso, come si avvolge il drago intorno alla perla che custodisce sul fondo dell’oceano.
Ho attraversato vari mondi da allora, fino a quest’ultima isola da cui ora scrivo, ma non ho mai lasciato Massawa, l’antica Ba’di, persiana prima di essere turca e italiana.


L’isola è la forma della solitudine voluttuosa. Un insieme d’isole non costituisce di per sé un arcipelago. In ogni isola qualcosa accade. Le isole differiscono fra loro in passato e futuro, parole e pensieri.

L’isola è la forma e Massawa il nome. Circondata dal mare, compiuta in sé. Sull’isola sorge una città che porta il suo stesso nome. L’isola ha forma di parallelepipedo, con una sorta di coda che si allunga a un angolo. È collegata per mezzo di un terrapieno a un’altra isola di forma più irregolare, a sua volta unita alla terraferma da un lungo ponte. La Città medievale, in arabo Madina al-Qadīma, occupa meno di metà della superficie dell’isola ed è circondata da mura che risalgono al periodo della dominazione turca. Sono quindi più recenti dell’abitato, che si è sviluppato a partire dalla occupazione fenicia. Nella parte restante dell’isola si è sviluppata la città nuova, un armonico agglomerato di case e piazze e chiese sorte in epoca relativamente recente, al tempo degli ultimi colonizzatori. Quando sorse la Città, il Regno delle Isole era ormai in piena decadenza. A nulla erano valsi gli sforzi che gli ultimi sultani avevano moltiplicato per assicurarsi il controllo della terraferma. Il Regno delle Isole si era sviluppato nel settimo secolo dell’era cristiana, primo dell’Egira, popolando di giardini e mercati isole madreporiche dai nomi incerti e fluttuanti. Fu inizialmente punto di approdo e stazione di rifornimento per i mercanti di schiavi ed ebano, rifugio di schiavi ribelli e principi in fuga, terra di confino e carcere imperiale. Si trasformò ben presto nel primo trampolino di lancio della fede islamica in terra d’Africa. Tutto ciò che era lusso vi era commerciato, tutte le navi che transitavano vi depositavano tasse ingenti. Tutte le duecento nove isole di cui era composto vantavano almeno un palazzo, una moschea e un bazar, ad eccezione dell’Isola delle Punizioni, dove infelici di ogni razza e paese morivano affannosamente nel tentativo di uscire da pozzi adibiti a prigione. Solo pochissimi riuscivano a salvarsi. Il Regno delle Isole raggiunse il suo massimo splendore dopo l’anno Mille, decadde dopo mezzo secolo, insieme a Venezia ma più velocemente.


Gli esseri viventi cui le isole danno ospitalità e rifugio appartengono per lo più al genere femminile. Proprio al centro di una di queste isole, la più grande, si apre una radura costellata di pozzi. C’è chi sostiene che siano stati scavati al tempo dei Persiani. Il numero dei pozzi è uguale al numerodelle isole. Ogni settimana, dopo il giorno del riposo, gli abitanti delle altre isole attraversano i bracci di mare che li separano dall’Isola dei Pozzi per fare provvista d’acqua. Si muovono su imbarcazioni che sembrano fatte di paglia e fango. L’isola dei pozzi è custodita dalle pari, bellissime fanciulle. Tutti gli uomini dell’arcipelago s’innamorano di una pari almeno una volta nella vita, senza essere mai ricambiati. Perché loro sono fate. 
C’è un’isola, nel Mare d’Africa, di cui nessuno conosce il nome. Quando vi sbarcai la prima volta, era tutta sabbia e palme e oro e verde e azzurro. Gli abitanti vivevano di commerci e favole, di cui erano ghiotti. Usavano ospitare, con grande piacere, i corsari di tutti i mari. Quelli che viaggiano trascinandosi appresso enormi carichi di racconti che non vedono l’ora di depositare in qualche taverna o in qualche isola. Sull’isola s’insediò, un giorno, un predone. Quando vi ritornai, la trovai circondata da un muro di cemento. Ho incorniciato la mia isola, si vantava il predone. Nessuno più, tra gli isolani, ricordava il profumo e il colore del mare.
Gli armatori di navi, arabi e persiani, sanno quando è il momento di salpare, lasciandosi alle spalle la costa dei banadīr. Non ignorano che l’Oceano Indiano – violento e tenebroso tra i due equinozi – si rischiara e si calma quando il sole arriva al segno del Sagittario. Quanto è profonda la loro conoscenza dei movimenti del mare, tanto è inesplicabile il fatto che tutto ignorino della configurazione di quella vasta distesa d’acqua. Spendono lunghe ore a immaginarne i contorni, nelle notti di bonaccia, e la paragonano ora a un uccello ora a una foglia ora al profilo di una giara. Tratteggiano linee sulla carta, sulla seta, sul legno e il tracciato non è mai lo stesso. A eccezione dell’Isola dei Tre Desideri: non c’è chi non ne abbia una conoscenza particolareggiata e tutti disegnano con accuratezza il profilo delle sue coste. Completo di golfi e seni e rientranze, corsi d’acqua e pozzi e villaggi, rilievi e macchie di vegetazione. Una croce cremisi sta a indicare la pietra su cui si deve posare il capo per dormire e sognare l’avverarsi di tre desideri.


Tra le tante isole binarie che affollano il Gran Mare, l’Isola degli Haiku e quella dei Poemi attirano sovente la mia attenzione. Mi perdo tra le due, non sapendo quale preferire.
Nell’isola dove sostano a novembre i marinai di Rum, di ritorno dall’India; dove scambiano con eccelsi profumi i loro abiti usati e qualche vetro colorato. Qui vive una donna. Coperta malamente da una stola di tela di sacco, trascina i lunghi capelli nella sabbia. Passa la maggior parte del suo tempo in faccia al mare, sdraiata sopra un mucchio di rifiuti. Ha gli occhi persi e quelli che sembrano rifiuti sono in realtà balle di merce, invenduta e dimenticata. Il lino finissimo di cui è intessuta la stola che porta è tutto incrostato di sabbia. Molte cose vengono scordate nei porti e lei su questo contava, quando è rimasta indietro al momento di reimbarcarsi.
Nell’Isola delle Sottili Scaltrezze vivono una cortigiana e la sua pupilla. La cortigiana è una donna molto magra. Si copre con vestiti ampi per celare la sua magrezza e sorride sempre. Si dice che un tempo questa fosse l’isola dove un ghul opprimeva gli abitanti con il pretesto di proteggerli. Un ghul dal volto bruciato, il cui padre si era impadronito dell’isola arrivando dal paese degli obelischi, quel paese che non ha sbocco al mare.
Nell’Isola dei sessantasette scalini si preparano al combattimento in boschetti ariosteschi, e così le loro donne; si lanciano insulti e provocazioni e così le loro donne. Il Bianco e il Nero combattono: il Nero è alto e possente, il Bianco di fronte a lui è una sottile verga d’acciaio. Nessuno dei due vince ma entrambi muoiono oppure se ne vanno. Rimangono le donne, vestita una di rosso e una di azzurro e non si sa chi amava chi.
So per certo che l’Isola di Shajara un tempo era un albero e mutava di colore con il succedersi delle stagioni. D’autunno, al tramonto, s’infuocava d’oro rosso e i naviganti costruivano leggende su di lei. Anche Shajara è scomparsa, com’è scomparso il mare insieme al profumo del fuoco.
C’è un’isola di cui non ricordo nome e posizione ma solo che è cinta da un quadruplice ordine di colonne di marmo antico, coperte da venature azzurre e verdi. Di antica umidità. È abitata da un jinn di nome Jamīl. Questo so di lui: se c’è chi lo guarda immediatamente sparisce, lasciando dietro di sé un piccolo gorgo di luce. Molti pensano di averlo visto, in molti luoghi diversi. A tirare un carretto nel bazar di Tehrān, per esempio. È anche raffigurato tra i dignitari che salgono, a passi lenti, la scalinata ormai inutile dell’Apadana.
L’Isola delle Trasparenti Presenze deve il suo nome a una diafana specie di granchio, del colore che hanno le perle prima di essere tali. Ieri sera c’è stata una festa sull’Isola delle Perle che hanno il colore delle rose. Della festa questa mattina rimane soltanto un tavolo coperto da una tovaglia bianca. A lato del tavolo, due bottiglie e un calice. Nessun ricordo, invece, della luna gigantesca e rossa che si è levata all’improvviso nella notte. Come sempre accade in quella parte di mare che alcuni chiamano Golfo Arabo, altri Oceano Indiano, altri ancora Mare Eritreo.

Francesca Chiesa

Francesca Chiesa, classe 1955, laureata in filosofia. 

Ha lavorato per il Ministero degli Affari Esteri in Iran, Russia, Grecia, Eritrea, Libia, Kenia. Dal 2019 vive col marito prevalentemente a Syros, nelle Cicladi. 

Pubblicazioni recenti:

Dalla Russia alla Persia – storia di un viaggiatore per caso: Peripezie di un marinaio olandese al tempo di Alessio I Romanov e Suleiman I Safavide, La Case Books, 2023

Una storia di donne persiane: Il romanzo di Humāy e Nahid, La Case Books, 2023

Diego e Margherita intervistano il Signor Scoiattolo, di Cinzia Milite

Ciao bambini e bambine!

Ci chiamiamo Diego e Margherita e siamo dei super amanti degli animali. Un pomeriggio, mentre curiosavamo tra gli scaffali della biblioteca in cerca di libri sulla fauna terrestre è successa una cosa pazzesca: un tipo piuttosto bizzarro sentendoci esprimere il desiderio di fare quattro chiacchiere con gli animali, si è presentato dicendo:

“Sono il professor Cosmo Mundis e posso aiutarvi: di recente ho inventato il “Versoconver”. Si tratta di un computer in grado di convertire i versi degli animali in parole comprensibili dagli umani. Basta scegliere con quale animale parlare cliccando nel database. Al cospetto dell’animale scelto occorre accendere il microfono ed è fatta: i versi di qualunque animale non saranno più un mistero!“

Ci ha spiegato poi, che gli animali comprendono le parole degli umani da sempre. Il professor Mundis ci sembrava un tipo con qualche rotella fuori posto, ma alla fine abbiamo voluto sperimentare quell’incredibile invenzione e…non ci crederete: funziona!

Vi raccontiamo l’intervista al Signor Scoiattolo!

Margherita: È proprio bello avere un bosco vicino a casa, non trovi, Diego?

Diego: Certo! Il bosco è meraviglioso in ogni stagione. In primavera, con i germogli e i fiori profumati, in estate quando gli alberi sono rigogliosi e ci offrono ombra, in autunno con i colori caldi delle foglie… e anche in inverno! Nonostante molti alberi siano spogli, il bosco ha sempre un suo fascino. E tu, che ne pensi?

Margherita: Anche a me piace molto, soprattutto oggi con quella leggera spruzzata di neve che lo ha reso tutto bianco e scintillante.

Diego: Ehi, guarda qui! Ci sono delle orme sulla neve!

Margherita: Che carine! Sono piccole, ma di chi saranno?

Diego: Non saprei… Perché non le seguiamo per scoprirlo?

Margherita: Uff… che fatica! Le orme vanno lontano e fanno un sacco di zig zag. Chi sarà questo animaletto che corre in modo così strano?

Diego: Eccolo! Guarda là, sta salendo su quell’albero. È uno scoiattolo!

Margherita: Ma no, non può essere! Gli scoiattoli, in inverno, dormono perché vanno in letargo.

Diego: Forse non è sempre vero. Accendiamo il nostro Versoconver e andiamo a chiederglielo.

Margherita: Ehi, lassù! Sei uno scoiattolo?

Signor Scoiattolo: Chi mi cerca?

Diego: Visto, Margherita? Ti avevo detto che era uno scoiattolo!

Margherita: Salve, Signor Scoiattolo! Io sono Margherita e lui è Diego. Siamo amici del professor Mundis. Ci sorprende molto vederla sveglio!

Signor Scoiattolo: Oh, piacere di conoscervi! Ho sentito parlare di voi, i famosi amici del professore. Riguardo al vedermi sveglio… vi svelo un segreto: noi scoiattoli non facciamo un vero letargo. Durante l’inverno, alterniamo lunghi momenti di riposo a brevi fasi di veglia per cercare cibo.

Diego: Davvero? Non lo sapevamo! Allora prima stava cercando qualcosa da mangiare?

Signor Scoiattolo: Non proprio. Noi siamo molto previdenti e raccogliamo scorte di cibo durante l’autunno. Le nascondiamo in vari punti del bosco e poi le ritroviamo anche dopo molto tempo. Beh… quasi sempre. A volte dimentichiamo dove abbiamo nascosto semi o frutti. Ma non è un problema: in questo modo aiutiamo le piante a riprodursi! Insomma, siamo importanti per l’ecosistema.

Margherita: Che interessante! Signor Scoiattolo, un’altra curiosità: perché le sue orme vanno a zig zag? Lo fa per divertimento?

Signor Scoiattolo: In parte sì, mi diverte molto correre in quel modo. Ma c’è anche un motivo più serio: il zig zag ci aiuta a confondere i predatori. Così abbiamo più possibilità di scappare.

Margherita: Che furbi che siete!

Signor Scoiattolo: Ora che vi ho raccontato i miei segreti, potete ringraziarmi suggerendomi qualche bel libro da leggere durante l’inverno, al calduccio nella mia tana.

Diego: Con piacere! Le consigliamo “La guerra degli scoiattoli” di Carla Ciccoli, edito da “Il Battello a vapore”. È una storia emozionante che parla di un piccolo scoiattolo, Lenny, e della sua famiglia adottiva, una coppia di simpatici piccioni.

Margherita: Sì, è ambientata a Londra, dove c’è una vecchia rivalità tra scoiattoli rossi e grigi. Lenny è un cucciolo molto speciale: è metà rosso e metà grigio! Sarà proprio lui a cercare di portare pace tra le due fazioni. La storia è ricca di avventure e insegnamenti, con momenti divertenti e altri più commoventi. Inoltre, le illustrazioni in bianco e nero di Desideria Guicciardini rendono il libro ancora più coinvolgente.

Diego: Questo libro è perfetto anche per chi ha difficoltà di lettura, perché utilizza un carattere speciale che aiuta a seguire meglio il testo. Insomma, è una storia che consigliamo a tutti, grandi e piccoli!

Signor Scoiattolo: Che meraviglia, grazie! E sapete una cosa? Anche io ho un regalo per voi. Una mia amica scrittrice, Cinzia Milite, ha scritto una storia di Natale ambientata in un bosco, con protagonisti tutti animali. Sono sicuro che vi piacerà! Potete leggerla gratuitamente sul suo blog. Ora devo proprio tornare nella mia tana. Buon Natale a voi e al professor Mundis!

Diego e Margherita: Grazie, Signor Scoiattolo! Buon Natale anche a lei!

Cinzia Milite

Enrico Deaglio: “C’era una volta in Italia – Gli anni settanta” (Feltrinelli), di Amedeo Borzillo

 Caro Deaglio, così non va. Siamo al “Tale e Quale Book”?

Ho comprato con entusiasmo il tuo nuovo libro  “C’era una volta in Italia – Gli anni 70” e sono rimasto prima incuriosito, poi amaramente stupito.

Ho riconosciuto infatti in quello che  leggevo gli stessi fatti e le stesse situazioni già descritte, con le stesse parole, in un tuo precedente libro, “Patria”, edito da “il Saggiatore” nel 2010, e nei successivi volumi per Feltrinelli, colossale opera in 3  volumi, da cui il regista Felice Farina liberamente trasse poi bel un film nel 2014.

L’opera è una attenta e circostanziata cronologia dei principali avvenimenti che si susseguirono in quegli anni, con commenti, interviste, ricostruzioni e collegamenti davvero interessanti. 

Sono andato perciò agli scaffali della mia libreria a casa e ho trovato il tuo libro “Patria – 1967- 1977”.

Sorpresa !

I libri “C’era una volta in Italia” e “Patria” sono identici.

Stessi capitoli ma distribuiti diversamente, stesse storie, paragrafi sovrapponibili.

Due diverse edizioni della stessa pubblicazione, ma con nome diverso, e senza riferimento alcuno, nella seconda, alla prima edizione, mai menzionata. 

Perché di questo si tratta: una nuova edizione dello stesso libro, di cui non c’è cenno.

Unica novità le foto degli eventi, che nella prima edizione mancavano, e qualche aggiornamento.

Ma la memoria non tradisce e gli aggiornamenti, con aggiunta di notizia, su fatti avvenuti lasciano letteralmente di stucco.

Un esempio: nel capitolo relativo al 1973 si riporta dell’uccisione, a Napoli il 21 di Febbraio, dello studente e militante del PCI Vincenzo Caporale, colpito al cranio dal moschetto di un poliziotto. Fatto realmente successo. Il ragazzo fu ferito e versò in gravissime condizioni per circa 2 mesi, ma fortunatamente si riprese ed oggi fa il medico del lavoro.

La voce della sua morte si diffuse per alcuni giorni, poi per fortuna le cose andarono diversamente: possibile che un giornalista e scrittore su un evento del genere lo riporti come aggiornamento del libro ma non ne verifichi, a distanza di 50 anni, l’attendibilità ? 

Da farci gli scongiuri.

II libro l’ho comprato (35 euro) perché tratto in inganno dalla copertina e dal titolo nuovi, e dall’assenza di riferimenti a precedenti edizioni. Un sotterfugio per vendere più copie?

Amedeo Borzillo 

I consigli di Gabriele Torchetti della Libreria “Un panda sulla luna” di Terlizzi (Ba)

Abbiamo chiesto a Gabriele Torchetti, uno dei due librai della libreria indipendente “Un Panda sulla Luna” di Terlizzi in provincia di Bari – l’altro è l’ex giornalista RAI Vito Marinelli -, di suggerirci alcuni titoli. E, come sempre, la sua è stata una risposta sorprendente:

“Senza troppi giri di parole credo di aver individuato in Bell Hooks un punto cardine nella mia personale costellazione letteraria. Scrivere oltre la razza (IlSaggiatore) è di un’attualità estrema, affronta il tema del razzismo e delle barriere socioculturali che ci dividono in fazioni opposte. Barriere che ancora oggi hanno a che fare con il colore della pelle, classe e genere. Un saggio illuminante, chiaro, nitido, che si snoda attraverso le pratiche di cui ha fatto esperienza in prima persona una delle più grandi pioniere del femminismo contemporaneo: l’ascolto, la condivisione e la partecipazione nelle diversità. E’ possibile debellare il razzismo, per farlo dobbiamo iniziare dalla nostra vita quotidiana. Bellissimo.

Grave disordine con delitto e fuga (TERRAROSSA EDIZIONI) di Ezio Sinigaglia è uno di quei romanzi che ti rappacifica con la narrativa contemporanea italiana e ha il retrogusto di un frutto proibito. Sinigaglia gioca con i generi letterari e mescola le carte, commedia? Noir? Un giovane e rampante manager ha tutto ciò che chiunque possa desiderare: i soldi, la sicurezza in sé stesso, una bella famiglia…ma poi arriva lui, un incantevole fattorino adolescente. Che cosa accade quando inaspettatamente sopraggiunge un lieve, lievissimo disordine? Non resta che leggere.

Un ringraziamento va a Cliquot per aver avuto l’intuizione di ripubblicare le opere di Alba De Cèspedes, Invito a pranzo è una raccolta di racconti. La grande autrice rivolge il suo invito principalmente alle protagoniste di queste storie. Le donne sono sempre al centro delle riflessioni dell’autrice. Personalità complesse e labirintiche soffocate dalle convenzioni morali ed etiche del tempo. Una prosa raffinata e nostalgica, che a distanza di decenni continua a rinnovarsi e a parlare ancora di noi, merito di un’intellettuale visionaria e lungimirante. 

Avete voglia di perdervi in un bosco? Questo è un romanzo folgorante e misterioso. Liz Moore con il noir Il dio dei boschi (NN Editore) riesce a mantenere la suspence per tutte le 540 pagine (incredibile ma vero). Senza “effetti speciali”, senza splatter, senza violenza. Moore riesce nel suo intento, ci riporta indietro nel tempo in un’estate del 1975, quando l’adolescente Barbara Van Laar scompare da Camp Emerson, il campo estivo fondato dalla sua ricca famiglia. Una narrazione che va avanti e indietro nel tempo e che non concede un attimo di tregua. Un thriller? Un dramma familiare? Un poliziesco? Liz Moore va letta senza se e senza ma, perché questo libro travalica i generi, letteratura pura, con la L maiuscola.

Quando i gatti cadono dal cielo (Garzanti) di YU YOYO, ok gattare e gattari ci siete? Questo è il libro che fa per voi, da regalare a Natale, da leggere sotto il plaid insieme al vostro micio. Doppia kombo esplosiva, Giappone/Gatti. Un romanzo fiaba rivolto a tutti, cosa accadrebbe se a un certo punto cadessero gatti dal cielo? Una storia tenerissima, di un marito e una moglie che decidono di adottare Gatto. I gatti cambiano la nostra vita, qualche volta la stravolgono (oltre alle palline dell’albero di Natale). Ironico, lieve e magico, da leggere e rileggere.”

IL RANDAGIO RACCOMANDA: COMPRATE IN LIBRERIA!

“Ricette Letterarie”: i doughnuts de “Il giovane Holden” di J.D. Salinger, di Anne Baker (video)

🍽 📚 Le Ricette Letterarie di Anne Baker  🍽 📚

La rubrica de Il Randagio che unisce cucina e letteratura

Il Randagio vi consente di gustare i grandi capolavori della letteratura! 

La pasticciera randagia Anne Baker da Arnhem in Olanda vi svelerà come realizzare piatti ispirati a storie indimenticabili. Scopriremo come il cibo e la letteratura possano fondersi per offrirci nuove emozioni.

🍲 Pronti a mettervi ai fornelli? Ogni piatto racconterà una storia e, perché no, vi inviterà a (ri)leggere le pagine di qualche capolavoro.

Questa settimana, la nostra Anne ci propone la ricetta della torta di mele, ispirata ad un grande classico della letteratura americana: “The catcher in the rye” di J.D. Salinger. Sarebbe riuscita Anne Baker a calmare la rabbia di Holden Caufield con le sue frittelle (traduzione dell’originale doughnuts)? Probabilmente sì, ma avrebbe anche cambiato il corso di una bella fetta (è il caso di dirlo) di letteratura del Novecento.

*** LE FRITTELLE (I DOUGHNUTS) ***

👉 Guarda il video… in cucina! A seguire gli ingredienti e il procedimento.

✨ Ricette Letterarie: le frittelle del Giovane Holden ✨

Vuoi provare a farlo in casa? Eccoti la preparazione.

RICETTA

Ingredienti

per circa 30 ciambelle di diametro 7cm

  • 320 g farina per dolci (+ quella per lo spolvero)
  • 3 patate piccole (200g lessate)
  • 50 g zucchero bianco semolato
  • 4g lievito di birra disidratato (12g fresco)
  • 50g latte fresco intero
  • 2 uova (M)
  • 2g sale fino
  • 50 g burro morbido
  • Scorza grattugiata di 1 limone e i semini di mezza bacca di vaniglia
  • Zucchero a velo 

Procedura

  1. Sbucciare e lessare le patate in acqua non salata, poi scolarle e passarle al passapatate o schiacciarle con una forchetta. Lasciarle raffreddare.
  2. Una volta fredde mescolare le patate con la farina, lo zucchero, il lievito e il latte. 
  3. Aggiungere le uova e il sale e impastare fino quando l’impasto diventa consistente anche se rimane morbido per via delle patate.
  4. Aggiungere il burro, la scorza del limone e la vaniglia e impastare fino che il burro non viene completamente amalgamato al resto degli ingredienti.
  5. Formare una palla e chiuderla dentro una ciotola coperta con pellicola trasparente. Lasciare lievitare l’impasto fino al raddoppio del volume a temperatura ambiente.
  6. Quando l’impasto è lievitato, prima di estrarlo dalla ciotola prepararsi due teglie da forno coperte con carta forno. Poi versare l’impasto sul tavolo da lavoro infarinato e stenderlo aiutandosi con le mani e rullandolo poco con il matterello. 
  7. Per preparare le ciambelle ritagliare dei dischi di impasto con il coppapasta (ho usato quello con diametro 7cm e spessore di circa 1cm), bucare i dischi al centro con un coppapasta più piccolo (3m) e disporli sulla carta forno. Quando si è finito con il primo giro reimpostare i vari tagli di impasto e poi stenderli e tagliarli fino a esaurimento .
  8. Spennellare le ciambelle con l’uovo sbattuto con un goccio di latte e lasciarle lievitare per 30 minuti.
  9. Preriscaldare il forno a 180° C, quando giunge a temperatura abbassare a 170°C. Cucinare le ciambelle una teglia per volta per 14 minuti ciascuna. Quando le ciambelle sono dorate estrarre le teglie dal fono e lasciarle raffreddare.
  10. Prima di servire riunire le ciambelle tutte insieme e spolverarle con abbondante zucchero a velo.