Intervista a Gian Arturo Ferrari autore di “La storia se ne frega dell’onore” (Marsilio Lucciole), di Cristina Marra e Gigi Agnano

Per oltre mezzo secolo Gian Arturo Ferrari, classe 1944, si è occupato di editoria, lavorando in ruoli apicali nelle più importanti case editrici italiane, da Boringhieri a Rizzoli a Mondadori. Dalla conclusione della sua lunga carriera di editore ha scritto tre libri, due romanzi e un saggio.

L’ultimo suo lavoro è un giallo, dal titolo “La storia se ne frega dell’onore”, edito da Marsilio nella collana Lucciole. E’ una storia dedicata all’editoria degli anni del fascismo, in cui un direttore editoriale si trova tra le mani un manoscritto scottante che ne segnerà il destino.

Gian Arturo Ferrari, benvenuto e grazie di essere su Il Randagio. Docente universitario, direttore dei Libri Mondadori, editorialista e scrittore, possiamo considerarla un randagio doc?

Nonostante la mia ragguardevole età, io sono nella scrittura un neofita, ho cominciato
molto tardi e mi sono aggirato tra vari generi: il romanzo memoir, il saggio, l’esposizione
para accademica e adesso il giallo. Quindi sì in questo senso sono un randagio.

Come mai per questo libro ha scelto il genere giallo e l’ambientazione in un periodo
storico così complesso per l’editoria come il Ventennio fascista?

Perché il genere giallo è una struttura narrativa semplice e agli occhi del pubblico
garantita. Nel senso che il giallo ha sempre una soluzione. Quanto al 1936, anno in cui è
ambientato il mio libro, a me è sempre piaciuto perché è l’anno sull’orlo del precipizio. Il
fascismo nel 1936 ha raggiunto il suo culmine, con la vittoria in Etiopia e la prossima
vittoria in Spagna, ma è alla vigilia del redde rationem e della disfatta.

Quanto si è divertito e quanto sotto certi aspetti è stato difficile uccidere nella finzione un direttore editoriale?

Il mio direttore editoriale Luigi Bassetti è una figura senza ombre, a differenza di tutti gli
altri. Forse anche un po’ troppo. Non è stato particolarmente difficile fargli fare la fine che
fa ma bisogna dire che, nella realtà del romanzo, è una figura di supporto alla vera
protagonista Donatella Modiano che proprio per essere la protagonista è molto più
articolata. Io sono stato un direttore editoriale molto più complicato del Bassetti.

Nella Storia i libri hanno sempre avuto un ruolo importante e a volte determinante.
Hanno fatto paura, sono stati necessari e ne hanno anche cambiato le sorti. In “La
storia se ne frega dell’onore” sono i libri a giocare il triplo ruolo di vittima, carnefice
e detective?

Il libro deLa storia se ne frega dell’onore non è propriamente parlando un libro. E’ un
manoscritto o per essere più precisi un dattiloscritto. Ed è proprio intorno al fatto che
debba o non debba, possa o non possa diventare un libro che si gioca tutta la trama.

Tradimento e onore, senso di colpa e sospetti, una doppia indagine, l’uomo di Roma
e Donatella. Il doppio ricorre in tutto il romanzo. Ognuno dei suoi personaggi ha un segreto, un doppio volto? 

La figura doppia per eccellenza è la protagonista, Donatella Modiano. E insieme con lei quello che solo alla fine si scopre essere una sorta di coprotagonista e cioè l’assistente del commissario che indaga. E’ vero che nel corso del romanzo i ruoli cambiano: vittima e carnefice sono ruoli, funzioni e non personaggi fissi.

Che ruolo giocano i sentimenti?

Un ruolo centrale, come è nella vita reale. Lo sviluppo dell’azione è tutto determinato da
moventi sentimentali.

Parliamo di Strega? Anche quest’anno la polemica sui giurati che non leggono i libri
in concorso. Ammesso che è umanamente impossibile leggerli tutti, può un addetto
ai lavori giudicare correttamente un libro dopo averne letto poche pagine, o,
diciamo così, “a naso”? Secondo me sì. Lei cosa ne pensa?

Per quanto mi riguarda io sono stato abituato per anni e anni a valutare i libri leggendone
una ventina di pagine. E mantengo questa abitudine e questo metodo anche ora che non
devo più decidere se pubblicarli o meno. E’ una questione di esperienza. Più se ne ha più
rapidamente si decide. Nella selezione per il Premio Strega non ho mai avuto difficoltà a
formarmi una chiara opinione su tutti i libri in concorso.

Un autore che vorrebbe si leggesse di più e uno irrinunciabile da suggerire ai lettori
del Randagio?

L’irrinunciabile è Vita e Destino di Vasilij Grossman uno dei libri più importanti dei nostri tempi. Quelli che vorrei fossero letti molto di più sono più o meno tutti dai classici greci fino ai gialli migliori.

Letteratura colta e business. Qualcuno dice che il mercato abbia preso il sopravvento sulla qualità. Vige ancora la regola per cui se un libro è buono avrà successo? Non pensa che in Italia ci sia troppa letteratura d’intrattenimento e che troppi autori scrivano già pensando al film o alla serie tv?

L’editoria ha sempre avuto a che fare con il mercato cioè con gli acquirenti che sono poi i lettori. Senza acquirenti non c’è editoria, dato che i libri non sono né scritti né letti da puri spiriti ma da uomini in carne ed ossa. La lagna sul fatto che ahimè sta prevalendo il mercato è completamente senza senso. Non è mai esistita una regola secondo la quale i libri buoni hanno comunque successo. Almeno nel senso più comune di successo, cioè nel breve periodo, sono
centinaia i libri misconosciuti alla loro uscita. Il successo vero e proprio è la durata nel
tempo, un processo lungo che si può apprezzare con il metro dei decenni se non dei
secoli.

Anni fa ebbe a scrivere parole molto dure sul declino dell’editoria italiana. Intravede un’inversione di tendenza o la situazione è addirittura peggiorata?

L’editoria italiana è un’industria come tutte le altre. Più piccola certamente ma simile a tutte le altre. Da questo punto di vista non ci sono oscillazioni violente perché coloro i quali leggono in Italia si approvvigionano sempre del loro cibo preferito. Dal punto di vista invece della peculiarità del suo prodotto, il libro, vi sono delle consistenti variazioni. I libri che prevalgono oggi sono libri esperienziali e giovanilisti. Il livello reale di qualità lo stabilirà la storia. 

Tra i tanti incontri della sua vita c’è stato quello con Philip Roth. Come giudica il colpo dí Adelphi di averne acquisito i diritti?

Adelphi ha fatto benissimo. Philip Roth è stato un grandissimo scrittore. Coraggioso,
testardo, veramente spregiudicato. E’ stato il primo a parlare e scrivere di molte cose di cui
non si era mai parlato né scritto. I suoi due grandi temi, il sesso e la morte non erano mai
stati affrontati così spietatamente. Ecco, Roth è un autore che sicuramente supererà la
prova del tempo.

Cristina Marra e Gigi Agnano

Poesia in danza, di Serena Cirillo

Pensare che una coreografia sia scaturita da poesia contemporanea è commovente, ancor più quando si comprendono le tematiche per esperienza vissuta, per radici comuni e per il richiamo ancestrale della propria terra, lo stesso che ha ispirato il poeta Vittorio Bodini e il coreografo Fredy Franzutti, direttore del Balletto del Sud. Leccese, da sempre attento alla cultura e alle tradizioni della sua terra e, più in generale, del suo Sud, ha portato in scena la creazione più fortemente intrisa dell’humus delle sue origini. 

Si tratta della coreografia “La luna dei Borboni”, ispirata dall’omonima raccolta di poesie, pubblicata nel 1952, del grande scrittore, traduttore, giornalista, poeta Vittorio Bodini, suo conterraneo e fondatore, nel 1932, del “Futurblocco leccese”, vivace movimento futurista locale. La poesia di Bodini parla, in modo struggente e appassionato, di un Sud immobile, indifferente persino all’unità d’Italia, incatenato ai suoi riti e tradizioni, coraggioso nel suo dolore e tenace nella speranza. Un Sud in cui i riti pagani si mescolano e si fondono con una cristianità severa che permea il contesto sociale e condiziona la vita quotidiana. La continua attrazione tematica del sud e la dimensione memoriale allontanano Bodini dall’oscuro ermetismo post guerra, avvicinandolo ad una struttura in versi più vicina alla testimonianza.

Ma l’estremo lembo di terra nel quale il poeta ha vissuto gran parte della sua esistenza, è anche tema denso di tristi riflessioni e di dolori esistenziali lancinanti “Qui non vorrei morire dove vivere / mi tocca, mio paese, / così sgradito da doverti amare; / lento piano dove la luce pare / di carne cruda / e il nespolo va e viene fra noi e l’inverno.” Supremo cantore di un sud mitico, ancestrale, ma, nel contempo, limitante e castrante, uno dei più rappresentativi di quella linea meridionale che da molti critici è stata definita una delle intuizioni più suggestive del nostro secondo novecento letterario.

Vittorio Bodini

Ciò che caratterizza la poesia, e più in generale il pensiero di Bodini, è la sua concezione del Sud, con mille contraddizioni, le tante difficoltà, i molteplici limiti, ma anche con l’irresistibile fascino ed il fortissimo richiamo; una sorta di attrazione-avversione, di odi et amo, una denuncia tanto sincera quanto dolorosa della situazione del Sud e della sua gente. E’ una poesia dai forti contrasti, e in ogni verso il poeta mostra l’ambivalenza nei confronti della sua terra e racconta il suo Sud metafisicamente sospeso in una tristezza schiacciata dal tempo che sembra essersi fermato.

“La luna dei Borboni 

Col suo viso sfregiato tornerà 

Sulle case di tufo, sui balconi.

Sbigottiranno il gufo delle Scalze

E i gerani – la pianta dei cornuti – 

E noi, quieti fantasmi,

discorreremo dell’unità d’Italia”

Le stesse suggestioni vengono evocate dalla coreografia di Franzutti, che tramuta in movimento le parole del poeta e dà loro vita mediante il corpo dei ballerini che la realizzano. Per questa produzione che l’artista ha creato in esclusiva per la sua compagnia,  “Il balletto del Sud”, il Maestro ha usato il linguaggio moderno della danza contemporanea e del teatro-danza.

Lo spettacolo si apre con la voce fuori campo dell’attore Andrea Sirianni, che recita i versi di Bodini e subito trasporta il pubblico nell’atmosfera dell’epoca. Segue il passo a due dei primi ballerini, Nuria Salado Fusté e Matias Iaconianni, che descrive l’amore in tutte le sue fasi, passando dal romanticismo alla sensualità delicata che si fa via via più accentuata. Non mancano le crisi, le riprese e la frattura, l’epilogo finale dal lirismo potente affidato alle capacità drammatiche del collaudato sodalizio tra i due artisti. La forte teatralità, sebbene importante in una produzione del genere, non prende il sopravvento sulle capacità tecniche dei due protagonisti.

Il racconto muto del coro che li circonda narra la vita di un paese del sud, coi suoi rituali, col suo popolo, a volte entusiasta, a volte disperato, segnato da una vita dura che alterna speranza a rassegnazione. I volti parlano, i corpi comunicano al pubblico un caleidoscopio di sentimenti e sensazioni. E’ evidente nei pezzi dei solisti Ovidiu Chitanu e Christopher Vasquez, che ipnotizzano il pubblico con la loro plasticità. I musicisti dell’ensemble “Brancaleone Project”, Giuseppe Spedicato, Rocco Nigro e Giorgio Distante, sono presenti in scena, sullo sfondo, come unico elemento di un allestimento volutamente scarno come scarno era il sud del dopo guerra raccontato dal poeta. La musica, originale, composta per l’occasione da Rocco Nigro e Giuseppe Spedicato per fisarmonica e tromba, riprende le melodie delle feste di piazza dal sapore antico e nostalgico e delle processioni religiose. Ricordando motivi balcanici, ritmati e sensuali, comuni a tanta tradizione del nostro meridione, alternati da brani dall’atmosfera sognante alla maniera di Nino Rota, a suggerire qua e là elementi futuristi (corrente tanto cara a Bodini).

I linguaggi di poesia, teatro e danza, tenuti insieme dalla musica, si rincorrono tra loro, si intrecciano senza mai sovrapporsi e sono complementari, come ad esprimere la complessità della vita, fatta di tanti elementi uniti dalla forza dei sentimenti e della passione.

Serena Cirillo

Serena Cirillo: già consulente per la comunicazione istituzionale al Consolato Americano di Napoli. Giornalista pubblicista, traduttrice, scrittrice, ghost writer. Laureata in lingue e letteratura, specializzata in didattica della lingua italiana agli stranieri. Esperta di letteratura, arte e spettacolo; scrive, anzi narra, di teatro, musica, arti figurative e soprattutto di balletto classico. Ha pubblicato racconti in antologie e ha in cantiere un romanzo ambientato nel mondo della danza. Scrive sulla pagina culturale del quotidiano Cityweek e della rivista Le Sociologie

“Jeunesse d’amour”, di Roberto di Alicudi

‘ Jeunesse d’ amour ‘ nasce come chiusura di un cerchio. Devo, con la mente, ritornare molto indietro nel tempo, ad un me stesso bambino, per individuare il momento in cui la parola ‘ Isola’ divenne perno intorno a cui cominciò a girare la mia vita. Fu l’idea stessa di un luogo staccato dal mondo ad attrarmi, l’isola mi sembrò fin da subito non solo un luogo geografico denso di fascino ma anche un obiettivo di vita. Il perché di questo desiderio di fuga credo fosse dovuto sia ad un’infanzia assai infelice ma soprattutto alla romantica bellezza di Capri. Ci sono persone che restano folgorate davanti ad un Caravaggio e, da lì in poi, fanno dell’ Arte il loro campo di ricerca, altre che scoprono di amare le macchine con i motori potenti e diventano piloti o collezionisti di Ferrari, a me è successo di sentire una corrispondenza d’ animo con l’isola azzurra, con gli scogli circondati dal mare, con le navi in porto, le scalinate segrete, il rumore del proprio respiro mentre si arriva al mare.

Ecco quindi Capri e Alicudi, due luoghi che sembrano lontani ma che, invece, nascondono la stessa anima ombrosa, gemelli dizigoti uniti dall’ essere montagne marine, alternanza di abissi e pause di respiro.

È sull’isola azzurra che ho appreso il valore del silenzio, precisamente lungo via Tragara: ” leggi cosa c’è scritto qui: il silenzio e la pulizia sono indici di civiltà, rispettiamoli “, mi invitava a notare mia madre ogni qual volta diventavo troppo rumoroso. E funzionava. Da quelle passeggiate lungo una delle vie più affascinanti del mondo compresi che la bellezza merita rispetto ed il rispetto è spesso legato all’ ascolto e al silenzio. 

Da quel momento, il silenzio è diventato un valore centrale della mia esistenza ed è forse la caratteristica principale dell’isola che ho poi scelto come casa d’ elezione: Alicudi.  Questo è il percorso segnato da un filo azzurro di mare: Capri, Isole del tirreno, Alicudi. Un lungo peregrinare durato anni per cercare dove l’idea dell’ esilio potesse avere una moderna applicazione. E fu sempre da Capri che partì questo percorso, più precisamente dalle pagine di un libro che fu colpo di fulmine , ‘ L’ esule di Capri ‘ di Roger Peyrefitte. Fu la compianta Ausilia Veneruso a farmelo scoprire e fu sempre lei a presentarmi il sarcastico autore, con il quale intrecciai una delirante romantica corrispondenza. Il libro su Fersen aveva pagine complesse e una storia che mi affascinava non tanto per i suoi risvolti scandalosi ma soprattutto per la scelta: Fersen infatti sceglie, individua un angolo di mondo dove inventare una vita e quell’ angolo di mondo non poteva non essere un’isola e quell’ isola fu necessariamente Capri. 

Incontrai, alcuni anni dopo, Ausilia: ” finalmente! Sei tornato a Capri!” mi disse sorridendo

” Cara Ausilia, solo di passaggio. Ora la mia isola è Alicudi. Ti piacerebbe, ha la stessa anima drammatica ed anarchica di Capri “

” Deve essere bellissima, tu le isole le capisci da quando eri ragazzino. Però ricordati, questa (Capri) resta l’isola più isola di tutte.” E, come al solito, aveva ragione.

Ed ora questa mostra si propone come gioco di specchi, due isole a confronto, Donna Capra e Donna Ericusa, mineralogicamente diverse eppure unite da uno stesso sguardo enigmatico sul mondo. Entrambe sono luoghi estremi, verticali, montagne dove il mare è spesso uno sfondo sul quale si muovono sirene e poeti, pirati e amanti della solitudine. 

Mi sembra che la mia strada debba ripartire da queste rocce bianche, da questa realtà che guardo con occhi che la trasfigurano. Non vedo nulla di quello che mi circonda, colgo solo i particolari che riconosco, le tracce che non sono svanite.

Ma, del resto, a chi piace la realtà? A me no.

Roberto di Alicudi

Roberto di Alicudi

Jeunesse d’Amour

dipinti su vetro

a cura di Valentina Rippa

opening sabato 8 giugno alle 18.00

Villa Lysis |Fumeria d’oppio| Capri

in occasione dell’apertura della mostra è prevista la performance site specific della 

 Compagnia Virgilio Sieni 

Sabato 8 giugno 2024 inaugura a Capri nelle stanze della fumeria d’oppio di Villa Lysis la mostra personale dell’artista Roberto di Alicudi, a cura di Valentina Rippa. La vernice sarà accompagnata da una performance di danza site specific ideata dalla Compagnia Virgilio Sieni.

Un corpus di circa cinquanta opere divise in due nuclei tematici mettono in risalto la coerenza espressiva dell’artista, il suo interesse per il genius loci, inteso come anima dei luoghi, il mito, e l’amore incondizionato per le due isole: Capri e la Sicilia.  

Sebbene la mostra sia fortemente ispirata dalle suggestioni legate a Villa Lysis e alla vita del Barone e poeta Jacques d’ Adelsward Fersen, che scelse Capri per il suo esilio volontario da Parigi nel 1903, parte della mostra è altresì dedicata alle isole Eolie patria d’adozione per Roberto di Alicudi.

Tassello dopo tassello, prende forma un mosaico colorato in cui si intrecciano da un lato leggende e personaggi a metà tra il sacro e il profano strettamente legati alla tradizione eoliana e dall’altro gli aneddoti frivoli della mondanità caprese e i paesaggi iconici. Ritroviamo la marchesa Casati Stampa con il fidato leopardo e un pavone blu, il sadico De Sade, la temeraria principessa Pignatelli nel severo costume rosso cupo e altri viveurs dell’epoca. Matermania, i Faraglioni, la piazzetta con l’orologio, il bar Tiberio, Casa Malaparte, la grotta azzurra, Punta Tragara ed altri luoghi universalmente famosi che non potevano sfuggire alla virtuosità dell’artista.

 “Roberto di Alicudi – riportando le parole della curatrice – predilige una simbologia allusiva ed ironica, rifacendosi ad uno stile pittorico buffonesco, reinterpretato nel gesto e nel pensiero, con una grazia antica. In ogni sua opera si riconosce la cura, nel dettaglio, nella devozione per il Silenzio, a cui è dedicata un’intera parete delle sale espositive di Villa Lysis, nell’attenzione amorevole alla natura e alle sue creature. La sua è una rilettura originale e poetica del retaggio culturale di un luogo e dei suoi abitanti che restituisce un insieme di opere dall’estetica vivace e dall’anima nostalgica. Nostalgica come la tecnica minuziosa su vetro con cui realizza tutte le opere ispirandosi all’arte dei Pincisanti radicata nei borghi remoti e nelle piccole isole della Sicilia.”

I dipinti sono di piccole dimensioni, caratterizzati da un particolare uso della luce e del colore ad olio che viene steso su vetri originali d’epoca; anche le cornici utilizzate sono frutto di una attenta ricerca da brocante, pertanto una è diversa dall’altra.

Roberto di Alicudi – Contessa di Alicudi 

Felicemente napoletano, Roberto Longo in arte ‘ Contessa di Alicudi Schifanoja ‘ (@roberto_di_alicudi su IG) ha scelto Alicudi come casa e il Mediterraneo come inesauribile fonte d’ispirazione . Dopo la laurea in Storia dell’arte e il debutto come pittore alla Biennale d’arte di Filicudi nel 2017, ha esposto a Parigi presso la galleria 3M2 di Palais Royale, seguito poi dalla galleria Amanei di Salina fino alle ultime esposizioni a Palazzo Riso di Palermo e a Lecce in qualità di unico artista invitato dalla Fondazione Sylva nell’ ambito della manifestazione ‘ Artigianatod’Eccellenza ‘. Nel 2022 ha inaugurato una sua personale alla galleria Amanei di Salina con il titolo di ‘ Camurrìa‘ seguita dalla collaborazione con l’azienda dolciaria de Stefano. Nell’ Aprile 2023 ha organizzato a Palermo la sua mostra personale di dipinti su vetro intitolata ‘ Hotel Patria ‘, con un intervento coreutico della Compagnia Virgilio Sieni sul tema del Silenzio. Ha poi realizzato alcune opere utilizzate per manifesti cinematografici ( “La terra dentro” di Cosimo Terlizzi presentato al festival del cinema di Torino nel 2019 ) e per copertine di libri ( l’ultimo libro di Catena Fiorello ‘Amuri’ edito da Giunti editore, prossima uscita Stefania Aphel Barzini, ‘ L’ isola che mi amava ‘ ed Ponte delle Grazie ) e dischi ( ‘ La Comitiva ‘di Erlend Oye & la Comitiva ). Altra collaborazione importante è quella in via di commercializzazione con Massimo Alba, per la realizzazione di una serie di foulard.

Nel corso del tempo ha affinato ulteriormente la conoscenza della pittura su vetro, una tecnica pittorica estremamente complessa e poco diffusa ( già Flaubert nel suo Dizionario dei luoghi comuni definiva questa pittura “ scomparsa”) e alcune sue opere sono entrate in prestigiose collezioni private italiane ed estere.

“Fu re da doppie lodi” – la vita di Eduardo raccontata dalle sue poesie, di Gianni Caputo

Da Venerdì 3 Maggio a Domenica 5 Maggio al Teatro Cortese di Napoli “FU RE DA DOPPIE LODI”, la vita di Eduardo raccontata dalle sue poesie.

In scena Gianni Caputo attore formatosi al Laboratorio Quadriennale del Teatro Elicantropo di Carlo Cerciello, con alle spalle una più che trentennale esperienza di palcoscenico sotto la guida di registi quali lo stesso Cerciello, Walter Manfrè, Giuseppe Sollazzo, Mario Brancaccio, Guglielmo Guidi, Aniello Mallardo, Michele Del Grosso e molti altri e che da alcuni anni ha indirizzato il suo percorso artistico e di ricerca attoriale anche alla riscoperta ed alla valorizzazione dei tesori della poesia Napoletana del ‘900 .

Lo stesso Gianni Caputo è anche l’autore della drammaturgia originale.

Raccontare l’EDUARDO “uomo”, lasciando per una volta da parte quel Teatro e quelle tavole di palcoscenico cui l’immenso attore e drammaturgo ha dedicato l’intera sua vita.

Raccontare i suoi amori, i suoi dolori, i figli, la famiglia, il suo rigore morale, i suoi dubbi, le sue incrollabili certezze e farlo grazie alle sue meravigliose POESIE, che lui ha scritto incessantemente, dai primi anni della sua gioventù fino alla fine della sua vita e che ci parlano di lui molto più di quanto non facciano le sue commedie.

E’ questo lo scopo ambizioso di questo appassionato progetto.

Giacchè la grandezza dell’Eduardo attore e drammaturgo, ha di fatto oscurato quella dell’Eduardo Poeta, che invece FU RE DA DOPPIE LODI, visto che gli spetta un posto di diritto anche nell’Olimpo della Poesia – oltrechè beninteso, in quello del Teatro.

Le musiche arrangiate ed eseguite da Giuseppe Musto ed alcune tra le più belle immagini di Eduardo faranno da suggestiva cornice al percorso che faremo nella sua storia.

Eduardo non ha mai letto le sue poesie, ma le ha sempre recitate “rigorosamente” a memoria.

Ecco perché questo spettacolo non sarà nella maniera più assoluta un reading, ma un viaggio appassionato ed appassionante nelle emozioni che EDUARDO ha voluto condividere con noi lasciandoci in dono le sue POESIE.

Jesmyn Ward: “Salvare le ossa” (NN Editore – trad. Monica Pareschi) – Piccoli Faulkner crescono, di Gigi Agnano

Jesmyn Ward è nata a DeLisle in Mississippi nel 1977. Nella sua biografia si dice che con “Salvare le ossa” le è stato attribuito il National Book Award per la narrativa nel 2011 a soli 34 anni. Incuriosito vado su Wikipedia e trovo che è l’unica donna che dal 1950 l’abbia vinto per due volte, per la precisione il secondo nel 2017 con “Canta, spirito, canta”. Prestigiosi riconoscimenti che non mi sorprendono perché ho appena finito di leggere proprio un bel libro, con l’aura mitologica del “grande romanzo americano”. Le suggestioni infatti sono tante e portano a Faulkner, a Steinbeck, a Jack London, tanto per dire i primi nomi di cui si avverte un’eco.

Innanzitutto, per un dato geografico: Faulkner, classe 1897, veniva anche lui dal Mississippi, da New Albany, cinquecento chilometri più a nord di DeLisle, che invece è sul mare a uno sputo da New Orleans. In particolare, la Ward ha vissuto la sua infanzia in una comunità povera e prevalentemente nera dedita all’agricoltura.

Il romanzo di Faulkner che forse più ricorda “Salvare le ossa” è “Mentre morivo” del 1930, definito da Harold Bloom come “il romanzo più originale del XX secolo”, scritto all’età di 32 anni e pubblicato nel 1930 (sarà un caso, ma coincide anche il dato anagrafico…) 

Entrambi si svolgono in luoghi immaginari del Mississippi: As I lay dying nella “contea Yoknapatawpha” (la stessa de “L’urlo e il furore”); Salvage the bones nel “cuore nero” di un’inesistente cittadina dal nome di “Bois Sauvage”. 

In “Mentre morivo”, già dal titolo, si fa riferimento all’Odissea, alla discesa agli inferi di Ulisse, dove Agamennone, ucciso dalla moglie Clitemnestra, racconta le circostanze della propria morte. In “Salvare le ossa”, Esch, la protagonista, divora la “Mitologia” di Edith Hamilton, vibrando ammirata per la passione sconfinata di Medea. Esch di fatto riconosce di essere Medea nella sua parte fragile quando dice pensando a Manny, il ragazzo di cui – non corrisposta – è invaghita:

“Secondo me Medea ha provato la stessa cosa per Giasone quando l’ha conosciuto e si è innamorata di lui; forse l’ha visto e ha sentito un fuoco divorante attraversarle il petto, un fuoco che le faceva ribollire il sangue prima di evaporare, caldissimo, da ogni centimetro di pelle.”

Ma di Medea la Ward parla sin dalla prima pagina, nella bellissima dedica iniziale:

Questo libro è per Medea, che va incontro a Giasone tremante nel vento, per chi dopo la pioggia pesca a mani nude i girini nei fossi, per chi gioca a nascondino nelle stanze di vapore tra lenzuola stese ad asciugare, e per chi corre mano nella mano con suo fratello, ogni passo il balzo di un uccello che si alza in volo.”

Nel romanzo di Faulkner, in una terra che è allo stesso tempo arsa e piovosa, c’è il racconto di un diluvio, di una terribile inondazione, di un fiume che straripa portandosi via i ponti e le case e che rende epico il viaggio della famiglia Bundren. Il romanzo della Ward ha come evento centrale l’uragano Katrina del 2005, forse il più noto e grave abbattutosi sugli Stati Uniti, le cui devastazioni l’Autrice ha vissuto personalmente con i suoi familiari (anche l’uragano simboleggia Medea, che nel mito era tempestosa e devastante).

Non sarà sfuggito che pure “Furore”, il capolavoro di Steinbeck del ‘39, ricco di allegorie bibliche, si concluda sotto una pioggia torrenziale. E come si fa a non pensare a Jack London, in particolare a Zanna bianca, nelle scene del parto della pitbull e soprattutto in quelle tremende dei combattimenti fra i cani?

Dicevamo della protagonista, di Esch, che è anche la narratrice del libro. Ha quindici anni ed è incinta. Vive con i suoi tre fratelli ed il padre alcolizzato in una specie di discarica tra rifiuti, galline e carcasse di camion. Esch parla poco, nasconde la sua gravidanza, legge la mitologia greca immedesimandosi con le sue eroine e fa sesso con tutti gli amici dei fratelli perché è più facile lasciarsi toccare che chiedere di smetterla. Dice: “L’unica cosa che mi è sembrata facile fin dall’inizio, come nuotare nell’acqua, è stato il sesso. Avevo dodici anni. La prima volta l’ho fatto sdraiata sul sedile davanti nel camion di papà, quello col cassone ribaltabile. E’ successo con Marquise, che aveva solo un anno più di me.”

Sono bambini e adolescenti liberi ma abbandonati, con un padre ai margini, poveri e affamati, la cui madre è morta partorendo Junior, il più piccolo della famiglia, che trascorre le giornate scavando nella terra in mezzo alla polvere. I due fratelli più grandi sono Randall, il maggiore, che gioca a basket e spera di prendere una borsa di studi per meriti sportivi e il sedicenne Skeetah, il personaggio centrale del libro, la cui vita ruota intorno a China, la sua pitbull, che partorisce una fragile cucciolata nelle prime pagine del libro (se Esch era la parte vulnerabile di Medea, China ne è la parte brutale e leale).

Prime pagine da cui già emerge una fisicità che sarà presente in tutto il libro: la nausea di Esch, la pelle luminosa dell’amato Manny che l’ha messa incinta e la rifiuta, il vomito del padre incattivito dall’alcol, l’odore di cane bagnato dei ragazzi, il muco rosa di China nello sforzo del parto o gli occhi rossi di Randall che “sembrano schizzargli fuori dalle orbite”, la parvovirosi dei cuccioli, i capelli sciolti di Esch che la fanno sembrare “di un’altra epoca”. 

E questa fisicità spesso si trasforma in violenza. Nelle lotte tra i ragazzi nel bosco di querce, nella violenza del padre, nel sesso consumato nella sporcizia di una toilette o nello scheletro di un’auto, nella descrizione terribile e nauseante, ma di assoluto splendore estetico, del combattimento tra i cani… Tutto sembra voler ricordare – anche nella frenesia del ritmo – i miti greci tanto cari alla protagonista.

E, come nelle tragedie greche, il sangue sgorga e pulsa in tutto il romanzo, in un festival di metafore e di analogie. Il sangue “ha odore di terra calda e bagnata dopo un acquazzone estivo”, cade sulla sabbia in una raffica di goccioline luccicanti, si allarga sulla pelle come una medusa … C’è sangue sulle mascelle dei pitbull dopo l’accoppiamento per cui “sembrava che invece di amarsi si fossero azzuffati”. Il sangue disegna: disegna una curva tra le dita fino ai gomiti, disegna sul petto una fascia da miss, disegna una striscia sulla fronte come una bandana, sulla coscia come una giarrettiera cremisi. Il sangue può somigliare a una sciarpa o a una collana o a un nastro. Il sangue si fiuta e si desidera. Esch ricorda la scia di sangue per terra dal letto di casa al furgone lasciata dalla madre l’ultima volta che l’ha vista.

Eppure, a Bois Sauvage non manca la bellezza, che è soprattutto quella che si esprime nel legame fortissimo tra i quattro fratelli che rubano, si sacrificano, litigano per proteggersi a vicenda; o nel senso di protezione e di cura che Esch ha per il fratellino o Skeetah per i suoi pit bull. La Ward sa descrivere l’orrore e la tenerezza in ogni situazione e in ciascun personaggio. Personaggi che mostrano l’intera gamma di emozioni umane, contraddittori e per questo autentici, li riconosciamo e li vediamo vivere pienamente tra le pagine del romanzo. 

La storia di “Salvare le ossa” copre i dieci giorni della vita di questa famiglia prima dell’uragano Katrina, il giorno del diluvio e quello subito dopo. Alla povertà estrema, agli sforzi per sopravvivere, alla violenza, agli abusi sessuali, si aggiunge l’arrivo catastrofico della tempesta. Personalmente, prima di questo libro, mi è capitato di leggere un solo romanzo che abbia parlato di Katrina: “Zeitoun” di Dave Eggers, una sorta di saggio narrativo teso più a soffermarsi sui disastri causati dall’uomo, la miopia e l’inettitudine della politica, le incompetenze nell’organizzazione dello stato di crisi, l’abbandono della povera gente. In “Salvare le ossa” non c’è nulla di tutto questo. Il romanzo è una sorta di conto alla rovescia nell’ombra minacciosa della catastrofe, in cui è il padre dei bambini, Claude, che si preoccupa, nei rari momenti di sobrietà, di predisporre un qualche riparo in vista dell’arrivo dell’uragano, il cui passaggio, con venti a 150 miglia all’ora e la conseguente inondazione, farà sì che i nostri protagonisti dovranno lottare per mettere in salvo la pelle, perdendo comunque tutto il poco che hanno. 

Il giorno dopo il disastro gli scampati cercheranno di rendersi conto, spaesati, dell’apocalisse che il ciclone ha lasciato nella sua scia. Con gli edifici scomparsi, senza cibo, elettricità, acqua corrente, ecc… l’unica cosa che resta da fare è provare a sopravvivere.

Se si esclude qualche eccesso nelle descrizioni e nelle similitudini, e un’ingenuità nel far coesistere nella stessa ragazzina un linguaggio che passa dal volgare ai riferimenti alla mitologia classica, credo si possa tranquillamente dire che ”Salvare le ossa” è un romanzo che non ti capita di leggere tutti i giorni e che la sua autrice è un talento indiscutibile.

Ben lontano dall’estetica minimalista tanto in voga negli ultimi decenni, la Ward scrive, con un linguaggio altamente lirico, un romanzo di un realismo solo apparentemente tradizionale, ma fresco e moderno, emozionante e credibile.

Come quei cantautori che con pochi accordi compongono grandi canzoni, la Ward è capace di emozionare il lettore, di dargli tensione e magia, sangue e bellezza. E alla fine del libro scopri che quella storia non ti molla e pensi: che altro dovremmo chiedere all’arte e alla letteratura?

“Salvare le ossa” è il primo volume della Trilogia di Bois Sauvage, il secondo è “Canta, spirito, canta”, il terzo “La linea del sangue”, tutti pubblicati in Italia da NN Editore.

Gigi Agnano