Maria Rosaria Selo: “Pucundria” (Marotta&Cafiero), di Vincenzo Vacca

Maria Rosaria Selo ha scritto un nuovo libro, Pucundria, dimostrando ancora una volta di essere una scrittrice che va oltre il luogo comune. 

In un momento storico come il nostro nel quale lo schiacciamento su scelte securitarie è predominante, il libro della Selo riesce a conquistare il lettore narrando l’ umanità che pure è presente in un ambito concentrazionario: un penitenziario femminile, in particolare quello di Pozzuoli.

La protagonista del racconto è una agente della Polizia Penitenziaria,  Teresa Ricciolo, che viene assegnata presso il citato penitenziario.

È una donna che ha precedentemente vissuto una drammatica esperienza con un uomo violento che si era presentato a lei come una persona dolce e comprensiva. Un diavolo presentatosi come un angelo, ma che dopo un pò manifesta la sua vera natura.

Questa esperienza non ha indurito Teresa nei rapporti con gli altri, ma soprattutto l’ ha indotta a preservare nel suo servizio di agente penitenziario un sentimento di umanità, di comprensione, senza cedere ad una accondiscendenza nei confronti delle detenute. 

La scrittrice non edulchera la descrizione dell’essere associato a una Casa circondariale, della privazione della libertà e del trovarsi a condividere una cella giorno e notte con altre persone sconosciute. 

Persone che hanno conosciuto e prodotto il male, arrivando anche a commettere efferati omicidi, ma una delle intuizioni importanti del libro sta nel fatto che mette in evidenza la possibilità della metamorfosi da parte degli esseri umani, i quali non possono e non devono essere etichettati definitivamente come perduti criminali da parte di una non meglio specificata “parte migliore” della società. 

Quest’ ultima, tra l’ altro, non può fregiarsi di tale titolo anche perché spesso è con il suo comportamento  che produce, direttamente o indirettamente, disagi sociali forieri di azioni criminali. 

Maria Rosaria Selo con il suo ultimo romanzo ci parla di donne e di uomini che sono fatti innanzitutto delle loro storie. Storie che possono schiacciare definitivamente,  ma che possono, invece, anche diventare una leva per cambiare, ma per il cambiamento occorre incontrare le persone giuste.

Un cambiamento che non è unidirezionale, ma afferisce tutti coloro che sono coinvolti nella relazione con gli altri.

Ecco, il romanzo di Maria Rosaria Selo ci narra della complessità del vivere secondo determinate regole ponendo l’ accento sui rapporti tra uomini e donne. 

Rapporti che vedono troppe volte uomini violenti che non sanno amare.

Nel libro viene ricordato che per la valutazione di un profumo occorre del tempo, infatti, è necessario avvertire le note di testa, poi quelle di cuore e, infine, quelle di fondo.

La scrittrice non poteva trovare migliore allegoria per riferirsi, io credo, alla valutazione di un essere umano; valutazione che non può assolutamente prescindere dalla natura delle relazioni che di volta in volta nella vita si instaurano.

Come accennavo precedentemente,  il contenuto del libro di Maria Rosaria Selo rappresenta un importante contributo al dibattito pubblico in corso in ordine al concetto e alla pratica attuazione del senso e dello scopo della pena, la quale, come vollero le madri e i padri della nostra Costituzione, deve tendere al recupero della persona che si trova in carcere. Il carcere non deve essere una sorta di discarica sociale rimossa dalla coscienza collettiva.

Non possiamo considerarci, innocenti, perché l’ innocenza ha una dimensione non giuridica. Il nostro fare o non fare ha un impatto nei confronti della società, pur non essendone consapevoli.

Con la sua ultima fatica letteraria, la Selo ce lo ricorda, ci instilla dei dubbi, degli interrogativi circa una presunta totale estraneità da parte di chi sta “fuori” rispetto a chi sta “dentro”. 

E questi dubbi e interrogativi non potevano non nascere soprattutto dalle donne, dalla loro intelligenza intuitiva ed emotiva. 

Sulla loro capacità di guardare oltre a ciò che a un primo sguardo sembra. Di cogliere dei segnali che l’ altro conserva per evitare un totale annichilimento.

Nel libro non si sostiene un generico “perdonismo” che annulla la responsabilità del gesto criminale e non fa sconti sul male procurato ad altri con le relative sofferenze. Mettendo al centro della narrazione le biografie di chi si è macchiato di comportamenti criminali, prova a svelare i meccanismi a causa dei quali certe cose accadono.

Avremo l’ onore e il piacere di parlare del libro, insieme all’ autrice dello stesso, il giorno 25 marzo 2025, a Napoli, presso il Clubino, via Luca Giordano 73, alle ore 18.00, con la giornalista e critica letteraria Bernardina Moriconi e l’ estensore di questo articolo.

Vincenzo Vacca

Pier Paolo Pasolini: “Petrolio” – una partita ancora aperta, di Sonia Di Furia

Non è facile scrivere di Petrolio e non è opportuno esprimere pareri soggettivi, quindi ne parlerò e basta. E proverò a ragionare sulle emozioni, le sensazioni e i pensieri che questa lettura mi ha costretto a provare.

 Non è mia prassi soggettivizzare una storia, ma l’onestà fino alla scomodità di questa mi costringe a scriverne cercando una qualche angolazione che mi convinca.

Mi imbattei nel titolo quando, durante il mio lavoro di docente di letteratura e storia, lo trovai collegato ai fatti delle stragi di Milano del 12 dicembre 1969 e di Brescia e Bologna dei primi mesi del 1974 per i quali, in un articolo scritto sul Corriere della Sera, intitolato “Che cos’è questo golpe”, Pasolini affermava di conoscere i nomi dei responsabili di quello che veniva chiamato golpe, delle stragi, del vertice che ha manovrato, ha gestito, ha dato disposizioni.

Decisi di andarlo a prenotare personalmente in edicola, quando ancora mi piaceva e non mi pesava (solitario lupo irpino) il contatto fisico e colloquiale con le persone; andai a ritirarlo, portando con me le 638 pagine dell’edizione Oscar scrittori moderni del 2005. 

Proseguii le mie ricerche alla scoperta del mondo pasoliniano, del quale non mi ero interessata granché, troppo presa in quegli anni dai poeti tra le due guerre del ‘900. Lessi Patmos, rappresentabile come orazione laica per voci e megafono; poemetto scritto all’indomani, 13 e 14 dicembre, della strage di piazza Fontana. Patmos era il nome dell’isola greca in cui l’apostolo Giovanni aveva scritto l’ultimo libro della Bibbia, l’Apocalisse, contenente le rivelazioni relative al destino finale dell’umanità, fatte da Gesù Cristo al suo servo Giovanni. Patmos era l’asciutta e composta reazione dell’autore alla notizia, a casa di Antonioni con Moravia, che un ordigno di sette chili di tritolo era esploso alle 16:37 nella sede della Banca Nazionale dell’Agricoltura e aveva causato 17 morti e 86 feriti.

Tornai alla lunga e difficile lettura del romanzo non finito, al quale Pasolini stava ancora lavorando quando fu ucciso, tra il primo e il 2 novembre 1975, e cominciai a chiedermi presto perché avesse voluto parlare di bassi impulsi sessuali, restituendomi una scomoda visione dell’uomo dietro lo scrittore, plausibilmente forzata. Pensai di abbandonare, ma la lettrice che era in me mi suggeriva di andare fino in fondo se volevo provare a capire che uomo era Pasolini e cosa mi stava dicendo.

Continuai la lettura e contemporaneamente presi ad ampliare la conoscenza sulla sua produzione. Fu inevitabile imbattermi (Appunto 103° a) nella “Lettera a Malvolio”, poesia emblematicamente polemica che Montale aveva scritto in risposta a Pasolini, il quale aveva in un certo senso censurato “Satura” per l’atteggiamento tiepido dimostrato dal poeta sugli argomenti più controversi della politica contemporanea: il conflitto sociale, le stragi e, a livello internazionale, la guerra del Vietnam. 

Mentre andavo avanti nella lettura di Petrolio, leggevo che quel libro presupponeva un pubblico di lettori che nessun Dio dei libri era ancora riuscito a creare in Italia. Mi sentivo investita di una grave responsabilità.

 Le descrizioni paesaggistiche erano poetiche; le analisi sociologiche lucide e analitiche. Petrolio era bello, poetico, a tratti dannatamente scandaloso, e mi obbligava a demolire i miei muri mentali e mi invitava a non rifiutare le bassezze descritte senza filtri e autocensure perché, se avessi voluto capire la vita e il mondo, la mia conoscenza di essi avrebbe dovuta essere ampia o per lo meno avviata. Mi trovavo davanti a un libro che pareva uccidermi e farmi risorgere ad ogni Appunto.

Andando avanti Pasolini mi spostava da una dimensione all’altra e mi segnalava che lo spirito critico, una volta messo in moto, non poteva fermarsi (se non per un atto artificiale di volontà). La sua capacità descrittiva era visionaria, come non avevo ancor incontrato in nessun altro scrittore, se non in Dante.

D’un tratto mi parlava di politica e affermava che ai politici non importa niente dei poveri e agli intellettuali dei giovani; della borghesia italiana, la quale per lo 0,06 per cento legge ogni tanto un libro e di essa lo 0,01 per cento avrebbe finito per costituire l’élite intellettuale che avrebbe dovuto dissociarsi dalla società in cui operava. In realtà non era così. La vera e propria intelligencija, quella che veramente contraddiceva la borghesia e veramente si opponeva ad essa, era ancora più ristretta: alcune migliaia di persone sparse qua e là per la nazione. L’occhio di Pasolini luccicava di ironia nel guardare le cose, gli uomini, “i vecchi imbecilli al potere”, “i giovani che credono di incominciare chissà che”.

Continuando il mio viaggio esplorativo in quella vita e in quel mondo, nelle dinamiche sociali nazionali e internazionali, mi imbattevo nella Santità, attraverso la quale si può raggiungere il Potere ed era proprio il Diavolo a dirlo: <<tu otterrai il Potere attraverso la Santità!>> scomparendo, dopo essersi fatto una risatina rassicurante.

Sapevo che non sarei uscita indenne da quelle pagine, o almeno uguale a prima, e insistevo.

Avendo Carlo, il protagonista, il suo alter ego in un secondo Carlo, avrei potuto incorrere nell’errore di considerare quegli scritti un romanzo sulla dissociazione, al contrario si parlava dell’ossessione dell’identità e la sua frantumazione. “La dissociazione è ordine” precisava Pasolini, “L’ossessione dell’identità e la sua frantumazione è disordine”. 

 E arrivai all’Appunto 43° “La continuità della vita quotidiana” in cui Pasolini metteva in scena una complessa impalcatura sintattica per spiegare che i tempi verbali del presente e del passato remoto testimoniavano la volontà di concepire la storia come unica e unilineare, mentre l’imperfetto incoativo (il ripetersi abitudinario delle azioni per un periodo lungo) riportava il dato dello spessore della storia. La vita, insomma, che diventava ricordo. 

Pasolini m’illuminava, ma mi portava anche sulle montagne russe.

Procedevo con i dati dell’Africa, e dell’Eni che aveva investito miliardi senza trovare petrolio; poi del Medio Oriente, nel golfo Persico precisamente, dove il petrolio era stato trovato ed era potuto entrare in funzione lo Scarabeo, la famosa piattaforma galleggiante. Seguiva l’amara considerazione riguardo la trasformazione del mondo, la distruzione di culture tradizionali e reali, sostituite da quella nuova alienante e omologante; l’interruzione della vita nei villaggi e nei campi, svuotati e contaminati dalle nuove civiltà che li ricopriva di immondizia, rifiuti, oggetti innaturali. E poi la morte di Feltrinelli e la lotta per il potere fra “opposti estremismi”, in un’Italia avviata verso “l’Edonismo del Consumo” durante “il Governo Andreotti”.

Arrivai all’Appunto 97 e alla nota 53. Carlo entrava nelle sale del potere e raggiungeva il <<cerchio più stretto della Rosa>>, con chiara allusione all’Empireo del Paradiso di Dante. In fondo, motore immobile, stava Saragat. Leggevo i nomi illustri di De Gasperi, Segni, Mancini. Tutti erano presi dal gioco del potere; tutti interessati all’Eni e l’Iri che, nel frattempo, mettevano a disposizione fondi ai partiti. 

La capacità che aveva Pasolini di leggere le dinamiche politiche e sociali mi impressionava; la sua cultura era vasta, estesa e profonda; il coraggio della sua denuncia disarmante. Citava autori e testi mai sentiti, come Anna Banti e “La villa abbandonata”, in cui un popolo barbaro di invenzione si insediava nella pianura padana intorno a una villa romana abbandonata. Metafora del mondo contadino che, di conseguenza, era crollato, aveva perduto i propri valori, al posto dei quali si era affermato quello del superfluo. I miseri cittadini erano ormai presi dall’angoscia del benessere, corrotti e distrutti “dalle mille lire di più, che una società sviluppata aveva infilato loro in saccoccia”. Erano uomini incerti, grigi, impauriti. Nevrotici. 

Il mio viaggio finiva lì e, pensando di trovare risposte, Pasolini me ne aveva messe ancora di più in testa. Decisi allora di leggere “L’odore dell’India”.

Petrolio è uno Zibaldone, e a questo tipo di opere difficilmente si mette la parola fine. E poi c’è la questione del capitolo scomparso. 

Alla maniera montaliana, prendendo le distanze da ogni posa letteraria o pretesa di assurgere a verità, e giocando un po’ con le parole, sfido chiunque a leggere Petrolio, in una partita ancora aperta.

Sonia Di Furia: laureata in lettere ad indirizzo dei beni culturali, docente di ruolo di Lingua e letteratura italiana nella scuola secondaria di secondo grado. Scrittrice di gialli e favolista. Sposata con due figli.

Intervista a Elvio Carrieri per “Poveri a noi” (Ventanas, 2024), di Gabriele Torchetti

Quando un ventenne al suo primo romanzo viene proposto da Valerio Berruti al Premio Strega, il lettore selvaggio s’incuriosisce e il Randagio corre a cercarlo. Elvio Carrieri, barese del 2004, scrittore e musicista, ha pubblicato “Poveri a noi” con Ventanas, un lavoro scritto in una settimana, un capitolo ogni notte, mentre nell’estate 2023 sosteneva l’esame di maturità. Gabriele Torchetti, il libraio della nostra libreria preferita, l’ha intervistato per i nostri lettori.

Ciao Elvio e benvenuto a Il Randagio. Hai poco più di vent’anni, hai un background come musicista e poeta, com’è avvenuto il passaggio alla narrativa? Ho letto che hai scritto Poveri a noi in una sola settimana, un capitolo a notte. Questa cosa fa pensare a una vera e propria emergenza comunicativa, è così?

Il passaggio alla narrativa è arrivato per sana e meravigliosa coercizione, come buttarsi in acqua senza saper nuotare. È avvenuto perché c’è chi mi ha sfidato dopo aver letto e pubblicato alcuni miei versi a confrontarmi con il mondo esterno, quel qualcuno è lo scrittore Francesco Forlani, che ringrazierò sempre piano piano saldando il conto di bottiglie di vino che gli devo. Forlani dopo mesi di pezzi di prosa commissionati, dall’inchiesta al reportage, mi ha lanciato la sfida del boss finale: hai fatto la maturità, ora sai fare un romanzo di novanta cartelle in otto giorni? E io l’ho fatto perché per una volta ho agito in conformità alla mia età anagrafica: con incoscienza. È nato, di fondo, un libro incosciente. E infatti rivestiti i miei panni senili appena ci ho rimesso mano l’ho rovinato, menomale che ho avuto un editing. Altro che emergenza comunicativa…

Noi lettori sfegatati e boomer aspettiamo con ansia le proposte degli amicidella domenica per il Premio Strega, è stata una piacevole sorpresa trovare nella rosa dei titoli il tuo Poveri a noi (edizioni Ventanas). Valerio Berruti tra le parole usate per proporre il tuo libro ha scritto: “un libro profondo per le sensazioni che riesce a risvegliare, per l’ironia e il sarcasmo a volte snobistico dei dialoghi ma anche per la speranza che la cultura e le idee possano salvarci”, ti ci ritrovi in queste motivazioni?

Mi ritrovo molto di più in un altro aggettivo utilizzato da Berruti che mi ha lusingato: implacabile. Quando parla di lingua implacabile io non posso far altro che darmi una pacca sulla spalla. Il plot di Poveri a noi si snoda tanto sulle idee, perché è a suo modo un romanzo di idee (e si noti bene, non di messaggio o morale), quanto sulla lingua. Un barese cinico violento senza sottotitoli volutamente straniante, questo era il tentativo, anzi direi che era l’inevitabile. Mi piace molto anche il ritorno di un aggettivo che era stato già usato per parlare di Poveri e mi aveva fatto sogghignare: snobistico. Valerio Berruti ha centrato, poco da dire se non un grande grazie.

Poveri a noi ha un arco temporale di vent’anni, tutto ha inizio nel cortile di una scuola media nella periferia barese, mentre Plinio viene massacrato di botte da un compagno fascistello, Libero assiste inerme alla brutalità dei fatti. I due protagonisti sono dei ragazzini che successivamente diventano amici, il loro è un rapporto basato sulla protezione reciproca, ma nello stesso tempo soffocato dal senso di colpa di Libero. A distanza di quasi vent’anni continua a rimpiangere il suo mancato intervento in difesa dell’amico. Puoi dirci qualcosa in più su questi due personaggi, chi sono e come evolve il loro rapporto nel corso degli anni?

Si tratta dello stesso personaggio: da una parte l’inazione e la passività e dall’altra il suo svolgersi, il dato fisico che riporta le conseguenze del non agire, del non saper agire. Da una parte Libero, professore che si narra e narra la sua colpa eterna e nevrotica, dall’altra, sempre accanto a lui come una condanna, sto corpo malmenato dell’amico Plinio che si porta appresso. Non è un caso che la descrizione del corpo di Plinio torni sempre per tutto il romanzo come una sorta di leitmotiv della bruttezza. È iperbolico, è grottesco, e genera un senso di colpa altrettanto iperbolico e grottesco. Ma si tratta dello stesso personaggio scisso in due, due che uniti e ricomposti suscitano solo un forte sentimento di pietà.

Nel tuo libro c’è anche spazio per l’amore, quello tra Libero e Letizia. Devo ammettere che ci sono battute (a volte cattivelle) che mi hanno fatto decisamente ridere. Puoi dirci qualcosa in più su questo personaggio femminile e sulla dicotomia ricorrente cittadino/paesano?

Si tratta del personaggio di Poveri più odiato e più amato. Due ragazze in una scuola dove ho parlato di recente si sono scannate su Letizia e in alcuni incontri non mi hanno risparmiato da velate accuse di mansplaining o in generale di poca clemenza nei confronti dei personaggi femminili. Ma io sento queste cose e gongolo. Letizia in narratologia si direbbe un personaggio a funzione motrice, senza di lei l’azione non parte, e Libero rimane fermo a narrare sé stesso in questo uroboro di lettere e colpa. Ma è anche (e questo non mi è stato perdonato) un personaggio a funzione di specchio, quello sul quale vengono scaricate le nevrosi degli altri e che dunque si è meritato un minore approfondimento psicologico. Specchio e motore dell’azione, Letizia è nella mia mente fantasticante un corrispettivo dell’Anna soror virgiliana, non direi una citazione ma una bella coincidenza a posteriori. Questo la salva anche dalla condanna di tutto il libro: lo schifo interiore di ogni attore per qualche motivo non tocca lei, che rimane sullo sfondo come unico personaggio realmente positivo in un mare di merda. Il suo essere paesana e dunque oggetto di scherno da parte dei personaggi metropolitani mi è servito a trattare uno dei grandi temi di Poveri, cioè l’odio che ancora vige e sempre vigerà tra urbe e contado.

A proposito di città, Bari è sicuramente comprimaria nella tua narrazione. Il tuo è un ritratto nitido e amaro, distante anni luce dalla narrazione fiabesca della Puglia e del nuovo trend “Bari”. Innanzitutto ho molto apprezzato il fatto che tu abbia oltrepassato i confini (altoborghesi) del centro al di là della stazione ferroviaria. Qual è il ruolo che gioca la città nel libro e nel tuo privato?

Credo che l’unico tratto autobiografico di Poveri sia nel rapporto con Bari, nel senso che gioca nel mio privato esattamente quello che gioca nel libro: il rimpianto e anche qui un forte senso di colpa. Mettere in prosa la storia tragica delle permute del murattiano raccontatami da mio nonno è stato utile per riappacificarmi con lo schifo urbanistico e architettonico che vedo ogni giorno passando per le vie del centro, per farmi sentire in fondo che qui nasco qui muoio e a questo luogo appartengo. Insomma per farmi sentire un provinciale, proprio così. Questa città non mi molla, ma grazie a Poveri a noi l’ho raccontata nel suo apparato fallimentare e corrotto, altro che trend, e non c’è stato neanche bisogno di tirare troppo in mezzo la malavita, bastava la storia architettonica a parlare da sé come metafora di autodistruzione consapevole.

A proposito di Bari, ogni capitolo si apre con una parola chiave rigorosamente in dialetto: Trmòn, Prfssò e via dicendo. Come mai questa scelta? Senza addentrarci troppo nell’elenco, parliamo soltanto di Trmòn, qual è la sua presunta etimologia e perché sei partito proprio da questa parola?

Partire da Trmòn vuol dire sfidare subito il rischio macchiettistico del folklore come prodotto confezionato per far ridere e strizzare l’occhio a certa prosa di tendenza. Ho dedicato il primo capitolo a questa parola per semplici esigenze affettive: è una delle parole più riconoscibili del nostro dialetto e soprattutto tra le prime che ho imparato a pronunciare correttamente, con questa o chiusa che si apre più sali geograficamente e che scendendo verso il Salento inizia a scomparire dai radar insieme a tutte le altre lettere. L’etimologia farlocca che riporto è il primo esempio della strategia di lingua che applico in tutto il libro. La contraddizione stilistica e lessicale, la convivenza di estremi opposti nei registri fanno sì che un termine così brutale venga riportato alle grazie di Nicolò Piccinni e della sua corte francese elegantissima, che in assenza di cortigiane doveva sollazzarsi “in altro modo-autrement” (da cui trimone, l’atto di masturbazione maschile), durante la trionfale visita di ritorno a Bari dalla Francia, decisione voluta dal maestro in segno di rispetto verso la sua città d’origine.

Ho letto un tuo post che mi ha fatto molto ridere, hai scritto chele interviste sono qualcosa di democristiano e allora torniamo un attimo al libro e in qualche modo al “democristiano”, c’è una figura che viene citata più di una volta, un cameo inconsapevolmente irriverente, quello dell’assessore alla cultura. La tua è una critica impietosa al sistema, secondo te qual è la visione politica, sociale, culturale che manca?

L’assessore alla cultura, un altro leitmotiv di Poveri a noi. In questo caso se il corpo di Plinio era il leitmotiv della bruttezza l’assessore sarà quello della mediocrità culturale? Non necessariamente, perché ti dico pure che quando ho scritto il romanzo l’assessore alla cultura lo stimavo. Certo in Poveri non può che risuonare come monito a ciò che oggi è davvero evidente: la cultura o quello che intendiamo per cultura non dovrebbe avere assessori, non dovrebbe perché non è una cosa da amministrare, non è una cosa che va sempre in accordo con la politica. Neanche l’antropologo riesce ancora a dirci cos’è effettivamente ‘sta cultura e noi invece ci piazziamo subito gli assessori. Per me è un cortocircuito da cui non si riesce a venir fuori, e allora io direi che se proprio la vogliamo amministrare ‘sta cultura sarebbe il caso di fare un reel in meno e formarsi di più in qualunque altro modo, magari interloquendo con chi se ne occupa davvero. È triste prendere atto di quanta arte in Puglia non venga valorizzata e finanziata mentre i fondi si indirizzano verso chi sfrutta il neoumanesimo tiktokiano, roba da uscire pazzi, certamente più remunerativa e strategica rispetto ai nostri poeti, che ci sono e sono vivissimi. Ma la cultura non è affar mio, mi occupo di altro per fortuna.

Nonostante tu abbia poco più di vent’anni, sei riuscito a scrivere una nuova commedia all’italiana, perché il libro è arguto, divertente e nello stesso tempo lascia una nota amara al palato. Chi sono questi Poveri a noi?

Ti ringrazio per il complimento. Poveri a noi sono quelli che come i miei personaggi non sono e non saranno mai generazionali, non edificheranno moralmente mai alcun lettore o alcuna lettrice, non diranno come comportarsi e non indicheranno mai il bene rispetto al male ma anzi sguazzeranno nell’ambiguità etica e concettuale, non useranno le lettere come strumento di posizionamento sociale ma le bestemmieranno e le benediranno ogni giorno, in definitiva non fungeranno mai da specchio.

Chiudiamo con il consueto consiglio di lettura, sei entrato nella scuderia di Ventanas, una casa editrice che pian piano sta proponendo titoli molto interessanti. Hai qualche suggerimento da darci?

Leggete Il commerciale di Rubens Shehu, un vero libro implacabile.

Gabriele Torchetti

Gabriele Torchetti: gattaro per vocazione e libraio per caso. Appassionato di cinema, musica e teatro, divoratore seriale di libri e grande bevitore di Spritz. Vive a Terlizzi (BA) e gestisce insieme al suo compagno l’associazione culturale libreria indipendente ‘Un panda sulla luna‘.

Marilù Oliva: ‘’La Bibbia raccontata da Eva, Giuditta, Maddalena e le altre’’ (Solferino, 2025), di Claudio Musso

Proviamo a considerare la Bibbia letteratura e non dogma. In fondo essa è un insieme di racconti orali che prendono forma nel vicino Oriente Antico e abitano un momento storico in cui tutto deve essere ancora deciso. Vi ritroveremo figure che abbiamo conosciuto nelle ore di religione, che sono state protagoniste di film e di serie tv, che la storia dell’arte, di ieri e di oggi, ha dipinto per sempre su tela, eternizzato sul marmo, rendendole vive e palpitanti di osservazioni e riletture. E non sono mancate trasposizioni teatrali e chiamate in causa di alcune figure bibliche per spiegare il nostro presente. Insomma una libreria di vite, lontane nel tempo ma croniste di un certo modo di stare al mondo, sempre a portata di mano e che in molti hanno sentito il bisogno di riannodarne i fili. E qui troviamo Marilù Oliva e il suo La Bibbia edito da poche settimane da Solferino Editore.

Aveva ragione Dostoevskij quando era solito ricordare che questo insieme di testi appartengono a tutti, fanno parte del nostro patrimonio culturale, perché è un libro per e dell’umanità. Come non possiamo dare torto a chi, vedendo nuove traduzioni, aggiunte e revisioni, sottolinei come la Bibbia sia una sorta di testo in fieri nel senso che in quelle pagine molto si racconta ma molto si sottace.  

Ma, lasciando gli esegeti al loro importante lavoro, un elemento risulta lampante ma storicamente spiegabile senza scomodare nelle nostre riflessioni facili femminismi: se la Bibbia è un palco, il ruolo di primo attore è quasi esclusivamente dato agli uomini che sono i protagonisti di avventure e disavventure e devono vedersela con un Dio regista esigente, per non dire autoritario. Le donne, salvo rarissimi casi, stanno nel dietro le quinte e spesso non compaiono neanche come interpreti nel cartellone. La loro assenza di voce, parole e significati, e anche inferiorità è un dato di fatto per la mentalità di quelle popolazioni che nel loro nomadismo non hanno ancora trovato un posto per le proprie donne, se non come strumento di procreazione e di garanzia di discendenza.

«Nessuna situazione preserva una ragazza. L’onta del serpente ci accompagna, come se ci meritassimo un destino sfavorevole. Se una di noi non si sposa, la sua esistenza non ha senso per la comunità. Se si sposa, può essere sfortunata e trovare un marito stolto. Se non resta incinta, viene disprezzata. Se questo avviene, teme il giorno del parto, poiché ha visto tante donne morire mettendo alla luce un figlio. Se il marito la maltratta, deve tacere e prenderle in silenzio. Se la rispetta, lei soffre all’idea che potrebbe perderlo in guerra, in un agguato, per una malattia. Se si ammoglia con un sovrano, deve accettare che lui giaccia anche con altre»

Così osserva con acume e rassegnazione Micol, una delle tante mogli del bello e sfuggente David che vince sul gigante Golia e una delle protagoniste, voci narranti e soliste di questo libro. Perché cosa fa Marilù Oliva dopo avere dato prova in passato di rileggere da prospettiva femminile le grandi opere dell’epica classica? Confeziona un libro essenzialmente ad intarsio, mantiene come stella polare la versione ufficiale delle scritture e, pur concedendosi qualche virata e approdando a lidi narrativamente sconosciuti in onore all’arte del romanzo, dà voce alle donne della Bibbia.

Nel suo viaggio le pone infatti alla prua e non alla poppa della barca con cui attraversa le vicende che vanno dall’Eden ai patriarchi del Regno di Israele rendendole narratrici di fatti che hanno sotto i loro occhi e intrama le sue pagine con cosa avrebbero potuto dire nella contingenza di quegli eventi, quando il mare è in burrasca, quando soffiano venti contrari o quando il nemico è lì che ti aspetta sull’altra riva e, in generale, quando si è immersi in situazioni che anticipano l’Apocalisse.

In sostanza ci offre la possibilità di immaginare pensieri, opere e emissioni di alcune figure che comunque sono rimaste nel ricordo del lettore per via di letture o rifrazioni pregresse. Non ci offre una nuova versione dei fatti perché non avrebbe senso cambiare la Bibbia (del resto di Vangeli secondo Tizio o secondo Caio con nuove sensazionali scoperte inedite le librerie abbandonano, fatta eccezione per la versione di Saramago che vale l’esperienza di lettura) ma uno sguardo in più, che è portatore di una sensibilità diversa, su quanto sappiamo dalla Bibbia e dal suo senso.

Del resto qualcuno si sarà chiesto cosa pensasse Eva di quanto le è accaduto dopo la tentazione del serpente, lei che non si arresta al che delle cose ma cerca il perché? Di Lia, la seconda moglie di Giacobbe che è costretta a condividere il proprio uomo con la sorella e che, prolifiche o meno di figli, sono spettatrici passive degli accordi tra gli uomini e non hanno voce in capitolo? Di Miriam, la sorella di Aronne e Mosè, che insieme ai fratelli forma, licenza di Oliva, un formidabile trio guidato dal senso di giustizia per salvare il proprio popolo dalla schiavitù in Egitto, che ascolta sul Sinai le parole di un Dio che la ignora e che la punisce, dopo un diverbio con Mosè, perché una donna che dissente è più empia di un uomo che fa la stessa cosa? Dell’indomita Giuditta, l’eccezione in questo caleidoscopio di donne sempre un passo dietro gli uomini, che sfida Oloferne? Di Maria Maddalena che è presente in tutti i momenti cruciali della passione di Gesù mentre gli apostoli sono altrove?

Quanto sono credibili le versioni di Marilù Oliva in questa sua nuova impresa letteraria? In fondo non è tanto determinante quanto dicono – anche se è sempre suggestivo potere contare su nuove voci nella comprensione di un coro e affinare il nostro ascolto – ma chi sono coloro che dicono e che sono rimaste sempre ai margini del racconto biblico. Sono donne che per tutta la vita non si sono mai allontanate dalla strada maestra degli uomini, hanno ripercorso gli stessi spazi, senza mai sconfinare con lo sguardo in un mondo troppo concentrato a crearsi una credibilità e un futuro.

Claudio Musso

Claudio Musso: Vive e respira Torino e condivide un paio di geni con la dea Partenope. Formazione umanistica, grande appassionato di germanistica, di storia e di identità. Di giorno si occupa di risorse umane e la sera, o quando leggere e leggersi chiama, di quelle librose. Onnivoro per natura, ma intollerante al glutine e alle mode del momento, raminga con umorismo tra un lavoro che ama e altre passioni quali il teatro, l’opera lirica, e ovviamente la lettura, collaborando anche con riviste letterarie. Papà di Nadir, il suo gatto, non riesce per più di 5 minuti a prendersi troppo sul serio ma prova a fare tutto con dedizione, di quelle che danno senso e colore alla vita.

Intervista a Mariella Medea Sivo per “Favole senza finale felice di una ragazza nata negli anni ’70” (Secop, 2025), di Gabriele Torchetti

Mariella Medea Sivo, pugliese, scrittrice, editor e ghostwriter, collabora con blog e riviste e ha all’attivo la pubblicazione di racconti e testi teatrali. Divulgatrice letteraria e attivista impegnata da anni nella sensibilizzazione sui temi della violenza di genere, è curatrice di varie rassegne. “Favole senza finale felice di una ragazza nata negli anni 70” è il suo esordio letterario, inserito in una collana di narrativa, da lei diretta, della casa editrice Secop dedicata alle voci femminili. L’ha incontrata per noi l’inesauribile Gabriele Torchetti.

Ciao Mariella e benvenuta a Il randagio. Medea ormai è parte integrante della tua identità letteraria e artistica. Toglici una curiosità, perché tra tanti personaggi della mitologia greca e della letteratura hai scelto proprio questo nome?

Ciao Gabriele e grazie per questa intervista. Dunque, il mio nome d’arte, Medea, non si rifà alla donna furiosa di amore e gelosia che uccide i suoi figli, che pure ho amato soprattutto nella versione euripidea, ma alla potentissima maga che attraverso filtri e pozioni cura. Ecco, mi piaceva l’idea di una maga capace di curare attraverso le parole, i libri. Medea ha la stessa radice di medicina, medico. Una Medea “buona” insomma.

Da anni lavori incessantemente nel mondo dell’editoria, hai intervistato tantissimi scrittori, pubblicato recensioni per riviste letterarie e siti web, sei editor per case editrici indipendenti, curi personalmente una nuova collana narrativa, nei ringraziamenti finali del libro ti definisci “una lettrice con nessuna voglia di diventare scrittore” e invece eccoti qui con Favole senza finale felice di una ragazza nata negli anni’70 (Secop Edizioni), qual è stata la spinta che ti ha catapultata in prima persona nella scrittura?

Ho voluto misurarmi con la scrittura, con la tecnica legata alla scrittura, dando ascolto alla me più incosciente e scanzonata. Proprio perché non ho velleità da scrittore, che avevo da temere? Nulla! Tendo ad annoiarmi, per cui ho bisogno di diversificare le mie attività. Ok continuare a leggere, che resterà per sempre la mia passione prioritaria, ok lavorare come editor e ghostwriter, ok scrivere recensioni e post su facebook, ma ritengo sia salutare abbandonare la comfort zone per esplorare nuovi ambiti e, chissà, scoprire nuovi talenti. Scherzi a parte, la mia pubblicazione è un vero e proprio sperimentalismo letterario che ruota intorno al mio amore per le donne. E saranno le donne le protagoniste dell’intera collana, ognuna con il suo particolare punto di vista.

Dodici racconti in bilico tra favola e abisso, qual è il fil rouge che accomuna le protagoniste di queste storie? Chi sono queste “ragazze”, le hai conosciute di persona o sono frutto dell’immaginazione? C’è qualcosa di te in loro?

Grazie per aver posto attenzione al sottotitolo che sfugge a molti: tra la favola e l’abisso. Questo sottotitolo è riferito al prologo e all’ultimo racconto, quello in orizzontale, la voce maschile ospitata all’interno del mio carosello femminile. Il prologo è stato scritto dalla me sedicenne, preso dal diario di scuola del 1987. Il racconto è stato scritto invece da mio figlio Gabriele Piccarreta quando pure aveva sedici anni, nel 2014. Mi ha colpito molto la diversa visione dell’utopia che due sedicenni hanno sviluppato a distanza di quasi trent’anni. La mia è incantata, magica, delicata. Quella di Gabriele è molto più cruda, è incentrata sull’assetto politico e sociale, è distopica, un abisso dentro cui sprofondare. Queste due diverse interpretazioni dell’utopia, come una sorta di parentesi, contengono le dodici favole il cui fil rouge è la possibilità, ovvero la finestra sulla felicità che ciascuna di noi ha il diritto e il dovere di spalancare, quanto meno di provarci. Le protagoniste attingono al mio patrimonio autobiografico e biografico, nel senso che sicuramente veicolano particelle del mio vissuto, sia diretto sia indiretto. Mi piace molto ascoltare, sono una spugna, assorbo storie e le faccio sedimentare nella mia testa. Le assimilo e poi le restituisco al mondo in forma di scrittura. L’ho sempre fatto, dapprima in forma privata, sul classico diario personale, questa volta in forma pubblica, accessibile a tutti. Inoltre, quasi tutte hanno il nome che inizia con la emme, che è pure l’iniziale di Mariella e di Medea, di madre, maga, mare, malattia, memoria… La emme  è il mio esserci in ognuna delle donne che sono raccontate in questo libro, che sono quindi degli ibridi, metà me e metà altre. 

Questo è l’incipit poetico del racconto L’ottativo desiderativo: “I suoi fiori preferiti erano le peonie dei grandi e delicati petali disposti a strati, come i classici gonnellini in tulle delle ballerine di Degas, ma lo erano anche i tulipani dall’aspetto marziale. Perfetti per stare insieme. Peonie e tulipani amanti del sole, attrazione irresistibile per le piccole api, delizia per gli occhi”. Spesso diciamo che la realtà supera la fantasia, puoi dirci qualcosa in più su questa “favola” che trae ispirazione da un triste episodio accaduto in Puglia?

A luglio dell’anno scorso mi colpì molto a livello umano la storia di una insegnante di Martina Franca che era arrivata al giorno del suo matrimonio senza che vi fosse lo sposo. “Si era fatta il film”, come diciamo tra noi donne. Ho voluto provare a mettermi nei suoi panni, mi sono seduta accanto a lei, in senso metaforico chiaramente, e ho ascoltato la sua versione dei fatti. Perché capita spesso che si giudichi qualcuno senza capire ciò che lo abbia spinto a determinate scelte e azioni. Quella donna mi ha fatto molta tenerezza, l’ho immaginata circoscritta nella sua solitudine, avviluppata al suo sogno. Da questa empatia è nato il racconto.

Una donna che parla d’amore è sempre vista con sospetto, una donna che parla di sesso ancora di più. In alcune delle tue favole l’eros è un elemento preponderante e imprescindibile nella narrazione. Curiosità, esplorazione, desiderio, Puoi dirci qualcosa in più su questi racconti?

Durante il Covid mi fu chiesto di organizzare una serie di reading dedicati alla letteratura erotica. Presi in considerazione ben venticinque libri, dal Delta di Venere di Anais Nin a La casa delle belle addormentate di Yasunari Kawabata, passando per I cento colpi di spazzola prima di andare a dormire di Melissa P. Vuoi che non mi abbiano lasciato in eredità un certo gusto per l’eros espresso con le parole? Senza parlare del mio amore viscerale per la letteratura greca e romana, nelle quali l’eros è uno dei temi preferiti. Pensa a Petronio, Catullo, Ovidio, Apuleio, a Saffo. L’eros fa parte della nostra vita, è una componente essenziale, per cui ho voluto includerlo tra gli ingredienti delle mie favole. Eros che prescinde dal sesso, dal genere. Eros come seduzione, come l’immaginazione che fa l’amore con le parole. Mi hanno sorpresa le reazioni di alcuni lettori che si sono detti “scandalizzati” da questi racconti. Nel 2025??? In un tempo di ostentazione e pornografia dei corpi? Ci deve far riflettere questa cosa. Sotto gli occhi ci scorrono corpi esposti come capi di macelleria, però esclamiamo “oh!” se leggiamo un racconto in cui una donna fa l’amore. Ho cercato di creare la giusta atmosfera, così da far crescere fisiologicamente la tensione e preparare il lettore a godersi l’eros spogliandolo del suo bagaglio di dubbi e remore moralisticheggianti. Ma non è così facile come pensavo.

La Puglia è probabilmente “la ragazza” più presente tra le tue pagine

La Puglia è protagonista assoluta del primo racconto, il più autobiografico. Un racconto cui sono particolarmente legata perché ha ricevuto l’imprimatur del grande Alessio Viola, tra i miei più sinceri sostenitori. E’ però una Puglia poco turistica, poco patinata, la mia. Sicuramente non verrò assunta dall’Ente Turismo regionale per la promozione del territorio a scopo attrattivo-turistico. Parlo di una terra bella ma tradita dai politici, che sono poco interessati allo sviluppo delle infrastrutture. Per cui anche solo raggiungere una spiaggia che è a dodici chilometri di distanza diventa problematico. Accade, eh. Tutto il mondo si riversa sulle spiagge pugliesi nei mesi estivi, mentre chi vi abita stabilmente non riesce a farsi un bagno al mare perché ci sono pochi pullman che collegano l’entroterra alle città marittime. 

C’è una sorta di ritrosia nei confronti dei racconti, secondo te perché? Tu da lettrice vorace e curiosa che racconti consiglieresti alle amiche e agli amici de Il Randagio?

Siamo ancora legati alla letteratura ottocentesca, ai grandi romanzi. Siamo fortemente condizionati dallo studio della letteratura scolastica. Leggere per noi italiani equivale a creare dei legami affettivi con i personaggi. Noi siamo quelli delle saghe, dei sequel, delle serie. E invece io sono innamorata follemente dei racconti. Ora si usa chiamarli short story, dimenticando che le origini del racconto sono qui. D’altronde le favole stesse possono essere considerate un ottimo esempio di racconto, e così abbiamo anche spiegato il titolo. Ho amato le novelle di Boccaccio, la novellistica siciliana (Verga e Pirandello). Considero La lupa di Verga il capolavoro assoluto del genere. Costruire una buona architettura del racconto non è cosa facile, devi misurare, tagliare, aggiustare, calibrare. Devi trovare il ritmo giusto , la tensione minima che dia vigore alla storia. Ma poi che piacere leggere! Il racconto anche solo per tempistica è compatibile con la vita frenetica che viviamo. Ne leggi uno in treno, durante le attese, prima di addormentarti. Poi chiudi il libro e te ne dimentichi. Ogni racconto ha un suo tempo vuoto attorno. Non resta nulla in sospeso come accade, invece, con il romanzo. I racconti sono per tutti, anche per i lettori occasionali, poco allenati. Posso consigliare, tra i più capaci e brillanti autori di racconti, Luca Ricci. Pisano di nascita, romano di adozione, una sorta di Carver nostrano. Non che sia una copia dell’autore americano, intendiamoci. Lo eguaglia in talento, questo voglio dire. Consiglio di iniziare con la raccolta L’amore e altre forme d’odio. Ve ne innamorerete perdutamente. Crea dipendenza! Poi consiglio i Sessanta racconti di Dino Buzzati, libro che vinse lo Strega nel 1958 e in cui tutto sembra normale ma niente lo è. Vi colpirà lo sguardo di sguincio, la prospettiva, l’inquadratura. Mi piace concludere citando Stephen King che dice che il racconto è come un bacio veloce, nel buio, ricevuto da uno sconosciuto e che proprio nell’intrinseca brevità del gesto risiede la sua speciale attrazione. 

Gabriele Torchetti

Gabriele Torchetti: gattaro per vocazione e libraio per caso. Appassionato di cinema, musica e teatro, divoratore seriale di libri e grande bevitore di Spritz. Vive a Terlizzi (BA) e gestisce insieme al suo compagno l’associazione culturale libreria indipendente ‘Un panda sulla luna‘.