Le cattive di Camila Sosa Villada: un atto lirico di resistenza di Gigi Agnano

“Conflittuale, radicale, pieno di speranza, Le cattive fa una delle cose più importanti che un libro (o una vita) possa fare. Guarda tutte le macerie e la sporcizia e si chiede: “Possiamo ricavare qualcosa di bello da questo?”

Keiran Goddard

Non vorrei sbagliarmi, ma credo che Monica Acito sia stato lo “sponsor” più appassionato in Italia de Le cattive dell’attrice e scrittrice argentina Camila Sosa Villada, edito qui da noi da Sur circa due anni fa (il libro è del 2019 col titolo originale Las Malas). Così, anche per la stima immensa che provo per l’autrice di Uvaspina, sono andato in libreria per prenderne una copia. Ed è successo che mi sia innamorato anch’io di questa confraternita di trans che fa la ronda al Parco Sarmiento di Córdoba, la seconda città più grande dell’Argentina.

 “Il Parco Sarmiento si trova nel cuore della città. Un grande polmone verde, con uno zoo e un parco divertimenti. Di notte si fa selvaggio. […]. Ogni notte le trans riemergono da quell’inferno di cui nessuno scrive, per restituire la primavera al mondo. Insieme al gruppo di trans c’è una donna incinta, l’unica nata femmina fra tutte loro. Le altre, le trans, hanno trasformato sé stesse per diventarlo. Nel clan delle trans del Parco, quella diversa è lei, la donna incinta che ripete sempre lo stesso scherzo: toccare di sorpresa le trans in mezzo alle gambe. L’ha appena rifatto e tutte ridono a crepapelle.”

Il romanzo, che è nel contempo una favola e una testimonianza del dolore dei transessuali, si apre con una protagonista senza nome (che presto capiremo essere  Camila) che spia delle prostitute trans col desiderio di essere ammessa nella loro comunità. Dice che si muovono come un branco ed è proprio in quel branco che alla fine viene accolta con gentilezza da zia Encarna, la matriarca, vecchia di centosettantotto primavere, anni in cui ha in qualche modo imparato e insegnato a sopravvivere, madre putativa di tutti i travestiti del Parco, loro riparo e consolazione.

“Di botte La Zia Encarna ne ha prese tante, stivali di poliziotti e clienti hanno giocato a calcio con la sua testa e anche con i suoi reni. Al punto che le capita di pisciare sangue. Per questo nessuno si preoccupa quando se ne va, quando le lascia, quando risponde alla sirena del proprio destino. Si allontana un po’ confusa, martoriata dalle scarpe alte di plastica dura che ai suoi centosettantotto anni si fanno sentire come un letto di chiodi. Cammina con difficoltà sulla terra secca e le erbacce incolte, attraversa avenida Dante come un sibilo verso la zona del Parco dove ci sono rovi e scarpate e una grotta in cui i finocchi vanno a darsi baci e consolazione, e che hanno ribattezzato La Grotta dell’Orso. Qualche metro più in là c’è l’Hospital Rawson, l’ospedale che si occupa delle infezioni: la nostra seconda casa.”

Ora accade che, nella notte stessa in cui Camila entra nel gruppo, si avverta nel parco un suono insolito che assomiglia assai al gemito di un bimbo. Le trans si avvicinano con curiosità, sembrano “un’invasione di zombi” e scoprono un neonato ancora sporco di sangue abbandonato in un fosso. Zia Encarna lo salva e lo porta a casa (“In quella casa trans, la dolcezza può ancora impaurire la morte. In quella casa, perfino la morte può essere bella”). Nella “pensione più frocia del mondo, il posto che tante trans ha accolto, nascosto, protetto, ospitato nei momenti di disperazione”, il bimbo viene battezzato – lo chiamano “Lo Splendore degli Occhi” – e allevato con l’aiuto e l’amore della famiglia di travestiti. 

“Lo Splendore degli Occhi, battezzato in primavera, fu il preferito delle trans, il bambino che ricevette più doni dalle regine maghe, per le quali anche la cosa più semplice ed economica aveva un’aura sacra. Il bambino trovato in un fosso, figlio di tutte noi, le figlie di nessuno, le orfane come lui, le apprendiste del nulla, le sacerdotesse del piacere, le dimenticate, le complici. Battezzato da una puttana paraguayana vestita come una predatrice dalla testa ai piedi, che gli soffiò benedizioni in faccia, che raccolse con le sue unghie finte le lacrime versate da alcune di noi e con quelle lacrime benedisse la fronte del bambino.”

Il bambino cresce in fretta, ma col passare del tempo diventa sempre più difficile per Zia Encarna tenerlo lontano dallo sguardo della gente, che non permette a un travestito di prendersi cura di un bambino. Come previsto, il quartiere va in grande agitazione quando ha la conferma che la vecchia matrona sta crescendo un figlio e inizia a molestarla con graffiti sui muri di casa, pietre lanciate contro le finestre e minacciose lettere anonime.

“La polizia farà ruggire le sirene, sfodererà le armi contro le trans, strilleranno i telegiornali, prenderanno fuoco le redazioni, protesterà l’opinione pubblica, sempre propensa al linciaggio. L’infanzia non è compatibile con le donne trans. Per quella gentaglia, l’immagine di una trans con un bambino fra le braccia è un peccato capitale.”

Per poter portare Lo Splendore degli Occhi a scuola, Zia  Encarna si fa crescere i baffi e si veste da uomo, rinuncia così ad un’identità faticosamente conquistata, ma, nonostante ciò, gli attacchi e le umiliazioni continuano a diventare sempre più ricorrenti ed estremi anche contro il bambino. Risulta facile a questo punto intuire il tragico epilogo del romanzo che lascio scoprire al lettore. 

Camila Sosa  Villada, nata nel 1952, transgender, ex prostituta e ambulante, ha lavorato in radio, ha fatto teatro e ha cantato in alcuni bar prima di diventare scrittrice e attrice cinematografica e televisiva affermata. Si definisce una “miracolata” visto che in America Latina l’aspettativa di vita delle persone trans va dai trentacinque ai quarantuno anni (Non ho trovato il dato in Italia, ma da uno studio olandese condotto ad Amsterdam tra il 1972 e il 2018, emergeva un rischio molto più alto di mortalità prematura per le persone transgender “determinato in primo luogo dalla mancata accettazione sociale”. Sarebbe interessante conoscere il parere su questi temi dei neoeletti premier argentino e olandese – Javier Milei e Geert Wilders -, ma anche del Papa argentino o del nostro Presidente del Consiglio. Che ne sarà in Argentina della legislazione progressista, pionieristica per gli anni Duemila sui diritti dei trans, sui matrimoni tra persone dello stesso sesso, sulle unioni civili, sulle quote di lavoro per le persone transgender dopo l’elezione dell’”anarco-capitalista” Milei?). Camila Sosa Villada definisce “genocidio” il massacro dei trans perpetrato nelle società tradizionaliste latinoamericane per colpa di comportamenti intolleranti che hanno un elevato costo in termini di salute e integrità personale.

E sono proprio le discriminazioni e l’estrema violenza di cui sono vittime i travestiti quello che si racconta nel suo toccante romanzo d’esordio. I corpi, veri protagonisti della storia, sono mostruosi (ma il vero mostro è la società che quei corpi li mortifica, li brucia, li fa scomparire), considerati subalterni e, in quanto tali, suscettibili di qualsiasi violazione, sfregio, taglio, frattura, livido.

Eppure la presenza di quei corpi martoriati, di quelle esistenze marginali nel mondo dei “normali” non solo mette in discussione i fondamenti del sistema machista etero-patriarcale, ma riconfigura anche alcune delle istituzioni sacre di detto sistema, come la maternità o la famiglia (che nel racconto sono la tenera maternità di Zia Encarna, più madre della madre biologica che ha abbandonato il bambino, o la “vera” famiglia dei trans di parco Sarmiento che crescerà con amore il bambino: “il titolo di famiglia non bastava per loro. A unirli era un amore molto più grande, era tutta la comprensione di cui un essere umano è capace”).

Un romanzo in gran parte autobiografico: Camila di giorno studentessa universitaria e di notte prostituta, il ricordo dei primi travestimenti, gli eventi dell’adolescenza segnati dall’ incomprensione, la delusione della madre e le cinghiate del padre alcolizzato, la cosmesi, i primi trucchi, il rossetto rubato e nascosto, la prostituzione a partire dai 18 anni e i furti ai clienti per sbarcare il lunario, il distacco dalla famiglia e dalle convenzioni sociali, il contatto con gli altri trans e la scoperta di una comunità migliore, più solidale, ecc… La novità di questo libro è che le tematiche relative ad identità sessuali minoritarie e le relative manifestazioni di denuncia e di dissidenza non sono più narrate in maniera generalmente stereotipata da una prospettiva ovvero da un osservatore “esterni” (cosa piuttosto diffusa nella narrativa mondiale), ma documentate “dall’interno” perché Le cattive è un romanzo scritto da un travestito, da uno che racconta nei dettagli un mondo in gran parte sconosciuto e spesso distorto.

Le cattive – come va di moda dire – è “autofiction” (quale romanzo non lo è?) con sprazzi di realismo magico, di una magia seducente e delicata, di una tenerezza autentica che pervade anche le pagine più dure. Aldilà dei canoni letterari, Villada disegna personaggi fantastici come l’Uomo senza testa, il rifugiato somalo decapitato invaghito di Zia Encarna; o Maria la Muta, che si trasforma progressivamente in uccello, con le piume che le crescono lentamente sulla colonna vertebrale, sulle braccia, che finirà rinchiusa in gabbia (“la nostra sorella più libera, che poteva volare dove voleva”); o la Machi, l’indomita paraguayana che aveva strappato con un morso il pene ad un poliziottto, oracolo, strega e fata delle puttane,  che di notte diventa lupo. Questi personaggi servono alla Villada per dare al romanzo un tono mitico e fiabesco, per attenuare la crudeltà del reale e sorridere del dolore. Alle aggressioni di una società transfobica, Camila oppone la luce della poesia, il desiderio, la gioia di vivere, la solidarietà delle ragazze di Parco Sarmiento, per cui “il dolore di una è il dolore di tutte”. “Hai diritto di essere felice” è la lezione di Zia Encarna che Camila sente il dovere di raccontare come fosse un atto di resistenza. Un atto lirico di resistenza. E nel più generale pessimismo della trama, su uno sfondo terribile e crudele, alcune di queste donne in rarissimi casi (Camila ne è un esempio) riescono a crearsi spazi di vita e di futuro sostenibili. 

Brillante e acuto, lucido e delirante, umano e profondo, Le cattive è stato un successo editoriale con migliaia di copie vendute, traduzioni e premi anche internazionali. Non è solo un perfetto esempio di letteratura che dà visibilità e voce a coloro che non ne hanno, ma la sua qualità in termini letterari, nel mix ben equilibrato di reale ed immaginario, di epico ed elegiaco, è tale da trascendere il suo tema principale. Il fatto che si tocchino argomenti al tempo stesso così intimi e autobiografici ma anche “politici” non delegittima infatti il suo sguardo letterario. Alla fine di questo magnifico romanzo Camila Sosa Villada, grazie a una prosa delicata, forte e poetica, lascia al lettore l’emozione e l’inquietudine dei grandi romanzi latinoamericani. 

Gigi Agnano

Adania Shibli: Un dettaglio minore (trad. Monica Ruocco, La nave di Teseo), di Gigi Agnano

La scrittrice e saggista palestinese Adania Shibli, che vive tra Berlino e Gerusalemme, avrebbe dovuto ricevere il 20 ottobre scorso, nell’ambito della Fiera del Libro di Francoforte, il LiBeraturpreis 2023, un premio annuale assegnato a scrittrici provenienti da Africa, Asia, America Latina e mondo arabo, con la seguente motivazione: “un’opera d’arte rigorosamente composta che racconta il potere dei confini e ciò che i conflitti violenti causano alle e con le persone“.

Il giorno stesso della premiazione, però, l’associazione LitProm che consegna il premio ha annunciato che avrebbe rinviato la cerimonia “a causa della guerra iniziata da Hamas, di cui soffrono milioni di persone in Israele e Palestina“.

Una lettera aperta – firmata da più di 350 autori, tra cui i premi Nobel per la letteratura Annie Ernaux, Abdulrazak Gurnah e Olga Tokarczuk, i vincitori del Booker Prize Anne Enright, Richard Flanagan e Ian McEwan; il romanziere irlandese Colm Tóibín, il libico Hisham Matar (vincitore del Pulitzer 2017), e la scrittrice britannico-pakistana Kamila Shamsie – ammonisce gli organizzatori della fiera, affermando che “è loro responsabilità creare spazi aperti in cui gli scrittori palestinesi possano condividere pensieri, sentimenti e riflessioni sulla letteratura attraverso questi tempi terribili e crudeli“. 

Questo episodio ha sollevato importanti questioni sul ruolo della letteratura in tempi di conflitto e sulla necessità di mantenere aperti gli spazi culturali come luoghi di dialogo e comprensione reciproca.

Il romanzo in questione è Un dettaglio minore, pubblicato in Italia nel 2021 da La nave di Teseo per la traduzione di Monica Ruocco. Si compone di due storie correlate: la prima – realmente accaduta – è quella dello stupro e dell’omicidio di una ragazza beduina nel 1949 per mano di un’unità dell’esercito israeliano, raccontata da un ufficiale responsabile dell’azione; l’altra, conseguenza della prima, è quella – immaginaria – di una giornalista palestinese di Ramallah che, diversi decenni dopo, per indagare sul crimine, intraprende un viaggio verso il sud del Paese, sfidando i limiti consentiti dalla legge israeliana per la sua carta d’identità. 

Il primo racconto inizia con un plotone israeliano che si accampa nel Negev, al confine desertico con l’Egitto. Siamo tra il 9 e il 13 agosto 1949, un anno dopo la Nakba (700 mila palestinesi espulsi dalle loro case e allontanati dalle proprie terre), e quei soldati hanno il compito di rastrellare la zona e di ripulirla dagli arabi rimasti. Le giornate trascorrono lente e monotone – “Tutto era immobile, tranne i miraggi” -, ma durante un pattugliamento di routine, alcuni militari si imbattono in un gruppo di nomadi che viene immediatamente sterminato. L’unica sopravvissuta è una giovane donna che, presa prigioniera, è portata al campo. Sarà l’ufficiale stesso a violentarla e a ordinarne l’uccisione. Ed è lui a raccontare ai lettori sconcertati gli stupri e le violenze con un linguaggio freddo, giornalistico, concreto, che non denota alcun tipo di emozione. La scelta stilistica è particolarmente significativa: il distacco emotivo del primo narratore amplifica l’orrore degli eventi narrati. La sua prosa burocratica riflette una disumanizzazione che va oltre il singolo episodio, diventando metafora di una violenza generalizzata e “necessaria”.

Il romanzo poi si sposta nello spazio e nel tempo. A Ramallah, una donna palestinese, ossessionata da un articolo di giornale che rievoca quell’omicidio avvenuto anni prima, vuole avviare un’indagine per ricostruire gli avvenimenti assumendo il punto di vista della vittima. Da qui il viaggio verso sud, attraverso villaggi devastati, in direzione di un sito nei dintorni di Rafah. Anche in questa seconda parte la narratrice (come l’ufficiale della prima) resta impassibile di fronte al fallimento della sua ricerca. Emerge però il desiderio e, quindi, l’ostinazione di voler correggere i torti storici attraverso la scrittura. E affiora sempre più incalzante il desiderio di restituire libertà rappresentando la brutalità della vita quotidiana in un Paese occupato. La paralisi della narratrice di fronte all’impossibilità di ricostruire la verità storica diventa essa stessa una potente metafora della condizione palestinese contemporanea: la ricerca di giustizia si scontra continuamente con barriere fisiche e metaforiche, negazioni e cancellazioni.

La strada che, fino a qualche anno fa, mi era familiare era più stretta e con più curve, mentre questa è abbastanza larga e diritta. Su entrambi i lati sono state erette pareti alte cinque metri, oltre le quali ci sono molti edifici nuovi, raggruppati in insediamenti che prima non esistevano oppure non erano facilmente visibili, mentre la maggior parte dei villaggi palestinesi che si trovavano qui è scomparsa. Alzo lo sguardo, spalancando bene gli occhi alla ricerca di una traccia di quei villaggi con le loro case, che ricordo disseminati qua e là come rocce sulle basse colline, collegati tra loro da strade strette e tortuose che si diramavano in molteplici deviazioni, ma è inutile. Non riesco a scorgere nulla. Più guido, meno riesco a capire dove sono! Finché, a sinistra, mi accorgo di un’altra strada secondaria che è stata chiusa. A questo punto mi rendo conto che in passato avevo davvero percorso quella strada decine di volte, e quella che ora è interrotta da un cumulo di terra e da massicci blocchi di cemento era la strada che portava al villaggio di al-Jib.

La prosa di Un dettaglio minore descrive minuziosamente ogni movimento compiuto da entrambi i protagonisti: nella prima parte l’ufficiale si lava, si cambia i vestiti, cerca insetti, si scalda col corpo della giovane beduina; nella seconda parte la donna scende dall’auto, apre il cancello, torna in macchina. Ma, mentre l’ufficiale si muove sicuro, senza particolari ansie, i movimenti della donna sono costantemente dettati dalla paura. Questa attenzione ossessiva al dettaglio fisico ha un duplice scopo narrativo: da un lato accentua il realismo del racconto, dall’altro evidenzia il contrasto tra la libertà dell’oppressore e la precarietà dell’oppresso. La Shibli mostra come il calvario di un popolo possa essere fatto di innumerevoli insostenibili “dettagli minori”. Il titolo del romanzo sottende una penosa ironia: ciò che viene presentato come “dettaglio minore” è in realtà il cuore della tragedia, per cui ogni singolo atto di violenza, apparentemente isolato, si rivela parte di un più ampio, sistematico “memoricidio”. E’ infatti proprio in quello spazio apparentemente marginale della Storia con la “S” maiuscola che la Letteratura trova la sua ragion d’essere più profonda. Mentre gli archivi custodiscono i “grandi eventi”, i documenti ufficiali, le date e i nomi della narrazione dominante, la Letteratura si insinua negli interstizi, recuperando ciò che la Storia ha ritenuto di tralasciare. La violenza sulla giovane beduina – un episodio assente negli archivi militari, che non è stato registrato nelle cronache del tempo – diventa attraverso la scrittura della Shibli non solo un atto di resistenza alla rimozione, ma anche una potente metafora della capacità della Letteratura di lasciare una traccia di ciò che è stato silenziato.

Gigi Agnano

 

Olga Tokarczuk e il grande viaggio di Jakub di Gigi Agnano

Secondo la Kabbalah medievale spagnola «Dio creò le lettere dell’alfabeto, perché avessimo la possibilità di raccontargli la Sua creazione». 

Pubblicato finalmente in Italia da Bompiani a settembre di quest’anno  (il libro è uscito in Polonia nel 2014), il romanzo di Olga Tokarczuk, premio Nobel per la Letteratura del 2018, ha molti aspetti che lo rendono speciale, a cominciare dalle dimensioni imponenti, 1114 pagine con la numerazione invertita quale omaggio all’uso ebraico. Speciale anche per la tematica di cui s’interessa: una setta di eretici ebrei, i frankisti, che professarono, a metà del Settecento, la pratica degli “Atti contrari” alla religione ufficiale – tra cui l’incesto, la sodomia, la poligamia, mangiare cibi non kosher, ecc… -, con lo scopo di degradare l’umanità e “stimolare” la venuta del Messia.

In particolare, l’autrice racconta, attraverso vari narratori, le vicende di Jakub Joseph Frank (1726-1791), nato in Podolia (attuale Ucraina Occidentale, all’epoca Regno di Polonia), sorprendente e scandaloso mistico nomade anti-talmudista, che fu considerato il Lutero del mondo ebraico e che, dopo essersi dichiarato Messia e aver trascorso 13 anni di carcere per eresia sovversiva, una volta libero, guidò la sua comunità di adepti tra l’Europa Centrale e la Turchia.

Un “romanzo storico sorretto dall’immaginazione”, ricco, erudito, che è costato all’autrice un impegno folle di otto anni di lavoro e di ricerche; un’epopea messianica, a tratti donchisciottesca, capace d’immergere il lettore in quel mondo particolarmente variegato per lingue e culture dell’Europa centrale di metà XVIII secolo, investita dal vento della filosofia illuminista. Di pagina in pagina, se da un lato si sprofonda nelle tragedie del tempo, le guerre, i pogrom, dall’altro si gode dello sfarzo e dell’allegria dei matrimoni di paese, delle descrizioni pittoriche di vecchi e bambini, delle atmosfere di mercati esotici, degli odori delle cucine e dei sapori della selvaggina esposta come in una natura morta.

Un romanzo “vagabondo” (per riprendere il titolo del libro più famoso della Tokarczuk), on the road, che ci porta attraverso strade solitarie e polverose di Ucraina, Polonia, Turchia, Grecia,  Romania, Germania, tra l’Impero Ottomano e l’Asburgico; o per vicoli di grandi città come Smirne, Leopoli, Varsavia, Vienna, o di piccole come Brunn ( la Brno di oggi), Czestochowa, Rohatyn, Busk, Lanckorun, Podhajce, Glinna, Miedzyboz. Dove il cammino è fatica, peripezie, scoperta di luoghi inesplorati, ma anche metafora del diffondersi e dell’avanzare di nuove idee, del passaggio da una vecchia era ad una nuova. Romanzo-esperanto, dove si incontrano e s’intendono il polacco e il rumeno, il tedesco e il ladino o il turco.

Un romanzo-fiume realista ma intriso di magia, sospeso tra storia e finzione, tra letteratura e ricerca mistica; arduo per ampiezza e per i riferimenti alla tradizione yiddish o all’esegesi di testi come il il Talmud, lo Zohar («Libro dello Splendore»), l’Antico Testamento, la Cabala; ma affascinante e originale nella sua capacità di generare riflessioni, dilemmi sull’origine del mondo, sulla genesi del bene e del male, sull’intolleranza e i massacri e le modalità con le quali si sopprimeva e si tende ancora oggi a sopprimere ogni forma di “deviazione”, su come si possano creare in una società le condizioni per l’avvento di nuovi messia.

Un romanzo, che, per quanto stia provando in questi righi a inquadrare in un genere, è difficile anche da riassumere per la complessità della trama e per la quantità dei personaggi coinvolti, figuriamoci se si lascia ingabbiare in un registro letterario!

Un romanzo, infine, che non si fa fatica a considerare come uno dei colossi letterari più sconvolgenti e maturi di questo secolo, per la lingua estremamente poetica, per la ricchezza espressiva e per la capacità di portare in alto e arricchire il lettore dal punto di vista intellettuale, spirituale e letterario.

Gigi Agnano

Guadalupe Nettel e l’unicità di ciascun essere umano di Gigi Agnano

Sono nata con un neo bianco, che altri chiamano voglia, sulla cornea dell’occhio destro. Sarebbe stato del tutto irrilevante se la macchia in questione non si fosse trovata nel bel mezzo dell’iride, proprio sopra la pupilla che permette alla luce di penetrare in fondo al cervello.
All’epoca i trapianti di cornea sui bambini appena nati non si eseguivano ancora: il neo era destinato a restare lì per vari anni.

Guadalupe Nettel è una talentuosa scrittrice messicana, nata a Città del Messico nel 1973, il cui lavoro è particolarmente apprezzato dal pubblico dei lettori e dalla comunità letteraria mondiale, che le ha attribuito numerosi premi e riconoscimenti.
Nettel ha iniziato con la pubblicazione di racconti che affrontavano tematiche inedite e coraggiose per la società messicana.
Col passare degli anni, anche attraverso il romanzo, Nettel ha continuato a creare storie appassionanti e personaggi complessi, fuori dalla norma. Esplora con grande delicatezza temi come la fragilità, la diversità, la malattia, la maternità. Le sue storie, che sembrano quelle di un’amica o del vicino di casa, raccontano il mistero e il miracolo delle emozioni e delle relazioni umane, le imprevedibilità e le stranezze della vita, l’unicità e la solitudine degli esseri umani sottoposti dalla società o dalla famiglia a condizionamenti o ad opprimenti regimi correttivi.

In particolare, nei racconti di Bestiario sentimentale (2018) e di Petali (2019) s’indaga sul rapporto di reciprocità tra l’uomo e, rispettivamente, il regno animale e vegetale. I pesci rossi, i gatti, un fungo, un serpente, gli scarafaggi che ingaggiano una lotta, un cactus finiscono per interagire emotivamente con i protagonisti umani. In questo è evidente il riferimento a Kafka o all’axolotl di Cortàzar: “In generale, si impara molto dagli animali con cui conviviamo, pesci compresi. Sono una specie di specchio che riflette emozioni o comportamenti celati che non abbiamo il coraggio di vedere.”

In La figlia unica (2020), che è probabilmente il suo romanzo più riuscito, si parla dell’approccio assolutamente diverso di tre donne all’esperienza della maternità. La Nettel sembra ci dica che non c’è alcuna stranezza o difetto, anzi, che piuttosto ci sia bellezza nel loro essere per una qualche ragione “inadeguate” per il comune buon senso.
“Vedo questo neonato che dorme avvolto nella sua tutina verde, con il corpo completamente rilassato, la testa di lato sul piccolo guanciale bianco, e desidero che rimanga vivo, che nulla perturbi il suo sonno e neanche la sua vita, che tutti i pericoli del mondo stiano lontani da lui, e
che il vento impetuoso delle catastrofi lo ignori nel suo passaggio distruttivo. «Non ti accadrà nulla finche sarò con te» gli prometto, pur sapendo di mentire, perché in fondo sono impotente e vulnerabile quanto lui.”

In Il corpo in cui sono nata (2022) la protagonista racconta alla psicanalista un difetto agli occhi che ha segnato la sua infanzia. Per descrivere le ossessioni e le torture subite dai familiari, che peraltro, a causa di una scoliosi, la chiamano “scarafaggio” o più affettuosamente “scarafaggino” o “dromedario”, dice: “Sembrava che i miei genitori considerassero l’infanzia come una tappa
preparatoria durante la quale si devono correggere tutti i difetti di fabbrica con cui si è venuti al mondo, e prendevano quest’impresa molto sul serio.”

Il titolo dell’ultima pubblicazione è La vita altrove (2023), una raccolta di racconti tutti scritti durante o immediatamente dopo il lockdown. Il titolo originale è Los divagantes, I vagabondi, che forse rende meglio l’inquietudine dei protagonisti degli otto racconti, uomini e donne fragili, ma che resistono alla ricerca frenetica di altre possibilità di vita al di là di una frontiera non geografica, ma evidentemente esistenziale. “All’inizio il riposo mi faceva bene, ma a un certo punto mi sono accorta che ogni giorno volevo dormire di più, ingordamente, non perché ne avessi bisogno, solo perché i sogni erano la cosa più interessante che accadeva nella mia vita.”

In tutti i suoi lavori, narrati sempre in prima persona, la Nettel ha la capacità rara di creare una relazione intima col lettore, catturandolo dalla prima pagina e sollecitandolo per tutta la lunghezza del libro ad un lavoro di scavo fino agli anfratti più bui dell’anima. È una scrittrice della quale di pagina in pagina si diventa amici per lo stile narrativo unico e affascinante. Le sue parole sono fluide, poetiche, suggestive, coinvolgenti; la scrittura è spoglia, priva di aggettivi, limpida, spesso ironica, a volte drammatica e spietata. Ed è audace e innovativa, mescolando, in particolare nei racconti, l’iper-realismo con un accenno alla dimensione fantastica.
L’importanza di Guadalupe Nettel risiede anche nella freschezza, nell’ironia e nell’originalità della sua voce letteraria, che la rende una presenza vitale e innovativa nel panorama letterario contemporaneo o, come ha detto Enrique Vila-Matas, “una voce essenziale della nuova letteratura latino-americana”.
In Italia, le opere della Nettel, tradotte da Federica Niola, sono pubblicate da La Nuova Frontiera.

Gigi Agnano

Pedro Juan Gutierrez: un randagio Houellebecq meticcio di Gigi Agnano

Per leggere i miei libri devi essere giovane dentro. Forse
hai sessant’anni, ma sei giovane dentro
.

Venticinque anni fa, Pedro Juan Gutiérrez (Matanzas, 1950) pubblicava in una ventina di Paesi la Trilogia sporca dell’Avana – in Italia edita da e/o -, una raccolta di storie feroci che ripercorreva gli anni Novanta di un Paese dissanguato dalla crisi economica e devastato dal brutale passaggio del Niño.
Il libro ebbe un notevole impatto internazionale, ma non piacque ai burocrati del partito e ad oggi non è mai stato pubblicato a Cuba. L’autore da quel momento venne considerato “scomodo” e, pur senza essere mai stato un “dissidente” o aver mai pensato di vivere altrove, perse il lavoro di giornalista, professione per la quale aveva studiato e che esercitava da ventisei anni.

Non sto facendo politica, lascio un ricordo del tempo e del luogo in cui ho vissuto.

La Trilogia – che non è un’autobiografia pur contenendo molti elementi autobiografici – è un reportage spietato, a volte disturbante, della povertà materiale e della miseria morale di un popolo emarginato che si batte e si sbatte ogni giorno per procurarsi quel minimo di cibo, fumo, rum e sesso per sopravvivere. Esseri in un momento di enorme disagio e sofferenza, sull’orlo del baratro, ma con una furiosa voglia di godere il pochissimo a disposizione.

Perché devi prostituirti per guadagnare un dollaro? Perché devi comportarti da canaglia per sopravvivere? Queste sono le domande che mi pongo continuamente.

Gutierrez attraversa, descrivendola nei suoi aspetti più miserabili e intimi, la vita di transessuali, prostitute, jineteras, criminali, personaggi tormentati, ubriaconi, imbroglioni, poliziotti. A volte tragico, a volte spiritoso di frizzante umorismo caraibico, è scandaloso, esagerato, anarchico, osceno, sboccato, volgare, selvaggio, provocatore; il tutto per dar voce a quelli che sono incapaci di elaborare un pensiero, ad animali fatti di solo istinto e qualche sentimento, troppo presi dalle
difficoltà di sbarcare il lunario. In poche pagine siamo immersi in un mondo ai margini, insano di un Paese lontano che ci diventa sempre più familiare.

Non avrei mai pensato che avrei scritto così tanto perché pensavo di non avere così tante cose da dire.

È stato detto più volte che Gutiérrez è il Bukowski cubano per gli stessi abusi di alcol e di sesso esplicito, un Bukowski a ritmo di conga; che è l’erede del “realismo sporco” di Carver o di Ford o della connazionale Zoé Valdés, per la prosa asciutta, concisa e il periodare secco, veloce, senza lustrini o eufemismi. Alcuni ammiratori, riconoscendone un purissimo talento narrativo, l’hanno paragonato – più o meno a ragione – a scrittori americani del calibro di Hemingway o di Capote o di Tom Wolfe o di Henry Miller, di Sherwood Anderson o Grace Paley o Norman Mailer. Ma Gutiérrez è semplicemente Pedro Juan, il protagonista alter ego della Trilogia, solitario, affamato, che frequenta le catapecchie più fetide, i palazzi sgarrupati con l’ascensore rotto per sempre e gli inquilini che cacano per le scale; che gira per i vicoli più sporchi di Old Habana con un sigaro scadente in bocca, in strade di prostitute e turisti scimuniti, che scrive delle persone che gli capita di incontrare, di antieroi, come Lisetta Carmi camminava per i caruggi di Genova fotografando travestiti.

Non mi piace quella letteratura (sudamericana) che abusa della lingua, usa l’eccesso, il barocco, che usa cinque pagine per raccontare un’idea di cinque righe. È un accanimento nei confronti del lettore, un’usurpazione del suo tempo.

Paragoni illustri, quindi, che ne esaltano il valore letterario, ma anche accuse da parte dei tanti detrattori di rozzezza, di machismo e di pornografia per la sessualità cruda, sfrenata, violenta al limite del brutale, presente nella stragrande maggioranza dei suoi racconti. Potreste non amare questa letteratura che emana “un misto di tabacco, aguardiente, sporcizia, sperma, merda, lenzuola sudate, fame, stanchezza, sonno, sbronze di lunga data”. In ogni caso, però, Pedro Juan Gutiérrez non vi risulterà indifferente. In un’epoca di stratagemmi commerciali e di politicamente corretto, noi ne abbiamo apprezzato l’autenticità, la naturalezza narrativa e siamo diventati lettori fedeli di questo randagio Houellebecq meticcio.

Ma, per finire, ascoltiamolo:

Io sono costruito con i denti
del serpente
e l’ululato del lupo
e il brillio del pesce
e l’astuzia della tigre
e la potenza del toro.
Io sono un nitrito selvaggio
degli dèi
e un cuore d’agnello
da dove sgorga sangue rosso e caldo.
Io sono quest’uomo che attraversa
la città per guardarti negli occhi
e odorare la tua pelle e respirare profondamente
e infilarmi dentro di te
fino a toccarti le ossa
e dirti
questo è tutto quello che posso fare.

Gigi Agnano