Il conte di Montecristo, opera aperta? di Francesca Chiesa

Lunedi 13 gennaio RAI Uno trasmetterà la prima puntata di una nuova  miniserie dedicata a Il Conte di Montecristo.

Siamo a 180 anni esatti dalla pubblicazione in feuilleton dell’ultimo capitolo del capolavoro di Alexandre Dumàs: a quell’epoca, 1845, il romanzo aveva già richiesto al suo autore un anno e mezzo di fatiche.

L’ultima puntata della fiction televisiva andrà in onda il tre febbraio e la fine della storia sarà quella che tutti conosciamo.

Un mese da trascorrere con Edmond Dantès, dunque, il che mi sembra un’ ottima occasione per accennare a un interrogativo rimasto fino a ora senza risposta: Alexandre Dumàs ha mai ideato un seguito a Montecristo

Secondo Claude Schopp – massimo esperto dell’opera di Dumàs – anche nel caso di quest’opera pare che Alex (come lui amava firmarsi)  abbia durato gran fatica a separarsi dal personaggio con cui aveva convissuto per lungo tempo, …a lasciarlo scomparire dietro la linea dell’orizzonte mediterraneo.

Schopp ci presenta tre fatti e nessuna risposta: 

– l’ultima nota dell’ultimo capitolo della edizione originale del romanzo: L’editore si ripropone di pubblicare prossimamente un epilogo che l’autore sta attualmente rifinendo. Siamo nel 1845, gennaio come abbiamo detto;

–  successivamente, nel marzo del 1851, il nostro romanziere scrive ad Auguste Maquet – il suo principale collaboratore – esortandolo a pensare a un possibile finale alternativo per Montecristo.: per Claude Schopp Dumas si riferirebbe qui a un adattamento teatrale del romanzo, dal titolo Villefort : drame en cinq actes et dix tableaux;

–  il 16 dicembre del 1853, quasi una decina di anni dopo la pubblicazione dell’ultimo capitolo del suo capolavoro,  Alex Dumàs e l’editore Alexandre Cadot firmano un contratto dal quale risulta chiara la volontà di dare un seguito a Il conte di Montecristo. Vediamo l’articolo 2: “Le parti si riservano di stabilire un contratto speciale per il seguito di Montecristo, che non è compreso nei presenti e di cui, al rifiuto di monsieur Cadot, monsieur Dumas potrà trattare con altri etc…”

Dopo di che il silenzio sembra calare sull’ipotesi di una diversa conclusione, o addirittura di un seguito, per Il Conte di Montecristo. 

Emersioni

La sezione Libri del motore di ricerca Google è un ricettacolo di meraviglie. 

L’altro giorno ne stavo scorrendo i titoli in cerca di qualche periodico del 1859 che desse notizia del passaggio di Alexandre Dumàs a Hermoupolis, capoluogo di Syros, isola delle Cicladi dove vivo da circa cinque anni.

Durante la ricerca mi è passato sotto gli occhi il frontespizio di una pubblicazioncina ottocentesca: “Il conte di Villefort ed il conte di Montecristo dramma in cinque atti e nove quadri di A. Dumas ed A. Maquet”.

Se non fosse stato per quei due nomi che attiravano l’attenzione, vale a dire il Maestro e il suo principale ghostwriter, l’insieme non attirava certo alla lettura ma me la sono ugualmente sobbarcata.

Ricevendo alla fine la mia ricompensa che riporto così com’è, di poche parole.

SCENA ULTIMA,

Massimiliano, Monte Cristo e Valentina.

(Una figura coperta da un velo scende dalle rocce e s’ avvicina lentamente alzando il velo. È Valentina coronata di bianche rose).

Mas. Dio! il cielo s’ apre per me e ne discende un angelo …. esso assomiglia a quello che io ho perduto.”

Val. Massimiliano! Massimiliano! 

Mas. Valentina! Valentina! 

Val. Mio adorato Massimiliano! 

Mon. Valentina, ora più non avete il diritto di separarvi da colui che vi ama ….. da colui che se io non era si sarebbe ucciso sul vostro cadavere. lo bo reso l’uno all’ altra: la mia missione è compiuta: ho punito i colpevoli, ho ricompensato i buoni. Dio mio! se mi sono ingannato abbiate misericordia di me! e nel giorno finale ponete sull’infallibile vostra bilancia tutto quel poco di bene che avrò operato.

Fine”

Confrontando questa scena con il capitolo CXVII/Il 5 ottobre che conclude Il conte di  Montecristo, risulta evidente che non c’è corrispondenza: niente di male, salvo che gli autori di questa ultima scena sono gli stessi di quell’ultimo capitolo, che la precede di circa sei anni.

Il dato più eclatante è che nella pièce teatrale, più recente rispetto al romanzo, non troviamo traccia della dolce schiava greca Haydée, innamorata da sempre di Montecristo. 

Potrebbe trattarsi di un primo abbozzo per una conclusione diversa da quella consegnata? Quella che evidentemente non soddisfaceva l’autore anche perché, a voler dire le cose come stanno, non sembra essere stata frutto di una scelta meditata e consapevole. 

Ce lo racconta lo stesso Dumas che, da istrione qual era, nel suo Grande dizionario di cucina, ci presenta il bozzetto di una festa di matrimonio in cui il testimone della sposa, che è poi il grande scrittore in persona, circondato da convitati allegri e ridanciani afferra una penna e in pochi minuti consegna ai presenti in festa le pagine finali  di Montecristo

Fosse stato presente Rossini, suo grande ex-amico per questione di maccheroni, avrebbe sicuramente ammirato la scarsa serietà professionale con cui Alex abbinava i piaceri della scrittura a quelli della gola. Chissà, com’è andata davvero! 

Strutture

Non si può negare che il veliero lontano sulla linea dell’orizzonte, che scompare portando con sé il Vendicatore placato e la sua giovane pupilla, sia e sia stato per molti l’immagine-simbolo della vicenda di Edmond Dantès, emblema di  un certo tipo di successo che sicuramente ha affascinato anche Dumàs, uomo dalle mille concubine come lo definisce Schopp. Potere, ricchezza, fascino e la donna ideale al proprio fianco: giovane, bella, esotica e soprattutto schiava. 

Ma Alexandres Dumàs – figlio di Thomas Alexandre Davy de la Pailleterie detto “il Generale Dumas” e nipote di Alexandre Antoine Davy, marquis de La Pailleterie – è un’ altra cosa, è uno scrittore di rango.

Ovvero, uno scrittore che conosce gli schemi classici e li applica a contenuti fortemente innovativi, come nel caso di Montecristo, la cui vicenda può essere parzialmente sovrapposta a quella dell’Ulisse omerico. 

In sintesi: Ulisse, perseguitato da un dio che gli impedisce di tornare in patria a causa di un peccato di hybris/orgoglio, non può ribellarsi ma solo cercare di resistere e superare le difficoltà; diventa eroe quando distrugge gli uomini che si sono impadroniti della sua casa e della sua donna e riconquista il suo stato di re.

Montecristo si presenta ugualmente colpevole, peccando d’orgoglio nel momento in cui si sente invulnerabile e non riconosce i nemici da cui è circondato.

Per punizione gli viene tolto tutto quello che ama – padre, donna, famiglia – ma lui dimostra di essere ingrado di resistere alle prove che deve affrontare: carcere, auto-formazione, fuga. 

Tornato nel mondo, distrugge – come Ulisse – coloro che lo avevano privato della sua vita. 

A questo punto le storie divergono, apparentemente a causa del diverso comportamento delle due donne in attesa, Penelope e Mercedes. Ma è proprio così?

Si tende spesso a dimenticare, quando si parla della fedelissima Penelope, che Ulisse si ripresenta a corte proprio nel momento in cui la sua sposa si è convinta ormai di essere la sua vedova e ha indetto una gara di tiro con l’arco tra i suoi pretendenti: il vincitore otterrà la regina in moglie.

Non molto diversa è la situazione della catalana: sfiancata dall’inutile attesa e dalla povertà, si rivolge allo spasimante che le sta da sempre accanto. Quello che a Dantes appare come tradimento è un cedimento, riprovevole ma non colpevole: soprattutto e prima di tutto, Mercedes non smette mai di amare Edmond. 

Amor, che traverso fortune, non intermette dall’essere eterno.

L’abbiamo provato in molti.

La ricerca continua

Se le cose stanno così, se Alex Dumas ha infisso nel cuore del personaggio Mercedes l’ amore per Edmond, se non ha cancellato dal cuore di Dantes il volto di colei che era stata la sua promessa sposa, perché non li riunisce? Perché non lo fa finalmente celebrare, questo matrimonio mancato?

Forse perché non è un cantore errante ma un uomo dai gusti dispendiosi, amante della buona cucina e delle belle donne?

Perchè Haydée la greca rappresenta l’ideale esotico del suo tempo?

Perché la fuga dell’uomo maturo con la giovane innamorata è tema più attraente, e quindi far vendere di più rispetto a un ritorno al vecchio amore che è quasi una moglie?

Eppure abbiamo visto che, in fin dei conti, Dumàs non era soddisfatto: forse perché quella scelta gli appare per quello che di fatto è, un ripiego. 

Un eroe non si rassegna a perdere la donna amata, perbacco!

Allora?

Mercedes è a Marsiglia, non spera nulla ma c’è.

Francesca Chiesa

Francesca Chiesa, classe 1955, laureata in filosofia. 

Ha lavorato per il Ministero degli Affari Esteri in Iran, Russia, Grecia, Eritrea, Libia, Kenia. Dal 2019 vive col marito prevalentemente a Syros, nelle Cicladi. 

Pubblicazioni recenti:

Dalla Russia alla Persia – storia di un viaggiatore per caso: Peripezie di un marinaio olandese al tempo di Alessio I Romanov e Suleiman I Safavide, La Case Books, 2023

Una storia di donne persiane: Il romanzo di Humāy e Nahid, La Case Books, 2023

Massawa e il Regno delle Isole, di Francesca Chiesa

A un anno dall’arrivo in Eritrea, ero diffidente verso Massawa, cittadina che mi appariva come una meta troppo abituale per i fine settimana di stranieri d’ogni genere. Mi sono decisa solo in un giorno di maggio, già caldo ma non soffocante di umidità.
Appena arrivata ho ignorato l’albergo e mi sono diretta verso il vecchio centro turco-italiano, accolta dalle strade deserte del mezzogiorno, prima incantata e poi abbacinata. Fu il momento, quello, in cui il fiume del mio tempo deviò per sempre dal suo alveo e si avvolse su stesso, come si avvolge il drago intorno alla perla che custodisce sul fondo dell’oceano.
Ho attraversato vari mondi da allora, fino a quest’ultima isola da cui ora scrivo, ma non ho mai lasciato Massawa, l’antica Ba’di, persiana prima di essere turca e italiana.


L’isola è la forma della solitudine voluttuosa. Un insieme d’isole non costituisce di per sé un arcipelago. In ogni isola qualcosa accade. Le isole differiscono fra loro in passato e futuro, parole e pensieri.

L’isola è la forma e Massawa il nome. Circondata dal mare, compiuta in sé. Sull’isola sorge una città che porta il suo stesso nome. L’isola ha forma di parallelepipedo, con una sorta di coda che si allunga a un angolo. È collegata per mezzo di un terrapieno a un’altra isola di forma più irregolare, a sua volta unita alla terraferma da un lungo ponte. La Città medievale, in arabo Madina al-Qadīma, occupa meno di metà della superficie dell’isola ed è circondata da mura che risalgono al periodo della dominazione turca. Sono quindi più recenti dell’abitato, che si è sviluppato a partire dalla occupazione fenicia. Nella parte restante dell’isola si è sviluppata la città nuova, un armonico agglomerato di case e piazze e chiese sorte in epoca relativamente recente, al tempo degli ultimi colonizzatori. Quando sorse la Città, il Regno delle Isole era ormai in piena decadenza. A nulla erano valsi gli sforzi che gli ultimi sultani avevano moltiplicato per assicurarsi il controllo della terraferma. Il Regno delle Isole si era sviluppato nel settimo secolo dell’era cristiana, primo dell’Egira, popolando di giardini e mercati isole madreporiche dai nomi incerti e fluttuanti. Fu inizialmente punto di approdo e stazione di rifornimento per i mercanti di schiavi ed ebano, rifugio di schiavi ribelli e principi in fuga, terra di confino e carcere imperiale. Si trasformò ben presto nel primo trampolino di lancio della fede islamica in terra d’Africa. Tutto ciò che era lusso vi era commerciato, tutte le navi che transitavano vi depositavano tasse ingenti. Tutte le duecento nove isole di cui era composto vantavano almeno un palazzo, una moschea e un bazar, ad eccezione dell’Isola delle Punizioni, dove infelici di ogni razza e paese morivano affannosamente nel tentativo di uscire da pozzi adibiti a prigione. Solo pochissimi riuscivano a salvarsi. Il Regno delle Isole raggiunse il suo massimo splendore dopo l’anno Mille, decadde dopo mezzo secolo, insieme a Venezia ma più velocemente.


Gli esseri viventi cui le isole danno ospitalità e rifugio appartengono per lo più al genere femminile. Proprio al centro di una di queste isole, la più grande, si apre una radura costellata di pozzi. C’è chi sostiene che siano stati scavati al tempo dei Persiani. Il numero dei pozzi è uguale al numerodelle isole. Ogni settimana, dopo il giorno del riposo, gli abitanti delle altre isole attraversano i bracci di mare che li separano dall’Isola dei Pozzi per fare provvista d’acqua. Si muovono su imbarcazioni che sembrano fatte di paglia e fango. L’isola dei pozzi è custodita dalle pari, bellissime fanciulle. Tutti gli uomini dell’arcipelago s’innamorano di una pari almeno una volta nella vita, senza essere mai ricambiati. Perché loro sono fate. 
C’è un’isola, nel Mare d’Africa, di cui nessuno conosce il nome. Quando vi sbarcai la prima volta, era tutta sabbia e palme e oro e verde e azzurro. Gli abitanti vivevano di commerci e favole, di cui erano ghiotti. Usavano ospitare, con grande piacere, i corsari di tutti i mari. Quelli che viaggiano trascinandosi appresso enormi carichi di racconti che non vedono l’ora di depositare in qualche taverna o in qualche isola. Sull’isola s’insediò, un giorno, un predone. Quando vi ritornai, la trovai circondata da un muro di cemento. Ho incorniciato la mia isola, si vantava il predone. Nessuno più, tra gli isolani, ricordava il profumo e il colore del mare.
Gli armatori di navi, arabi e persiani, sanno quando è il momento di salpare, lasciandosi alle spalle la costa dei banadīr. Non ignorano che l’Oceano Indiano – violento e tenebroso tra i due equinozi – si rischiara e si calma quando il sole arriva al segno del Sagittario. Quanto è profonda la loro conoscenza dei movimenti del mare, tanto è inesplicabile il fatto che tutto ignorino della configurazione di quella vasta distesa d’acqua. Spendono lunghe ore a immaginarne i contorni, nelle notti di bonaccia, e la paragonano ora a un uccello ora a una foglia ora al profilo di una giara. Tratteggiano linee sulla carta, sulla seta, sul legno e il tracciato non è mai lo stesso. A eccezione dell’Isola dei Tre Desideri: non c’è chi non ne abbia una conoscenza particolareggiata e tutti disegnano con accuratezza il profilo delle sue coste. Completo di golfi e seni e rientranze, corsi d’acqua e pozzi e villaggi, rilievi e macchie di vegetazione. Una croce cremisi sta a indicare la pietra su cui si deve posare il capo per dormire e sognare l’avverarsi di tre desideri.


Tra le tante isole binarie che affollano il Gran Mare, l’Isola degli Haiku e quella dei Poemi attirano sovente la mia attenzione. Mi perdo tra le due, non sapendo quale preferire.
Nell’isola dove sostano a novembre i marinai di Rum, di ritorno dall’India; dove scambiano con eccelsi profumi i loro abiti usati e qualche vetro colorato. Qui vive una donna. Coperta malamente da una stola di tela di sacco, trascina i lunghi capelli nella sabbia. Passa la maggior parte del suo tempo in faccia al mare, sdraiata sopra un mucchio di rifiuti. Ha gli occhi persi e quelli che sembrano rifiuti sono in realtà balle di merce, invenduta e dimenticata. Il lino finissimo di cui è intessuta la stola che porta è tutto incrostato di sabbia. Molte cose vengono scordate nei porti e lei su questo contava, quando è rimasta indietro al momento di reimbarcarsi.
Nell’Isola delle Sottili Scaltrezze vivono una cortigiana e la sua pupilla. La cortigiana è una donna molto magra. Si copre con vestiti ampi per celare la sua magrezza e sorride sempre. Si dice che un tempo questa fosse l’isola dove un ghul opprimeva gli abitanti con il pretesto di proteggerli. Un ghul dal volto bruciato, il cui padre si era impadronito dell’isola arrivando dal paese degli obelischi, quel paese che non ha sbocco al mare.
Nell’Isola dei sessantasette scalini si preparano al combattimento in boschetti ariosteschi, e così le loro donne; si lanciano insulti e provocazioni e così le loro donne. Il Bianco e il Nero combattono: il Nero è alto e possente, il Bianco di fronte a lui è una sottile verga d’acciaio. Nessuno dei due vince ma entrambi muoiono oppure se ne vanno. Rimangono le donne, vestita una di rosso e una di azzurro e non si sa chi amava chi.
So per certo che l’Isola di Shajara un tempo era un albero e mutava di colore con il succedersi delle stagioni. D’autunno, al tramonto, s’infuocava d’oro rosso e i naviganti costruivano leggende su di lei. Anche Shajara è scomparsa, com’è scomparso il mare insieme al profumo del fuoco.
C’è un’isola di cui non ricordo nome e posizione ma solo che è cinta da un quadruplice ordine di colonne di marmo antico, coperte da venature azzurre e verdi. Di antica umidità. È abitata da un jinn di nome Jamīl. Questo so di lui: se c’è chi lo guarda immediatamente sparisce, lasciando dietro di sé un piccolo gorgo di luce. Molti pensano di averlo visto, in molti luoghi diversi. A tirare un carretto nel bazar di Tehrān, per esempio. È anche raffigurato tra i dignitari che salgono, a passi lenti, la scalinata ormai inutile dell’Apadana.
L’Isola delle Trasparenti Presenze deve il suo nome a una diafana specie di granchio, del colore che hanno le perle prima di essere tali. Ieri sera c’è stata una festa sull’Isola delle Perle che hanno il colore delle rose. Della festa questa mattina rimane soltanto un tavolo coperto da una tovaglia bianca. A lato del tavolo, due bottiglie e un calice. Nessun ricordo, invece, della luna gigantesca e rossa che si è levata all’improvviso nella notte. Come sempre accade in quella parte di mare che alcuni chiamano Golfo Arabo, altri Oceano Indiano, altri ancora Mare Eritreo.

Francesca Chiesa

Francesca Chiesa, classe 1955, laureata in filosofia. 

Ha lavorato per il Ministero degli Affari Esteri in Iran, Russia, Grecia, Eritrea, Libia, Kenia. Dal 2019 vive col marito prevalentemente a Syros, nelle Cicladi. 

Pubblicazioni recenti:

Dalla Russia alla Persia – storia di un viaggiatore per caso: Peripezie di un marinaio olandese al tempo di Alessio I Romanov e Suleiman I Safavide, La Case Books, 2023

Una storia di donne persiane: Il romanzo di Humāy e Nahid, La Case Books, 2023

Ahou Daryaei: cosa possiamo fare? di Francesca Chiesa

6 novembre 2024

Quando ho cominciato a scrivere questo contributo era il cinque di novembre, ieri.

Il tono della mia scrittura era improntato alla tristezza – per la vicenda di Ahou Daryaei, l’universitaria di Teheran che ha deciso di spogliarsi pubblicamente in segno di protesta contro gli agenti che l’avevano molestata perché non portava il velo – ma anche alla speranza che il giorno seguente, oggi, per la prima volta gli USA potessero avere un presidente non uomo e non bianco.

In riferimento a questa situazione avevo iniziato una riflessione a partire dalla domanda che sentivo risuonare nel web delle ragazze italiane.  

«Cosa possiamo fare?» 

Una domanda commovente, anche perché al momento ha una sola risposta: leggete!

Forse arriverà anche il momento in cui sarà necessario anche un aiuto più concreto: per adesso preparatevi, leggete, ma fatelo nella giusta prospettiva! 

Leggete in modo rivoluzionario, come è stato rivoluzionario per le ragazze iraniane leggere Lolita a Tehran. Leggere e scrivere è sempre una rivoluzione ma in modi diversi secondo i tempi e gli obiettivi.

Le scrittrici persiane oggi scrivono quello che le loro giovani lettrici – le più esposte alla morte per carenza di libertà – hanno bisogno di conoscere per continuare ad avere il coraggio di rischiare: che esiste un mondo dove ci si veste a piacere, si parla a voce alta senza paura, si fa l’aperitivo e si fanno mattane. Un mondo dove si ascolta musica e si balla anche nei parchi, dove ci si bacia quando se ne ha voglia e si fa all’amore senza paura.

Le ragazze persiane che vivono in Iran di un mondo cosÌ possono solo leggere e sognare.

Le ragazze persiane per continuare a vivere devono sapere che non sono sole, devono leggere e leggere: per sapere che le ragazze iraniane sono tante e quasi tutte pronte a cambiare il mondo.

Quello che avrei voluto scrivere alle ragazze italiane, è stato superato dai fatti. 

Ieri avrei voluto consigliare loro di non fermarsi alla narrativa contemporanea, ma di rivolgersi con profonda attenzione ai classici persiani perché è lì che troviamo le storie meravigliose delle regine preislamiche: autori che conoscevano e rispettavano il potere delle donne, donne che intrecciavano storie indimenticabili.

Questo, ieri. 

Oggi, sei novembre, è cambiato tutto: il prossimo presidente degli Stati Uniti sarà un uomo appartenente a quel partito repubblicano che ha sempre appoggiato il regime degli Ayatollah. È decisamente difficile credere che la nuova amministrazione cambi orientamento e ponga tra le proprie priorità un appoggio alla lotta per la libertà che sta costando morti e sofferenze alle donne iraniane!

Oggi, a partire da oggi, chi vuole capire l’ Iran, i fatti che hanno determinato la situazione presente e quelli che molto probabilmente seguiranno, non può certo limitarsi a leggere la narrativa contemporanea o le opere classiche che cantano il glorioso passato delle regine achemenidi e sassanidi.

Oggi è tempo di guardare a un passato meno remoto.

Oggi, se siete tristi come me perché è sfumata l’ennesima speranza che le donne iraniane e le donne del mondo potessero avere un’alleata alla guida dell’Impero, lasciate da parte i quotidiani e leggete come hanno “contribuito” alla storia dell’Iran uomini che si chiamavano  Kermit “Kim” Roosvelt e Ronald Wilson Reagan.

Vi propongo tre libri che sono leggermente datati ma appaiono ancora oggi di una stupefacente attualità.

  1. Il primo è “Mossadeq. L’Iran, il petrolio, gli Stati Uniti e le radici della rivoluzione islamica del 1953“. Opera di un coraggioso diplomatico italiano, Stefano Beltrame, che lo pubblica nello stesso anno, il 2009, in cui Barack Obama ammette il coinvolgimento degli Stati Uniti nel colpo di stato che rovesciò, con l’aiuto del clero sciita, il governo nazionalista di Mohammad Mossadeq.
  2. Di Antonello Sacchetti, “Iran, 1979, pubblicato nel 2018: una acuta analisi della rivoluzione khomeinista in tutti i suoi chiaroscuri, compresa ll’oscura vicenda della occupazione dell’ ambasciata statunitense a Teheran, da parte di circa 500 studenti islamici aizzati dall’Imam Khomeini, che avvenne alle 6.30 del 4 novembre del 1979 e determinò la rovina politica del democratico Carter a favore del repubblicano Reagan. 

Antonello Sacchetti conduce anche un interessante podcast su Youtube, dal titolo Conversazioni sull’Iran. In questi giorni potrebbe rivelarsi un ottimo strumento di aggiornamento.

  • Pubblicato nel 2016, “L’Iran oltre l’Iran. Realtà e miti di un paese visto da dentro” è stato scritto da Alberto Zanconato anche sulla base di una lunga e intensa esperienza come corrispondente dell’ANSA a Teheran (1994-1997 e 2001-2011); di grande interesse per illuminare la vera natura dei rapporti tra il “Grande Satana” (=USA) e l’Iran khomeinista.

Ecco qui: da insegnante coscienziosa quale ero – e innamorata dell’Iran com’era e com’è – spero di avere contribuito ad allargare l’area della coscienza.[1]


[1] Qui cito Allen Ginsberg, uno dei padri della beat generation.

Francesca Chiesa

Francesca Chiesa, classe 1955, laureata in filosofia. 

Ha lavorato per il Ministero degli Affari Esteri in Iran, Russia, Grecia, Eritrea, Libia, Kenia. Dal 2019 vive col marito prevalentemente a Syros, nelle Cicladi. 

Pubblicazioni recenti:

Dalla Russia alla Persia – storia di un viaggiatore per caso: Peripezie di un marinaio olandese al tempo di Alessio I Romanov e Suleiman I Safavide, La Case Books, 2023

Una storia di donne persiane: Il romanzo di Humāy e Nahid, La Case Books, 2023

Gadda – Divagazioni sullo “gnommero”, di Francesca Chiesa

 Mi sono spesso chiesta perché Carlo Emilio Gadda non venga mai citato tra le letture utili a un apprendista scrittore.

Di fatto, tra le creazioni dell’Ingegnere una ce n’è che potrebbe essere di grande utilità e conforto per chi si accinge a intraprendere la dura vita del cucitore di parole. 

Mi riferisco, naturalmente, allo gnommero: gomitolo, groviglio, garbuglio.

In natura lo gnommero esiste sotto due sole specie:  nelle mani di laboriose comari che giocano con gli aghi e nella penna di un Ingegnere che soffre con le parole.

Tanti sono i motivi per cui Gadda merita di essere annoverato tra i fari cui deve fare riferimento un aspirante scrittore, e uno è sicuramente quello di avere dato un nome indimenticabile a quel tipo di situazione problematica in cui tutti ci siamo trovati, ci troviamo o ci troveremo: 

– non saper dare un ordine ai pensieri che stiamo cercando di trasformare in parole; 

– non riuscire a formulare una definizione univoca di un oggetto, di un concetto; 

– essere incapaci di definire una trama ingegnosa e scorrevole.

Trovato il nome, scoperta la soluzione. 

Ogni volta che vi trovate alle prese con uno gnommero dall’apparenza inestricabile che vi fa esclamare, sconsolati: « Io non riuscirò mai ad abbozzare una trama decente!», ricordate che ogni gnommero ha un capo e che trovato quello verrete a capo di qualsiasi problema. 

Il romanzo dello gnommero gaddiano è ovviamente Quer pasticciaccio brutto de via Merulana: pubblicato a puntate nel 1945 e non completato, raggiunse un ampio successo quando fu proposto in volume da Garzanti. È sicuramente la più conosciuta delle opere di Gadda, grazie soprattutto alle versioni cinematografica, televisiva e teatrale.

Sosteneva, fra l’altro [Ingravallo], che le inopinate catastrofi non sono mai la conseguenza o l’effetto che dir si voglia d’un unico motivo, d’una causa al singolare: ma sono come un vortice, un punto di depressione ciclonica nella coscienza del mondo, verso cui hanno cospirato tutta una molteplicità di causali convergenti. Diceva anche nodo o groviglio o garbuglio, o gnommero, che alla romana vuol dire gomitolo […]
«…quacche gliuommero… de sberretà…» diceva, contaminando napolitano, molisano, e italiano. (RR II 16-17)

Sulle meditazioni metafisiche del commissario Ingravallo alle prese col pasticciaccio degli indizi e dei motivi che governano le più antiche azioni e passioni umane, ha scritto efficamente l’italianista Massimo Riva, nell’articolo Garbuglio Gomitolo Gnommero Groviglio (e Guazzabuglio), pubblicato nel 2008 in “The Edinburgh Journal of Gadda Studies (EJGS)”, che dal 2000 è un ottimo strumento per studi e approfondimenti gaddiani. Tra l’altro una rivista, EJGS,  che è solo uno dei molti aiuti oggi a disposizione di chiunque voglia confrontarsi con i molteplici volti di Gadda: fortunati loro, se penso al tempo della mia giovinezza liceale, l’età che dovrebbe essere quella delle scoperte letterarie che ti segnano per la vita.

Fino agli anni ’70 era piuttosto arduo, infatti, per un giovane lettore e per i non specialisti, non solo accostarsi all’opera di Gadda ma quasi quasi anche solo sentirne parlare, dato che non esistevano strumenti studiati per accompagnare o guidare in un approccio che non è certo facile.

Gli addetti ai lavori ne parlavano, eccome, tra di loro: erano anni, quelli, in cui la fortuna critica dell’ingegnere si andava consolidando, ma il “barocchismo” della sua scrittura – come veniva definito da critici –  lo teneva ancora lontano dalle aule scolastiche. 

Si è dovuto attendere, tra le altre cose, il successo esplosivo di Cent’ anni di solitudine perché editori, critici e lettori italiani (in quest’ordine) riscoprissero l’allucinato Sudamerica brianzolo dell’ingegnere triste.

Va anche detto che il  beneficio che noi giovani lettori potevamo trarre dalla pregevolissima edizione Einaudi del 1969, è stato a mio parere parzialmente inficiato dalla iper-barocca presentazione di Gianfranco Contini, alla quale va comunque riconosciuto un merito: quando da Contini passate a Gadda, vi ritrovate a sospirare di sollievo constatando l’inaspettata semplicità e linearità della scrittura del “gran lombardo”. 

Negli Istituti di Istruzione Superiore, come il Classico che ho frequentato io, differenti orientamenti ideologici degli insegnanti avevano un medesimo esito: i più tradizionalisti non inserivano nel programma letture da Gadda perché “illeggibile e privo di armonia”, mentre quelli più aggiornati e di mentalità aperta ritenevano più consona ai tempi la lettura di Calvino e Pasolini.

Tra i primi che cominciano a capire, proclamare e spiegare la grandezza di Gadda troviamo Calvino – assunto nel 1950 da Einaudi dove svolge una costante attività di lettore, traduttore, redattore e promotore culturale – dal quale arrivano sempre più frequenti apprezzamenti, fino alla citazione del Pasticciaccio come significativo esempio di «romanzo contemporaneo come enciclopedia, come metodo di conoscenza, e soprattutto come rete di connessione tra i fatti, tra le persone, tra le cose del mondo». 

Senza dimenticare la storica affermazione, che sempre Calvino ci regala in Lezioni americane“/Molteplicità: la vera prosa italiana del nostro secolo è quella di quando Gadda spiega il risotto.

Per valutare come l’enciclopedismo di Gadda può comporsi in una costruzione compiuta, bisogna rivolgersi ai testi più brevi, come per esempio una ricetta per il «risotto alla milanese», che è un capolavoro di prosa italiana e di sapienza pratica, per il modo in cui descrive i chicchi di riso in parte rivestiti ancora del loro involucro («pericarpo»), le casseruole più adatte, lo zafferano, le varie fasi della cottura.

(La ricetta per il risotto alla milanese è stata pubblicata in Il gatto selvatico, rivista della società di idrocarburi ed energia ENI, 1955-1965).

In questo panorama, come è arrivato Gadda fino a me? 

Del tutto casualmente, pensando ad altro.

Mio padre, che ha scontato in molte forme il destino di essere ingegnere, di Gadda non conosceva nulla eppure mi ha fornito due validi supporti per un approccio quasi indolore alla lettura delle opere del suo “collega”.

Il primo è consistito in una esperienza tanto gestaltica quanto dolorosa, per la bambina che ero, e cioè mettermi di fronte al modello di funzionamento della mente di un ingegnere.

Si parla del 1963 e io frequento la terza elementare, con tutto ciò che comporta in termini di prime nozioni di geometria piana e solida: arriva il giorno in cui, alle prese con un problema per me incomprensibile, penso di ricorrere all’aiuto di mio padre. Il quale, imperturbabile, estrae dalla sua borsa  di vacchetta modello ingegnere un astuccetto anch’esso in pelle, con cuciture impunturate, da cui leva l’arcano mistero di un regolo calcolatore✶: agevole strumento di calcolo che per pura ignavia del legislatore non è mai stato adottato quale sussidio didattico nella scuola elementare.

«Se userai questo sarà facilissimo, adesso ti spiego come funziona!»

E uno. Ho visto come si muove il pensiero di un ingegnere: la linea retta non esiste, il pensiero lineare nemmeno! 

La seconda esperienza risale agli anni in cui eravamo tutta una famiglia – anni in cui la televisione non varcò mai la soglia di casa nostra – e le serate trascorrevano sedendo tutte in circolo, mia madre due sorelle e io, intorno a mio padre che leggeva I promessi sposi. Leggeva e commentava, leggeva e rileggeva interrompendosi di tanto in tanto quando il testo manzoniano gli riportava alla mente modi di dire, filastrocche, aneddoti e racconti della sua infanzia. Chichibio e la gru era il preferito, lo so ripetere ancora oggi a memoria pur a distanza di sessanta/sessantacinque anni.

L’ Italiano di Manzoni è stato il nostro lessico familiare e si è rivelato, come ho potuto sperimentare, un viatico eccellente per i primi approcci a Gadda che, alla prima lettura, mi si aprì con la confidenza di un amico di lunga data. 

Ma se l’amore non ci avesse messo lo zampino!

C’era a quel tempo, tra i liceali della IIA che frequentavo, un tipo che si distingueva alquanto dai bravi ragazzi che non indossavano mai l’eskimo per venire a scuola: non mi dilungo nel descriverlo, vi basti sapere che quel tipo condivide tuttora la mia vita.

All’epoca aveva l’abitudine di condividere le sue scoperte letterarie con quelli che lo stavano ad ascoltare – praticamente tutta la classe, tranne le secchione della prima fila – e quindi un giorno arrivò con un foglietto su cui aveva trascritto il nucleo della Cognizione, che ci permise di copiare mentre lui lo recitava a memoria.

Avendogli un dottore ebreo, nel legger matematiche a Pastrufazio, e col sussidio del calcolo, dimostrato come pervenga il gatto (di qualunque doccia cadendo) ad arrivar sanissimo al suolo in sulle quattro zampe, che è una meravigliosa applicazione ginnica del teorema dell’impulso, egli precipitò più volte un bel gatto dal secondo piano della villa, fatto curioso di sperimentare il teorema. E la povera bestiola, atterrando, gli diè difatti la desiderata conferma, ogni volta, ogni volta! come un pensiero che, traverso fortune, non intermetta dall’essere eterno; ma, in quanto gatto, poco dopo morì, con occhi velati d’una irrevocabile tristezza, immalinconito da quell’oltraggio. Poiché ogni oltraggio è morte.

Il giorno dopo tutti lo recitammo a memoria salvo l’insegnante di Lettere che, pensionando, diede prova di carattere recitando un brano da La vergine cuccia.

Non mi accostai subito, tuttavia, alla Cognizione con furia gioiosa: l’ansia e il tremore di ritrovarmi inadeguata mi tennero in stallo per parecchio tempo, eppure volevo a ogni costo capire perché fosse così importante la morte del gatto. Di fatto trascorsero due anni prima che iniziassi a leggere, e quando fu, nulla di quella lingua, così esecrata da tutti coloro che non la comprendono, mi apparve arduo e da allora, gaddeggiare è sempre un piacere.

Anche perché  La cognizione del dolore è l’unico italiano tra i quattro libri da cui non mi separo mai. ✶✶ 

✶Il regolo calcolatore sfrutta le proprietà dei logaritmi, riconducendo operazioni complesse (prodotti, quozienti, esponenziali) a operazioni più semplici sui logaritmi dei rispettivi operandi. Queste vengono eseguite graficamente, spostando una o più asticelle graduate con scala logaritmica. 

✶✶Gli altri sono: Guerra e pace di Lev Tolstoj, Il Maestro e Margherita di Michail A. Bulgakov e Darab Nameh, di Mohammad al-Tarsusi.

Francesca Chiesa

Francesca Chiesa, classe 1955, laureata in filosofia. 

Ha lavorato per il Ministero degli Affari Esteri in Iran, Russia, Grecia, Eritrea, Libia, Kenia. Dal 2019 vive col marito prevalentemente a Syros, nelle Cicladi. 

Pubblicazioni recenti:

Dalla Russia alla Persia – storia di un viaggiatore per caso: Peripezie di un marinaio olandese al tempo di Alessio I Romanov e Suleiman I Safavide, La Case Books, 2023

Una storia di donne persiane: Il romanzo di Humāy e Nahid, La Case Books, 2023