Il canto ukraìno della Rus’, di Francesca Chiesa

1. Rus’ e Russia non sono la stessa cosa

Gli uomini piccoli possono realizzare grandi imprese; i piccoli uomini combinano disastri. Vladimir Putin è un piccolo uomo e, in quanto a disastri, è chiaro che lui si è proposto di riportare indietro l’orologio della storia. Quanto indietro?

A occhio e croce direi fino ai tempi di Alessio, figlio di Michele I Romanov e padre di Pietro I. Ovvero, metà circa del XVII secolo. E come intende farlo? Seguendo il percorso di Alessio, probabilmente, il quale nel 1648, a trentotto anni di vita e tredici di regno, ha già incamerato metà Ukraìna, compresa Kiev. Non solo, è riuscito anche a portare tra i ranghi dell’esercito russo i terribili Cosacchi della Zaporizhzhia. A proposito: Zaporizhzhia? Un nome che ci parla di centrali nucleari.

Al di là di tutto quello che sappiamo sulle preziose terre rare di cui è ricca l’Ukraìna o sull’importanza strategica di Odessa e via dicendo, un monarca russo non può sopportare che Kiev non gli appartenga. Perché all’inizio della storia non c’è Mosca ma Kiev.

La Russia è grande ma l’Ukraìna è antica. Senza Kiev la Rus’ non sarebbe esistita. Se è corretto affermare che la Rus’, sorta verso la fine del IX secolo e durata fino alla metà del XIII secolo, è stata la prima grande entità politica degli Slavi orientali, non si può dimenticare che questa Rus’ aveva come centro Kiev. È la Rus’ di Kiev, l’antenata storica e culturale da cui si sono successivamente diversificate Ukraìna, Russia e Bielorussia.

Nel 882, qualcuno ha definito Kiev “madre delle città russe”: si chiama Oleg, figlio di Rurik, e ha fatto di questa città la capitale del suo regno, che nel secolo XI si estendeva dal Mar Baltico al Mar Nero e dai Carpazi al Volga. Il regno di Kiev commerciava con Costantinopoli attraverso un sistema fluviale chiamato “Dai Variaghi ai Greci”. Sotto Jaroslav il Saggio, la Rus’ raggiunse il massimo splendore culturale e fu introdotta la Russkaja Pravda, il primo codice di leggi scritte. A partire dalla metà dell’XI secolo, però, lo Stato iniziò a frammentarsi in principati indipendenti. Il colpo finale arrivò con l’invasione mongola (1237-1240), che portò alla distruzione di Kiev e alla sottomissione dei principati russi all’Orda d’Oro.

Dov’era la Russia nel frattempo? Non esisteva. Bisogna arrivare alla seconda metà del XIII secolo per assistere all’apparizione di un primo nucleo di quella formazione che arriverà a chiamarsi Russia. Quando a Daniel Alexandrovič, figlio di Aleksandr Nevskij principe e santo, fu assegnato in proprietà il territorio di Mosca. Era il 1263.

2. Il Canto della schiera di Igor , ovvero Il poema scomparso

Provate a cercare il Canto su Google e contate quanti siti vi dicono che si tratta del primo capolavoro della letteratura russa. Non è storia russa, quella cui si riferisce il Canto, è storia della Rus’. Ci vorrà qualche tempo, dal XII secolo in poi, perché la Russia cominci a creare capolavori.

Composto con buona approssimazione verso la fine del XII secolo, ovvero in quel periodo di decadenza della Rus’ di Kiev che fu tormentato da lotte interne tra i vari principi, questo poema ha una storia curiosa. La notizia ufficiale del ritrovamento del testo fu data nell’ottobre del 1797, sulle pagine della rivista di Amburgo “Le spectateur du Nord”. La sua scoperta tuttavia risalirebbe al 1791 o 1792, quando il vescovo Joil’, ultimo Archimandrita, ossia Priore, del monastero della città di Jaroslavl’, ad est di Mosca, vendette una serie di antichi volumi al procuratore supremo del Sinodo Ecclesiastico, il cavaliere conte Aleksej Ivanovič Musin-Puškin (1744-1817), antiquario di notevole erudizione e appassionato collezionista di testi antichi.

Non si sa se fu il Conte stesso a scoprire tra questi volumi lo Slovo/il Canto. Le prime indiscrezioni apparvero sulla rivista Zritel’, lo «Spettatore», di San Pietroburgo. Ed è probabilmente del 1795 o 1796 la copia che Musin-Puškin inviò in dono alla zarina Ekaterina II Alekseevna. L’imperatrice morì di lì a poco (1796), la sua copia del poema andò smarrita e fu ritrovata solo nel 1864.

Quanto al manoscritto conservato nella biblioteca personale del conte Musin-Puškin, andò bruciato o distrutto nel corso del famoso incendio di Mosca, scoppiato durante l’occupazione napoleonica. Naturalmente sorsero disquisizioni e contrasti in merito all’autenticità della copia uscita in stampa 12 anni prima, a Mosca. Tralasciamo.

Il Canto racconta la sfortunata campagna militare del principe Igor’ Svjatoslavič contro i Cumani o Polovci, un popolo nomade delle steppe. Il principe Igor unisce la sua schiera a quella del fratello. Partono per affrontare l’avversario senza tenere conto dei presagi infausti:eclissi di sole, tempesta nella notte, ululati. In un primo momento i Cumani appaiono in difficoltà, fuggono scomposti verso il Don, coi loro carri che gridano nella notte come cigni sbandati. Ma presto si fermano e decidono di affrontare l’avversario: vengono sconfitti. Il giorno seguente riprendono l’iniziativa e attaccano le forze di Igor, questa volta con successo. Il principe viene catturato e il lamento che la moglie Jaroslavna innalza al cielo quando apprende la notizia, è ricordato tra le più alte espressioni di questo genere. Il nome ripetuto di lei ci dona il ritmo della marcia funebre, in contrasto con il movimento vitale del gabbiano, del vento, del fiume. Il sole, immobile e lucente, è dispensatore di morte.

95. Si ode sul Dunaj la voce di Jaroslavna, piange al mattino qual gabbiano solitario: «Volerò come un gabbiano lungo il Dunaj, nel Kajala bagnerò la mia manica di seta e al principe tergerò le sanguinose ferite sul suo corpo possente.»

96. Sul far dell’alba piange Jaroslavna sul bastione di Putivl’ dicendo: «O vento, venticello! Perché, signore, soffi nemico? Perché porti le frecce unne sulla tua ala leggera contro i guerrieri del mio sposo? Non ti bastava in alto, sotto le nubi soffiare, cullando le navi sull’azzurro mare? Perché, signore, sull’erba della steppa hai dissipato la mia gioia?»

97. Sul far dell’alba piange Jaroslavna sul bastione di Putivl’ dicendo: «O Dnepr, figlio di Slovuta! Hai attraversato i monti di pietra passando per la terra cumana. Hai portato su di te le navi di Svjatoslav fino al campo di Kobjak. Porta, signore, fino a me il mio sposo, perché io non gli mandi le mie lacrime sul far del mattino.»

98. Sul far dell’alba piange Jaroslavna sul bastione di Putivl’ dicendo: «O sole lucente, tre volte lucente. Sei per tutti così caldo e bello! Perché, signore, hai disteso il tuo raggio ardente contro i guerrieri del mio sposo, perché nell’arido campo i loro archi hai allentato, i loro turcassi serrato?» 

Francesca Chiesa*

*Francesca Chiesa, classe 1955, laureata in filosofia. 

Ha lavorato per il Ministero degli Affari Esteri in Iran, Russia, Grecia, Eritrea, Libia, Kenia. Dal 2019 vive col marito prevalentemente a Syros, nelle Cicladi. 

Pubblicazioni recenti:

Dalla Russia alla Persia – storia di un viaggiatore per caso: Peripezie di un marinaio olandese al tempo di Alessio I Romanov e Suleiman I Safavide, La Case Books, 2023

Una storia di donne persiane: Il romanzo di Humāy e Nahid, La Case Books, 2023.

Il suo ultimo lavoro è Diversamente sole, Edizioni Open, 2025.

L’anima russa secondo Viktor Erofeev, di Francesca Chiesa

Molti erano, in origine, i tipi di anima a disposizione del creatore: anime bianche, anime nere, anime splendenti, anime morte. Anime russe.

Se a Parigi c’è Piazza Stalingrado una ragione dev’esserci. Tutto sommato, Hitler ha aiutato la Russia. Come per gli ebrei, le ha creato uno stato d’intoccabilità morale, se non di cemento armato, nondimeno l’ha creato. Negli Anni Trenta ha dirottato in direzione della Russia sovietica l’intera intelligence progressista occidentale…1

È certo che i russi, oggi, non ci sono molto simpatici.  Sbagliato, certo, identificare tutti i russi con il loro Imperatore – sarebbe come identificare gli italiani con il loro Presidente del Consiglio – ma tant’è, così funziona l’animo umano.

Oggi ho letto, per caso, che Viktor Erofeev ha lasciato la Russia nel momento dell’aggressione all’Ukraina.

Ecco perché ci piacciono i russi.

Li abbiamo amati, i russi, eccome se li abbiamo amati.

Quando Stalin sconfiggeva Hitler per noi a Stalingrado, appunto. O prima, quando i loro principi e i loro artisti venivano a svernare da noi. 

Oppure dopo.

Negli anni in cui Mosca, governata ma non sottomessa dal nuovo zar, si contendeva con Berlino il titolo di “città più eccitante del mondo”. 

Ai GUM, per esempio, 2 entravi dopo avere controllato lo stato della tua carta di credito. Ma quando uscivi da quei negozi che sembravano cattedrali, umiliata nella tua goffaggine mediterranea dallo sguardo algido delle dee bionde che fungevano da commesse, potevi sempre rifugiarti al “Bosco dei Ciliegi”. 

Ristorante italiano dove la rotonda madre di Mikhail Kusnirovich, il proprietario, ti accoglieva come se fossi la sua cuginetta preferita.

Questa era la Mosca di Gergev3, quando ancora non era diventato un musico di corte e dirigeva le sue orchestre con movimenti impercettibili delle dita, che incantavano tutti; di messe in scena d’avanguardia che ci scandalizzavano come la Butterfly su fondo vuoto e il Flauto in costume nazista; dei CafeMania che lanciavano la moda dei tavolini all’aperto d’inverno, con morbide copertine e stufe a gas.

Noi continuiamo a parlare, mentre su Capri la luna è appesa come un succoso spicchio di limone, disse Saša.

A Mosca c’era, allora, il MuAR, il museo più bello del mondo che prende il nome dal noto architetto russo, ma ha dimenticato il suo creatore, David Sarkissian, di non gradita memoria.

La generazione degli scrittori  – nati tra fine anni ‘40 e prima metà anni ‘50 – viene chiamata “generazione Breznev”, ovviamente,  ma anche “generazione Arbat”, dal romanzo di Rybakov (1988) che racconta la giovinezza della sua generazione. Si chiamano Viktor Pelevin, Vladimir Sorokin, Boris Akunin. 

Mi piace essere russo. Mi piace fare orecchie da mercante. Cammino e faccio sempre orecchie da mercante. Mi dicono che non si deve fare così. E io dico: non ditemi “non si deve”. Non lo sopporto. Non oscuratemi il cielo.

Ho conosciuto Viktor Erofeev nel gennaio o febbraio del 2007. Insomma, qualche mese dopo la pubblicazione in Italiano del suo L’enciclopedia dell’anima russa (Spirali).

Per capire la Russia occorre rilassarsi. Togliersi i pantaloni. Indossare una calda vestaglia. Stendersi sul divano. Addormentarsi.

Di Viktor Erofeev non credo si possa dire che appartiene alla “generazione Arbat”: in qualche modo ne fa parte ma se ne sta anche al di fuori, a lato, per meglio dire. 

Intanto, credo si possa dire che è russo per metà.

Figlio di padre diplomatico, nato nel 1948, è cresciuto a Parigi e chi è vissuto a Parigi, parigino rimane. Con quella tendenza a capovolgere il mondo: il Re non è lo Stato. Il Re, se siamo tutti d’accordo, lo rappresenta solamente. Quando è questo, il tipo di verità che ti forma, resterai francese anche in Russia ma nello stesso tempo l’anima russa ti salverà dal relativismo francese.

Il potere russo adempie fedelmente ai suoi compiti, qualunque sia l’orientamento seguito. La Russia è molto brava a elaborare costruzioni utopistiche che sono notoriamente irrealizzabili e per la cui realizzazione si fanno molte vittime. È strano aspettarsi di più perfino da un paese di tali enormi proporzioni. 

Come ogni paese, anche la Russia va giudicata per le sue risorse interne e per il risultato finale. E che il risultato appaia pure negativo dal punto di vista dell’Occidente. E che sia considerato strano anche da parte dell’Oriente.

Quando ho incontrato Erofeev, stavo vivendo la mia seconda Russia – quella glamour – ma entrando nel suo appartamento tutto/legno mi sono ritrovata di colpo a Jasnaja Pol’jana. Moglie, cugine, figli e figlie, nutrici e servi e il mondo tutto che gira intorno a Lev/Viktor.

Essere russi non è una questione genetica. Essere Tolstoj non è una questione di secolo. Essere Viktor non è una questione di nazionalità: facile nascere all’Arbat e di quel quartiere conoscere ogni volto e ogni voce. Altrettanto facile nascere a Parigi e della Russia conoscere ogni pianura, ogni città, ogni fiume, ogni popolo.

Con la loro enfatica emotività e trogloditica ingenuità, i loro ventri prominenti e la goffaggine di comportamento, i russi per lungo tempo sono stati diametralmente opposti al grande stile estetico dell’Occidente: lo stile “cool”…Il concetto di “cool” è nato negli USA alla fine degli anni Quaranta, insieme con il disco jazz di Miles Davis “The birth of the Cool” e i libri di Jack Kerouac. “Who’s cool in Russia?” Il miglior Brodskij, qua e là Sorokin, in qualcosa Pelevin.4 

E infine Stalin, il regista “cool” del più formidabile teatro politico del mondo.5

Essere Viktor ed essere russo, significa anche scegliere tra oscurare anima e cervello, oppure lasciare la Russia. 

Che Erofeev avesse lasciato Mosca e si fosse trasferito in Germania nella primavera del 2022, l’ho saputo come ho detto solo qualche giorno fa: le notizie del mondo in cui vivevo lavorando, arrivano raramente qui sull’isola. 

Che abbia scritto un libro in cui analizza i vent’anni dell’era Putin, mi riempie di gioia: non solo per il contenuto, ma anche perché ci sarà l’occasione per leggere bella prosa. 

Questo Velikij Gornik/Il grande Gornik non è ancora stato tradotto in Italiano ma il titolo già ci dice qualcosa, perché il termine russo “Gornik” indica un teppista di strada o un coatto violento. Erofeev definisce questa sua opera una “horror comedy”.

Nell’attesa – per approfondire la conoscenza di uno scrittore che incarna un modello assai raro di coerenza artistica e politica –  suggerisco di leggere, oltre all’enciclopedia di cui vi ho parlato, anche “La bella di Mosca”, un suo romanzo di fine anni ‘80 definito spesso “una sbornia di champagne e libertà.6

1 Sono riportate in corsivo tutte le citazioni da “L’enciclopedia dell’anima russa” di Viktor Erofeev , MI, Spirali, 2006. 

2 “Grandi Magazzini di Stato”

3 Valeria Abisalovič Gergiev, direttore d’orchestra.

4 Scrittori russi contemporanei.

5 cfr. “… nello spirito di Joe Stalin che, diciamocelo Titch — e non ho nulla contro tuo padre, sia chiaro — ha vinto la guerra per tutti questi bastardi capitalisti.» in La spia perfetta, John Le Carré,1986.

6 Ed. Italiana Rizzoli, 1991

Francesca Chiesa*

*Francesca Chiesa, classe 1955, laureata in filosofia. 

Ha lavorato per il Ministero degli Affari Esteri in Iran, Russia, Grecia, Eritrea, Libia, Kenia. Dal 2019 vive col marito prevalentemente a Syros, nelle Cicladi. 

Pubblicazioni recenti:

Dalla Russia alla Persia – storia di un viaggiatore per caso: Peripezie di un marinaio olandese al tempo di Alessio I Romanov e Suleiman I Safavide, La Case Books, 2023

Una storia di donne persiane: Il romanzo di Humāy e Nahid, La Case Books, 2023.

Il suo ultimo lavoro è Diversamente sole, Edizioni Open, 2025.

A Teheran con Vita Sackville-West, di Francesca Chiesa

Tracce del suo passaggio[1][2]                                            

Mancavano pochi giorni al 25 aprile del 1926 quando Vita Sackville West, di ritorno da un viaggio a Isfahan, si trovò ad attraversare una città che sembrava colpita dal tornado. Teheran era in preda a una disordinata follia.

Non c’era dubbio: si erano finalmente resi conto che l’incoronazione era prossima, e si stavano dando da fare, colti dall’improvviso panico dell’ultimo minuto.

L’incoronazione era, naturalmente, quella dello Shah Reza Pahlavi, fondatore della dinastia e padre dell’ultimo Shah, Mohammad Reza.

Di aspetto, Reza era un uomo che incuteva timore: alto quasi un metro e novanta, i modi arcigni, un enorme naso, i capelli brizzolati e la mascella molto pronunciata, aveva in effetti l’aspetto di quello che era, un soldato di cavalleria cosacco, anche se non si poteva negare che avesse un’aria regale.

Anni dopo, ringraziai il cielo per avere letto “Passaggio a Teheran” prima di assumere servizio, appunto, a Teheran. Se non l’avessi fatto, sarei stata travolta dal panico ogni volta che dovevo organizzare un evento a scuola. Perché? Ma perché ogni volta, a due giorni dalla data fissata, nulla era pronto. Che si trattasse di una incoronazione o di una recita scolastica, per gli iraniani non  cambiava nulla. Perché affrettarsi? Fortunatamente ero preparata a dire a me stessa:”Beh, che c’è, pensavate di essere in Svizzera?”. 

Lungo la strada, qua e là, vennero disposti tavoli a cavalletto sui quali venne raccolto di tutto: orologi, vasi, teiere, fotografie, ninnoli di porcellana…ogni famiglia, anche la più piccola portò fuori i propri lumi a petrolio, i lumini da notte, i candelieri…sui muri delle case vennero appesi dei tappeti che quasi si toccavano tra loro, di modo che i miseri edifici scomparvero dietro gli arabeschi di Kirman e i velluti rosso sangue di Bukhara. Teheran non era più una città in mattoni e intonaco, ma si era trasformata in una città in tessitura, come una grande e sontuosa tenda dispiegata verso il cielo…

Ovvero: all’ultimo minuto, dalla più grande confusione, inaspettati arrivano risultati eccezionali. D’altra parte, noi che abbiamo visto Napoli… A proposito, avevo un’amica, a Teheran, una napoletana che parlava un ottimo inglese ma al bazar dialogava in napoletano. I persiani in persiano, naturalmente, e si capivano alla perfezione.

Teheran 1926 – 2026. Dal cammello all’aereo.

Passando per la bici, l’auto e la metropolitana. Ma attenzione, l’aereo è arrivato prima

È un Paese pieno di contraddizioni, dove niente colma l’abisso tra Medioevo e ventesimo secolo…Se per trasportare le tue carabattole da Teheran a Mashad ci vogliono trenta giorni di cammello, tu stessa puoi percorrere quella distanza in sei ore di volo…”È bloccato nella fanghiglia in pieno deserto”, sentirete dire, “gli hanno spedito un aereo ma è rimasto anch’esso bloccato”. 

Non si può entrare o uscire da Teheran se non attraverso una porta…Porta Mashad, Porta Qazvin, Porta Isfahan e così via. Sono costruzioni colorate e pittoresche, rivestite di piastrelle blu o gialle, ma ovviamente in rovina, come tutto il resto. Se vi sedete accanto a una porta, vedrete file di cammelli, branchi di asini, pedoni, donne velate, poche automobili, e molti ciclisti. In Persia, infatti, tutti vanno in bicicletta e si lasciano cadere a terra appena vedono un altro veicolo in arrivo. È molto istruttivo sedersi accanto a una porta per un paio d’ore. Avrete un’ottima impressione della vita di cortile nei Paesi orientali…È quasi altrettanto difficile, in Persia, credere nell’esistenza dell’Inghilterra, quanto in Inghilterra credere nell’esistenza della Persia.

La sensazione di essere diretti verso un mondo irrimediabilmente altro rispetto al nostro, rimane ancora. Io l’ho percepita, non tanto in me stessa perché all’epoca nulla per me era abbastanza altro, quanto nel comportamento di molti Italiani che si trasferivano in Iran per lavoro e ingombravano i container con chili di carta igienica, ad esempio. 

Non sono più una viaggiatrice, ma un’abitante

Ho la mia casa, i miei cani, i domestici. La ghiacciaia è in cucina, il grammofono sul tavolo e i miei libri negli scaffali. È primavera; lunghe file di Alberi di Giuda sono fioriti lungo le strade.

Detto in due righe, l’idea di civiltà come bellezza unita a comodità che ha fatto degli Inglesi il popolo più ammirato, invidiato, copiato. Dopo i Romani, naturalmente, da cui i Britannici hanno imparato una grande verità: se hai un Impero puoi avere anche le Terme.

Il bello è che a Teheran, quando ci sono vissuta io e cioè dal 1991 al 1996, ho verificato il compiersi di una curiosa metamorfosi: tutto il corpo diplomatico accreditato in quella città, di qualsiasi nazionalità, sembrava avere acquisito la nazionalità  inglese. Complice la profonda crisi economica di un Iran appena uscito dalla guerra con l’Iraq, e il conseguente calo dei costi di affitti e personale, anche l’ultimo Sottosegretario in prova di non-so-quale Paese si sentiva libero di/oppure obbligato ad avere domestici, argenteria e almeno una piscina. Senza pensare a quanto poco sarebbe durato. 

Per “fare come gli Inglesi” bisogna esserlo. Oppure essere Persiani: non ho conosciuto un popolo più britannico dei britannici, di quanto lo siano i persiani. 

La loro ansia di impressionare gli europei faceva tenerezza…I domestici del palazzo dovevano assolutamente avere le livree dello stesso tessuto rosso indossate dai domestici della legazione inglese. I ministri dovevano assolutamente avere una copia della procedura adottata alla Westminster Abbey in occasione dell’incoronazione di Sua Maestà Giorgio V.

Ricordo d’altra parte che nelle mie prime settimane di servizio presso il nostro Ministero degli Esteri, non riuscivo a capacitarmi della enorme quantità di Inglese /Americano che usavano i nostri diplomatici, soprattutto se giovani e in carriera. “Ma non dobbiamo rappresentare l’Italia, con tutte le sue bellezze, lingua compresa?”, mi chiedevo.

Vita, le donne di Persia, il chador e noi

La storia dell’Iran ha un andamento ciclico e ciclica è la loro concezione del tempo. Questa loro circolarità credo abbia una base storica: la posizione e la struttura dell’altopiano, ha fatto sì che nei secoli l’Iran sia stato un comodo corridoio per popolazioni in movimento da Est, dirette forse verso Ovest. Dico forse perché nella maggior parte dei casi questi popoli si sono fermati, hanno esautorato il sovrano regnante, hanno costruito una loro capitale in un punto diverso del Paese e vi si sono insediati. La lingua è sempre rimasta Farsī, dalla regione del Fars dove è sorto il primo impero iranico degli Achemenidi. Alcuni sono scomparsi, altri hanno proseguito il cammino verso Ovest. Vi siete mai chiesti perché la cucina turca assomigli tanto a quella persiana?

Sempre a proposito di ciclicità, immaginate che un giorno un sovrano shi’ita (Isma’il I safavide, probabilmente) ordini che tutte le donne debbano coprirsi la testa. E che dopo un certo numero di secoli, un altro Shah stabilisca che è proibito alle donne velarsi la testa, e siamo agli inizi del XX secolo con Shah Rezā Pahlavi, alla cui incoronazione assistette Vita: da un palco privato, in quanto consorte di diplomatico. Lo stesso Reza Shah che, trovandosi a fronteggiare una insurrezione di Mullah, non trovò di meglio che radunarli nel cortile interno della Moschea di Mashad, dopo avere disposto un congruo numero di mitragliatrici sui tetti.

Suo figlio Mohammad Rezā, invece, fu detronizzato da una rivolta di mullah. I quali, per convincere le donne a portare il velo che era tornato a essere obbligatorio, mandavano in giro delle squadracce che le spruzzavano con acido.

Vita, a Teheran

Ricordate la storia Di Alessandro? Conquistato l’Impero Achemenide, cosa fa? I Romani, dopo avere conquistato una terra, si affrettavano a ricoprirla di terme e altre piacevolezze romane, per trasmettere l’idea che essere romani fosse la cosa più bella del mondo. Ci sono tutt’oggi imperiali che adottano la stessa procedura. Alessandro no, lui si fa persiano. Io trovo in queste parole di Vita una possibile spiegazione.

Il cuore è rinnovato e i venti hanno soffiato via le ragnatele. Non considero una perdita di tempo starmene in ozio ad assorbire l’austero splendore di questo luogo; sono anche convinta che i suoi colori mi stiano penetrando completamente nell’animo. Per dirla con parole banali, la pianura è marrone, le montagne azzurre o bianche, le colline dolci e porpora….Qui la luce è una cosa viva, altrettanto varia del temperamento umano e altrettanto difficile da afferrare…Qui, sgombrata la mente da ogni preconcetto europeo, si è liberi di girovagare e di accostarsi a una struttura sociale…Personalmente, preferisco i bazar ai salotti.


[1] Testi di VSW in corsivo

[2] Vita Sackville-West, Passaggio a Teheran, 2007

Francesca Chiesa*

*Francesca Chiesa, classe 1955, laureata in filosofia. 

Ha lavorato per il Ministero degli Affari Esteri in Iran, Russia, Grecia, Eritrea, Libia, Kenia. Dal 2019 vive col marito prevalentemente a Syros, nelle Cicladi. 

Pubblicazioni recenti:

Dalla Russia alla Persia – storia di un viaggiatore per caso: Peripezie di un marinaio olandese al tempo di Alessio I Romanov e Suleiman I Safavide, La Case Books, 2023

Una storia di donne persiane: Il romanzo di Humāy e Nahid, La Case Books, 2023.

Il suo ultimo lavoro è Diversamente sole, Edizioni Open, 2025.

Storie parallele: ancora sull’Iran, di Francesca Chiesa

Ultimamente stiamo assistendo a un crescendo di tensione tra Stati Uniti e Iran. Atmosfera che mi fa ricordare una affermazione di Giles Deleuze, uno tra i padri dello strutturalismo francese: “Compie atto meritorio, chi individua una struttura”.

In questi mesi di sovvertimento di tutti i consolanti luoghi comuni in cui il mondo occidentale si è crogiolato dalla seconda guerra mondiale in poi, forse non è senza significato sforzarsi di capire quanto ci sia di antico nella storia contemporanea.

I fatti che seguono possono contribuire a chiarirci le idee sulla supposta rusticità dei nostri cugini d’oltre oceano. Partiamo da un modello di riferimento, astratto, come si conviene.

Lo Stato X vuole colpire lo Stato Y e per farlo distrugge il suo edificio più rappresentativo; a distanza di qualche anno Y organizza una spedizione punitiva nei confronti di X; il capo di Y, insieme ai suoi strateghi più abili e affidabili, cura l’aspetto organizzativo e poi sparisce dalla scena, sostituito dal figlio che porterà a termine l’impresa. 

E ora lo applichiamo.

Filippo e Alessandro

Atene, 480 a.C., settembre. Serse, ha invaso la Grecia in aprile e in agosto ha subito lo scacco delle Termopili. In settembre prende Atene e si vendica, o forse scarica la sua rabbia, dando fuoco all’Acropoli. Il luogo più sacro, dove verrà successivamente costruito il Partenone.

Trascorrono 154 anni. Nel 336 a.C. Filippo di Macedonia, che si è ormai assicurato il controllo della Grecia, proclama di voler vendicare l’insulto di Serse ad Atene e annuncia che guiderà una spedizione punitiva in Persia. Filippo lavora insieme ai suoi uomini più fidati: Attalo, suo cognato, Parmenione e Filota figlio di Parmenione. Quando è tutto pronto, Filippo viene assassinato. Da un sicario? Da un rivale? A guidare la spedizione. – vittoriosa come ben sappiamo – fu il figlio Alessandro accompagnato e assistito da Attalo, Parmenione e Filota.

Bush, padre e figlio

New York, 2001, 11 settembre. Storia più che nota. Aerei di linea americani vengono dirottati e portati a schiantarsi contro le cosiddette “Torri Gemelle”, sede del Word Trade Center, e il Pentagono ad Arlington, in Virginia. Simboli del potere statunitense: controllo dei commerci e delle guerre. È il primo anno di presidenza di George W. Bush, il Figlio.

Della vendetta si occupa George H.W.Bush, il Vecchio. Nel suo periodo di presidenza (1989-1993) ha vagliato e testato a uno a uno gli uomini di cui c’è bisogno: i generali Norman Schwarzkopf e Colin Powell, al suo fianco durante la Prima Guerra del Golfo del 1991. Gli stessi uomini saranno a fianco del figlio nel 2003, in occasione della Seconda Guerra del Golfo. Accanto a loro Donald Rumsfeld, Segretario della Difesa, che nel 1997 aveva creato il Centro di Ricerca “Project for the New American Century”, per la messa a punto di un progetto di guerra lampo in Iraq. Insieme a lui Dick Cheney, già Segretario della Difesa di Bush Sr., vicepresidente con Bush Jr.

Tutti gli uomini del primo Presidente Bush, per far vincere la guerra al secondo Presidente Bush. La quale guerra inizia il 20 marzo 2003 e termina il 18 dicembre 2011, con l’insediamento di autorità irachene gradite al Governo statunitense. 

Padri e figli, un successo di accoppiamenti a specchio, tra Pella e Washington. Storie complesse, allora come ora. A noi conviene rimanere tra XX e XXI secolo, per dare conto di  pochi altri fatti. 

Un amore, un film, un modello di insurrezione popolare

Chiediamoci, per cominciare, perché le due Guerre del Golfo non hanno interessato in alcun modo l’Iran, paese in cui dall’undici febbraio 1979 è al potere un regime che ha come parola d’ordine Morg bar Amrikā/Morte all’America. 

Dunque. Pochi mesi dopo l’instaurazione del regime islamico, il 4 novembre 1979 gli studenti islamici incitati da Khomeini assaltano l’ambasciata statunitense e prendono in ostaggio 52 persone. Il momento sembra scelto con la massima accuratezza. Un anno esatto dopo, le elezioni presidenziali negli  Stati Uniti registrano un risultato non comune: il presidente democratico uscente, Jimmy Carter, non ottiene la riconferma. Vince il repubblicano Ronald Reagan, ex attore. Il giorno del suo insediamento, 20 gennaio 1981, Khomeini rilascia i prigionieri americani che l’amministrazione Carter ha cercato invano di liberare.

È amore. Che si consolida tra il 1985 e il 1986 con l’affair Iran-Contra. In sintesi: sette ostaggi statunitensi sono nella mani di Hezbollah che, come ben sappiamo, è legato all’Iran; gli USA vendono armi all’Iran, su cui vige un embargo; il ricavato della vendita finanzia l’opposizione violenta dei Contras in Nicaragua.

Detto questo, il film.

Nel 2004 esce nelle sale Alexander di Oliver Stone. Il film narra la campagna di Alessandro, dalla Grecia all’Asia, e il suo culmine con la sconfitta di Dario III a Gaugamela, oggi Gomel nel Kurdistan iracheno. Dopodiché Alessandro torna a Babilonia e muore. In tutto il film l’Eroe non ha mai messo piede nella Persia vera e propria. 

Ovvero: l’Iran non si tocca, è un Paese amico. A questa fa seguito una storia che potremmo chiamare Il Bazar e le sue rivoluzioni.

Il Bazar, in Iran, rappresenta storicamente il cuore dell’economia, della società e quindi anche della politica. È il bastione, la garanzia, la radice da cui trae linfa il Paese.

Detto in soldoni: ogni volta che nella storia moderna dell’Iran la situazione politica ed economica è apparsa senza via d’uscita, i Signori del Bazar si alleano con le fazioni più determinate del clero, e cambiano il regime. Con un aiuto esterno.

È accaduto nel 1953, quando fu necessario far cessare il governo Mossadeq. Ricordate, quello che aveva nazionalizzato il petrolio, con l’unico appoggio dell’ENI di Mattei. Fu rovesciato dai bazarì, con l’aiuto del clero e degli USA. Inviato speciale per la cosiddetta Operazione Aiax fu Kermit Roosvelt Jr., nipote di Theodore Roosvelt.

La scintilla che ha fatto divampare la rivoluzione di Khomeini fu probabilmente la decisione dello Shah di prendere il controllo del commercio, favorendo tra l’altro l’apertura di supermercati e centri commerciali. Il Bazar, manco a dirlo, si ribellò e l’Ayatollah dovette lasciare il suo confortevole rifugio in Francia. Arrivato all’aeroporto Mehrabad, alla domanda “Cosa provi tornando in Iran?”, rispose “Ic-ci/Niente”.

Le manifestazioni sempre più violente e insanguinate che sono ora in corso in Iran, hanno avuto origine nel Bazar di Teheran, come c’informano i nostri notiziari.

Letture consigliate: Vite parallele di Plutarco e Mossadeq di Stefano Beltrame

Francesca Chiesa*

*Francesca Chiesa, classe 1955, laureata in filosofia. 

Ha lavorato per il Ministero degli Affari Esteri in Iran, Russia, Grecia, Eritrea, Libia, Kenia. Dal 2019 vive col marito prevalentemente a Syros, nelle Cicladi. 

Pubblicazioni recenti:

Dalla Russia alla Persia – storia di un viaggiatore per caso: Peripezie di un marinaio olandese al tempo di Alessio I Romanov e Suleiman I Safavide, La Case Books, 2023

Una storia di donne persiane: Il romanzo di Humāy e Nahid, La Case Books, 2023.

Il suo ultimo lavoro è Diversamente sole, Edizioni Open, 2025.

Letture d’altri tempi: Pietro d’Abano, un filosofo per una città, di Francesca Chiesa

Ci sono città – vedi Atene – che producono filosofi a bizzeffe. Altre, invece, più che due storici e due filosofi non riescono a fare. Nel nostro caso gli storici sono Tito Livio e Andrea Gloria, la città è Padova. I filosofi sono Pietro d’Abano e Marsilio. Che poi quest’ultimo ha assunto l’appellativo “da Padova” solo perché lì è nato. Poi, però, ha studiato alla Sorbona ed è vissuto tra Parigi, Roma e la Renania. Per cui rimane Pietro d’Abano. Un filosofo per una città.

La  città di Ezzelino – Il tredicesimo secolo è storia di guelfi e  ghibellini. Ci sono città in cui questo conflitto dura da secoli e non si è mai concluso veramente e a volte, a noi padovani, vien da pensare che Padova sia una di queste.  In ogni caso, nel XIII secolo dell’era cristiana, la posizione dei ghibellini – indipendenza dal Papato e riconoscimento dell’autorità imperiale – è difesa da due campioni d’eccezione: Federico II di Svevia ed Ezzelino III da Romano. Nati nello stesso anno. 

L’Imperatore che il mondo ancora definisce stupor mundi morirà purtroppo nel 1250, troppo presto per consentire a Ezzelino di far fronte alla ribellione che monta da parte guelfa, sorretta dall’azione tempestiva di papa Gregorio IX. Pontefice di grande acume, che riuscì a creare un Santo in grado di guidare la politica cittadina per secoli. Sant’Antonio da Lisbona, morto nelle vicinanze di Padova nel 1231, è già proclamato santo. Per i padovani è Il Santo, ispiratore e guida dei Signori e della gente della città.

Nello stesso anno nasce il medico, filosofo e astrologo Pietro d’Abano, troppo tardi per godere la vivacità dell’ambiente culturale che lo stesso Ezzelino era riuscito a portare a Padova. Quando Pietro nasce ad Abano, figlio di  Costanzo (Constantius) della famiglia de Sclavione, notaio del sigillo del Comune di Padova, correva più o meno l’anno 1250. Data non certa, come incertissimo appariva, allora, il destino di Padova e della sua provincia. Sono gli anni in cui in città si coltiva l’odio per Ezzelino III. Dalla seconda metà del XII secolo gli Ezzelini avevano governato Padova, Treviso, Verona e Vicenza e tutti si erano distinti per abilità di governo. Ma fu Ezzelino III – che negli anni a seguire i suoi concittadini chiamarono Il Terribile per l’indubbia durezza del suo governo – che fece di Padova una città cosmopolita. Alleato di Federico II, lo stupor mundi odiatissimo dalla Chiesa, aprì la sua corte e la città al mondo e alle correnti culturali avrebbero segnato il passaggio tra il Medioevo e il Rinascimento. Non accadde più ma produsse frutti come Pietro d’Abano. 

Nel 1231 muore Antonio e dopo un solo anno viene proclamato santo. Il primo atto. Inizia la rivolta contro Ezzelino. Morte di Federico. I Carraresi. Sulla città cala un velo. Processi a Pietro d’Abano

L’anno della nascita di Pietro, il 1250, è anche l’anno in cui muore Federico II. L’imperatore che per noi rimane lo stupor mundi, nella Padova che aveva da poco canonizzato a tempo di record Antonio da Lisbona successivamente da Padova, è visto come un demonio. Tanto più che appoggia gli Ezzelini di cui molti vorrebbero prendere il posto, dagli Scaligeri ai giovani e impazienti Carraresi. Quando Federico muore, finisce anche il sogno di Ezzelino di fare di Padova una città in grado di rivaleggiare con Milano e Venezia. Eppure lo è stata e continua a esserlo per qualche anno. Ce lo documenta proprio la vita di Pietro.

Le notizie che abbiamo non sono molte ma significative: vive in un mondo aperto, il nostro medico/filosofo, fatto di idee e persone in movimento. A Parigi, tanto per fare un esempio, incontra Raimondo Lullo. L’inventore della Grande Arte, l’arte della memoria cui tanti si dedicarono, da Cicerone a Camillo Delminio. Pietro vive il passaggio tra Tredicesimo e Quattordicesimo secolo, tra l’Europa ricca del Duecento e l’Europa trecentesca di epidemie, carestie e guerre. La cesura tra i secoli si ripercuote sulla vita sua e dei  suoi coetanei. 

La storia non dice se il medico filosofo da Abano e il viaggiatore, diplomatico e probabile spia Marco, della famiglia Polo, si incontrarono. Nulla vieta. Marco torna in Italia nel 1295 dove si trova anche  Pietro, dopo avere studiato in Italia e viaggiato, a caccia di libri, fino a Costantinopoli. 

Tra le molte opere che lascia, frutto della sua vita di studioso, viaggiatore, insegnante e sperimentatore, il Conciliator Differentiarum rappresenta una tappa tra le più incisive nel percorso che ha portato alla definizione del concetto di esperimento e alla nascita della scienza moderna. Di Pietro si tramanda che sia stato il primo a eseguire una autopsia e non è difficile immaginarlo impegnato nella risoluzione di una questione controversa: in una mano Aristotele, nell’altra gli appunti della pratica quotidiana. Sono gli anni in cui Giotto sta lavorando per Enrico Scrovegni.

La cesura tra il Tredicesimo e il Quattordicesimo secolo si ripercuote anche sulla vita di Pietro e Marco, simbolo di un mondo che avrebbe potuto aprirsi, che stava per aprirsi a orizzonti inimaginati. I tempi cambiano. Nel 1298 viene imprigionato Marco Polo. Pietro d’Abano subisce processi nel 1300,1306 e 1312. Non è escluso che l’autorità ecclesiastica  cercasse di interrompere in questo modo la stesura del Conciliator, dov’è contenuta la più “eretica” delle convinzioni esposte dal medico padovano, il cosiddetto Oroscopo delle Religioni. Si dice sia morto in prigione per le torture subite. Intanto mettevano piede a Padova i Carraresi, fedeli a Sant’Antonio e alla Chiesa. 

Sulla parete ovest del Palazzo del Ragione, alta tanto da essere invisibile al passante, si trova – o si trovava quando l’ho vista io, una quarantina di anni fa – una targa che ricorda per ignominia il rogo delle ossa di Pietro. I Carraresi non furono direttamente coinvolti nella damnatio memoriae di uno dei più grandi padovani dell’epoca, ma non fecero nulla per evitarla. 

Nel 2021 Padova è stata inserita tra i siti patrimonio UNESCO come urbs picta, città dipinta, con riferimento a otto cicli di affreschi del XIV secolo, in altrettanti edifici della città. Tra questi gli affreschi astrologici del Palazzo della Ragione e la piena riabilitazione di Pietro d’Abano quale ispiratore di Giotto. Con buona pace della Santa Inquisizione – oggi  Congregazione per la dottrina della fede – le stesse dottrine astrologiche che fruttarono al medico padovano il carcere e una lunga damnatio memoriae.

Francesca Chiesa*

*Francesca Chiesa, classe 1955, laureata in filosofia. 

Ha lavorato per il Ministero degli Affari Esteri in Iran, Russia, Grecia, Eritrea, Libia, Kenia. Dal 2019 vive col marito prevalentemente a Syros, nelle Cicladi. 

Pubblicazioni recenti:

Dalla Russia alla Persia – storia di un viaggiatore per caso: Peripezie di un marinaio olandese al tempo di Alessio I Romanov e Suleiman I Safavide, La Case Books, 2023

Una storia di donne persiane: Il romanzo di Humāy e Nahid, La Case Books, 2023.

Il suo ultimo lavoro è Diversamente sole, Edizioni Open, 2025.