Storie parallele: ancora sull’Iran, di Francesca Chiesa

Ultimamente stiamo assistendo a un crescendo di tensione tra Stati Uniti e Iran. Atmosfera che mi fa ricordare una affermazione di Giles Deleuze, uno tra i padri dello strutturalismo francese: “Compie atto meritorio, chi individua una struttura”.

In questi mesi di sovvertimento di tutti i consolanti luoghi comuni in cui il mondo occidentale si è crogiolato dalla seconda guerra mondiale in poi, forse non è senza significato sforzarsi di capire quanto ci sia di antico nella storia contemporanea.

I fatti che seguono possono contribuire a chiarirci le idee sulla supposta rusticità dei nostri cugini d’oltre oceano. Partiamo da un modello di riferimento, astratto, come si conviene.

Lo Stato X vuole colpire lo Stato Y e per farlo distrugge il suo edificio più rappresentativo; a distanza di qualche anno Y organizza una spedizione punitiva nei confronti di X; il capo di Y, insieme ai suoi strateghi più abili e affidabili, cura l’aspetto organizzativo e poi sparisce dalla scena, sostituito dal figlio che porterà a termine l’impresa. 

E ora lo applichiamo.

Filippo e Alessandro

Atene, 480 a.C., settembre. Serse, ha invaso la Grecia in aprile e in agosto ha subito lo scacco delle Termopili. In settembre prende Atene e si vendica, o forse scarica la sua rabbia, dando fuoco all’Acropoli. Il luogo più sacro, dove verrà successivamente costruito il Partenone.

Trascorrono 154 anni. Nel 336 a.C. Filippo di Macedonia, che si è ormai assicurato il controllo della Grecia, proclama di voler vendicare l’insulto di Serse ad Atene e annuncia che guiderà una spedizione punitiva in Persia. Filippo lavora insieme ai suoi uomini più fidati: Attalo, suo cognato, Parmenione e Filota figlio di Parmenione. Quando è tutto pronto, Filippo viene assassinato. Da un sicario? Da un rivale? A guidare la spedizione. – vittoriosa come ben sappiamo – fu il figlio Alessandro accompagnato e assistito da Attalo, Parmenione e Filota.

Bush, padre e figlio

New York, 2001, 11 settembre. Storia più che nota. Aerei di linea americani vengono dirottati e portati a schiantarsi contro le cosiddette “Torri Gemelle”, sede del Word Trade Center, e il Pentagono ad Arlington, in Virginia. Simboli del potere statunitense: controllo dei commerci e delle guerre. È il primo anno di presidenza di George W. Bush, il Figlio.

Della vendetta si occupa George H.W.Bush, il Vecchio. Nel suo periodo di presidenza (1989-1993) ha vagliato e testato a uno a uno gli uomini di cui c’è bisogno: i generali Norman Schwarzkopf e Colin Powell, al suo fianco durante la Prima Guerra del Golfo del 1991. Gli stessi uomini saranno a fianco del figlio nel 2003, in occasione della Seconda Guerra del Golfo. Accanto a loro Donald Rumsfeld, Segretario della Difesa, che nel 1997 aveva creato il Centro di Ricerca “Project for the New American Century”, per la messa a punto di un progetto di guerra lampo in Iraq. Insieme a lui Dick Cheney, già Segretario della Difesa di Bush Sr., vicepresidente con Bush Jr.

Tutti gli uomini del primo Presidente Bush, per far vincere la guerra al secondo Presidente Bush. La quale guerra inizia il 20 marzo 2003 e termina il 18 dicembre 2011, con l’insediamento di autorità irachene gradite al Governo statunitense. 

Padri e figli, un successo di accoppiamenti a specchio, tra Pella e Washington. Storie complesse, allora come ora. A noi conviene rimanere tra XX e XXI secolo, per dare conto di  pochi altri fatti. 

Un amore, un film, un modello di insurrezione popolare

Chiediamoci, per cominciare, perché le due Guerre del Golfo non hanno interessato in alcun modo l’Iran, paese in cui dall’undici febbraio 1979 è al potere un regime che ha come parola d’ordine Morg bar Amrikā/Morte all’America. 

Dunque. Pochi mesi dopo l’instaurazione del regime islamico, il 4 novembre 1979 gli studenti islamici incitati da Khomeini assaltano l’ambasciata statunitense e prendono in ostaggio 52 persone. Il momento sembra scelto con la massima accuratezza. Un anno esatto dopo, le elezioni presidenziali negli  Stati Uniti registrano un risultato non comune: il presidente democratico uscente, Jimmy Carter, non ottiene la riconferma. Vince il repubblicano Ronald Reagan, ex attore. Il giorno del suo insediamento, 20 gennaio 1981, Khomeini rilascia i prigionieri americani che l’amministrazione Carter ha cercato invano di liberare.

È amore. Che si consolida tra il 1985 e il 1986 con l’affair Iran-Contra. In sintesi: sette ostaggi statunitensi sono nella mani di Hezbollah che, come ben sappiamo, è legato all’Iran; gli USA vendono armi all’Iran, su cui vige un embargo; il ricavato della vendita finanzia l’opposizione violenta dei Contras in Nicaragua.

Detto questo, il film.

Nel 2004 esce nelle sale Alexander di Oliver Stone. Il film narra la campagna di Alessandro, dalla Grecia all’Asia, e il suo culmine con la sconfitta di Dario III a Gaugamela, oggi Gomel nel Kurdistan iracheno. Dopodiché Alessandro torna a Babilonia e muore. In tutto il film l’Eroe non ha mai messo piede nella Persia vera e propria. 

Ovvero: l’Iran non si tocca, è un Paese amico. A questa fa seguito una storia che potremmo chiamare Il Bazar e le sue rivoluzioni.

Il Bazar, in Iran, rappresenta storicamente il cuore dell’economia, della società e quindi anche della politica. È il bastione, la garanzia, la radice da cui trae linfa il Paese.

Detto in soldoni: ogni volta che nella storia moderna dell’Iran la situazione politica ed economica è apparsa senza via d’uscita, i Signori del Bazar si alleano con le fazioni più determinate del clero, e cambiano il regime. Con un aiuto esterno.

È accaduto nel 1953, quando fu necessario far cessare il governo Mossadeq. Ricordate, quello che aveva nazionalizzato il petrolio, con l’unico appoggio dell’ENI di Mattei. Fu rovesciato dai bazarì, con l’aiuto del clero e degli USA. Inviato speciale per la cosiddetta Operazione Aiax fu Kermit Roosvelt Jr., nipote di Theodore Roosvelt.

La scintilla che ha fatto divampare la rivoluzione di Khomeini fu probabilmente la decisione dello Shah di prendere il controllo del commercio, favorendo tra l’altro l’apertura di supermercati e centri commerciali. Il Bazar, manco a dirlo, si ribellò e l’Ayatollah dovette lasciare il suo confortevole rifugio in Francia. Arrivato all’aeroporto Mehrabad, alla domanda “Cosa provi tornando in Iran?”, rispose “Ic-ci/Niente”.

Le manifestazioni sempre più violente e insanguinate che sono ora in corso in Iran, hanno avuto origine nel Bazar di Teheran, come c’informano i nostri notiziari.

Letture consigliate: Vite parallele di Plutarco e Mossadeq di Stefano Beltrame

Francesca Chiesa*

*Francesca Chiesa, classe 1955, laureata in filosofia. 

Ha lavorato per il Ministero degli Affari Esteri in Iran, Russia, Grecia, Eritrea, Libia, Kenia. Dal 2019 vive col marito prevalentemente a Syros, nelle Cicladi. 

Pubblicazioni recenti:

Dalla Russia alla Persia – storia di un viaggiatore per caso: Peripezie di un marinaio olandese al tempo di Alessio I Romanov e Suleiman I Safavide, La Case Books, 2023

Una storia di donne persiane: Il romanzo di Humāy e Nahid, La Case Books, 2023.

Il suo ultimo lavoro è Diversamente sole, Edizioni Open, 2025.

Letture d’altri tempi: Pietro d’Abano, un filosofo per una città, di Francesca Chiesa

Ci sono città – vedi Atene – che producono filosofi a bizzeffe. Altre, invece, più che due storici e due filosofi non riescono a fare. Nel nostro caso gli storici sono Tito Livio e Andrea Gloria, la città è Padova. I filosofi sono Pietro d’Abano e Marsilio. Che poi quest’ultimo ha assunto l’appellativo “da Padova” solo perché lì è nato. Poi, però, ha studiato alla Sorbona ed è vissuto tra Parigi, Roma e la Renania. Per cui rimane Pietro d’Abano. Un filosofo per una città.

La  città di Ezzelino – Il tredicesimo secolo è storia di guelfi e  ghibellini. Ci sono città in cui questo conflitto dura da secoli e non si è mai concluso veramente e a volte, a noi padovani, vien da pensare che Padova sia una di queste.  In ogni caso, nel XIII secolo dell’era cristiana, la posizione dei ghibellini – indipendenza dal Papato e riconoscimento dell’autorità imperiale – è difesa da due campioni d’eccezione: Federico II di Svevia ed Ezzelino III da Romano. Nati nello stesso anno. 

L’Imperatore che il mondo ancora definisce stupor mundi morirà purtroppo nel 1250, troppo presto per consentire a Ezzelino di far fronte alla ribellione che monta da parte guelfa, sorretta dall’azione tempestiva di papa Gregorio IX. Pontefice di grande acume, che riuscì a creare un Santo in grado di guidare la politica cittadina per secoli. Sant’Antonio da Lisbona, morto nelle vicinanze di Padova nel 1231, è già proclamato santo. Per i padovani è Il Santo, ispiratore e guida dei Signori e della gente della città.

Nello stesso anno nasce il medico, filosofo e astrologo Pietro d’Abano, troppo tardi per godere la vivacità dell’ambiente culturale che lo stesso Ezzelino era riuscito a portare a Padova. Quando Pietro nasce ad Abano, figlio di  Costanzo (Constantius) della famiglia de Sclavione, notaio del sigillo del Comune di Padova, correva più o meno l’anno 1250. Data non certa, come incertissimo appariva, allora, il destino di Padova e della sua provincia. Sono gli anni in cui in città si coltiva l’odio per Ezzelino III. Dalla seconda metà del XII secolo gli Ezzelini avevano governato Padova, Treviso, Verona e Vicenza e tutti si erano distinti per abilità di governo. Ma fu Ezzelino III – che negli anni a seguire i suoi concittadini chiamarono Il Terribile per l’indubbia durezza del suo governo – che fece di Padova una città cosmopolita. Alleato di Federico II, lo stupor mundi odiatissimo dalla Chiesa, aprì la sua corte e la città al mondo e alle correnti culturali avrebbero segnato il passaggio tra il Medioevo e il Rinascimento. Non accadde più ma produsse frutti come Pietro d’Abano. 

Nel 1231 muore Antonio e dopo un solo anno viene proclamato santo. Il primo atto. Inizia la rivolta contro Ezzelino. Morte di Federico. I Carraresi. Sulla città cala un velo. Processi a Pietro d’Abano

L’anno della nascita di Pietro, il 1250, è anche l’anno in cui muore Federico II. L’imperatore che per noi rimane lo stupor mundi, nella Padova che aveva da poco canonizzato a tempo di record Antonio da Lisbona successivamente da Padova, è visto come un demonio. Tanto più che appoggia gli Ezzelini di cui molti vorrebbero prendere il posto, dagli Scaligeri ai giovani e impazienti Carraresi. Quando Federico muore, finisce anche il sogno di Ezzelino di fare di Padova una città in grado di rivaleggiare con Milano e Venezia. Eppure lo è stata e continua a esserlo per qualche anno. Ce lo documenta proprio la vita di Pietro.

Le notizie che abbiamo non sono molte ma significative: vive in un mondo aperto, il nostro medico/filosofo, fatto di idee e persone in movimento. A Parigi, tanto per fare un esempio, incontra Raimondo Lullo. L’inventore della Grande Arte, l’arte della memoria cui tanti si dedicarono, da Cicerone a Camillo Delminio. Pietro vive il passaggio tra Tredicesimo e Quattordicesimo secolo, tra l’Europa ricca del Duecento e l’Europa trecentesca di epidemie, carestie e guerre. La cesura tra i secoli si ripercuote sulla vita sua e dei  suoi coetanei. 

La storia non dice se il medico filosofo da Abano e il viaggiatore, diplomatico e probabile spia Marco, della famiglia Polo, si incontrarono. Nulla vieta. Marco torna in Italia nel 1295 dove si trova anche  Pietro, dopo avere studiato in Italia e viaggiato, a caccia di libri, fino a Costantinopoli. 

Tra le molte opere che lascia, frutto della sua vita di studioso, viaggiatore, insegnante e sperimentatore, il Conciliator Differentiarum rappresenta una tappa tra le più incisive nel percorso che ha portato alla definizione del concetto di esperimento e alla nascita della scienza moderna. Di Pietro si tramanda che sia stato il primo a eseguire una autopsia e non è difficile immaginarlo impegnato nella risoluzione di una questione controversa: in una mano Aristotele, nell’altra gli appunti della pratica quotidiana. Sono gli anni in cui Giotto sta lavorando per Enrico Scrovegni.

La cesura tra il Tredicesimo e il Quattordicesimo secolo si ripercuote anche sulla vita di Pietro e Marco, simbolo di un mondo che avrebbe potuto aprirsi, che stava per aprirsi a orizzonti inimaginati. I tempi cambiano. Nel 1298 viene imprigionato Marco Polo. Pietro d’Abano subisce processi nel 1300,1306 e 1312. Non è escluso che l’autorità ecclesiastica  cercasse di interrompere in questo modo la stesura del Conciliator, dov’è contenuta la più “eretica” delle convinzioni esposte dal medico padovano, il cosiddetto Oroscopo delle Religioni. Si dice sia morto in prigione per le torture subite. Intanto mettevano piede a Padova i Carraresi, fedeli a Sant’Antonio e alla Chiesa. 

Sulla parete ovest del Palazzo del Ragione, alta tanto da essere invisibile al passante, si trova – o si trovava quando l’ho vista io, una quarantina di anni fa – una targa che ricorda per ignominia il rogo delle ossa di Pietro. I Carraresi non furono direttamente coinvolti nella damnatio memoriae di uno dei più grandi padovani dell’epoca, ma non fecero nulla per evitarla. 

Nel 2021 Padova è stata inserita tra i siti patrimonio UNESCO come urbs picta, città dipinta, con riferimento a otto cicli di affreschi del XIV secolo, in altrettanti edifici della città. Tra questi gli affreschi astrologici del Palazzo della Ragione e la piena riabilitazione di Pietro d’Abano quale ispiratore di Giotto. Con buona pace della Santa Inquisizione – oggi  Congregazione per la dottrina della fede – le stesse dottrine astrologiche che fruttarono al medico padovano il carcere e una lunga damnatio memoriae.

Francesca Chiesa*

*Francesca Chiesa, classe 1955, laureata in filosofia. 

Ha lavorato per il Ministero degli Affari Esteri in Iran, Russia, Grecia, Eritrea, Libia, Kenia. Dal 2019 vive col marito prevalentemente a Syros, nelle Cicladi. 

Pubblicazioni recenti:

Dalla Russia alla Persia – storia di un viaggiatore per caso: Peripezie di un marinaio olandese al tempo di Alessio I Romanov e Suleiman I Safavide, La Case Books, 2023

Una storia di donne persiane: Il romanzo di Humāy e Nahid, La Case Books, 2023.

Il suo ultimo lavoro è Diversamente sole, Edizioni Open, 2025.

Considerazioni di una lettrice fuori tempo/2, di Francesca Chiesa

Un romanzo è una giostra

Credo da sempre nel romanzo ottocentesco, quello in cui i personaggi sono memorabili, la trama complessa, le caratterizzazioni straordinarie, il ritmo incalzante, l’ambientazione magnifica. Non mi appassiona molta narrativa recente che non ha storie e nemmeno protagonisti, che non ha grandi amori né grandi conflitti, che non è in alcun modo romanzo.” 

Matteo Strukul

Un romanzo di ambientazione storica non è necessariamente un romanzo storico.

Il romanzo storico è un racconto che presenta vicende fortemente condizionate dal periodo in cui si svolgono, e personaggi saldamente connessi con l’ambiente storico e culturale dell’epoca.

Poi ci sono i romanzi di ambientazione storica, che potremmo decisamente paragonare a quelle opere che si prestano a essere allestite con ambientazioni e costumi diversi, senza che ne siano alterati spirito e messaggio. Otello ma non Madame Butterfly, tanto per dire.

Proviamo a soffermarci sui due più noti romanzi di Lev Tolstoj : Guerra e Pace e Anna Karenina

Nel primo, ambientato all’epoca della spedizione in Russia di Bonaparte, la vita e il carattere dei protagonisti sono fortemente influenzati dalle vicende storiche che questi vivono: l’esempio più immediato è quello di Pierre Besucov, giovane infiammato dal fermento intellettuale della Parigi post-rivoluzionaria e napoleonica, insicuro, intelligente ma non razionale, a disagio nella Mosca alessandrina d’inizio ‘800. Più che le vicende personali, sul suo sviluppo spirituale incideranno le dolorose vicende della sua città e della sua patria, che lo trasformeranno da ingenuo rivoluzionario convinto di poter fermare Napoleone, in un saggio proprietario terriero, devoto alla Santa Madre Russia.

Senza Napoleone da amare e poi odiare, questo cambiamento non sarebbe avvenuto.

Anna Karenina, la cui pubblicazione segue quella di Guerra e Pace, è stato definito il capolavoro del realismo e il romanzo più bello del XIX secolo. Fosse stato ambientato nel Ventesimo secolo a Roma, e trattato dalla penna di un Moravia, di un Bevilacqua o di un Bassani, avrebbe comunque mantenuto il suo fascino di storia che eternamente si ripete, negli incroci d’amore di uomini e donne. La storia, qui, è un accessorio; sono i mobili scelti per arredare la scena.

Matteo Strukul ha scritto svariati, affascinanti romanzi storici e un libro che io ho già letto cinque volte senza riuscire a catalogarlo e che, quindi, mi piace tantissimo.

La giostra dei fiori spezzati è un’opera che non può essere catalogata come romanzo storico – le vicende narrate non sono necessariamente vincolate all’epoca in cui si svolgono – ma non possono, allo stesso tempo, essere considerate del tutto indipendenti dall’ambiente in cui si sviluppano. 

Fermiamoci qui, per il momento e andiamo a vedere il contesto storico in cui Strukul ambienta il suo racconto.

Negli anni ’80 e ’90 dell’Ottocento l’economia padovana conosce un discreto incremento, che porta alla nascita di nuove industrie e a un progressivo, anche se ancora parziale, abbandono delle campagne. 

La città di Padova, a fine secolo, fiorisce di imprenditori e magnati e letterati. 

Si stampano giornali – tra fine Ottocento e inizio Novecento, i principali quotidiani di Padova erano La Sentinella, Il Veneto e La Provincia di Padova – si avviano opere di pubblica utilità e beneficenza, si potenziano i settori dell’economia che già erano in via di sviluppo. Il tessile, la siderurgia e la stampa. 

Come se la città fosse tornata al benessere cosmopolita di Ezzelino. 

Ancora una trentina d’anni, forse meno, in cui la comunità ebraica fiorirà e produrrà frutti che purtroppo non resisteranno al tempo.

Chiedete in giro com’era invece  il Portello a fine ‘800: incubi notturni e nulla che profumi di panni stesi al sole.

In questo Porteo, così lo chiamano, non si vede che immondizia; i carretti che vendono verdura e pesce e i mucchi di rifiuti hanno tutti lo stesso colore e lo stesso odore. 

La strada principale che viene dalla grande porta, quella da cui entra in città chi viene da Venezia e dalla sua campagna, è come un paese ma un paese dell’inferno: tutta fiancheggiata da casette, dove sembra che si ammassi una quantità enorme di persone. Pare che qui il sole non riesca ad arrivare, sarà il fumo dei fuochi sempre accesi per scaldarsi o far da mangiare. 

Che poi fuochi, ma cosa bruciano? Le porte e gli scuri delle stamberghe, in cui si ammassano la notte e quando piove; vecchi mobili recuperati chissà dove, magari nei palazzi abbandonati, che sono tanti da queste parti, e quello che raccolgono in giro.

Vivono tutti del lavoro delle donne, e c’è solo un tipo di lavoro che una donna può fare da queste parti, vendere: verdura e pesce se è capace di procurarseli, lavori di cucito se li sa fare, se stessa se è disperata.

Queste sono le donne che racconta Strukul, i suoi fiori spezzati che esercitano al Portello ma non solo; nate per vivere male e morire ancora peggio, straziate come bestie da una bestia più feroce di loro.

Fossero rimaste in campagna – se fosse rimasto del lavoro nelle campagne – sarebbero morte di pellagra ma nel letto, circondate dalla famiglia, da quelli che ancora non erano morti.

Non ė un’invenzione di Matteo Strukul che le porta a morire in città, ma uno di quei giri di valzer che la storia ha fatto e rifarà, con il nome di rivoluzione industriale, nella seconda metà del XVIII secolo in Inghilterra e, nel nostro caso, tra ‘800 e ‘900 nel padovano.

La meccanizzazione del lavoro agricolo consente una diminuzione della mano d’opera a pari rendimento, quindi la forzata urbanizzazione degli abitanti delle campagne, lo sviluppo delle fabbriche, la creazione delle nuove classi sociali di borghesia e proletariato.

Per lo sviluppo della borghesia ė necessario l’aumento del numero dei proletari e, parallelamente, la salvaguardia delle concezioni morali su cui si basa la società borghese presuppone l’ampliamento del mercato della prostituzione.

L’eccessiva disponibilità di manodopera genera disoccupazione in campagna e in città e spinge all’emigrazione.

Miseria, ignoranza e frustrazione generano violenza: tanto in chi ne è causa quanto in chi ne diventa vittima.

Questo lo scenario in cui nasce e si sviluppa La giostra dei fiori spezzati, un romanzo che non dipende dalla contingenza socio-economica della Padova di fine Ottocento ma descrive uno stato di cose che generalmente si verifica in presenza di determinate condizioni, alle quali non è peraltro rigidamente vincolato.

Quindi, un particolare tipo di rapporto tra storia e vicende narrate, quello che ha instaurato Strukul con questo romanzo. Che è un romanzo a tutti gli effetti, non un vagabondare dell’autore intorno a se stesso.

Una domanda, per finire: perché la giostra? In un primo tempo avevo ipotizzato che potesse rappresentare la macabra danza delle fanciulle uccise. 

Oggi credo si riferisca piuttosto alla ruota del tempo che non smette mai di girare, sempre uguale a se stessa.

Francesca Chiesa*

Di seguito il link al precedente: 

Considerazioni di una lettrice fuori tempo/1

Un romanzo è un romanzo, un’autoanalisi è una noia

https://ilrandagiorivista.com/2025/09/04/considerazioni-di-una-lettrice-fuori-tempo-1-di-francesca-chiesa/

*Francesca Chiesa, classe 1955, laureata in filosofia. 

Ha lavorato per il Ministero degli Affari Esteri in Iran, Russia, Grecia, Eritrea, Libia, Kenia. Dal 2019 vive col marito prevalentemente a Syros, nelle Cicladi. 

Pubblicazioni recenti:

Dalla Russia alla Persia – storia di un viaggiatore per caso: Peripezie di un marinaio olandese al tempo di Alessio I Romanov e Suleiman I Safavide, La Case Books, 2023

Una storia di donne persiane: Il romanzo di Humāy e Nahid, La Case Books, 2023.

Il suo ultimo lavoro è Diversamente sole, Edizioni Open, 2025.

Considerazioni di una lettrice fuori tempo/1, di Francesca Chiesa

Un romanzo è un romanzo, un’autoanalisi è una noia

Dal millenovecento e novantuno al duemiladiciannove: ventotto anni di lavoro all’estero con immersione in contesti spesso distanti anni luce da quello cui appartieni, sono più che sufficienti per perdere il contatto con la produzione letteraria italiana. 

Anche se la lontananza è interrotta da qualche rientro.

Anche se il tuo lavoro consiste nel promuovere la cultura italiana all’estero, ovvero: qualche concerto, qualche mostra d’arte soprattutto antica o contemporanea ben sponsorizzata, qualche grande nome della nostra letteratura: da Dante a Boccaccio, da Tomasi di Lampedusa a Dacia Maraini. 

Già invitare i Wu Ming a Nairobi è stato un azzardo, per non parlare del festival del romanzo storico inventato da Sugarpulp, una delle poche fucine di idee geniali e intelligenti che si stiano muovendo da qualche anno sul suolo patrio.

È chiaro che alcuni dei mondi attraversati – Mosca e Atene, in filo diretto con Berlino,  ma anche Nairobi che è pur sempre rimasta una realtà anglosassone – ti danno qualcosa di nuovo, se lo vuoi ricevere, ma è con il rientro nel Belpaese che ti trovi ad affrontare una realtà abbastanza destabilizzante. 

Per te che sei partita accompagnata dalle parole del tuo libraio di fiducia – Non si vende, dottoressa, non si vende. Non so quanto riusciremo a resistere. – e da decine di articoli su quotidiani e riviste, in cui ci si interrogava su cosa sarebbe diventata la massa dei giovani non/leggenti, ritornare in Italia è come sbarcare su un altro pianeta.

 

Come descrivere in poche parole, il mondo dei libri e dei lettori che mi si è parato davanti, nel mio percorso per ritornare a essere lettrice di questo Paese?

Devo fare un passo indietro per poter produrre un paragone abbastanza efficace.

Nella “mia” Tehrān degli anni ‘90, appena uscita dalla guerra con l’Iraq, esisteva un solo negozietto dove si potevano acquistare generi occidentali: pasta, affettati, caffè, biscotti e poco altro. Tutto tranne vino, ma quello ce lo facevamo, e comunque era una festa: cibo italiano per il pranzo della domenica. E così negli altri Paesi, con le solite eccezioni.

Tornare in un mondo di supermercati sovrabbondanti e sovraffollati  non è una gioia ma una noia: una gigantesca cornucopia che erutta prodotti a non finire, di ogni marca e di ogni prezzo, talmente tutti uguali che ne basterebbe uno per categoria merceologica.  

Nel mondo, mi correggo nel mercato, dei libri la situazione non cambia, cibo per la mente trattato alla stregua di cibo per cani: i persuasori occulti ti spiegano che senza un cane non sei nessuno; il veterinario ti spiega che senza gli opportuni ammenicoli sanitari parasanitari e ludici il tuo cane è una persona infelice; l’informazione via stampa video audio e web ti convince che optare per la marca X renderà migliori te e il tuo cane; il delizioso negozietto di petfood, comodissimo e giusto all’angolo, ti garantirà l’acquisto di ció di cui ormai hai bisogno. È fatta.

In un momento che non mi è chiaro, tra il 1991 e il 2019, qualcuno nel mondo si è accorto che il libro è un oggetto facile da produrre e facile da vendere. Allora, perché non si vende? Perché bisogna cambiare strategia. 

Come nel caso delle meravigliose calze di vera seta delle nostre bisnonne, sparite da oltre un secolo perché costavano troppo e duravano per sempre, quindi invendibili. 

Quindi sostituibili con calze di nylon.

Torniamo ai libri: per leggerli, bisogna saper leggere, e per capirli bisogna saper pensare.

Amarli è un altro discorso, bisogna che entrino a far parte di te e questo non è programmabile.

Saper leggere: l’introduzione della scuola media inferiore unica obbligatoria, nel 1962, ha fatto si che gli adolescenti italiani, anche quelli che non avevano libri in casa, potessero usufruire di una lettura guidata perfino dei grandi classici; la riforma della scuola superiore, avviata nel 2008, ha rafforzato questo processo; la modifica della struttura e dei contenuti dei corsi di laurea, c.d. “riforma Berlinguer”, ha offerto gli strumenti e aperto la strada a una massa di lettori e di possibili scrittori. 

Scrittori in nuce, cui si provvede a garantire le competenze necessarie grazie alla istituzione di appositi corsi di laurea e di specializzazione a livello universitario, o corsi professionalizzanti privati. L’apertura della Scuola Holden, finalizzata alla formazione di narratori e guarda caso intitolata a un personaggio della letteratura statunitense contemporanea, segna un punto di non ritorno. 

Nel 1991, quando ho lasciato l’Italia, chi parlava di struttura e strutturalismo era comunista. Oggi, sul concetto di “struttura” si regge la didattica del romanzo.

La massa di clienti, che era fino ad allora mancata al mercato dei libri, si definisce grazie a uno sdoppiamento che viene immediatamente recepito dalle nuove generazioni di potenziali lettori/scrittori: se leggo posso scrivere, se voglio scrivere devo leggere.

Attenzione: se voglio essere letto, devo scrivere ció che richiede il mercato. 

Enunciazione, questa, solo apparentemente lapalissiana, giacché non sempre gli scrittori sono stati sottoposti alla necessità o all’obbligo di venire incontro ai desideri e agli interessi del lettore, quantomeno non fino al XVIII secolo dell’Illuminismo e della Rivoluzione francese, e al XIX secolo delle letterature nazionali, secoli in cui davvero si scriveva per liberare e allargare l’area della coscienza. 

È nel ventesimo secolo che si ritorna a una produzione letteraria condizionata, dal fascismo e dall’antifascismo, ma anche da fenomeni che non hanno nulla a che fare con regimi e ideologie, ma rappresentano comunque una forma di penetrazione teorica, ideologica ed economica estremamente ben riuscita. Vale a dire l’ingresso in Italia della psicanalisi, databile più o meno al 1925, con la fondazione della Società Psicoanalitica: più ancora delle dottrine politiche, questa tecnica influenzerà profondamente la produzione letteraria italiana. 

Con questo lungo prologo arrivo a due riletture, che si situano alle estremità di un arco temporale che va dal 1963, anno in cui è stato pubblicato Un amore del poliedrico e ormai affermato Dino Buzzati, al 2014 quando un giovane Matteo Strukul, non ancora arrivato ai successi odierni, pubblica La giostra dei fiori spezzati.

Entrambi i libri sono definiti romanzi, entrambi ruotano intorno al mondo della prostituzione.

Nel 1963 non avevo più di otto anni, ma ricordo bene l’agitazione che provocó nella piccola comunità padovana che usava trascorrere le vacanze estive nel Bellunese, la pubblicazione di Un amore di Dino Buzzati. I libri proibiti, a casa mia, erano chiusi in una vetrinetta, sotto chiave: a ogni compleanno, più o meno, me ne veniva concesso uno ma Un amore da quella vetrinetta non uscì mai. Superata l’età dei divieti, gli interessi rivolti altrove, non mi vergogno di confessare che pur avendo letto e amato varie altre opere di Buzzati, la forza della censura genitoriale aveva espulso quel libro dai miei orizzonti di lettura. L’ho letto ora, quindi a voler essere precisi non si tratta di una rilettura ma della ripresa di un autore amato in nuova veste, diciamo così.

Ed  è stato un libro che non mi è piaciuto, come non mi sono piaciuti La coscienza di Zeno di Italo Svevo, Il male oscuro di Giuseppe Berto, Io e lui di Alberto Moravia, Le libere donne di Magliano di Mario Tobino. 

Forse l’esito sarebbe stato un altro se queste opere fossero state presentate come Memorie piuttosto che come Romanzi; forse avrei riconosciuto loro un diverso valore linguistico e letterario se fossero stati diversi i titoli: Buzzati: Io, io, io e Laide; Svevo: Io e il fumo; Berto: Io e il profondo me stesso; Moravia: Io io io e lui; Tobino: Io e le mie matte: ritratti.

Non so, forse la lettura sarebbe risultata comunque alquanto noiosa, come sempre lo è l’accostarsi a testi in cui all’autore non interessa comunicare ma semplicemente mostrarsi. D’altra parte, questi poveri autori non ne portano nemmeno tutta la responsabilità.

Di fatto, tra le molte strategie adottate dalla civiltà occidentale per contrastare la diffusione del collettivismo sovietico, l’adozione della psicoanalisi appare particolarmente significativa: formalmente definita sulla base del mito greco di Edipo, questa pratica geniale è tutt’ora impegnata a diffondere il principio secondo il quale se ti senti a disagio nella vita il problema é tuo, perché non hai ancora imparato a vivere nel modo giusto. 

Da qui il proliferare di produzioni letterarie in cui l’Autore si presenta con determinate caratteristiche, e queste rimangono sostanzialmente invariate dall’inizio alla fine di una narrazione, che si muove totalmente al di fuori di quei meccanismi di mimesi/imitazione e catarsi/purificazione i quali, secondo Aristotele, generano nello spettatore piacere e sollievo.

Immaginate la raffigurazione del Buddha che si guarda l’ombelico: la comunicazione avviene tra lo scrittore e se stesso, il lettore é un accessorio utile all’ego di chi scrive ma non necessario. 

Se ne puó fare a meno – secondo gli scrittori di cui sopra – insieme a tutti gli elementi che contribuiscono a creare l’effetto mimesi: struttura, personaggi, ambiente, colore e suono delle parole. Leggendo Un amore, ad esempio, ci troviamo sommersi e oppressi da una sovrabbondanza di aggettivi distribuiti a pioggia, come si sparge a terra il sale per sciogliere il ghiaccio e il fango che produce ti sporca le scarpe. La sensazione è che non creino un mondo ma servano a riempire spazi vuoti.

Personaggi, invece, pochini pochini oltre a Buzzati/Dorigo: la Laide, come la vive l’autore, e la signora Emmelina in veste di maitresse o Caron-dimonio-traghettatore. I colleghi di lavoro, gli incontri casuali esistono in funzione di Dorigo, come scene fisse nella messa in scena di un monologo.

Buzzati, peró, ha scritto anche il Il deserto dei Tartari.

Ammettendo che il protagonista di Un amore (1963) non sia cambiato rispetto a Il deserto dei Tartari (1940) – Dorigo è Dogo? – la differenza tra le due opere è tanto semplice quanto smisurata: Il deserto è un romanzo, Un amore non lo è. A me appare così e ho cercato di capire perché, dando per certo che non mi si sarebbe posto alcun interrogativo se Un amore fosse stato scritto prima del deserto.

Scrive Graham Greene, ragionando su Il console onorario, che lui giudica il migliore dei suoi romanzi:«Quando scrivi un romanzo, non devi mai includervi qualcosa che è capitato a te senza modificarlo in qualche modo.» 

In effetti, anche ne Il console troviamo storie di uomini che non avrebbero bisogno di bordelli per innamorarsi ma inevitabilmente sviluppano una passione per una prostituta. Quanto ci ricorda la Laide di Dorigo, quella Clara amata dal console e dal dottore? Non molto: non ha la sua indipendenza, la sua strafottenza, la sua volgarità anche. Sembra che il suo maggior desiderio sia accontentare il console Fortnum e il dottor Psarr: loro – cioè la presenza di due innamorati – sono ció che fa di questa storia un romanzo. Loro sono il conflitto, Antagonista l’uno dell’altro. Quel conflitto che in Un amore  avviene tra il protagonista e se stesso e quindi non porta a nulla.

E Drogo, laggiù, di fronte al deserto? Drogo non è preso da amore, questo è sicuro. 

Nel momento in cui arriva alla fortezza Bastiani, il tenente Giovanni Drogo inizia la sua vita da adulto: da ragazzo che era, convinto di poter recedere da una decisione sbagliata solo dicendo «Non mi piace più», vede la vita scappargli davanti senza che lui riesca a raggiungerla. Come da sempre qualcosa appare e qualcosa scompare, una vita finisce, la neve cade e la primavera spunta e gli uomini attendono una vita migliore. Giovanni – come quanti di noi? – aspetta il momento di poter scegliere, di potersi provare. 

Di vincere, alla fine, come in effetti gli riesce di fare, solo e proprio di fronte all’Invincibile.

Il sorriso di Giovanni di fronte alla Morte è la cifra dell’umanità.

Lo sguardo di Dorigo che passa dalla Torre Nera alla piccola squillo, segna il passaggio dall’essere al possedere, quasi un biglietto d’ingresso per le feste di Villa Certosa.

segue 

Considerazioni di una lettrice fuori tempo/2

Un romanzo è una giostra

Francesca Chiesa

Francesca Chiesa, classe 1955, laureata in filosofia. 

Ha lavorato per il Ministero degli Affari Esteri in Iran, Russia, Grecia, Eritrea, Libia, Kenia. Dal 2019 vive col marito prevalentemente a Syros, nelle Cicladi. 

Pubblicazioni recenti:

Dalla Russia alla Persia – storia di un viaggiatore per caso: Peripezie di un marinaio olandese al tempo di Alessio I Romanov e Suleiman I Safavide, La Case Books, 2023

Una storia di donne persiane: Il romanzo di Humāy e Nahid, La Case Books, 2023.

Il suo ultimo lavoro è Diversamente sole, Edizioni Open, 2025.

Francesca Chiesa: “Diversamente sole” (Edizioni Open), di Francesca Chiesa

Abbiamo chiesto alla nostra amica Francesca Chiesa, veneta da Syros nelle Cicladi, di parlarci del suo ultimo libro “Diversamente sole” (Edizioni Open) da qualche giorno in libreria.

LA QUINTA STORIA

Borges individua, in El oro de los tigres, quattro racconti che percorrono la storia dell’umanità, Los cuatros ciclos.

  • L’inutile difesa di una città assediata. Achille sa che il suo destino è morire prima della vittoria. Omero e Yeats la canteranno.
  • La storia di un ritorno. Quella di Ulisse; e quella degli dei del Nord.
  • La storia di una ricerca. In passato, fortunata – Giasone e il Vello. Nella modernità, sconfitta – l’Achab di Melville, il K. di Kafka.
  • La storia del sacrificio di un dio. Attis, Odino, Cristo.                                        

Inevitabilmente, ne manca una: l’innamorato di Maria Kodama forse l’ha dimenticata, forse non la conosceva. Anche noi vorremmo dimenticarla e invece va trasformata in racconti, in una quantità di racconti, nella maggiore quantità di racconti possibile: tutte le storie di tutte le solitudini di tutte le donne.

Per raccontare si possono usare romanzi o racconti. Anche poesie, che sono tuttavia racconti per immagini. Io ho scelto i racconti. Un racconto non è un romanzo breve, un racconto quando riesce proprio bene è un pugno allo stomaco, un lampo che ti lascia il segno sul fondo della retina. Un romanzo è progettato per un ambiente, un racconto è prodotto da un ambiente.

L’ambiente che produce le mie storie è un’ampia area che comprende il mondo indoiranico, la Russia a nord, a sud e ovest la penisola araba e l’Africa orientale, e in parte l’area mediterranea. Le terre in cui ho trascorso la mia vita, ma anche il mondo dove il racconto è nato, in forma di novella.

Il romanzo, che in un tempo assai lontano fu poema epico e successivamente romanzo alessandrino o greco-romano che dir si voglia, poi da roman cortese divenne romanzo borghese e tutto questo percorso fece senza che mutassero gli elementi che lo caratterizzano: essere un concatenarsi di eventi in forma causale e svolgimento temporale; essere l’espressione degli strati dominanti della società di una determinata epoca.

La novella/racconto è il memorandum della vita quotidiana, ciò che si annota per fissare la memoria, per conservare il ricordo. Il racconto mi ė sempre apparso lo strumento ideale per narrare un mondo in cui il reale ė ciò che accade.[1]

I miei racconti sono prodotti dai luoghi in cui sono vissuta. Dal tentativo di cogliere le forme di vita che fanno di ogni luogo ciò che ē.

Se fossi stata brava a usare matita e pennello, avrei disegnato l’eleganza delle euforbie in Eritrea, la fioritura degli Alberi di Giuda che tinge di sangue le strade del centro di Teheran, l’oro del brevissimo autunno di Mosca, l’azzurro del crudele mare di Libya.

Se fossi stata metodica, avrei annotato le ricette della cucina greca che amalgama oriente e occidente; le tradizioni della nostra cucina di campagna, arte di nonne che custodivano il segreto del soffritto; la chiave dello zafferano persiano che profuma e del colchico che uccide; il mosaico di colori del fattush libanese che fa dimenticare e si prepara insieme, sedute intorno a un tavolo a tagliuzzare.

Invece mi piace scrivere e così racconto quello che conosco meglio: le donne, perché sono donna, e la solitudine, sostantivo di genere femminile. Cercando di capire, donna dopo donna, chi davvero sostiene il peso di questa solitudine.

Dalla presentazione di Diversamente sole:

“Diversi sono i modi di essere donna che puoi incontrare sulle strade del mondo, ma c’è un aspetto dell’esistenza che ci accomuna tutte e appartiene solo a noi: la solitudine.

Questo è un libro scomodo, non racconta storie a lieto fine, anzi, le storie che racconta appartengono al genere di quelle che non finiscono mai.

Di tutte una soltanto, a mio giudizio, si risolve in una speranza di serenità: potrebbe essere definita fiaba di una nipotina che trova un nonno, ma questa è solo la seconda parte di La vergine di Malindi e La figlia della vergine.

Delle altre posso dire che offrono un’unica rassicurazione, si svolgono in una realtà molto lontana dalla nostra. Tranne l’ultima, che appartiene al passato povero della mia terra, il Veneto, al tempo in cui la solitudine si mescolava con la povertà e generava mostri: Tre + due ragazze belle, vendono il poco che hanno.

La trovi ovunque, la solitudine, negli interstizi della vita altrui e ovunque ci sia da portare pesi, nascoste agli occhi del mondo o appena appena sogguardate, come la donna che sputa quasi di nascosto sui dittatori (Ma i dittatori sognano isole sbagliate?) e le ragazze di Tripoli che rifiutano quelle di un altro colore.

Il mare che divide la Libia dalla Sicilia ne sa qualcosa, di solitudine: dentro uno di quei gusci di noce che ballonzolano disperatamente sulle onde, ho lanciato uno sguardo e ho trovato una novella Sherazade, il suo nome è Haben e rappresenta tutte le mie allieve eritree, e ricorda Tutte quelle in fondo al mare.

Ogni donna vive con la sua peculiare solitudine: non fa molta differenza che gliel’abbia regalata il mondo o se la sia ella stessa confezionata, come accade ad esempio a Sikina, la protagonista del racconto Di corsa, che ha sposato un uomo speciale ma se n’è accorta troppo tardi.

Ci sono le solitudini coraggiose, nobili, fiere e c’è la solitudine delle donne che vivono in mondi meschini che le hanno plasmate ma di loro non sanno che farsene: sono Quelle del Waddan, appendici di un mondo che si sente privilegiato

La solitudine ti guarda sempre con lo stesso volto, ma non tutte le storie di solitudine si assomigliano. Ci sono quelle che ti lacerano dentro e ti fanno sentire corresponsabile di quanto accade: ad Afra di Tawergha e alla figlia di Rosa, a Ghinda, cui è stato fatto assaggiare l’amaro Frutto di passione. Alle donne che mangiano insieme Fattush a Beiruth: sono amiche, in compagnia, allegre e felici: non dura.

C’è la gioia di Azadeh, che significa libertà in persiano: libera di vagare sola tra i misteri e gli incantamenti del Gran Bazar di Teheran. La mia gioiosa e stordita euforia – sì, la protagonista di Acido lisergico sono io – che sogna donne colorate, danzanti intorno al mio letto d’ospedale. E ancora Federica e Tahereh, senza uomini e senza soldi, che ubriacano di Uova sode la loro solitudine e lanciano le bucce giù dal ponte che congiunge Massawa e Taulud.

Ci sono anime rinsecchite, come quell’anziana ricca e colta persiana che non ha più nulla per cui vivere se non l’organizzazione del più perfido Matrimonio d’amore. C’è La solita vecchia storia degli uomini che inventano malignità sulle donne, e quella più lontana che racconta Come muoiono le regine. Sole, come volete che muoiano: all’ora sesta, quando tutti muoiono.

E poi vi racconto di una madre che non capisce, in Quelle della Qabila, e di una che s’innamora di Alex/Iskandar detto Alessandro Magno

C’è una sola storia, in questa raccolta, che narra di una solitudine condivisa, tra un pirata e una principessa: l’Isola Verde esiste, potete cercarla in Eritrea, loro due li ho solo sognati”.


[1] Ludwig Wittgenstein, Tractatus logicus-philosophicus 1.1, 1922.

Francesca Chiesa

Francesca Chiesa, classe 1955, laureata in filosofia. 

Ha lavorato per il Ministero degli Affari Esteri in Iran, Russia, Grecia, Eritrea, Libia, Kenia. Dal 2019 vive col marito prevalentemente a Syros, nelle Cicladi. 

Pubblicazioni recenti:

Dalla Russia alla Persia – storia di un viaggiatore per caso: Peripezie di un marinaio olandese al tempo di Alessio I Romanov e Suleiman I Safavide, La Case Books, 2023

Una storia di donne persiane: Il romanzo di Humāy e Nahid, La Case Books, 2023