Danza e Letteratura: “L’Arlésienne”, di Serena Cirillo

Cosa spinse Roland Petit nel 1974 a creare una coreografia da un’opera teatrale rappresentata un secolo prima, a sua volta tratta da un racconto di Alphonse Daudet, uno dei maggiori esponenti del naturalismo francese? In parte la sua attrazione per le storie da melodramma romantico, poi, forse, il desiderio di raccontare atmosfere tipicamente francesi, come avviene nel balletto “L’Arlésienne”.

Primo della raccolta di racconti dal titolo “Lettere dal mio mulino”, ambientato in Provenza come quasi tutti gli altri, L’Arlésienne descrive un ambiente, un territorio e uno stile di vita tanto caro ai romantici non solo francesi (basti pensare che anche nella celeberrima opera di Giuseppe Verdi, La Traviata, si parla della Provenza come luogo ideale, luogo dell’anima, panacea di tutti i mali) e celebra un tipico eroe romantico, che lo stesso autore incarna alla perfezione. Nato nel cuore della Provenza nel 1840, anno che coincise col fallimento dell’azienda di famiglia, Alphonse Daudet si definì “la cattiva stella per i miei genitori”. La situazione familiare difficile, la fuga a Lione in cerca di fortuna, la morte del fratello maggiore, l’abbandono da parte dei genitori, lo portarono a condurre una vita da vagabondo a soli tredici anni. Lo salvò l’amore per la letteratura, quel fuoco sacro che lo animò fino a fargli comporre le prime poesie e un romanzo appena sedicenne, quando fu costretto a impiegarsi come istitutore per aiutare la sua famiglia. A Diciassette anni raggiunse il fratello a Parigi, dove fu subito notato per il suo talento di scrittore e poeta che gli permise di entrare come redattore a “Le Figaro”. Sebbene fosse di salute cagionevole, lavorò senza sosta, la sua breve vita fu estremamente produttiva e i suoi lavori (poesie, romanzi, racconti e opere teatrali) ebbero molto successo. Aveva la capacità di trasformare in letteratura episodi di vita vissuta, impressioni tratte dall’osservazione della natura e degli uomini… persino i ricordi di guerra furono trasformati in romanzi da Daudet che, come dirà il figlio “Non separò mai la vita dalla letteratura”. I protagonisti delle sue opere erano autentici: con pregi, difetti, debolezze e virtù, ma soprattutto con una carica umana universale. Le sue opere furono definite dalla critica “impressioniste”, proprio perché create con il preciso intento di riprodurre nel lettore l’impressione provata dall’artista al contatto con la realtà. La raccolta di racconti dal titolo “Lettere dal mio mulino”, pubblicata nel 1869, appartiene al periodo in cui lo scrittore, non ancora trentenne, era tornato in Provenza per “sognare ed essere solo”. Aveva affittato un vecchio mulino a vento abbandonato e da questo rifugio immaginò di scrivere agli amici lontani piccoli fatti e leggende della vita del paese, insieme a suoi pensieri e fantasie. Dal racconto “L’Arlésienne” Daudet stesso trasse un dramma omonimo rappresentato nel 1872 con musica di Bizet, ma, nonostante il compositore fosse entusiasta di collaborare con uno scrittore di quel calibro, l’opera non ebbe successo. 

Il successo sulle scene arrivò circa un secolo dopo, quando L’Arlésienne fu trasformata in un balletto dal titolo omonimo dall’intuizione geniale di Roland Petit, il più grande coreografo francese di tutti i tempi. Nel balletto di Roland Petit l’amore tra Vivette e Frederi, che appaiono in scena intenti a partecipare alla festa del paese, è ostacolato dall’ossessione di quest’ultimo per il ricordo dell’Arlésienne, donna da lui amata in passato che non riesce a dimenticare. All’allegria del momento fa da contrappunto il dramma interiore che consuma il giovane, che non riesce ad amare Vivette perché tormentato dalla nostalgia per l’Arlésienne. Lei non compare mai in scena, fa parte di un antefatto. L’Arlésienne è soltanto un senso di perdita, di sconfitta, di abbandono che sconvolge l’animo e turba la mente di Frederi, portandolo via da un presente che potrebbe essere felice, ma è intriso di disperazione. Vane le attenzioni di Vivette, i cui sentimenti F. vorrebbe corrispondere ma non riesce perché il ricordo dell’altra lo logora fino a portarlo al suicidio. Roland Petit, eccellente coreografo narrativo, porta i protagonisti ad esprimere un caleidoscopio di emozioni. Lo spettatore è coinvolto e trascinato nell’allegria della festa dai paesani, nella dolcezza dell’amore puro da Vivette, nella malinconia del ricordo che man mano diventa un’ossessione e poi disperazione. La struttura coreografica accompagna e rende tangibili tutti i cambiamenti di stato d’animo, rispettando le intenzioni di Daudet di descrivere la realtà senza filtri. Rappresentato per la prima volta, con successo, nel 1974 dal Balletto Nazionale di Marsiglia, il balletto è stato riproposto in molti teatri dal mondo, dall’Opera di Parigi alla Scala di Milano, dall’Opera di Roma al Balletto Nice Méditerranée, entrando a pieno titolo nei classici del balletto del ‘900. Attualmente in scena al Teatro San Carlo di Napoli, è interpretato da Danilo Notaro e Claudia D’Antonio. Danilo Notaro che ha colto a pieno il dramma interiore del protagonista, colpisce per l’espressività del movimento e quindi la dimensione tragica del vissuto che rendono fedelmente le intenzioni dell’autore. Il sentimento di disperata rassegnazione di Claudia D’Antonio nei panni di Vivette arriva forte e diretto, è il dramma di una donna il cui amore è respinto, azione resa palese dalle immagini fortemente evocative che Petit rappresenta con una gestualità esplicita.

Ancora una volta le pagine di un classico della letteratura prendono forma, diventano tangibili con tutti i sensi tramutandosi in musica e movimento, le arti si uniscono a creare armonia e ad amplificare la bellezza.

Serena Cirillo

Serena Cirillo: già consulente per la comunicazione istituzionale al Consolato Americano di Napoli. Giornalista pubblicista, traduttrice, scrittrice, ghost writer. Laureata in lingue e letteratura, specializzata in didattica della lingua italiana agli stranieri. Esperta di letteratura, arte e spettacolo; scrive, anzi narra, di teatro, musica, arti figurative e soprattutto di balletto classico. Ha pubblicato racconti in antologie e ha in cantiere un romanzo ambientato nel mondo della danza. Scrive sulla pagina culturale del quotidiano Cityweek e della rivista Le Sociologie

Danza e Letteratura: “L’Après midi d’un faune”, di Serena Cirillo

“La danza inizia dove le parole non esistono più”.  Con questa famosa affermazione Pina Baush voleva sottolineare il valore espressivo della danza come linguaggio universale, il suo potere di sintesi che ispira altre forme d’arte e spesso ne è ispirata.

E’ esattamente quello che succede con il poema di Stephane Mallarmé: “L’après midi d’un faune” (Il pomeriggio di un fauno), che ha creato intorno a sé, già dalla sua prima apparizione nella seconda metà del XIX secolo, un movimento artistico non indifferente coinvolgendo teatro, musica e danza, creazioni che vengono eseguite ancora oggi nei teatri lirici più importanti. L’après midi d’un faune, poema composto da centodieci versi alessandrini e opera più famosa di Mallarmé, è considerato una pietra miliare del simbolismo nella storia della letteratura francese. Il poeta Paul Valery, già fervente discepolo dell’autore, lo considerava addirittura il più grande poema francese di tutti i tempi. La versione iniziale fu scritta da un giovanissimo Mallarmé (appena ventitreenne) tra il 1865 e il 1867, periodo in cui, fresco di lettura di “Les fleurs du mal” subì maggiormente l’influenza di Baudelaire e la trasferì nei suoi poemi. Definito il più baudelairiano dei poeti simbolisti, elaborò un suo concetto secondo il quale la poesia pura era l’unico strumento per poter accedere all’assoluto e non aveva altro scopo che creare un mondo ideale. Il poeta non doveva riprodurre ciò che l’uomo già conosceva né raccontare il mistero, ma semplicemente evocarlo in un linguaggio poetico che non avesse nulla a che fare col linguaggio quotidiano. Mallarmé si affidava alla tecnica della suggestione per allontanarsi progressivamente dalla realtà; per lui il testo poetico non poteva essere chiaro o lineare, per cui l’ermetismo era fondamentale. La versione definitiva del poema “L’après midi d’un faune” vide la luce nel 1876 e suscitò grande scalpore sia per la forma che per il contenuto. I versi infarciti di termini rari o desueti, i vocaboli eccentrici, la sintassi disarticolata, il ricorso continuo al simbolo, descrivevano le esperienze sessuali di un fauno appena sveglio che raccontava in una sorta di monologo sognante delle ninfe che aveva incontrato o forse sognato. Frequenti le metafore a sfondo erotico in un’ambientazione bucolica tipica del classicismo, ma con uno stile completamente nuovo.

Il poema, pubblicato con frontespizio e illustrazioni di Edouard Manet, fu fonte di ispirazione per artisti della generazione successiva come Claude Debussy, che circa venti anni dopo scrisse la composizione per orchestra “Prélude à l’après midi d’un faune”, a sua volta Vaslav Nizinskij, che su quella musica creò nel 1912 la coreografia che prende il nome dal poema. Fu lo stesso Nizinskij a interpretare il ruolo del fauno nella prima all’Opera di Parigi della produzione che fu una grande novità per l’epoca. Per il balletto, nel quale un giovane fauno incontra diverse ninfe, amoreggia con loro e infine le rincorre, fu scelto uno stile deliberatamente arcaico. La melodia di Debussy serviva da paesaggio sonoro alla scena, mentre i movimenti dei ballerini diventavano violenti e discontinui, proprio come la sintassi del poema. La rottura con la danza classica, con il tecnicismo a cui i ballerini russi erano abituati, alla leggerezza dei passi, apparve molto forte, ma aprì la strada ad una nuova tendenza.

Inizialmente il balletto, a causa degli articoli negativi pubblicati su Le Figaro, non ebbe una buona accoglienza da parte del pubblico, scandalizzato, né della critica. Il pubblico rimase sconcertato da una danza molto differente da quella che era solito vedere; stupì anche il costume molto aderente, ma fu specialmente la mimica finale dell’atto sessuale che causò lo scandalo. Ciononostante rimase nel repertorio per molto tempo e per molto tempo ancora restò pressochè invariato, mantenendo uguale anche il costume del fauno. E’ stato più volte coreografato in nuove edizioni negli anni successivi fino ad arrivare alla versione più famosa, quella di Jerome Robbins nel 1953, riproposta in questi giorni al Teatro San Carlo di Napoli. La coreografia di Robbins è sicuramente più snella e scorrevole, allestimento scarno e scenografia ridotta al minimo, tutto il balletto è affidato al passo a due dei protagonisti, al San Carlo interpretati da Karina Samoylenko ed  Emanuele Torre nel primo cast, poi Claudia D’Antonio e Stanislao Capissi, e ancora Martha Fabbricatore e Raffaele Vitozzi. Un pezzo molto piacevole, dove la perfezione tecnica si sposa benissimo coi virtuosismi musicali della splendida composizione di Débussy, che a sua volta ricorda agli appassionati i versi straordinariamente innovativi di Stéphane Mallarmé.

Serena Cirillo

Serena Cirillo: già consulente per la comunicazione istituzionale al Consolato Americano di Napoli. Giornalista pubblicista, traduttrice, scrittrice, ghost writer. Laureata in lingue e letteratura, specializzata in didattica della lingua italiana agli stranieri. Esperta di letteratura, arte e spettacolo; scrive, anzi narra, di teatro, musica, arti figurative e soprattutto di balletto classico. Ha pubblicato racconti in antologie e ha in cantiere un romanzo ambientato nel mondo della danza. Scrive sulla pagina culturale del quotidiano Cityweek e della rivista Le Sociologie

Nuovi Randagi – Serena Cirillo: La scuola di danza

Il tempo sembrava si fosse fermato. È stata la prima sensazione che ho avvertito varcando la soglia finalmente calma, serena, riconciliata con quel mondo, un mondo intero che passava attraverso quella scuola e il mio maestro.

Erano passati vent’anni dall’ultima volta che avevo visto la mia scuola di danza, vent’anni in cui avevo cambiato casa, vita, ambiente, mondo. Ero uscita da quella porta con gli occhi gonfi di lacrime, scendendo per le scale di corsa, appena in tempo per nascondere al maestro la mia disperazione; ero troppo orgogliosa a vent’anni, volevo apparire soddisfatta della mia scelta, dimostrare che rinunciare alla carriera artistica non mi pesava. Invece allora fu una rimozione: impiegai molto tempo ad elaborare il lutto e per qualche anno rifiutai di assistere a qualunque spettacolo di balletto fino a quando, dietro insistenza della mia amica Alessandra, che diversamente da me aveva continuato e che finalmente ballava per la prima volta da solista, andai al suo spettacolo e piansi per tutto il tempo.

A poco a poco ricominciai ad avvicinarmi al mondo della danza fino a quando non decisi di varcare nuovamente la soglia della mia vecchia scuola, luogo di gioia e di dolore, speranza e delusione, passione e rigore. Man mano che salivo le scale mi arrivavano sempre più chiare le note familiari del pianoforte. Dal ritmo riuscivo a distinguere il tipo di esercizio che si stava eseguendo in sala e quale corso stava prendendo lezione: era sicuramente rond des jambes, quarto corso. Dal cortile si sentiva già l’odore, o meglio, si sentivano tutti gli odori della scuola: l’umido delle tavole consumate dai tanti salti e pirouettes che provavamo all’infinito, quello un po’ polveroso della moquette che rivestiva il pavimento di spogliatoio, corridoio e sala d’aspetto (il maestro ci teneva così tanto a quella moquette fuori moda perchè i piedi delle ballerine non si dovevano raffreddare); gli effluvi di profumo delle ragazze che uscivano dopo la doccia soddisfatte delle loro fatiche quotidiane; il fumo lontano di qualche sporadica sigaretta di genitori annoiati che aspettavano nel cortile.

Varcata la soglia mi hanno assalito una miriade di immagini: foto attaccate al muro del maestro con varie stelle del balletto, foto di scena dei numerosi allievi che avevano fatto carriera, foto con dedica e lettere di ringraziamento di ballerini famosi. Un caleidoscopio di immagini che rimandava amore per la danza attraverso quei sorrisi sognanti e soddisfatti. Ho rallentato.

Rischiavo di nuovo di essere sopraffatta dalla commozione a quarant’anni, con una nuova casa proprio lì vicino, una splendida bambina di quattro anni dotatissima per la danza e una bella carriera avviata, quella per cui avevo barattato la mia passione da ballerina. Ho deglutito facendomi forza; dovevo percorrere il corridoio e la sala d’attesa per giungere all’ufficio del maestro, diventato settantenne, che da quella piccola stanza sentenziava sul destino di ognuna di noi. Mi arrivavano dallo spogliatoio le voci delle ragazze, alcune concitate e preoccupate, altre allegre e spensierate, e dalla sala i comandi della maestra, imponente sebbene piccola di statura, che si rivolgeva con esortazioni o rimproveri alle aspiranti ballerine, spesso alzando la voce, e con tono distaccato al pianista, chiedendogli di aumentare o diminuire la velocità del brano che stava eseguendo.

Finalmente sono giunta a destinazione. La porta era aperta, ma ho bussato leggermente, fermandomi sulla soglia. Il maestro ha sollevato lo sguardo dai bozzetti che stava commentando con la costumista, ha sgranato gli occhi sorridendomi, poi subito si è alzato per venirmi incontro. Ci siamo abbracciati senza una parola e abbiamo pianto insieme col cuore traboccante di emozione.

Serena Cirillo

Serena Cirillo: già consulente per la comunicazione istituzionale al Consolato Americano di Napoli. Giornalista pubblicista, traduttrice, scrittrice, ghost writer. Laureata in lingue e letteratura, specializzata in didattica della lingua italiana agli stranieri. Esperta di letteratura, arte e spettacolo; scrive, anzi narra, di teatro, musica, arti figurative e soprattutto di balletto classico. Ha pubblicato racconti in antologie e ha in cantiere un romanzo ambientato nel mondo della danza. Scrive sulla pagina culturale del quotidiano Cityweek e della rivista Le Sociologie