Intervista ad Antonella Mollicone per “La femminanza” (Nord, 2025), di Amedeo Borzillo

“Noi femmine possiamo far fiorire il mondo, se lo vogliamo” racconta Antonella Mollicone nel suo “La femminanza”, un romanzo che è un viaggio a ritroso nel tempo che parla di donne che fanno nascere e fanno morire, che si dicono segreti, che subiscono violenza e ne sfuggono, che soffrono e che ridono. 

Buongiorno Antonella e benvenuta al Randagio. 

La Femminanza è un romanzo che parla di protofemminismo, di un femminismo come coscienza collettiva che si traduce nella “cerchia”, in cui le donne si riuniscono e che le aiuta a crescere, a sopravvivere e a rinascere. Nella “cerchia” le donne si aiutano, solidarizzano, non sono sole.

 È giusta questa lettura?

Certamente, la femminanza è qualcosa di trasversale. Un femminismo trasversale però, senza ideologie specifiche, per cui l’idea di queste donne, di queste “femmine” – intendendo per “femmine” coloro che nutrono loro stesse e gli altri – è qualcosa di ancestrale che attraversa i secoli, e arriva al presente, dove continua a rimescolare la sua memoria e le sue forze. 

Infatti, questo femminismo si ripropone anche nella figura dell’uomo-poetessa, dell’uomo sereno nei confronti della donna: è la figura di Aldino che è l’unico protagonista maschile…

Assolutamente sì, Aldino è l’uomo-poetessa perché è colui che riesce in qualche modo ad essere fecondo, esattamente come le donne lo sono nell’ambito della “cerchia” e nell’ambito della famiglia. In fecundus c’è l’idea della femminanza, ha la stessa radice; il fecundus latino lo ritroviamo sicuramente in Aldino, che è uno degli uomini che riesce a guardare sotto la tenda dell’anima-vita della sua donna e riesce a farsi ricoprire della natura di Camilla senza averne timore. E quindi davvero insieme riescono a gettare il seme per una nuova vita. 

Il romanzo si svolge a cavallo tra Ottocento e Novecento, attraversando un periodo storico molto lungo. Di quanta ricerca hai avuto bisogno per la realizzazione del romanzo? 

 E’ una ricerca che è durata trent’anni. Ho iniziato da quando avevo dieci anni a prendere nota dei pezzi di vita della storia della mia famiglia. Poi ci sono state delle ricerche d’archivio, ed infatti alla fine del libro c’è una bibliografia essenziale. Ma ho soprattutto fatto indagini sul campo: per esempio per scrivere del periodo tra gli anni Venti e gli anni Cinquanta ho intervistato donne molto anziane, che hanno vissuto in quegli anni. Ho quindi rimaneggiato tutte le storie che avevo raccolto e ne è venuta fuori “La femminanza.”

La lettura del libro ripropone tematiche e situazioni sociali che il lettore ha incontrato in altri autori – mi viene in mente la Ferrante – , qual è il contesto di scrittori nel quale pensi di inserirti? 

Amo gli scrittori che affrontano la realtà, che indagano la società in cui vivono anche attraverso il linguaggio. Nel caso della Ferrante per esempio c’è una sintassi mimetica del parlato e una ricerca delle radici che ci sono anche in “La femminanza” e nelle quali mi ci ritrovo.

In tempi di femminicidi, la figura di Aldino è una figura esemplare che serve anche a far riflettere sulle possibilità di riscatto dell’uomo, con comportamenti più in linea con la parità di diritti uomo – donna.

Nel romanzo ci sono degli uomini illuminati e uno di questi è proprio Aldino. Non ha paura della forza della sua donna e afferma, allo stesso tempo, la propria dignità e quella di Camilla in un processo di crescita comune. E’ consapevole inoltre che un gesto individuale o di coppia può essere un atto politico capace di determinare anche un significativo cambiamento politico. Sì, in tempi di femminicidi, Aldino è un esempio positivo.

Antonella Mollicone e Amedeo Borzillo

Le donne del tuo libro chiudono gli occhi ai morti e danno la vita. Qual è il rapporto delle protagoniste con la vita e la morte?

La vita e la morte non sono così distanti, anzi la morte per queste donne è un modello di creazione esemplare. Sanno che la vita si ravviva grazie anche alla cura della morte perché sono donne che sanno raccogliere sia il primo che l’ultimo respiro. 

Peppina a un certo punto dice:

“mi piace mettere le mani nella vita perché così mi sembra di rinascere, ma anche di metterle a disposizione della morte perché ogni volta mi sembra di sfiorare la verità che la morte si porta dietro”

Sono donne che devono morire ogni giorno, devono far morire ogni giorno qualcosa per rivivere, devono far morire le illusioni, le aspettative, le vergogne. Sanno che solo attraverso il dolore, ci può essere una rinascita vera. 

Ti aspettavi un successo come questo per il tuo libro? 

Naturalmente ci speravo, però non mi aspettavo un tale successo. Ovviamente ne sono contenta a livello personale, ma soprattutto mi ha fatto piacere dar voce a tutte queste donne e questi uomini che hanno rappresentato la mia memoria, che mi hanno dato fiducia e che mi hanno accompagnata sia nella realizzazione del romanzo, che nella mia crescita personale e dell’anima.

Amedeo Borzillo 

Antonella Mollicone sarà a Napoli, alla libreria Raffaello in via Kerbaker, giovedì 15 gennaio 2026 alle 17.30, per parlare de “La Femminanza” in un incontro organizzato dal Randagio. Dialogano con l’autrice Ginella Palmieri e Maria Rosaria Paolella, le letture sono di Federica Flocco.

Tomaso Montanari: “Per Gaza” (Feltrinelli), di Amedeo Borzillo

Un libro che commuove.
Un libro per Gaza.
Non solo perchè i ricavi delle vendite saranno devoluti ad ONG palestinesi, ma perchè serve a tenere acceso il riflettore sul genocidio, che continua seppur rallentato.
La Palestina non è diventata una causa centrale solo per compassione per le sofferenze del suo popolo. È diventata la bussola morale del mondo perché il mondo comprende che ciò che accade in Palestina non è affatto limitato ai suoi confini. Se i leader globali permettono che un genocidio trasmesso in diretta streaming avvenga senza conseguenze, allora non c’è motivo di aspettarsi che i diritti umani vengano rispettati in nessun’altra parte del mondo.
Montanari in questo piccolo libro sensibilizza, richiama la nostra attenzione sia con le parole sia con gli splendidi disegni di Marco Sauro, che vien voglia di ritagliare e farne quadri.


Questi libro è l’ideale strenna natalizia, per chi crede che un certo Gesù nacque in Palestina e per chi vuole che cessi la strage di civili e vinca la pace in quella terra martoriata.
“Chi potrà perdonarci di avere vissuto in questo tempo? Come è possibile pensare che un bambino debba vivere o morire a seconda della nazione a cui appartiene?
Norberto Bobbio ci insegna: non lasciamo il monopolio della verità a chi ha già il monopolio della forza.”

Se Gaza muore, muore l’umanità. Per questo dobbiamo salvare Gaza. Perchè è Gaza che salva noi.

Tomaso Montanari (Firenze, 15 ottobre 1971) è uno storico dell’arte e saggista italiano, rettore dell’Università per stranieri di Siena dal 2021.

Amedeo Borzillo 

“Quando il mondo dorme”: Francesca Albanese a Sant’Andrea di Conza, di Amedeo Borzillo

“C’è un mondo che dorme un sonno di pietra davanti al genocidio di un popolo intero. Ma questa Piazza conferma il messaggio che porto, che c’è anche un mondo che si sta svegliando, che libera le parole dalla lingua del potere, e si oppone al genocidio in Palestina che viene compiuto anche in nostro nome.”

Francesca Albanese così ha esordito nell’incontro tenuto lo scorso 5 agosto a Sant’Andrea di Conza, in alta Irpinia (la sua terra di origine) davanti ad oltre seicento persone.

Più che alla presentazione del suo libro “Quando il mondo dorme” ci è sembrato assistere ad una sorta di appuntamento che si sono dati i relatori, per parlare di Gaza e svegliare le coscienze di noi tutti.

Ha iniziato proprio la Albanese: “Ci stanno togliendo l diritto alla parola, silenziando le voci, inclusa la mia, nonostante il Mandato ricevuto dalle Nazioni Unite a documentare le violazioni di Diritto Internazionale che Israele commette nei Territori Palestinesi occupati. 

Sono la prima persona all’interno delle Nazioni Unite, in 80 anni, ad essere stata sanzionata da uno Stato Membro ed a ritrovarsi in una lista nera insieme a terroristi e criminali internazionali.

Nel mio ultimo Report ho fatto i nomi di decine di aziende che traggono profitti dall’industria della guerra, a cominciare dall’Italiana Leonardo che fornisce componenti per gli aerei F35 usati per bombardare Gaza. Per fortuna proprio dai giovani universitari è nato il Movimento BDS (Boicottaggio Disinvestimento Sanzioni per i diritti del Popolo Palestinese, ndr) che a partire dai contratti di Ricerca delle Università sviluppa ed estende la sua azione da 20 anni aggregando Associazioni, sindacati, Chiese e Movimenti di base in tutto il mondo per fare pressione su Israele affinché rispetti il Diritto Internazionale.“

Poi Moni Ovadia: “Francesca ha restituito il senso civico del linguaggio, rivelando le menzogne e raccontando il vero: a Gaza è in atto un genocidio e l’Occidente ha perso il diritto di parola, può solo tacere e calare la testa davanti alla Resistenza palestinese

Ha preso poi la parola Omar Suleiman, leggendo una struggente poesia e aggiungendo: “la Palestina deve essere decolonizzata, Israele ha smantellato la società palestinese distruggendo scuole, università, ospedali, radendo al suolo interi centri abitati per cancellarne perfino la memoria.

E poi è Luisa Morgantini, arrestata lo scorso gennaio nei pressi di Hebron in un insediamento israeliano illegale, a raccontarci cosa è oggi vivere in Palestina, e  i genitori di Mario Paciolla, che attendono verità e giustizia: “noi siamo qui con voi dove sarebbe nostro figlio se fosse ancora vivo”.

Il libro ci riporta storie su persone che hanno aiutato Francesca Albanese a comprendere, studiare, conoscere e informare su quanto succede in Palestina.

Lo fa raccontandoci di Hind (morta a 6 anni,  il cui corpo esanime verrà trovato dopo 12 giorni in una macchina su cui qualcuno ha sparato oltre 300 proiettili) e di tutti i bambini ai quali la segregazione razziale e le restrizioni imposte dall’occupazione impediscono di accedere a istruzione e cure mediche adeguate, tanto a Gaza (anche prima dell’attuale attacco) che in Cisgiordania. Scrive l’Albanese: “la protezione dell’infanzia dovrebbe essere al centro di qualsiasi dibattito sulla cosiddetta “questione palestinese” nello sforzo di garantire ad ogni bambino il diritto a crescere protetto, in una cornice di sicurezza, dignità e libertà”

Lo fa raccontandoci di Malak Mattar, pittrice palestinese (cui si deve il ritratto in copertina)  autrice peraltro del dipinto “Ultimo Respiro”, un olio su tela in bianco e nero  che è stato paragonato per la sua intensità al “Guernica” di Picasso, un capolavoro che raffigura gli orrori della guerra. La Albanese la conobbe 15 anni fa a Gaza, quando era una bambina di 11 anni e dipingeva a scuola.  Vinse una borsa di studio in Inghilterra lasciando Gaza proprio il giorno prima del 7 ottobre.

Efficaci ed esplicative sono le pagine dedicate a Ghassan, medico chirurgo che ha operato a Gaza fin quando è stato possibile, che racconta “quando sono uscito da Gaza ho capito che il progetto genocida è come un iceberg, Israele è solo la punta visibile, ma il resto dell’iceberg, che da Gaza non si vede, è l’intero apparato che rende possibile il genocidio: BBC, CNN, Wall Street Journal e le organizzazioni che lo sostengono. La distruzione si abbatte su tutto: presente, futuro e passato. Tutto quello che il popolo di Gaza è stato viene raso al suolo, cancellato.”

C’è poi la storia di Ingrid Gassner, la prima a parlare di apartheid in Palestina sin dal 2017, cofondatrice nel 2005 del movimento BDS, o ancora Eyal Weizman, autore di Hollow Land (la terra vuota) che racconta come “la colonizzazione crea una frammentazione territoriale capace di ostacolare la continuità del territorio, la gestione delle infrastrutture e della mobilità”

Altre storie ci raccontano degli incontri che hanno “formato” l’Albanese in questi anni e come negli ultimi tempi la situazione sia notevolmente peggiorata.

Nelle sue conclusioni, la scrittrice sottolinea che “tutti noi siamo in pericolo: stanno erodendo la libertà di espressione e la libertà di azione. Devono scattare in noi gli anticorpi in difesa dei diritti. Siamo chiamati a chiederci se vogliamo far parte della schiera di chi se ne lava le mani, cioè di quelli che, parafrasando Pessoa, saranno condannati a soffrire per le ferite delle battaglie che non hanno combattuto, o se vogliamo prendere una posizione giustamente divisiva, che distingua tra chi ha ragione e chi ha torto, e difenda Gaza, che è l’ultimo pezzo di Palestina che resta e che per questo gli abitanti non vogliono lasciare: la terra è esistere.” 

Amedeo Borzillo 

Claudia Carrescia: Arcano (Gruppo Albatros Il Filo), di Amedeo Borzillo

L’anno scorso Claudia Carrescia ci fece dono di un romanzo storico scritto a quattro mani con Paolo Iorio, ed alla cui presentazione io esordii dicendo che leggendo “La Sirena di Posillipo” mi era sembrato di entrare in un film, tanto l’ambientazione, la storia ed i dialoghi avevano circondato e preso me, lettore, immergendolo letteralmente nel mondo del romanzo.

Ebbene questo nuovo libro è … semplicemente altro.

E quella che segue non è una recensione ma la storia di una sensazione.

Con Claudia Carrescia ci si deve abituare alla sua ecletticità, versatilità e continua ricerca: pianista, ambientalista, attivista, biografa, formatrice… Claudia si trasforma per lasciarsi permeare dalla realtà e farne parte.

Il suo nuovo lavoro è ispirato alla carta numero 13 dei tarocchi, l’unica senza nome tra gli Arcani Maggiori. Si tratta della Morte che l’autrice usa come pretesto per illuminare un concetto, nella nostra parte di mondo, così pauroso e, appunto, “arcano”.

Il libro supera il romanzo o il saggio o la raccolta di racconti e diviene letteralmente un pacchetto di schede, un mazzo di carte, un quaderno di appunti, un pannello di pizzini, una scrittura inedita. Da leggere d’un fiato.

Un gioco con le carte, di storie, di corpi e di colori. Ognuno può gestirsi le storie come crede, mescolandole e senza uno schema che comunque emergerà nel lettore.

Dolore e sofferenza, girando la pagina, diventano comicità di coatto. Persone, non personaggi, con vissuti complessi o contorti si alternano in brevi letture tutte apparentemente scollegate ma che solo insieme prendono corpo e hanno senso, coinvolgendo, divertendo o addirittura sconvolgendo nel racconto di una violenza.

Sentimento, dolore, brutalità, assurdo e malattia vengono mescolati per creare un patchwork che tutto insieme si completa e diviene dieci colori. 

Ad ogni personaggio vengono del resto accoppiati un seme ed un (o più) colore che suggeriscono, se vogliamo, una lettura con un ordine diverso, inseguendo le storie con la stessa indicazione di colore e seme o semplicemente incrociandole, mescolandole.

Una possibilità di lettura apparentemente disordinata ma certamente libera dallo scontato.

Bello davvero. 

Ricordo Claudia sotto la pioggia trent’anni fa su un motorino con un tavolino di traverso dopo una raccolta firme.

Allora come oggi non si smentisce, lei ci crede in quello che fa.

Si spende, rompe gli schemi, e scrive “Arcano”.

Claudia Carrescia è biografa, formatrice autobiografica, ghostwriter, editor e docente di tecniche della narrazione. Conduce seminari collettivi e consulenze individuali con un proprio metodo dedicato agli adulti e fondato sulla centralità del corpo e sul gioco.
Ha scritto con Paolo Jorio il romanzo storico “La sirena di Posillipo”, pubblicato da Rizzoli nel 2024. È docente presso la Libera Università dell’Autobiografia e fondatrice dell’agenzia di narrazioni storieria.com 

Srebrenica 1995 – 2025: quando i genocidi vengono riconosciuti, di Amedeo Borzillo

Durante la guerra in Bosnia-Erzegovina, nel luglio 1995, a Srebrenica vennero trucidati oltre 8.000 bosniaci musulmani per mano delle truppe serbo-bosniache (affiancate dal gruppo paramilitare “gli Scorpioni”),  comandate dal generale Ratko Mladić. 

Si tratta del più grande massacro in Europa dopo l’Olocausto, aggravato dal fatto che tutto il territorio colpito fosse stato dichiarato zona protetta dall’Onu, sotto la tutela di un contingente olandese dell’UNPROFOR, ovvero delle truppe di peacekeeping destinate dalle Nazioni Unite all’ex Jugoslavia. 

La strage di Srebenica è stato l’atto finale di pulizia etnica programmata di un’offensiva militare iniziata nel 1992. 

A ciò vanno aggiunti gli stupri di massa operati dalle milizie serbe e l’emorragia di profughi dall’area che ha portato al totale svuotamento della zona, in precedenza occupata dai bosniaci musulmani, e ora invece appartenente alla Repubblica Serba di Bosnia Erzegovina, entità territoriale rinegoziata durante i trattati di Dayton. 

Nonostante il tempo trascorso, però, la distanza non è ancora sufficiente per circoscrivere l’evento in una cornice storica più chiara, facendo luce sulle tante ombre rimaste, tra cui la responsabilità dell’ONU e i sentimenti anti-islamici delle truppe UNPROFOR, rimanendo un evento lontano e spesso sconosciuto a causa della scarsa rilevanza nei media italiani e non solo. 

Nella migliore delle ipotesi, i conflitti che portarono alla disgregazione della Jugoslavia sono stati rappresentati in maniera spesso approssimativa e semplicistica, quando addirittura non ignorati. 

La colpa non è solo dei media, ma anche di un continuo tentativo di riscrittura della storia a scapito delle stesse vittime.

Ogni anno, nel giorno della commemorazione presso il memoriale di Potocari, nuove bare vengono issate in spalla e preparate per la sepoltura. La conta dei morti non è ancora terminata. Nei giorni scorsi altri otto corpi rinvenuti in una fossa comune sono stati seppelliti.

Una sentenza della Corte internazionale di giustizia dell’Aja nel 2007 ha stabilito che la strage, essendo stata commessa con lo specifico intento di distruggere il gruppo etnico dei bosniaci musulmani, costituisce un genocidio. 

Ratko Mladić (attualmente detenuto nel carcere del Tribunale dell’Aia e di cui in questi giorni è stata chiesta la scarcerazione per gravi motivi di salute) e Radovan Karadžić (ricercato per 12 anni ed attualmente in carcere) sono stati condannati entrambi, in due momenti diversi, all’ergastolo.

Numerosi i libri pubblicati sulla guerra in Bosnia-Erzegovina e più in generale sulle guerre nella ex Jugoslavia. Nel giorno del 30° anniversario del genocidio, vogliamo segnalarne alcuni che più di altri hanno suscitato il nostro interesse.

Il più recente in termini di pubblicazione (è uscito in libreria il 28 giugno scorso) è il romanzo-documentario Metodo Srebrenica (Bottega Errante Edizioni) dello scrittore croato Ivica Đikić, che riporta con estrema perizia quanto accaduto in quei giorni terribili nei territori di Srebrenica.

Sempre della casa editrice friulana BEE è “Le Marlboro di Sarajevo” di Milijenko Jergovic, una raccolta di racconti scritti durante l’assedio e la devastazione della capitale della Bosnia-Erzegovina.

Il saggio storico per antonomasia su quanto successo in Jugoslavia dopo la morte di Tito è, per l’esposizione ampia e dettagliata e per la raccolta estremamente scrupolosa di dati e documentazione, quello di Joze PirjevecLe Guerre Jugoslave 1991 – 1999” (Einaudi).

Infine due reportage: Il libro “Balcania” di Tony Capuozzo (Biblioteca dell’immagine), che per 10 anni ha seguito in loco le vicende della guerra per conto della RAI; e “Maschere per un massacro” (Feltrinelli) del triestino Paolo Rumiz.

Amedeo Borzillo