Vito Mancuso: “Gesù e Cristo” (Garzanti, 2025), di Amedeo Borzillo

 “Gesù per me è un amico, prima era un Signore cui mi avvicinavo con inchino, genuflessione, ubbidienza e venerazione. Immerso nel mistero.”

Vito Mancuso, teologo laico e filosofo, studi teologici napoletani, già docente all’Università San Raffaele di Milano, ha presentato a Napoli, in una sala dell’Archivio di Stato letteralmente gremita, “Gesù e Cristo”, un libro rivolto al grande pubblico, ben documentato, che integra storia delle religioni e filosofia, con alcune tesi molto originali, e che raccoglie le ricerche e le riflessioni di un’intera vita dedicata dall’autore alla questione cristologica.

Chi era Gesù, e chi Cristo? E di chi parliamo quando ci riferiamo a Gesù-Cristo? Cosa ci raccontano i Vangeli ?

La tesi fondamentale è nelle prime pagine del libro: 

“Gesù nacque a Nazareth, Cristo nacque a Betlemme. Giuseppe era il padre terrestre di Gesù, Cristo era il Figlio Unigenito del Padre celeste. Gesù aveva quattro fratelli e alcune sorelle, Cristo era figlio unico.”

Gesù predicava e denunciava le ingiustizie, Cristo compieva miracoli e toglieva i peccati del mondo. Gesù morì solo, gridando “perché mi hai abbandonato”, Cristo visse, con la morte, la sua vittoria. 

Mancuso propone una distinzione netta tra il Gesù storico – l’uomo di Nazareth con una famiglia e un padre terreno – e il Cristo della fede – figura teologica costruita dalla tradizione cristiana primitiva. 

L’autore non si limita a separare Storia e Idea, ma propone una loro ricomposizione su basi nuove: le due dimensioni non sono incompatibili ma costitutive dell’esperienza umana.

Secondo Mancuso i 4 vangeli canonici non sono biografie storiche ma opere teologiche con la finalità di suscitare fede nella persona e nel messaggio di Gesù, integrando tradizione orale, fonti e interpretazioni successive.

Sono quindi invenzioni?

No, i Vangeli non sono invenzioni: per l’autore sono testimonianze religiose basate su eventi storici reali, ma adattati per proclamare la fede nel Cristo risorto. Contengono un nucleo storico verificabile (esistenza di Gesù, battesimo, predicazione del Regno, crocifissione), ma anche elementi teologici non storici (miracoli, risurrezione come esperienza di fede). Mancuso vede i Vangeli come “testimonianze di fede che si basano sulla storia“, non sempre fedeli nei dettagli ma radicate in un Gesù reale.

Le critiche, soprattutto da parte dell’ortodossia ecclesiastica e della stampa a ispirazione cattolica, parlano di “discutibile ricostruzione”, di “abuso definirlo un testo teologico”, “un libro non cristiano”, “un testo provocatorio, impressionante più che interessante”,” un racconto, non un saggio teologico”,”uno scritto pieno di ovvietà…”

Invece Mancuso è l’alfiere della  necessità di un’evoluzione teologica: il Gesù storico è visto come l’unico dato oggettivo mentre il Cristo come una costruzione: però lui stesso ci dice che abbiamo bisogno di “religio”, cioè di qualcosa che guardi oltre e che accomuni la famiglia umana per responsabilizzarla, per costruire un collante sociale.

“Ciò che ancora oggi rende possibile la simbiosi “Gesù e Cristo” non è il mito della morte-risurrezione, ma la fede nel primato del bene e della giustizia che abitava l’anima di Gesù e che lo portava ad annunciare il regno di Dio. Il cristianesimo, in altri termini, è chiamato a essere finalmente onesto verso Gesù, collocando al centro non più il suo essere “vittima immolata” ma la sua fede e la sua spiritualità.”

La storia di Gesù merita di essere tramandata perché 

è la storia del Figlio di Dio: se anche non lo fosse, restano il Vangelo e la prassi del cristianesimo che ne deriva: fraternità, carità, giustizia, uguaglianza. Il cristianesimo, in altri termini, è chiamato a essere finalmente onesto verso Gesù, collocando al centro non più il suo essere “vittima immolata” ma la sua fede e la sua spiritualità.”

 Ed è questa onestà storica il valore aggiunto di questo libro, che risulterà particolarmente interessante per chi cerca una teologia radicalmente alternativa alla tradizione cattolica, e per chi desidera davvero confrontarsi con un approccio storico per ricercare la concreta umanità di “Gesù e Cristo”

Vito Mancuso, teologo laico e filosofo, è docente del Master in Meditazione e Neuroscienze dell’Università degli studi di Udine. Ha fondato e dirige il Laboratorio di Etica MAST di Bologna. Autore di numerosi saggi, é editorialista del quotidiano “la Stampa”. 

Amedeo Borzillo 

Napoli, due giorni con David Grossman: pace e letteratura, di Amedeo Borzillo

“David, noi stasera ti consegniamo un riconoscimento che si chiama Pellegrini di Pace, e mi sembra un nome giusto, perché la pace non è una poltrona: è una strada, è cammino, è pellegrinaggio.”

Con questa immagine intensa, il vescovo di Napoli, don Mimmo Battaglia, ha accolto Grossman, protagonista di un programma dedicato alla parola come strumento di dialogo e riconciliazione.

Il primo appuntamento ha visto lo scrittore ricevere il premio Pellegrini di Pace “per il suo instancabile impegno pubblico e culturale a favore del dialogo, della non violenza e della giustizia”.

Ringraziando il pubblico, Grossman ha affrontato con voce ferma i temi del dolore e della responsabilità collettiva: “È difficile confrontarsi con la sofferenza dell’altro, soprattutto quando in parte ne siamo responsabili. Eravamo molto vicini alla pace, ma dopo ciò che è accaduto ci vorranno anni per ricostruire un equilibrio tra i due popoli.

Il giorno successivo, l’autore di “A un cerbiatto somiglia il mio amore“, nato a Gerusalemme nel 1954, è salito sul palco del Teatro Sannazzaro per un incontro promosso da Maurizio de Giovanni, presidente del Premio Napoli.

Lo scrittore napoletano ha definito Grossman “un autore capace di rendere straordinario ogni frammento di scrittura, dal primo romanzo all’ultimo articolo, per la sua capacità di declinare il coraggio e l’umano oltre ogni confine”.

Citando Carlo Levi – “le parole sono pietre” – De Giovanni gli ha chiesto quale valore attribuisse oggi al linguaggio. Grossman ha risposto con la consueta lucidità: “Quando scrivo sento il peso di ogni parola, e la sfida più grande è restarne fedele. Le parole non vanno lanciate nel computer: devono conservare la loro unicità. Viviamo in un bombardamento linguistico, e dobbiamo preoccuparci del loro significato profondo.” Da qui il suo invito a vigilare sulle manipolazioni del linguaggio, responsabilità che, ha detto, “spetta a tutti: insegnanti, giornalisti, scrittori, tassisti, a chiunque abbia a cuore la cultura”.

De Giovanni ha poi definito Grossman “il grande narratore della compassione”, ricordando come la sua scrittura traduca l’empatia in una forma di resistenza morale.

Alla domanda su quale fosse la storia per lui più cara, Grossman ha confessato di non saper scegliere: “Quando scrivo parto da una situazione in cui tutto può accadere. Invento una realtà, poi la sento insufficiente, e cerco qualcosa di nuovo, perché la letteratura non riproduce: crea. Quando riesco a dare vita a una voce autentica, lì nasce la letteratura.”

L’autore ha poi riflettuto sul conflitto israelo-palestinese, ribadendo la necessità di cambiare narrazione: “Da più di un secolo ripetiamo sempre la stessa storia. Servono nuove parole, un nuovo modo di raccontare per far nascere qualcosa di diverso.” E ha aggiunto, con un esempio provocatorio: “Se l’8 ottobre Netanyahu avesse incontrato i leader palestinesi per dire: ‘Dopo ciò che abbiamo visto, potremmo scegliere un’altra direzione’, forse si sarebbe aperta la possibilità di un nuovo racconto.

Nelle battute finali dell’incontro, De Giovanni ha chiesto a Grossman come riesca a conciliare il suo forte legame con la propria comunità con il dissenso verso chi la governa. Lo scrittore ha risposto sorridendo: “In realtà amano i miei libri, ma odiano la mia politica.

Amedeo Borzillo 

Intervista ad Antonella Mollicone per “La femminanza” (Nord, 2025), di Amedeo Borzillo

“Noi femmine possiamo far fiorire il mondo, se lo vogliamo” racconta Antonella Mollicone nel suo “La femminanza”, un romanzo che è un viaggio a ritroso nel tempo che parla di donne che fanno nascere e fanno morire, che si dicono segreti, che subiscono violenza e ne sfuggono, che soffrono e che ridono. 

Buongiorno Antonella e benvenuta al Randagio. 

La Femminanza è un romanzo che parla di protofemminismo, di un femminismo come coscienza collettiva che si traduce nella “cerchia”, in cui le donne si riuniscono e che le aiuta a crescere, a sopravvivere e a rinascere. Nella “cerchia” le donne si aiutano, solidarizzano, non sono sole.

 È giusta questa lettura?

Certamente, la femminanza è qualcosa di trasversale. Un femminismo trasversale però, senza ideologie specifiche, per cui l’idea di queste donne, di queste “femmine” – intendendo per “femmine” coloro che nutrono loro stesse e gli altri – è qualcosa di ancestrale che attraversa i secoli, e arriva al presente, dove continua a rimescolare la sua memoria e le sue forze. 

Infatti, questo femminismo si ripropone anche nella figura dell’uomo-poetessa, dell’uomo sereno nei confronti della donna: è la figura di Aldino che è l’unico protagonista maschile…

Assolutamente sì, Aldino è l’uomo-poetessa perché è colui che riesce in qualche modo ad essere fecondo, esattamente come le donne lo sono nell’ambito della “cerchia” e nell’ambito della famiglia. In fecundus c’è l’idea della femminanza, ha la stessa radice; il fecundus latino lo ritroviamo sicuramente in Aldino, che è uno degli uomini che riesce a guardare sotto la tenda dell’anima-vita della sua donna e riesce a farsi ricoprire della natura di Camilla senza averne timore. E quindi davvero insieme riescono a gettare il seme per una nuova vita. 

Il romanzo si svolge a cavallo tra Ottocento e Novecento, attraversando un periodo storico molto lungo. Di quanta ricerca hai avuto bisogno per la realizzazione del romanzo? 

 E’ una ricerca che è durata trent’anni. Ho iniziato da quando avevo dieci anni a prendere nota dei pezzi di vita della storia della mia famiglia. Poi ci sono state delle ricerche d’archivio, ed infatti alla fine del libro c’è una bibliografia essenziale. Ma ho soprattutto fatto indagini sul campo: per esempio per scrivere del periodo tra gli anni Venti e gli anni Cinquanta ho intervistato donne molto anziane, che hanno vissuto in quegli anni. Ho quindi rimaneggiato tutte le storie che avevo raccolto e ne è venuta fuori “La femminanza.”

La lettura del libro ripropone tematiche e situazioni sociali che il lettore ha incontrato in altri autori – mi viene in mente la Ferrante – , qual è il contesto di scrittori nel quale pensi di inserirti? 

Amo gli scrittori che affrontano la realtà, che indagano la società in cui vivono anche attraverso il linguaggio. Nel caso della Ferrante per esempio c’è una sintassi mimetica del parlato e una ricerca delle radici che ci sono anche in “La femminanza” e nelle quali mi ci ritrovo.

In tempi di femminicidi, la figura di Aldino è una figura esemplare che serve anche a far riflettere sulle possibilità di riscatto dell’uomo, con comportamenti più in linea con la parità di diritti uomo – donna.

Nel romanzo ci sono degli uomini illuminati e uno di questi è proprio Aldino. Non ha paura della forza della sua donna e afferma, allo stesso tempo, la propria dignità e quella di Camilla in un processo di crescita comune. E’ consapevole inoltre che un gesto individuale o di coppia può essere un atto politico capace di determinare anche un significativo cambiamento politico. Sì, in tempi di femminicidi, Aldino è un esempio positivo.

Antonella Mollicone e Amedeo Borzillo

Le donne del tuo libro chiudono gli occhi ai morti e danno la vita. Qual è il rapporto delle protagoniste con la vita e la morte?

La vita e la morte non sono così distanti, anzi la morte per queste donne è un modello di creazione esemplare. Sanno che la vita si ravviva grazie anche alla cura della morte perché sono donne che sanno raccogliere sia il primo che l’ultimo respiro. 

Peppina a un certo punto dice:

“mi piace mettere le mani nella vita perché così mi sembra di rinascere, ma anche di metterle a disposizione della morte perché ogni volta mi sembra di sfiorare la verità che la morte si porta dietro”

Sono donne che devono morire ogni giorno, devono far morire ogni giorno qualcosa per rivivere, devono far morire le illusioni, le aspettative, le vergogne. Sanno che solo attraverso il dolore, ci può essere una rinascita vera. 

Ti aspettavi un successo come questo per il tuo libro? 

Naturalmente ci speravo, però non mi aspettavo un tale successo. Ovviamente ne sono contenta a livello personale, ma soprattutto mi ha fatto piacere dar voce a tutte queste donne e questi uomini che hanno rappresentato la mia memoria, che mi hanno dato fiducia e che mi hanno accompagnata sia nella realizzazione del romanzo, che nella mia crescita personale e dell’anima.

Amedeo Borzillo 

Antonella Mollicone sarà a Napoli, alla libreria Raffaello in via Kerbaker, giovedì 15 gennaio 2026 alle 17.30, per parlare de “La Femminanza” in un incontro organizzato dal Randagio. Dialogano con l’autrice Ginella Palmieri e Maria Rosaria Paolella, le letture sono di Federica Flocco.

Tomaso Montanari: “Per Gaza” (Feltrinelli), di Amedeo Borzillo

Un libro che commuove.
Un libro per Gaza.
Non solo perchè i ricavi delle vendite saranno devoluti ad ONG palestinesi, ma perchè serve a tenere acceso il riflettore sul genocidio, che continua seppur rallentato.
La Palestina non è diventata una causa centrale solo per compassione per le sofferenze del suo popolo. È diventata la bussola morale del mondo perché il mondo comprende che ciò che accade in Palestina non è affatto limitato ai suoi confini. Se i leader globali permettono che un genocidio trasmesso in diretta streaming avvenga senza conseguenze, allora non c’è motivo di aspettarsi che i diritti umani vengano rispettati in nessun’altra parte del mondo.
Montanari in questo piccolo libro sensibilizza, richiama la nostra attenzione sia con le parole sia con gli splendidi disegni di Marco Sauro, che vien voglia di ritagliare e farne quadri.


Questi libro è l’ideale strenna natalizia, per chi crede che un certo Gesù nacque in Palestina e per chi vuole che cessi la strage di civili e vinca la pace in quella terra martoriata.
“Chi potrà perdonarci di avere vissuto in questo tempo? Come è possibile pensare che un bambino debba vivere o morire a seconda della nazione a cui appartiene?
Norberto Bobbio ci insegna: non lasciamo il monopolio della verità a chi ha già il monopolio della forza.”

Se Gaza muore, muore l’umanità. Per questo dobbiamo salvare Gaza. Perchè è Gaza che salva noi.

Tomaso Montanari (Firenze, 15 ottobre 1971) è uno storico dell’arte e saggista italiano, rettore dell’Università per stranieri di Siena dal 2021.

Amedeo Borzillo 

“Quando il mondo dorme”: Francesca Albanese a Sant’Andrea di Conza, di Amedeo Borzillo

“C’è un mondo che dorme un sonno di pietra davanti al genocidio di un popolo intero. Ma questa Piazza conferma il messaggio che porto, che c’è anche un mondo che si sta svegliando, che libera le parole dalla lingua del potere, e si oppone al genocidio in Palestina che viene compiuto anche in nostro nome.”

Francesca Albanese così ha esordito nell’incontro tenuto lo scorso 5 agosto a Sant’Andrea di Conza, in alta Irpinia (la sua terra di origine) davanti ad oltre seicento persone.

Più che alla presentazione del suo libro “Quando il mondo dorme” ci è sembrato assistere ad una sorta di appuntamento che si sono dati i relatori, per parlare di Gaza e svegliare le coscienze di noi tutti.

Ha iniziato proprio la Albanese: “Ci stanno togliendo l diritto alla parola, silenziando le voci, inclusa la mia, nonostante il Mandato ricevuto dalle Nazioni Unite a documentare le violazioni di Diritto Internazionale che Israele commette nei Territori Palestinesi occupati. 

Sono la prima persona all’interno delle Nazioni Unite, in 80 anni, ad essere stata sanzionata da uno Stato Membro ed a ritrovarsi in una lista nera insieme a terroristi e criminali internazionali.

Nel mio ultimo Report ho fatto i nomi di decine di aziende che traggono profitti dall’industria della guerra, a cominciare dall’Italiana Leonardo che fornisce componenti per gli aerei F35 usati per bombardare Gaza. Per fortuna proprio dai giovani universitari è nato il Movimento BDS (Boicottaggio Disinvestimento Sanzioni per i diritti del Popolo Palestinese, ndr) che a partire dai contratti di Ricerca delle Università sviluppa ed estende la sua azione da 20 anni aggregando Associazioni, sindacati, Chiese e Movimenti di base in tutto il mondo per fare pressione su Israele affinché rispetti il Diritto Internazionale.“

Poi Moni Ovadia: “Francesca ha restituito il senso civico del linguaggio, rivelando le menzogne e raccontando il vero: a Gaza è in atto un genocidio e l’Occidente ha perso il diritto di parola, può solo tacere e calare la testa davanti alla Resistenza palestinese

Ha preso poi la parola Omar Suleiman, leggendo una struggente poesia e aggiungendo: “la Palestina deve essere decolonizzata, Israele ha smantellato la società palestinese distruggendo scuole, università, ospedali, radendo al suolo interi centri abitati per cancellarne perfino la memoria.

E poi è Luisa Morgantini, arrestata lo scorso gennaio nei pressi di Hebron in un insediamento israeliano illegale, a raccontarci cosa è oggi vivere in Palestina, e  i genitori di Mario Paciolla, che attendono verità e giustizia: “noi siamo qui con voi dove sarebbe nostro figlio se fosse ancora vivo”.

Il libro ci riporta storie su persone che hanno aiutato Francesca Albanese a comprendere, studiare, conoscere e informare su quanto succede in Palestina.

Lo fa raccontandoci di Hind (morta a 6 anni,  il cui corpo esanime verrà trovato dopo 12 giorni in una macchina su cui qualcuno ha sparato oltre 300 proiettili) e di tutti i bambini ai quali la segregazione razziale e le restrizioni imposte dall’occupazione impediscono di accedere a istruzione e cure mediche adeguate, tanto a Gaza (anche prima dell’attuale attacco) che in Cisgiordania. Scrive l’Albanese: “la protezione dell’infanzia dovrebbe essere al centro di qualsiasi dibattito sulla cosiddetta “questione palestinese” nello sforzo di garantire ad ogni bambino il diritto a crescere protetto, in una cornice di sicurezza, dignità e libertà”

Lo fa raccontandoci di Malak Mattar, pittrice palestinese (cui si deve il ritratto in copertina)  autrice peraltro del dipinto “Ultimo Respiro”, un olio su tela in bianco e nero  che è stato paragonato per la sua intensità al “Guernica” di Picasso, un capolavoro che raffigura gli orrori della guerra. La Albanese la conobbe 15 anni fa a Gaza, quando era una bambina di 11 anni e dipingeva a scuola.  Vinse una borsa di studio in Inghilterra lasciando Gaza proprio il giorno prima del 7 ottobre.

Efficaci ed esplicative sono le pagine dedicate a Ghassan, medico chirurgo che ha operato a Gaza fin quando è stato possibile, che racconta “quando sono uscito da Gaza ho capito che il progetto genocida è come un iceberg, Israele è solo la punta visibile, ma il resto dell’iceberg, che da Gaza non si vede, è l’intero apparato che rende possibile il genocidio: BBC, CNN, Wall Street Journal e le organizzazioni che lo sostengono. La distruzione si abbatte su tutto: presente, futuro e passato. Tutto quello che il popolo di Gaza è stato viene raso al suolo, cancellato.”

C’è poi la storia di Ingrid Gassner, la prima a parlare di apartheid in Palestina sin dal 2017, cofondatrice nel 2005 del movimento BDS, o ancora Eyal Weizman, autore di Hollow Land (la terra vuota) che racconta come “la colonizzazione crea una frammentazione territoriale capace di ostacolare la continuità del territorio, la gestione delle infrastrutture e della mobilità”

Altre storie ci raccontano degli incontri che hanno “formato” l’Albanese in questi anni e come negli ultimi tempi la situazione sia notevolmente peggiorata.

Nelle sue conclusioni, la scrittrice sottolinea che “tutti noi siamo in pericolo: stanno erodendo la libertà di espressione e la libertà di azione. Devono scattare in noi gli anticorpi in difesa dei diritti. Siamo chiamati a chiederci se vogliamo far parte della schiera di chi se ne lava le mani, cioè di quelli che, parafrasando Pessoa, saranno condannati a soffrire per le ferite delle battaglie che non hanno combattuto, o se vogliamo prendere una posizione giustamente divisiva, che distingua tra chi ha ragione e chi ha torto, e difenda Gaza, che è l’ultimo pezzo di Palestina che resta e che per questo gli abitanti non vogliono lasciare: la terra è esistere.” 

Amedeo Borzillo