Danza e Letteratura: “Lo Schiaccianoci – da Hoffmann e Dumas a Tchaikovskij e Petipa”, di Serena Cirillo

Tra i più iconici del repertorio, sicuramente il più rappresentato con le sue innumerevoli versioni, il Balletto “Lo Schiaccianoci” continua ad incantare grandi e piccini trasportando tutti in un’atmosfera magica. Entrato a pieno titolo nella tradizione, è uno dei simboli del Natale in tutto il mondo, tanto da aver offerto uno spunto per spettacoli di ogni genere: dal balletto classico a quello contemporaneo, dal cartone animato di Walt Disney al film di Lass Hallstrom, dal fumetto di Topolino alla coreografia di pattinaggio sul ghiaccio “Schiaccianoci on ice”. L’autore della storia è Alexandre Dumas padre, anche se in realtà la vera paternità è da attribuirsi a Hoffmann, dalla cui fiaba “Schiaccianoci e il re dei topi” del 1816, Dumas fu ispirato e nel 1845 ne scrisse una sua versione intitolandola “Storia di una Schiaccianoci”.  Versione sì edulcorata rispetto al genere gotico di Hoffmann, ma resa ancora più affascinante perché Dumas fu in grado di mantenere la potenza visionaria che sostiene la narrazione dell’autore tedesco, rendendo però la storia più fruibile grazie alla piacevole scorrevolezza tipica del suo stile.  L’infanzia dello scrittore fu segnata da problemi economici e un’istruzione approssimativa, ciononostante, il suo talento per la scrittura fu tale da renderlo uno dei più grandi scrittori francesi di tutti i tempi, incredibilmente prolifico e con una straordinaria capacità di intuire le aspettative dell’immaginario collettivo. Grazie a questa abilità si affermò innanzitutto come creatore del “feuilleton” o romanzo d’appendice, che veniva pubblicato a puntate sulle riviste; infatti, le sue opere letterarie più note, tra cui I tre moschettieri e Il conte di Montecristo, ebbero origine proprio in questo modo durante gli anni di maggiore produttività, dal 1844 al 1850. Allo stesso periodo risale “Storia di uno schiaccianoci”, che si presenta come una favola per bambini senza particolari pretese, un divertissement del romanziere concepito come fiaba di Natale. La trama, apparentemente semplice, diventa sempre più articolata con quel continuo passaggio dalla realtà alla fantasia tipico delle favole importanti e strutturate, lasciando il pubblico incapace di tracciare un confine netto tra i due mondi.

La storia è ambientata all’inizio dell’ ‘800 in una dimora dell’alta borghesia tedesca, dove una famiglia con due bambini, (Clara e Fritz nel balletto) si appresta a festeggiare il Natale dando un ricevimento con molti invitati e altrettanti bambini. Grande entusiasmo suscita l’arrivo dello zio Drosselmeyer, padrino di Clara e Fritz, che intrattiene i bambini con giochi di prestigio e porta in regalo giocattoli meccanici costruiti da lui stesso. Tra i doni c’è uno schiaccianoci a forma di soldatino che piace molto a Clara. Dopo la serata, Clara si addormenta e sogna che lo schiaccianoci si anima e combatte, al comando dei soldatini di Fritz, contro un esercito di topi che cercano di ucciderlo. Nel duello finale col re dei topi lo schiaccianoci sta per soccombere quando Clara interviene a salvarlo uccidendo il nemico. Per incanto lo schiaccianoci si trasforma in principe e la conduce nel regno di Marzapane, dove le case e il paesaggio sono fatti di dolciumi e la fata Confetto dà una festa in onore del vincitore che ha sconfitto il re dei topi. Tutti gli invitati si esibiscono in danze coinvolgendo i due protagonisti. La bambina si risveglia e racconta ciò che ha vissuto come se fosse realtà, ma i genitori, ovviamente, le dicono che è stato un sogno reso ancora più complicato dalla febbre che le è venuta. Lei si riaddormenta, continua a sognare, la sua avventura ha ulteriori sviluppi e alterna sogno a realtà, con lo zio Drosselmeyer che sembra conoscere già il sogno come se davvero vi avesse partecipato. Sia il racconto che il balletto terminano col risveglio di Clara e il suo incontro con un giovane affascinante, nipote di Drosselmeyer, che incarna lo schiaccianoci trasformatosi in principe, con cui corona il suo sogno d’amore.

Le suggestioni create dalla fiaba attirarono l’attenzione di Tchaikovskij e Petipa che, incaricati dal sovrintendente dei Teatri Imperiali russi Ivan Vsevolozskij di scrivere un nuovo balletto per Natale, ritennero “Storia di uno schiaccianoci” la base ideale per creare coreografie varie e fantasiose. Così, seguendo pedissequamente le indicazioni del coreografo, Tchaikovskij. scrisse la suite, l’overture, i passi a due, i valzer e le danze: araba russa, cinese, pastorale, spagnola. Il musicista adattò la musica alla coreografia e il coreografo adattò la coreografia alla storia, arricchendo il balletto con elementi in più, come le danze, che compongono il divertissement più conosciuto tra le musiche di Tchaikovskij e culminano nel celeberrimo valzer dei fiori, funzionali a farne uno spettacolo grandioso. Scenografie, costumi, effetti speciali e trovate sceniche a profusione in un balletto apprezzato non solo per la tecnica richiesta ai ballerini, ma anche per la spettacolarità a cui si presta. Lo hanno riproposto nei secoli tutti i teatri d’opera, tutte le compagnie di danza e le scuole di danza, sia accademie di enti lirici che private. La prima versione, quella creata da Petipa e il suo assistente Ivanov nel 1892 per il Marinskij di San Pietroburgo, è stata rivisitata da Gorskij per il Bolshoi di Mosca nel 1919, il quale ha inserito il risveglio di Clara alla fine, éscamotage funzionale alla comprensione della storia che è rimasto in quasi tutte le coreografie successive. In Italia è stato rappresentato per la prima volta al Teatro alla Scala nel 1938 dalla coreografa Margherita Froman, riscuotendo notevole successo, lo stesso che gli è stato tributato anche al San Carlo di Napoli nel 1952 e all’Opera di Roma nel 1953. La consacrazione definitiva al ruolo di balletto di Natale, dando origine alla tradizione, si deve a Balanchine, che nel 1954 al New York City Ballet ne mise in scena la rivisitazione più particolare vista fino ad allora, dividendo rispettivamente la realtà dal sogno nei due atti che lo compongono tuttora. Essendo un balletto antico ma universalmente apprezzato, e la più richiesta tra le produzioni del XIX secolo, tanto che ogni anno registra il sold out in molti teatri, è stato oggetto di numerose interpretazioni da parte dei coreografi attuali. Luciano Cannito per il Roma City Ballet ne ha fatto una versione fedele alla tradizione, di cui rispetta l’opulenza nella scenografia e lo stile nei costumi, ma più veloce e snella per durata e coreografie, in modo da renderla più fruibile e adattabile soprattutto in tournée. Fredi Franzutti per la compagnia Il Balletto del Sud ne ha creato una versione ispirata al cinema di Tim Burton, con dei richiami ai suoi personaggi e inserendo dei pezzi di danza contemporanea. Una delle versioni più moderne e sperimentali è stata quella che Amedeo Amodio ha scritto per l’Aterballetto, presentata al Teatro dell’Opera di Roma nel 1997, col primo ballerino Manuel Paruccini, estremamente versatile, che ha dato vita ad un Drosselmeyer rivoluzionario e unico nel suo genere. Totalmente contemporaneo, ambientato in un luna park, è lo Schiaccianoci che lo stesso Paruccini, in veste di coreografo, ha ideato insieme ad Alessia Gèatta e portato in scena al Teatro Brancaccio per i danzatori selezionati del W.O.M. International Dance Training. Tanti coreografi, tante idee per un balletto che piace a tutti, non stanca mai, e, entrato nella tradizione, ormai è richiesto dal pubblico di tutti i teatri del mondo come rito del Natale di cui non si può fare a meno.

Serena Cirillo

Serena Cirillo: Laureata in Lingue e Letterature Straniere, già docente di comunicazione istituzionale al Consolato Americano di Napoli, specializzata in didattica dell’Italiano agli stranieri. Giornalista e critico di danza per il ROMA, Corriere dello Spettacolo e Cityweek. Redattrice della rubrica Danza e Letteratura sulla rivista letteraria “Il Randagio”.  Responsabile Stampa del Festival di danza Anima Flegrea. Senza aver mai smesso di studiarla, scrive, anzi narra di danza in tutte le sue forme.

Alexandre Dumas: “Cagliostro” (Roberto Nicolucci Ed.), di Cristi Marcì

C’era una volta Cagliostro 

Ambientato agli albori della rivoluzione francese la figura di Giuseppe Balsamo viene magistralmente introdotta da Alexandre Dumas quale abile stregone e schietto illusionista, in grado di forgiare la trama di uno dei più grandi capolavori storici della letteratura.

Attraverso le inestimabili pagine, impregnate di politica, intrighi di corte e desiderio di riscatto lo scrittore e drammaturgo francese invita i suoi ignari lettori a perdersi tra i vicoli e i palazzi di un’epoca lontana ma al contempo adornata di sfumature e imprevedibili colpi di scena.

Sin dalle prime pagine, il padre di Edmond Dantès traccia un impervio sentiero che porterà il conte di Cagliostro all’interno di un nascondiglio dove le sorti del mondo dovranno obbedire solo ed esclusivamente a un’unica legge: abolire la monarchia vigente in Francia e presente al contempo nelle restanti parti d’Europa.

Il tutto costituendo le prime logge massoniche attraverso le quali ridisegnare un nuovo ordine mondiale dove sia la fratellanza sia l’uguaglianza difficilmente potranno vedere la luce del sole.

La scienza dell’illusione

Il personaggio di Giuseppe Balsamo, in arte Conte di Cagliostro, in arte Conte di Fènix si introduce abilmente tra i salotti damascati della monarchica vigente ordendo complotti e manovrando le vite dei principali reggenti della corona.  

La stregoneria è infatti uno degli strumenti maggiormente impiegati dal negromante capace peraltro di sedurre tanto il fascino della nobiltà parigina quanto la curiosità di chiunque desideri perdersi tra le pagine di questo splendido romanzo.

Scienza e illusione si mescolano vicendevolmente creando un’alchimia pronta a vacillare al minimo schiocco di dita, rimettendo in discussione un equilibrio dove la ragione cede sovente il posto alla pura follia e alla perdizione del proprio senno.

L’arte dell’inganno e dell’illusione creano quella miscela di ingredienti che dalla penna di Dumas si tramuta celermente in una pozione dal retrogusto amaro, in grado finanche di avvelenare il palato più fine e di obnubilare l’ultimo residuo della propria coscienza. 

Tuttavia attraverso questo viaggio ricco di colpi di scena conosciamo non solo la figura di Cagliostro bensì quella di tanti altri indimenticabili personaggi come quella di Althotas, maestro e precettore del protagonista e detentore di una antica verità che cercherà in tutti i modi di raggiungere: anche a costo della morte.

Storia e alchimia si fondono in un susseguirsi di fuochi d’artificio svelando in chiave simbolica quei numerosi materiali grezzi e atavici, di cui è connotata la psiche umana ma che all’unisono devono sottoporsi al travaglio di un’intima maturazione che spesso e volentieri rischia puntualmente di dissolversi.

La nigredo alchemica

L’aspetto nondimeno affascinante risiede proprio nella visione, nonché nella descrizione dell’animo umano adombrato da una corruttibile nigredo alchemica, la quale in maniera perpetua si riflette esclusivamente su una ubris sempre più inafferrabile.

Secondo la visione proposta dallo studioso junghiano James Hillman la corruttibilità dell’anima umana risiede proprio in un ripiegamento della propria immagine al di fuori della propria psiche a discapito di quanto già si custodisce ma non si conosce ancora.

In base a quanto proposto dallo psicoanalista americano e in relazione alle vicende storiche prerivoluzionarie proposte in questo romanzo, l’opera di Dumas non solo offre uno spaccato socio culturale tra la nobiltà e il popolo francese bensì quella cupidigia che da ambo le parti altro non desidera se non la propria affermazione a discapito dei propri simili.

Ed è proprio tra le strade di Parigi e la reggia di Versailles che spiccano le figure di Luigi XV, di Madame Dubarry (la favorita del re) del conte di Richelieu e di Gilbert, le quali sembrano illusoriamente manovrate dalla voce magistrale di Acharat: negromante per natura, alchimista per eccellenza e illusionista per diletto.      

Cristi Marcì*

* Cristi Marcì è uno psicoterapeuta psicosomatico junghiano. Grazie ai libri ha scoperto la possibilità di viaggiare con l’unica compagnia gratuita: la fantasia. Adora i gialli, la saggistica e i romanzi storici. Ad oggi ha pubblicato racconti brevi sulle riviste «Topsy Kretts», «Morel, voci dall’Isola», «Smezziamo», «Offline» «Kairos» e altre ancora. Scrive articoli per il periodico scientifico «Ricerca Psicoanalitica», «Arghia» e «Mortuary Street». Trovate una sua traccia anche su «Quaerere»

Alexandre Dumas: Il Conte di Montecristo, di Elena Realino

Nel 1844 Alexandre Dumas inizia la pubblicazione a puntate del Conte di Montecristo, destinato a diventare il romanzo per eccellenza sul tema della vendetta. La penna dell’autore traccia magistralmente l’evoluzione di questo sentimento, che diventa sempre più dominante nella vita del protagonista. La sua esistenza, già segnata irrimediabilmente dagli eventi che hanno scatenato il desiderio di rivalsa, viene plasmata da una vendetta nata dall’invidia altrui.

L’invidia si rivela ben più pericolosa della gelosia: mentre quest’ultima si limita al desiderio di possedere ciò che altri hanno, l’invidia spinge all’azione, mirando a privare gli altri di quanto possiedono. È proprio questo il motore che spinge Danglars e Fernand, con la complicità di Caderousse, ad agire contro il giovane marinaio Edmond Dantès. Fernand brama Mercédès, la promessa sposa di Dantès; Danglars ambisce alla posizione di capitano del Pharaon destinata al giovane. Per questo motivo, fanno recapitare a Villefort, sostituto procuratore del re, una lettera anonima che accusa falsamente Dantès di essere un agente bonapartista. Villefort, temendo per la propria carriera, pur consapevole dell’innocenza del giovane, lo fa incarcerare in isolamento nel Castello d’If come pericoloso criminale. Così, ciascuno dei tre – Fernand, Danglars e Villefort – riesce a rimuovere l’ostacolo alle proprie ambizioni. Nel romanzo, fatta eccezione per pochi personaggi, tutti sono mossi dalla brama di potere, posizione sociale e ricchezza. Persino amicizie e matrimoni vengono orchestrati per puro interesse economico, probabile riflesso della società che Dumas aveva osservato nei suoi viaggi nell’Europa ottocentesca, particolarmente a Parigi. Come scrive l’autore a proposito di Danglars: «Era un calcolatore, nato con la penna all’orecchio e un calamaio al posto del cuore: per lui esistevano solo addizioni e sottrazioni, e le cifre potevano essere molto più preziose degli uomini, quando queste andavano ad accrescere ciò che gli uomini minacciavano di diminuire»

Ben diverso è Edmond Dantès, marinaio di appena 19 anni ma già saggio e responsabile. Nella sua imminente promozione a capitano del Pharaon, guadagnata grazie alla stima dell’armatore Morrel, vede l’opportunità di costruire una famiglia con Mercédès e garantire una vita migliore al suo anziano padre.

Nelle prime pagine del romanzo, Dantès ci appare come un giovane affabile e cortese, privo di malizia e incapace persino di concepire il male negli altri. Questa ingenuità lo porta a non comprendere le ragioni della sua incarcerazione, non sospettando di nessuno, tanto che nei primi tempi di prigionia rischia di impazzire nel tentativo di dare un senso alla sua condizione. L’incontro con l’abate Faria, altro prigioniero di grande esperienza e profondo conoscitore dell’animo umano, si rivelerà fondamentale. Faria diventa per lui amico, padre e mentore eccezionale, fornendogli quella raffinata formazione culturale e linguistica che lo caratterizzerà negli anni a venire. È Faria ad aiutare Dantès a ricostruire gli eventi, guidandolo con la sua saggezza: «A meno che un cattivo pensiero nasca dall’errore, la natura umana ha orrore del crimine. Però la civiltà ci ha dato dei bisogni, dei vizi, dei falsi appetiti che a volte ci portano a soffocare i nostri buoni istinti, conducendoci al male. Da qui discende la massima: se vuoi scoprire il colpevole, comincia cercando di capire a chi poteva tornare utile il crimine».

Quando Dantès, supportato da Faria, scopre finalmente la verità, subisce una profonda trasformazione interiore che lo stesso abate percepisce con rammarico: «Ora rimpiango di averti aiutato nelle tue ricerche, e di averti detto tutte quelle cose […] Perché ti ho insinuato nel cuore un sentimento che prima non c’era: la vendetta». Questo desiderio di rivalsa, maturato durante gli anni di prigionia, spoglia Dantès della sua innocenza e purezza giovanili, sostituendole con un’unica, ossessiva missione.

Il male subìto spesso indurisce l’animo, rendendolo insensibile alla sofferenza altrui. Ne è esempio emblematico l’impassibilità con cui il Conte di Montecristo assiste a un’esecuzione, incoraggiando i giovani e pallidi Albert e Franz a non distogliere lo sguardo. Quando uno dei condannati riceve la grazia all’ultimo momento, l’altro, fino ad allora calmo e rassegnato, esplode in un moto di rabbia. Il commento del Conte rivela tutto il suo disincanto e la sua misantropia: «Portate due pecore al macello, e fate capire a una delle due che l’altra non morirà. Quella si metterà a belare di gioia! Ma l’uomo – l’uomo creato a immagine di Dio, l’uomo che segue come legge suprema l’amore verso il prossimo, l’uomo che ha voce per esprimere il proprio pensiero – cosa dice quando scopre che il suo compagno è salvo? Una bestemmia. Onore all’uomo, capolavoro della natura, re del creato!»

Il fascino del Conte di Montecristo seduce non solo i personaggi del romanzo ma anche il lettore, che impara a conoscerlo non attraverso monologhi interiori o introspezioni, ma mediante i suoi numerosi e avvincenti dialoghi e attraverso la sapiente narrazione di Dumas: «[…] tutti gli sguardi si posavano su di lui. Era quella pelle traslucida, i ricci neri, il volto calmo e puro, lo sguardo profondo e malinconico, la bocca disegnata con una finezza straordinaria, che assumeva tanto facilmente una piega di disprezzo profondo. Forse c’erano uomini più belli, ma non ce n’erano di più significativi, in un certo senso».

Il piano di vendetta del Conte si compie inesorabilmente, portando alla rovina le famiglie di Villefort, Danglars e Fernand, coinvolgendo anche i loro figli innocenti. Questo solleva una questione morale: è giusto che i figli paghino per le colpe dei padri? E ancora: può considerarsi giustizia la vendetta di un uomo ormai ricco e potente? Se così fosse, significherebbe ammettere che il benessere materiale possa compensare le ferite dell’anima – ma sappiamo che non è così. Ciò che è stato sottratto a Dantès non potrà mai essergli restituito, e il suo animo porta ancora le cicatrici indelebili di quell’antica sofferenza.

I tre cospiratori, ormai dimentichi del male inflitto, si trovano improvvisamente di fronte a una resa dei conti che il Conte considera guidata dalla Provvidenza. È questa convinzione che lo motiva e lo giustifica: si sente investito di una missione divina per punire i colpevoli e premiare i giusti. Sebbene questa posizione possa apparire presuntuosa, in diversi passaggi del romanzo il Conte mostra di riconoscere i segni della Provvidenza che, al momento opportuno, ripaga il male commesso o consola chi ha sofferto. Ne è esempio la sua generosità verso la famiglia Morrel, dove l’onestà dell’armatore viene premiata con la salvezza. In presenza dei Morrel, il Conte ritrova momenti di serenità e spesso cerca la loro compagnia come antidoto all’aria ‘immonda’ che respira con coloro che deve frequentare per attuare la sua vendetta. Questo dettaglio è significativo perché dimostra che, nonostante il cambiamento interiore, Dantès non ha perso completamente la sua integrità morale.

La conferma definitiva giunge nell’epilogo del romanzo, dove emerge che Dantès ha considerato il tesoro ereditato da Faria solo come strumento per la sua vendetta. Una volta compiuta la sua missione, la figura del Conte di Montecristo perde la sua ragion d’essere: le ricchezze nascoste sull’isola diventano irrilevanti per la felicità di Edmond Dantès, che ora cerca la pace dell’anima, della coscienza e il perdono di quel Dio in cui non ha mai smesso di credere. Solo ricevendo conferma di poter essere nuovamente oggetto d’amore, potrà godere senza rimorsi della ritrovata libertà. Particolarmente significativo è il modo in cui il Conte premia i Morrel: sia con il padre che con il figlio Maximilien, il dono giunge solo un attimo prima della catastrofe imminente. Non interviene prima, ma attende che il dolore raggiunga il limite del sopportabile; solo allora, inaspettatamente, la disperazione si trasforma in gioia estatica. Come dice Dantès stesso: «Solo chi ha conosciuto la miseria più estrema merita di conoscere il suo contrario. Bisogna aver voluto morire, Maximilien, per sapere quanto sia bello vivere».” 

Elena Realino

Elena Realino, è nata a Castrovillari, in provincia di Cosenza. Studia le pagine della letteratura con passione e spirito critico. Impegnata nel sociale, laureata in Lingue e Culture Moderne all’Unical. Crede che lo studio delle letterature straniere possa essere la chiave di accesso alla società poliedrica in cui viviamo e possa accorciare le distanze rispetto a realtà e mondi altrimenti ignoti o poco conosciuti.

                                                                                                                              

 

Il conte di Montecristo, opera aperta? di Francesca Chiesa

Lunedi 13 gennaio RAI Uno trasmetterà la prima puntata di una nuova  miniserie dedicata a Il Conte di Montecristo.

Siamo a 180 anni esatti dalla pubblicazione in feuilleton dell’ultimo capitolo del capolavoro di Alexandre Dumàs: a quell’epoca, 1845, il romanzo aveva già richiesto al suo autore un anno e mezzo di fatiche.

L’ultima puntata della fiction televisiva andrà in onda il tre febbraio e la fine della storia sarà quella che tutti conosciamo.

Un mese da trascorrere con Edmond Dantès, dunque, il che mi sembra un’ ottima occasione per accennare a un interrogativo rimasto fino a ora senza risposta: Alexandre Dumàs ha mai ideato un seguito a Montecristo

Secondo Claude Schopp – massimo esperto dell’opera di Dumàs – anche nel caso di quest’opera pare che Alex (come lui amava firmarsi)  abbia durato gran fatica a separarsi dal personaggio con cui aveva convissuto per lungo tempo, …a lasciarlo scomparire dietro la linea dell’orizzonte mediterraneo.

Schopp ci presenta tre fatti e nessuna risposta: 

– l’ultima nota dell’ultimo capitolo della edizione originale del romanzo: L’editore si ripropone di pubblicare prossimamente un epilogo che l’autore sta attualmente rifinendo. Siamo nel 1845, gennaio come abbiamo detto;

–  successivamente, nel marzo del 1851, il nostro romanziere scrive ad Auguste Maquet – il suo principale collaboratore – esortandolo a pensare a un possibile finale alternativo per Montecristo.: per Claude Schopp Dumas si riferirebbe qui a un adattamento teatrale del romanzo, dal titolo Villefort : drame en cinq actes et dix tableaux;

–  il 16 dicembre del 1853, quasi una decina di anni dopo la pubblicazione dell’ultimo capitolo del suo capolavoro,  Alex Dumàs e l’editore Alexandre Cadot firmano un contratto dal quale risulta chiara la volontà di dare un seguito a Il conte di Montecristo. Vediamo l’articolo 2: “Le parti si riservano di stabilire un contratto speciale per il seguito di Montecristo, che non è compreso nei presenti e di cui, al rifiuto di monsieur Cadot, monsieur Dumas potrà trattare con altri etc…”

Dopo di che il silenzio sembra calare sull’ipotesi di una diversa conclusione, o addirittura di un seguito, per Il Conte di Montecristo. 

Emersioni

La sezione Libri del motore di ricerca Google è un ricettacolo di meraviglie. 

L’altro giorno ne stavo scorrendo i titoli in cerca di qualche periodico del 1859 che desse notizia del passaggio di Alexandre Dumàs a Hermoupolis, capoluogo di Syros, isola delle Cicladi dove vivo da circa cinque anni.

Durante la ricerca mi è passato sotto gli occhi il frontespizio di una pubblicazioncina ottocentesca: “Il conte di Villefort ed il conte di Montecristo dramma in cinque atti e nove quadri di A. Dumas ed A. Maquet”.

Se non fosse stato per quei due nomi che attiravano l’attenzione, vale a dire il Maestro e il suo principale ghostwriter, l’insieme non attirava certo alla lettura ma me la sono ugualmente sobbarcata.

Ricevendo alla fine la mia ricompensa che riporto così com’è, di poche parole.

SCENA ULTIMA,

Massimiliano, Monte Cristo e Valentina.

(Una figura coperta da un velo scende dalle rocce e s’ avvicina lentamente alzando il velo. È Valentina coronata di bianche rose).

Mas. Dio! il cielo s’ apre per me e ne discende un angelo …. esso assomiglia a quello che io ho perduto.”

Val. Massimiliano! Massimiliano! 

Mas. Valentina! Valentina! 

Val. Mio adorato Massimiliano! 

Mon. Valentina, ora più non avete il diritto di separarvi da colui che vi ama ….. da colui che se io non era si sarebbe ucciso sul vostro cadavere. lo bo reso l’uno all’ altra: la mia missione è compiuta: ho punito i colpevoli, ho ricompensato i buoni. Dio mio! se mi sono ingannato abbiate misericordia di me! e nel giorno finale ponete sull’infallibile vostra bilancia tutto quel poco di bene che avrò operato.

Fine”

Confrontando questa scena con il capitolo CXVII/Il 5 ottobre che conclude Il conte di  Montecristo, risulta evidente che non c’è corrispondenza: niente di male, salvo che gli autori di questa ultima scena sono gli stessi di quell’ultimo capitolo, che la precede di circa sei anni.

Il dato più eclatante è che nella pièce teatrale, più recente rispetto al romanzo, non troviamo traccia della dolce schiava greca Haydée, innamorata da sempre di Montecristo. 

Potrebbe trattarsi di un primo abbozzo per una conclusione diversa da quella consegnata? Quella che evidentemente non soddisfaceva l’autore anche perché, a voler dire le cose come stanno, non sembra essere stata frutto di una scelta meditata e consapevole. 

Ce lo racconta lo stesso Dumas che, da istrione qual era, nel suo Grande dizionario di cucina, ci presenta il bozzetto di una festa di matrimonio in cui il testimone della sposa, che è poi il grande scrittore in persona, circondato da convitati allegri e ridanciani afferra una penna e in pochi minuti consegna ai presenti in festa le pagine finali  di Montecristo

Fosse stato presente Rossini, suo grande ex-amico per questione di maccheroni, avrebbe sicuramente ammirato la scarsa serietà professionale con cui Alex abbinava i piaceri della scrittura a quelli della gola. Chissà, com’è andata davvero! 

Strutture

Non si può negare che il veliero lontano sulla linea dell’orizzonte, che scompare portando con sé il Vendicatore placato e la sua giovane pupilla, sia e sia stato per molti l’immagine-simbolo della vicenda di Edmond Dantès, emblema di  un certo tipo di successo che sicuramente ha affascinato anche Dumàs, uomo dalle mille concubine come lo definisce Schopp. Potere, ricchezza, fascino e la donna ideale al proprio fianco: giovane, bella, esotica e soprattutto schiava. 

Ma Alexandres Dumàs – figlio di Thomas Alexandre Davy de la Pailleterie detto “il Generale Dumas” e nipote di Alexandre Antoine Davy, marquis de La Pailleterie – è un’ altra cosa, è uno scrittore di rango.

Ovvero, uno scrittore che conosce gli schemi classici e li applica a contenuti fortemente innovativi, come nel caso di Montecristo, la cui vicenda può essere parzialmente sovrapposta a quella dell’Ulisse omerico. 

In sintesi: Ulisse, perseguitato da un dio che gli impedisce di tornare in patria a causa di un peccato di hybris/orgoglio, non può ribellarsi ma solo cercare di resistere e superare le difficoltà; diventa eroe quando distrugge gli uomini che si sono impadroniti della sua casa e della sua donna e riconquista il suo stato di re.

Montecristo si presenta ugualmente colpevole, peccando d’orgoglio nel momento in cui si sente invulnerabile e non riconosce i nemici da cui è circondato.

Per punizione gli viene tolto tutto quello che ama – padre, donna, famiglia – ma lui dimostra di essere ingrado di resistere alle prove che deve affrontare: carcere, auto-formazione, fuga. 

Tornato nel mondo, distrugge – come Ulisse – coloro che lo avevano privato della sua vita. 

A questo punto le storie divergono, apparentemente a causa del diverso comportamento delle due donne in attesa, Penelope e Mercedes. Ma è proprio così?

Si tende spesso a dimenticare, quando si parla della fedelissima Penelope, che Ulisse si ripresenta a corte proprio nel momento in cui la sua sposa si è convinta ormai di essere la sua vedova e ha indetto una gara di tiro con l’arco tra i suoi pretendenti: il vincitore otterrà la regina in moglie.

Non molto diversa è la situazione della catalana: sfiancata dall’inutile attesa e dalla povertà, si rivolge allo spasimante che le sta da sempre accanto. Quello che a Dantes appare come tradimento è un cedimento, riprovevole ma non colpevole: soprattutto e prima di tutto, Mercedes non smette mai di amare Edmond. 

Amor, che traverso fortune, non intermette dall’essere eterno.

L’abbiamo provato in molti.

La ricerca continua

Se le cose stanno così, se Alex Dumas ha infisso nel cuore del personaggio Mercedes l’ amore per Edmond, se non ha cancellato dal cuore di Dantes il volto di colei che era stata la sua promessa sposa, perché non li riunisce? Perché non lo fa finalmente celebrare, questo matrimonio mancato?

Forse perché non è un cantore errante ma un uomo dai gusti dispendiosi, amante della buona cucina e delle belle donne?

Perchè Haydée la greca rappresenta l’ideale esotico del suo tempo?

Perché la fuga dell’uomo maturo con la giovane innamorata è tema più attraente, e quindi far vendere di più rispetto a un ritorno al vecchio amore che è quasi una moglie?

Eppure abbiamo visto che, in fin dei conti, Dumàs non era soddisfatto: forse perché quella scelta gli appare per quello che di fatto è, un ripiego. 

Un eroe non si rassegna a perdere la donna amata, perbacco!

Allora?

Mercedes è a Marsiglia, non spera nulla ma c’è.

Francesca Chiesa

Francesca Chiesa, classe 1955, laureata in filosofia. 

Ha lavorato per il Ministero degli Affari Esteri in Iran, Russia, Grecia, Eritrea, Libia, Kenia. Dal 2019 vive col marito prevalentemente a Syros, nelle Cicladi. 

Pubblicazioni recenti:

Dalla Russia alla Persia – storia di un viaggiatore per caso: Peripezie di un marinaio olandese al tempo di Alessio I Romanov e Suleiman I Safavide, La Case Books, 2023

Una storia di donne persiane: Il romanzo di Humāy e Nahid, La Case Books, 2023