Peter Handke: “La notte della Morava” (Guanda, trad.Claudio Groff) – Maurizia Maiano

Scavare in un libro come in un graffito…
E’ una bellissima storia d’amore ed anche tanto di più. E’ una storia tra due senza nome e c’è un battello sulla Morava che scorre in una terra, la Serbia, che apparteneva all’Austria-Ungheria, una terra che non conosceva l’odio tra gli stati, dove i confini, bandiere ed inni non erano necessari perché avere confini, bandiera e inni sarebbe stato legittimare e perpetrare l’odio. E Samarkanda e Numanzia, due simboli per abbracciare tutta l’Europa, vivevano la prima come grandezza e gloria, come presagio repentino, come presagio duraturo, come altro presente; la seconda, Numanzia, stava lì per ricordare che bisognava resistere e opporsi ad ogni costo alla distruzione di quel mondo.

Lui, notoriamente un misogino, si ritrova accanto una donna, una donna che aveva odiato, eppure già si fa cenno ad una strana sintonia tra i due. Perché nonostante i suoi fallimenti continuava a credere all’amore tra uomo e donna, certo credeva di più all’esaltazione reciproca che all’amore, o quanto meno evitava la parola. E intanto si sentiva in conflitto con sé e dall’altro il suo stato era paragonabile a quello di una malattia che da tempo non si presentava, bastava che a qualcuno tornasse in mente anche solo come nome ed era segno sicuro che la malattia stava per incombere e con essa un periodo infausto.

Ma che storia era stata con questa donna. Procrastinata a sufficienza! E fu lei a cominciare con la storia di loro due, poi riprese lui il filo del racconto e lei continuò a togliergli la parola di bocca, non tanto per correggerlo quanto per avere parte in ciò che era avvenuto per ripeterlo e recuperarlo per se stessa. Non ne venne fuori un dialogo, non si parlò mai di un io e di un tu, si trattò di un lui e di un lei, eccezionalmente un sì impersonale e sovrapersonale.

Gli ospiti sul battello si chiedevano cosa fosse accaduto, ma i due non fecero allusioni di nessun genere. L’unica cosa che rivelarono è che nella notte erano caduti a terra insieme, per stanchezza per sfinimento. Ma qualcosa era accaduto tra loro nel bosco di eucalipti . Là iniziò un’altra misura del tempo e l’altra misura del tempo iniziò quando ebbero l’uno occhi per l’altra contemporaneamente.

Tutto viene raccontato e il tempo del raccontare diventa un enigma fecondo. E’ uno smarrirsi ed un ritrovarsi, è un sentirsi vicini ad un agire. Quella notte sulla Morava si sentiva catturato, si trattava davvero di salvezza? Dalla sconosciuta emanava qualcosa di sofferente, di terribilmente rinunciatario ed ancora uno spavento dolce, trafiggente ossa e midollo.

Ma i due erano davvero una coppia? Durante il loro stare insieme erano successe cose straordinarie, caddero gocce di pioggia su di loro e solo sul loro tavolo. L’impazienza prima del loro incontro fruttò pazienza come non mai… nel loro primo tempo in cui avvenne anche il congedo, però senza che la misura di tempo cessasse di essere in vigore il congedo ne faceva parte. Separarsi per un periodo intermedio, in direzioni opposte, era una cosa ovvia. Nel frattempo nessuno dei due avrebbe dato notizia di sé. E una mattina fu chiaro che quello doveva essere il giorno della separazione provvisoria.

Perdersi di vista, non sapere niente l’uno dell’altro faceva parte delle regole del gioco. Non ci saremmo mai sognati allora… eppure tra i due sarebbe scoppiata una vera e propria guerra di coppia. Lei si era guardata con gli occhi intorno cercando di guardarlo e lui pensò che una purezza così lui non la meritava. E poi succedeva che quanto lui percepiva si trasformasse in un silenzioso monologo, era qualcosa che si rivolgeva alla lontana persona di riferimento, alla sconosciuta, lui le riferiva da lontano e mandava notizia di sé.

Era solo fantasia del narratore? E’ accaduto davvero, così lui informò il nostro interrogatore. Fantasia? E anche se fosse. E perché solo? Se si era trattato di un sogno la sensazione che l’aveva pervaso era però così forte e persistente come nello stato di veglia accade molto di rado. Ormai provava soltanto in sogno la gioia grande e duratura, la riconoscenza, l’affetto la voglia di vivere. Aveva l’impressione di non essere stato visto da nessuna creatura vivente per tantissimo tempo. Non c’erano più ricordi di uno sguardo umano che gli avrebbe solo lanciato anche solo una fuggevole occhiata e cominciava a sentire la mancanza di questo accorgersi di lui. Nel suo viaggio circolare anche questo suo desiderio alla fine si realizzò.

Dammi un volto umano, e la mia anima sarà risanata. Si aprì un varco fino alla coda del lunghissimo treno da dove si era incamminato nell’esigenza di un volto. In fondo al treno la ragazza, seduta per terra, leggeva con la schiena appoggiata al vetro. Quello che la differenziava era come stava seduta e come leggeva. Viveva sensibilmente insieme al libro, ne ripeteva le parole compitando, lo interrogava e si interrogava e con esso era una cosa sola. La giovane si dimostrava distaccata dall’ambiente intorno a lei… un diverso elemento? No, un elemento conforme a lei, unicamente a lei e nel quale soltanto diventava se stessa. E nel contempo non era per così dire assorta, distacco non significava per forza pensosità o isolamento.

Intanto nel corridoio e fuori coglieva ciò che valeva la pena di cogliere… E lui non finiva di saziarsi nel vedere come la ragazza, ancora quasi una bambina?, no, non più una bambina, leggeva e leggeva e leggeva. Serietà concentrata sfavillava dalla fronte… Come, una serietà che sfavillava? … e più si immergeva in quella lettrice più gli sembrava che si librasse sopra il pavimento, senza peso, e lui con lei. Sorrideva spesso potremmo dire sotto i baffi, oppure, dopo ogni capoverso scuoteva la testa: cosa che rivelava il suo stupore, un essere stata colta di sorpresa…

Un lettore così, una lettrice così lui se l’era immaginato da tempo immemorabile anche per i suoi libri. Materna appariva quella lettrice, che pure era ancora una mezza bambina, e lo sarebbe rimasta per tutta la vita. Poi lei alzò gli occhi dal libro e invece di guardare sopra la spalla guardò lui… Si mise in disparte per non farsi vedere, al tempo stesso col cuore che gli batteva, come qualcuno colto in fallo? Sì, lei lo aveva riconosciuto. E quanto avvenne lo riferì in quella notte sulla Morava, non lui ma la sconosciuta che raccontò: la ragazza non solo aveva riconosciuto l’uomo. Lei era una sua lettrice. Lei lo osservava stupita. Lo tirò per il cappotto e lo trascinò con sé verso la porta di fondo. Lei non sapeva niente di lui , niente di personale, e neppure voleva sapere da dove venisse né dove fosse diretto. Doveva sempre farle domande perché lei continuasse a parlare e lui percepiva il suo desiderio che lui, lui, gliele rivolgesse.

Il chiedere e al tempo stesso l’evitare di chiedere gli veniva in aiuto nel porre delle domande, cosa che da sempre e, sostanzialmente, gli ripugnava. Così, tra i due davanti alla porta a vetri nacque un gioco animato e visto da fuori sembrava che tutti coloro che fiancheggiavano i binari fossero i loro spettatori. Il fatto che una creatura così si confidasse proprio con lui. Che regalo. Lo meritava? ma l’essere oggetto di un regalo così immeritato divenne per lui un peso eccessivo… e così, in una parte in cui il treno veniva sganciato verso la Stiria, si congedò dalla giovane lettrice, dalla dolcissima tra mille, così gli appariva e scese. Essere solo… con l’immagine postuma della creatura.

La notte era finita. L’autore aprì gli occhi. Giorno fatto. Sole del mattino. Strinse a sé la donna sconosciuta, ma lì non c’era nessuno. Eppure erano abbracciati come una coppia non si era mai abbracciata. Amore? La donna gli aveva fatto sentire che era per lui. Cosa c’era di così strano in questo? Per lui era il miracolo. E adesso di mattina cercò di acchiapparla, era avido del suo corpo, nel vuoto. Insomma, la donna non esisteva? Certo, esisteva, fuori dal sogno, ma non gli apparteneva. Ah, il dolore per la sua assenza. Lui era definitivamente diviso…e non continuo a raccontare quello che è scritto dopo perché è troppo triste.

Ho dovuto scavare e guardare a fondo nelle pagine di questo romanzo come un pittore lavora su una tavolozza di graffito: graffiare sul fondo scuro per recuperare immagini nascoste, ne ho recuperata solo una, ma se ne possono recuperare tante altre.

Maurizia Maiano*

Peter Handke nasce a Griffen nella Carinzia, la regione più meridionale dell’Austria, nel 1942 da padre austriaco e da madre facente parte della minoranza slovena della regione. La madre morirà suicida nel 1971, evento che segnerà profondamente il giovane Handke. Il titolo della sua opera “Wunschloses Unglück, “Infelicità senza desideri”, scritta sull’onda del dolore per il gesto estremo della madre, sembra creare una congiunzione simbolico-semantica tra un destino individuale e quello storico di un paese la cui fine era segnata dall’emergere e dall’ affermarsi dei nazionalismi. La mancanza di desiderio è causa dell’insoddisfazione profonda, espressione di una malinconia dalla quale non si riesce ad uscire, perché deriva da regole interiorizzate che inibiscono il desiderio. Un nuovo mondo, in cui si è incapaci di vivere, quello che si prospetta alla madre di Handke e all’Austria-Ungheria, in cui non ci si riconosce più e in cui è troppo tardi per farne parte e cambiare. La prosa di Handke trova qui il via alla sua grande capacità di interiorizzazione e di analisi profonda del sé. Segna l’inizio di quel romanzo circolare che evoca anche nello spazio letterario quella ciclicità del tempo, della vita e della storia umana riempiendola di flashback e ripetizioni. La letteratura, lo scrivere diventano la sua grande passione. Abbandona gli studi di Giurisprudenza a Graz. Si cimenterà con la scrittura di pezzi teatrali, poi con racconti, romanzi, saggi, poesie e diari ai quali si può aggiungere anche qualche esperienza di sceneggiatore per il cinema.
La letteratura è per lui solo romantica. È polemico nei confronti della generazione di scrittori come Alfred Andersch, Heinrich Böll, Ilse Aichinger e Ingeborg Bachmann che facevano parte del “Gruppo 47” e volevano una letteratura impegnata e realistica. La sua è letteratura votata all’introspezione con una scrittura densa e minimale, altamente descrittiva e ricca di visioni quasi cinematografiche. Collabora con Wim Wenders e, dal suo romanzo “Prima del calcio di rigore”, Die Angst des Tormanns beim Elfmeter del 1970, sarà tratto l’omonimo film e poi lavorerà ancora con Wenders per il più famoso “Il cielo sopra Berlino”. Dall’amore per l’allora Slovenia yugoslava, radicato nel “ventre materno”, nasce l’interesse per la regione balcanica. Handke è un figlio di quell’Austria- Ungheria del “Nachsommer”. L’immagine di quel mondo del passato e l’ideale di una convivenza multietnica e multireligiosa avrà il suo ruolo importante nella sua difesa di Milosevic e della Yugoslavia. “Un viaggio d’inverno ai fiumi Danubio, Sava, Morava e Drina ovvero Giustizia per la Serbia” sono, forse chissà, l’antefatto a “La notte della Morava”?

*Maurizia Maiano: Sono nata nella seconda metà del secolo scorso e appartengo al Sud di questa bellissima Italia, ad una cittadina sul Golfo di Squillace, Catanzaro Lido. Ho frequentato una scuola cattolica e poi il Liceo Classico Galluppi che ha ospitato Luigi Settembrini, che aveva vinto la cattedra di eloquenza, fu poeta e scrittore, liberale e patriota. Ho studiato alla Sapienza di Roma Lingua e letteratura tedesca. Ho soggiornato per due anni in Austria dove abitavo tra Krems sul Danubio e Vienna, grazie a una borsa di studio del Ministero degli Esteri per lo svolgimento della mia tesi di laurea su Hermann Bahr e la fin de siècle a Vienna. Dopo la laurea ritorno in Calabria ed inizio ad insegnare nei licei linguistici, prima quello privato a Vibo Valentia e poi quelli statali. La Scuola è stato il mio luogo ideale, ho realizzato progetti Socrates, Comenius e partecipato ad Erasmus. Ho seguito nel 2023 il corso di Geopolitica della scuola di Limes diretta da Lucio Caracciolo. Leggo e, se mi sento ispirata e il libro mi parla, cerco di raccogliere i miei pensieri e raccontarli.

Klaus Mann: ‘’Speed. I racconti dell’esilio’’ (Castelvecchi), di Claudio Musso

Nel panorama della letteratura tedesca Klaus Mann è una figura ombra e in ombra. Non solo perché oscurata dalla fama internazionale e ingombrante del padre Thomas ma anche perché la critica e gli editori non gli hanno mai riservato una adeguata valorizzazione. Per quello che aveva da dire e per come sapeva dirlo. Nel rendere musica quelle note stonate in lui insite ma frenate dalla partitura dell’etica. Meritoria dunque è l’opera di ricupero dell’editore Castelvecchi che, negli ultimi anni, sta pubblicando, in nuove traduzioni, buona parte dei romanzi di questo scrittore, membro di una ‘royal family’ letteraria ma con un suo accento peculiare, divisivo, controverso, discusso, randagio, per quelle scelte estreme che si riversano anche nelle pagine dei propri scritti.

Klaus, che da questo momento smetteremo di chiamare “il figlio di Thomas Mann”, non ha mai imparato a vivere a metà. Per questo ha bruciato ogni ponte, anche verso sé stesso, in un’epoca di compromessi. E rivela la propria creatività letteraria quando dal 1933 abbandona la Germania, già nella morsa nazista, per girare ovunque nel mondo, fare esperienza di vita e di vite e scrutare gli altri, fino ad approdare negli Stati Uniti. Qui sceglie il proprio rifugio adottando quella filosofia del lontano, cara a Pirandello, con la quale osservare e osservarsi con distanza critica, frantumando il proprio ‘io’, vedendo le cose come stanno, in sé e nel mondo di fuori, quello che lo rifiuta e quello che lo accoglie, nella libertà tragica di poterlo dire. Consapevole inoltre che è sempre difficile non smarrire la strada quando tutto intorno a noi si incrina, vacilla e collassa: la patria è, certo, lontana, l’identità di fatto si scolora, ma servono nuove bussole che letteratura spesso offre a patto che non si finisca nel mero intrattenimento di sé e dei lettori ma si faccia la radiografia scritta del proprio Sé.

È nel turbine e, al tempo stesso, nella vertigine dell’esilio e della solitudine che Klaus sviluppa una incrollabile volontà di verità. Mai disgiunta da una forma di lotta contro i fascismi cercando di aprire gli occhi alla coscienza del mondo. È in questo contesto che nascono i racconti dell’esilio, scritti tra il 1933 e il 1943 e pubblicati su varie riviste americane e non. Ora sono stati riuniti, e si tratta in gran parte di inediti in Italia, nella raccolta ‘‘Speed’’ pubblicata dall’editore romano nella traduzione limpida e spesso miniaturistica di Massimo Ferraris. Racconti dai forti risvolti autobiografici, con pochi personaggi o ambientazioni tipicamente tedesche, come ci si aspetterebbe da un esiliato, ma che crescono progressivamente di sostanza quando Mann mette per iscritto, in maniera più immediata e pregnante, la ricerca della propria identità in un contesto di dislocamento interiore, l’esilio non tanto da un luogo fisico quanto dal proprio ‘io’, la dipendenza e l’autodistruzione, tutte tensioni interiori vissute e raccontate con una ipersensibilità e una lucidità morale di chi scrive non solo per raccontare ma per provare a esistere e resistere contro le tenebre di sé e degli altri.

In queste pagine troviamo ragazzi che si accorgono di non avere mai dato peso al tempo che passa e si aggrappano a ogni secondo rimasto per viverlo con tenacia e tenerezza, immersi nella tempestosa gioia dell’attimo presente e, al contempo, nella disperazione per quello che fugge. Ci sono altri che, persa ogni illusione, non vogliono più aderire ad una causa a lunga postulata perché decidono di annullarsi in stanze di infimo ordine in alberghi topaie nella patologia della solitudine tra droghe, cinismo e consapevolezze che il mondo non cambierà mai, neanche con l’apocalisse, pervasi da un irresistibile desiderio di non vita che non amareggia il volto ma semmai lo trasfigura.

Poi ci sono giovani male in arnese che non riescono a trovare lavoro e avere qualche soldo in tasca per potersi permettere una gita con la propria fidanzata e accettano di trasformarsi in una caricatura ambulante di un cuoco che annuncia l’apertura di un ristorante per le strade di Praga mentre tutti lo riconoscono e dalle loro ‘altezze’ se ne prendono gioco per come sia sceso in basso. Dall’altra parte c’è un giovane americano, figlio di papà, uno degli ‘sdraiati’ di Michele Serra, vacanziere, che vorrebbe diventare scrittore, un po’ lezioso e un po’ spocchioso, ma che in fondo si sente uno straniero in patria e, benché abbia fatto il giro del mondo, questo mondo se lo immagina diverso quando scopre che la solitudine è sempre uguale dappertutto. Ma non c’è solo del negativo: per quanto amaro, questo periodo non va dimenticato, anzi va vissuto, basta ombre in cui rifugiarsi, perché in fondo, sussurra Mann, contiene un trionfo irragionevole di quello che solo la gioventù, certo senza limiti, senza morali altre se non la propria, può iniziare a dragare la vita.

C’è poi una certa baronessa, l’ultima vera cortigiana del secolo, che non esce mai dal suo hotel e che appartiene ad un mondo che non c’è più. La donna vive non in una casa vera, ma in un luogo di transizione dove si è sempre ospiti. E in questo spazio chiuso e limitato si consuma la tragedia della condizione dell’esule, sospeso tra un passato lasciato alle spalle e un futuro incerto. Ma c’è anche l’incapacità di inserirsi completamente in un mondo che corre troppo velocemente (Speed), trovandosi in una situazione di blocco, riluttante e alienata a entrare nella società ospitante.

In questa catena di racconti, alcuni più riusciti di altri ma eloquenti chiaroscuri della personalità autoriale, incontriamo meno personaggi reali e molte proiezioni di Mann come osservato da un prisma, meno storie da leggere più camere d’albergo parlanti come non luoghi identitari e, proprio per questo, epifanici, abitate dallo status di emigrato che porta con sé tristezza e indegnità. E in queste pagine si stagliano con forza due racconti: Finestra con le sbarre, già uscito in traduzione italiana, pubblicato nel 1937 ad Amsterdam e Speed, scritto in ingleseinedito in Italia e pubblicato per la prima volta in traduzione tedesca nel 1990 nel volume di racconti della Rowohlt. Entrambi si rivelano, tra Monaco e New York, preziosi sismografi della complessa personalità del loro autore.

Nel primo c’è il racconto delle ultime ore di Ludovico II Re di Baviera che viene rinchiuso in un castello, non in uno di quelli arditi e superlativi di cui è stato ispiratore, ma in uno spazio che è chiuso all’esterno con le sbarre alle finestre messe, si dice, a scopo decorativo. In realtà la famiglia Wittelsbach ha deciso di richiudere il principe di mezzanotte e la sua ‘paranoia’, questa la diagnosi ufficiale e lapidaria, perché ritenuto pazzo. Per spartirsi il trono e per mettere il bavaglio ai sogni.

Ludwig è il diverso, l’uomo solo che ha perso tutti, anche se non vuole trattenere nessuno, che si sente a casa nella splendida solitudine dei suoi castelli che invece la scienza definisce patologica, è una finestra sull’anima sensibile che ha scelto la bellezza in un mondo che richiede brutalità di azioni e approcci. È un Lohengrin che attraversa candido su una barca trainata da un cigno le sponde di un’anima incandescente e di un’omosessualità sempre vissuta nell’ombra su acque inquiete dove i pensieri vanno oltre le loro stesse definizioni e portano all’estro geniale. Egli è giudicato ‘malato’ perché non serve, non produce, non combatte ma sogna. Klaus Mann, come in un autoritratto speculare, lo usa per parlare di sé, degli artisti, degli emarginati e degli idealisti in tempi oscuri, per dare voce alla dignità della solitudine contro il fanatismo collettivo e per celebrare il diritto a essere improduttivi, chiudendosi in una torre dorata, in un’èra che alita solo efficienza. 

Nel secondo incontriamo un austriaco che fugge a New York perché non ariano e con nozze naufragate. Vive in un ripostiglio che non può chiamarsi camera e durante le sue passeggiate notturne, lontano dal buio, dall’odore di polvere e dal senso di chiuso, incontra Speed, un ragazzo loquace quanto bizzarro, losco e probabilmente truffaldino e tossico, privo di punti di riferimento. Che è un po’ la persona sopra le righe che tutti, almeno una volta nella vita, abbiamo conosciuto e che non si prende troppo sul serio, che ci ha smosso per i suoi capricci, l’eleganza provocante, l’impetuosa vitalità, lo spirito malizioso ma anche la fluidità con cui attraversa il lecito e l’illecito.

L’uomo, che vive in una nebbia di costanti bugie e di deliranti fantasie, lo osserva, lo aiuta, si fa sfruttare e gli sembra di essere tornato a vivere. Ma Speed è un angelo della distruzione, attrae ma porta con sé il senso della rovina, di vuoto e di disorientamento della modernità americana. Per il narratore egli è oggetto di desiderio inappagabile, anche perché totalmente sfuggente, è una figura tragica segnata dalla solitudine e da una lenta discesa negli inferi in una conscia autodistruzione. Attraverso questa figura Mann offre uno spaccato intenso della sua vita interiore durante gli anni dell’esilio nell’attrazione verso figure limite dalla vita disordinata, che dipendono dalla dipendenza per l’incapacità di affrontare la realtà, che mantengono una barriera tra sé e gli altri, che non vogliono mostrare la propria natura forse perché non sanno ancora di quale sapore sia intrisa.

‘’Speed. I racconti dell’esilio’’ sono, certo, opere minori, tuttavia per chi non conosce Klaus Mann si configurano come una corsia preferenziale per cogliere il senso, mai unico, di una scrittura tersa ma dolente e per affrontare poi le opere di maggiore respiro come ‘’Mephisto’’, ‘’Il vulcano’’, ‘’Il punto di svolta’’, tra diagnosi su opportunismo, cronache di senza patria e lucide autoanalisi, nate negli stessi anni dei racconti dei quali hanno respirato le riflessioni e le rifrazioni esistenziali.

Queste pagine sono un sostrato di umane debolezze e di altrettanto umane altezze che ci permettono di immergerci nei mezzogiorni ciechi e nelle mezzanotti accecanti di uno scrittore che ha dato dignità letteraria alla doppia natura della dipendenza, sia come prigione sia come fuga, allo stato dell’esilio vissuto come una lunga insonnia e come un errare andando a chiedere alla luce se per caso ha visto orme di noi lungo le siepi o i gineprai della vita. Fuori da finestre con le sbarre, per poterci raccontare per quello che siamo, per lasciare traccia in questo mondo approfittando della distrazione dei nostri secondini, per osservare la vita altrui, libera, con malinconia e distanza.

Claudio Musso

Claudio Musso: Vive e respira Torino e condivide un paio di geni con la dea Partenope. Formazione umanistica, grande appassionato di germanistica, di storia e di identità. Di giorno si occupa di risorse umane e la sera, o quando leggere e leggersi chiama, di quelle librose. Onnivoro per natura, ma intollerante al glutine e alle mode del momento, raminga con umorismo tra un lavoro che ama e altre passioni quali il teatro, l’opera lirica, e ovviamente la lettura, collaborando anche con riviste letterarie. Papà di Nadir, il suo gatto, non riesce per più di 5 minuti a prendersi troppo sul serio ma prova a fare tutto con dedizione, di quelle che danno senso e colore alla vita.

“Spazi di Lingua Tedesca” – Maurizia Maiano presenta la nuova rubrica

Deutschsprachige Literatur, Letteratura di lingua tedesca questo il termine che si usa per definire una letteratura che nasce nell’ampio spazio geografico centrale europeo e si intreccia a culture e tradizioni diverse che hanno creato nel tempo altri legami storici ed altre idee.

C’è una letteratura austriaca. Letteratura è lingua ed in Austria, com’è noto, si parla tedesco. Letteratura di lingua tedesca è in Germania, è stata nella DDR, è in Svizzera, era nell’impero Austro-ungarico di Francesco Giuseppe, comprendente i territori intorno a Praga e a Budapest fino al mar Nero, la Mitteleuropa: patria di Kafka ed ebreo di origine e in cui l’estraniamento diventa sintesi della condizione esistenziale dell’uomo nella famiglia, nel lavoro e nella società. C’è una letteratura di autori rumeni di lingua tedesca: Herta Müller e Paul Celan a conferma del fatto che lingua e storia, vita, cultura e tradizioni si intrecciano, altri passati, altri vissuti ed altro presente.

Avremmo avuto un Robert Musil, un Peter Handke ed uno Stefan Zweig senza la Storia ed il mito della Monarchia imperiale e regia attraversata dal Danubio che arriva fino al Mar Nero? Allora lasciamo che sia proprio quest’ultimo, Zweig, a raccontarcelo: “Se tento di trovare una formula comoda per definire quel tempo che precedette la prima guerra mondiale il tempo in cui sono cresciuto, credo di essere il più conscio possibile dicendo: fu l’età d’oro della sicurezza. Nella nostra Monarchia austriaca, quasi millenaria, tutto pareva duraturo e lo stato medesimo appariva il garante supremo di tale continuità” (“Die Welt von Gestern”- “Il mondo di ieri”).

Questa l’Austria di Zweig e che Handke erediterà come ricordo, immagine di un passato scomparso e che vivrà in lui nella stagione del “Nachsommer”, la stagione che segue all’estate, l’Autunno, in cui del naufragio dell’estate rimangono i colori vivi e ancora caldi delle foglie morte che inondano parchi e strade. Una letteratura, quella di Handke, che è antirealistica e apolitica. Lo scrittore incapace di agire nella realtà fa diventare le sue pagine luogo di azione e di ciò che non può realizzarsi altrove, il raccontare diventa il regno della nostalgia e della speranza. L’Austria è “la cosa grassa in cui sto soffocando”, scrive Handke e definisce la letteratura: “irreale, irrealistica. Anche la cosiddetta letteratura impegnata, benché si definisca realistica, è irrealistica e romantica”.

“Poetizzare significa trovare la verità più profonda che mai conoscerà un approdo definitivo. La Poesia nasce da un sentimento e fare poesia è la cosa più naturale nell’uomo, viene dalla rabbia, dall’amore o dallo sgomento”. Un modo autentico per rielaborare le emozioni. Il racconto ha qualcosa della dimora, per dirla in tedesco: della Heim (casa). L’esperienza si concretizza quando viene raccontata. Essa non è solo ciò che è stato vissuto ma anche un processo che ha luogo nella memoria, ricompone il vissuto e gli dà un senso. E’ un qualcosa che è andato perso, è uno smarrirsi ed un ritrovarsi. È qui che riscopriamo il passato e riallacciamo i legami con ciò che non abbiamo più (Paul Jedlowskij, “Il racconto come dimora”). È ciò che Handke riuscirà a fare ne “La notte della Morava”.

Molto intimista, dunque, la letteratura austriaca, anche quella dei due secoli passati, volta a descrivere ambienti contadini, il mondo dello Spießbürger, del piccolo borghese, abitante della Biedermeierzeit, età del Biedermeier, del probo fattore, bonario, conformista e filisteo. La vita si svolge tra “Kirche, Kinder und Kueche”, la donna divide ed organizza il suo tempo tra “chiesa, bambini e cucina”. Una sorta di società del “riflusso”, di un ripiegarsi nel passato caratterizzato dalla disillusione e dal disimpegno politico. Siamo già tra il 1815 e il 1848 e mentre in Germania ed in altri paesi europei iniziano le lotte per le libertà borghesi e per l’unità nazionale, in Austria queste si escludono, non è possibile conciliarle. Per l’abitante della “Cacania” lottare per le libertà borghesi e per la nazione significherebbe negare la propria di patria, quell’appartenenza ad un Impero che non nega le singole identità ma le esalta; tra i popoli c’è una sorta di osmosi, per cui il venir meno di uno determinerebbe un’amputazione nell’altro.

Altra è la letteratura tedesca, tutta rivolta al sociale ed al politico. Fichte sviluppa un’etica e una politica che enfatizzano il dovere dell’individuo di agire in accordo con il principio ideale e di contribuire alla costruzione di un mondo più giusto e razionale. L’Io determina dunque il Non Io, la Natura, tutto ciò che sta al di fuori di sé. L’Io dell’idealismo classico è l’Io fichtiano, che guarda al “Non Io”, alla Natura, al mondo esterno per plasmarlo, vuole essere il “Genio creatore” che produrrà l’ottimismo dello storicismo ottocentesco sullo sfondo dall’idea della “pace perpetua kantiana” la cui più alta espressione artistica sarà l’ “Inno alla gioia” di Beethoven. Esaltazione di un mondo sognato eppur pensato possibile, perché dove soffierà lo “spirito della gioia tutti gli uomini diventeranno fratelli”. Per dirla con G. Lukacs la forma letteraria del “romanzo di formazione” diventa forma espressiva dell’epica moderna, dell’epopea borghese, in cui l’Io narrante racconta in prima persona il suo percorso di crescita: dalla rivolta alla famiglia, alla passione per il teatro e per l’arte, alle delusioni d’amore, fino all’accoglienza nella “Freimaurerei”, la Massoneria, dove imparerà tre virtù: Entsagung, Selbstbezwingung e Selbsbeschraenkung, rinuncia, autocontrollo, consapevolezza dei propri limiti. E’ la storia del Wilhelm Meister di Goethe che, alla fine del suo percorso, deciderà di diventare medico e lavorare per aiutare gli altri, per la giustizia sociale, per il bene comune e tutto accadrà nella “Neues Land”, quella terra oltre oceano già meta degli europei dal ‘600 in poi. Solo nell’impegno per la costruzione di un mondo migliore e nella dedizione all’altro è il senso della vita ed il superamento delle insoddisfazioni del giovane Wilhelm Meister di Goethe.

Questi i contenuti che pervadono la letteratura tedesca in tutte le epoche, anche se vogliamo fare un salto nel lontano medioevo del Parzival di Wolfram von Aschenbach. Ed anche il Romanticismo quando sogna è perché la fuga dalla realtà rappresenta il sogno che non ha potuto realizzare e il romanzo di formazione diventa un cammino interiore per comprendere se stessi, è l’ “Heinrich von Ofterdingen” di Novalis. Lo stesso Romanticismo non è altro che una rivolta contro l’industrializzazione che avanza e che minaccia di distruggere la natura: “Deutschland ein Wintermaerchen”, la Germania una fiaba d’inverno, scriverà Heinrich Heine, il più lirico e romantico tra i poeti tedeschi, sembrerebbe così, ma è anche colui che si scaglia contro l’essere troppo realisti ed incapaci di fare la rivoluzione come stavano facendo i francesi e vedeva in Napoleone l’immagine dello Spirito hegeliano fattosi carne! “Deutschland ein Wintermärchen” diventa il luogo in cui natura e sentimento di una patria ritrovata si congiungeranno.

Il presente, il XX sec. non smentirà questa tradizione. Gli eventi, le ideologie che lo travolgeranno non avrebbero non potuto non coinvolgere l’Arte cercando di smuoverne le fondamenta. Lo farà B. Brecht costringendo il teatro classico aristotelico, e fondato sulla catarsi, ad abdicare in favore del teatro epico. Il teatro epico si serve della terza persona per raccontare la storia sulla scena e di altri strumenti estranianti: cartelloni, interruzioni musicali, video e tutto questo per evitare l’immedesimazione dello spettatore che secondo le antiche regole avrebbe prodotto la catarsi. La catarsi non ci aiuterebbe a riflettere e a capire come funzionano i rapporti sociali per poterli cambiare e l’Arte se deve avere un senso deve svolgere una funzione didattico-pedagogica.

Sulla stessa onda scriverà e parlerà la letteratura della Repubblica Democratica Tedesca per cui l’Arte sarà lo strumento per la creazione di una società socialista giusta. “Der geteilte Himmel”, Il cielo diviso di Christa Wolf o la sua “Medea” ne sono l’esempio più lampante. Infine, il dramma del Nazionalsocialismo non poteva passare inosservato, richiama alla memoria quel tristissimo “Jeder stirbt für sich allein”, “Ognuno muore solo” e mette in evidenza una resistenza al Nazismo per chi vuole farci apparire la Germania di un solo colore. Infine, “Der Vorleser” “A voce alta” di Schlink, commovente e tragica analisi della rivisitazione di un passato che non si può dimenticare e che si inserisce in quella trama del dovere, che in tedesco ha due verbi per esprimersi: müssen e sollen e a cui sia Heinrich von Kleist, autore del ‘700, nel “Principe di Homburg” e sia Hannah Arendt nella “banalità del male” si richiameranno.

Infine la letteratura svizzera di lingua tedesca in cui gli autori sfoderano una grandissima capacità di autoanalisi nel confrontarsi con quelle che sono problematiche legate alla società del benessere e alle contraddizioni del capitalismo.

Maurizia Maiano

Maurizia Maiano: Sono nata nella seconda metà del secolo scorso e appartengo al Sud di questa bellissima Italia, ad una cittadina sul Golfo di Squillace, Catanzaro Lido. Ho frequentato una scuola cattolica e poi il Liceo Classico Galluppi che ha ospitato Luigi Settembrini, che aveva vinto la cattedra di eloquenza, fu poeta e scrittore, liberale e patriota. Ho studiato alla Sapienza di Roma Lingua e letteratura tedesca. Ho soggiornato per due anni in Austria dove abitavo tra Krems sul Danubio e Vienna, grazie a una borsa di studio del Ministero degli Esteri per lo svolgimento della mia tesi di laurea su Hermann Bahr e la fin de siècle a Vienna. Dopo la laurea ritorno in Calabria ed inizio ad insegnare nei licei linguistici, prima quello privato a Vibo Valentia e poi quelli statali. La Scuola è stato il mio luogo ideale, ho realizzato progetti Socrates, Comenius e partecipato ad Erasmus. Ho seguito nel 2023 il corso di Geopolitica della scuola di Limes diretta da Lucio Caracciolo. Leggo e, se mi sento ispirata e il libro mi parla, cerco di raccogliere i miei pensieri e raccontarli.