Cristiana Buccarelli: “Taccuini di viaggio” (Cervino edizioni), di Gigi Agnano

Cara Cristiana,

dopo aver letto i tuoi Taccuini, ho sentito il desiderio di scriverti perché mi sono riconosciuto nella tua stessa inquietudine, quella che ci spinge verso strade lontane alla ricerca non solo di nuovi luoghi, ma anche – in qualche modo – di noi stessi.

Il tuo lavoro è un atlante narrativo di terre diverse, una galleria di panorami culturali e ritratti umani, di paesaggi non solo geografici, ma profondamente esistenziali. Mi hai fatto sentire un compagno di viaggio nelle tappe di un cammino che attraversa un Messico rarefatto, i mercati del Guatemala con la loro densità cromatica abbagliante, fino agli odori e alle voci del Marocco che si presenta come una visione, dove ogni pietra racconta storie e i vicoli sono labirinti nei quali si entra per perdersi. La tua scrittura cattura ogni luogo con una sensibilità che trascende la descrizione turistica, toccando corde ben più profonde.

Sono racconti che evocano un’esperienza sensoriale intensa: sentiamo il calore della giungla di Tikal, la luce mediterranea di Rodi, il “silenzio tenero e compatto” del Sahara. C’è una forma di purificazione nelle esperienze rievocate, come quando la guida Kareem versa acqua sui tuoi capelli e sul corpo, creando un momento tanto tattile quanto spirituale (forse anche sensuale). E attraverso la tua scrittura, anche noi lettori ci purifichiamo bagnati dalla stessa acqua a Chellah come a Rodi, a Tulum o sul Bagmati. Ci immergiamo nella stessa luce e respiriamo la stessa aria, accarezzati o sferzati dallo stesso vento, sia che lo chiami “Meltemi” in Grecia, “forte vento di mare” a Essaouira o semplicemente “folate” a Berlino.

A proposito di Essaouira, immagino abbiano raccontato anche a te la leggenda di Jimi Hendrix che, affascinato dalla bellezza del luogo, nel ‘69 voleva acquistare il vicino villaggio di Diabat per farne una comune hippie. Me ne sono ricordato perché la tua narrazione è intrisa di musica, dai Cure al fado, da Mozart a Vivaldi; e di poesia – quella che citi nei tuoi pellegrinaggi letterari e quella che scrivi tu stessa con delicatezza a chiusura del volumetto.

Per quel po’ che ti conosco, non mi sorprende la tua attenzione all’elemento linguistico: le citazioni dal Popol Vuh, l’arabo, il kalimera a Rodi o il namastè in Nepal, le riflessioni sui culti nordici diventano chiavi per aprire – come scrive Daniela Marra nell’introduzione – “nuove porte percettive” in cerca di un contatto autentico con le tradizioni e le culture incontrate.

Parlando di viaggi, sorrido pensando che torneremo a discutere del tuo libro sulla rivista letteraria che abbiamo voluto chiamare Il Randagio. C’è qualcosa di perfettamente calzante in questo, come se il “randagiare” fosse essenza del nostro essere lettori e viaggiatori. Mi viene in mente Foster Wallace quando diceva: “Un vero viaggio non consiste nel cercare nuove terre, ma nell’avere nuovi occhi.” È questo l’invito che il tuo libro porta con sé: viaggiare per guardarsi dentro con occhi rinnovati, più profondi e consapevoli – che, se ci rifletti, è lo stesso invito che noi del Randagio rivolgiamo a chi affronta il viaggio della lettura.

Fabio Stassi, in un’intervista che ci ha rilasciato qualche giorno fa, ha definito il suo “Bebelplatz” un “libro ornitorinco” per la molteplicità di generi che contiene. Credo che questa definizione si adatti perfettamente anche ai tuoi Taccuini, che sono diario di viaggio, raccolta poetica, memoir e reportage insieme. Amo gli autori che sanno districarsi tra spazi fisici e interiori, in particolare mi piacciono quei libri che nascono dall’inquietudine per cui manca sempre un luogo alla geografia personale dell’autore e del lettore.

Grazie per aver condiviso la tua meravigliosa sete di viaggio.

Con stima e affetto

gigi 

 Gigi Agnano

Napoletano, classe ’60, è l’ideatore e uno dei fondatori – il 15 ottobre 2023 – de “Il Randagio – Rivista letteraria“.

La capacità di narrare il visibile e l’invisibile nei racconti di Floriana Coppola, di Cristiana Buccarelli

Floriana Coppola, scrittrice e poetessa napoletana, si occupa da un ventennio di narrativa e di poesia. Tra i suoi romanzi voglio ricordare La bambina, il carro e la stella (Edizioni Terra d’Ulivi 2021), dove la protagonista è una bambina rom che diventerà una grande musicista e la cui storia, che mi ha molto emozionata per questo suo essere ai margini e vivere una condizione di smarrimento, da cui poi riesce ad emanciparsi totalmente, si ricongiunge, a mio avviso, ai temi affrontati nei racconti dell’ultima raccolta dell’autrice: Nero Blues (La valle del tempo 2024). 

Infatti anche in questi ultimi racconti si parla di personaggi ai margini: c’è molto spesso un riferimento a condizioni di vita difficili, a volte anche distopiche e a un senso di disagio sociale; non a caso nella premessa alla raccolta l’autrice si riferisce alla parola tedesca ‘’unheimlich’:

Ora, perturbante, si rende in tedesco come unheimlich, ovvero letteralmente ciò che ti porta via dal centro del fuoco… 

I personaggi protagonisti di Nero Blues hanno molto spesso un problema da affrontare, qualcosa che li porta via ‘dal centro del fuoco’, da una condizione di vita tranquilla, come ad esempio il caso di un viaggio di emigrazione, di una malattia, del carcere, della violenza domestica, di un amore tossico, dell’aver avuto una madre difficile, dell’essere sopravvissuti a un incidente aereo, di un inizio di alzheimer, di una pandemia, di una sclerosi multipla. L’autrice ha la capacità di calarsi psicologicamente all’interno delle condizioni di vita di questi personaggi e in tal modo ci racconta, attraverso di essi, la complessità dell’essere umano e quanto il disagio sociale e fisico possa essere funzionale a un percorso di ricerca spirituale e interiore.

Ho chiesto a Floriana se questa operazione di immersione nella sofferenza dell’altro e la condivisione empatica di questi vissuti, le abbiano lasciato una traccia addosso.

E lei mi ha risposto: << per me ogni scrittura sia in narrativa che in poesia, da quando me ne occupo, non esula dal percorso del dolore altrui, dall’empatizzare con le storie degli oppressi, degli ultimi, di coloro che non hanno voce. 

Credo in una letteratura che non abbia in sé un aspetto né consolatorio né descrittivo, ma che sia un’immersione psico-esistenziale nel mondo interiore degli altri. Di conseguenza letteratura e psicoanalisi sono assolutamente intrecciate e per questo motivo le mie storie partono sempre da una convergenza profonda tra l’io narrante e l’io del personaggio che scelgo come se fosse una sorta di specchio, il rappresentante di una complessità che appartiene all’umano e in tal senso opero per una forma di scrittura trasformativa interrogativa e speculativa, mai consolatoria.>>   

C’è un altro elemento, a mio avviso molto interessante nelle narrazioni di Floriana Coppola ed è il fantastico. Questi personaggi subiscono spesso alla fine del racconto uno spostamento, una mutazione, di frequente subentra l’elemento del surreale, che appare come un espediente letterario improvviso che il lettore non si aspetta.

Ad esempio nel racconto Partenope c’è una donna che racconta a un amico un sogno molto inquieto, legato alla possibile distruzione di Napoli, e alla fine della storia entrambi si trasformano in creature marine:

un richiamo imperioso verso gli abissi li spingeva a tuffarsi

Invece nel caso del racconto Migranti, dove l’autrice riesce a descrivere con grande visività un viaggio terribile, crudo e veritiero, come se lei stessa ne avesse una memoria emotiva, la migrante protagonista a un certo punto si riferisce a una mutazione fantastica in un branco di creature marine:

Non eravamo pesci, non eravamo uccelli

In un altro racconto non c’è la mutazione ma è sicuramente presente l’elemento del surreale: si tratta della storia del guardiano di un Castello sul mare. Alla fine del  monologo il lettore scoprirà che questo personaggio è in vita da quasi quattro secoli. Qui si assiste a una fusione tra il tempo di invecchiamento della persona e il tempo millenario e stratificato del Castello, inoltre il protagonista è un grande sognatore fuori dal mondo, forse anche lui in qualche maniera ai margini, e mi ha ricordato per alcuni tratti un racconto di Mary Shelley, L’immortale

Ho chiesto dunque a Floriana cosa rappresenta per lei l’elemento del fantastico in letteratura.

Mi ha risposto così: << quando parlo di fantastico per me non si tratta di pura fantasia ma di immaginazione performativa, cioè di capacità di narrare ciò che è visibile ma anche ciò che è invisibile. Slittare sul piano della surrealtà è fondamentale in tutti i miei libri, e in ogni mio romanzo c’è un riferimento al surreale; ad esempio in Donna creola e gli angeli del cortile (Ed. La Vita felice) c’è l’immagine di questa donna creola che è una profetessa, una sciamana, così anche ne La bambina il carro e la stella (Ed. Terra d’Ulivi) c’è il riferimento alla preveggenza della nonna e di conseguenza anche in questi ultimi racconti il fantastico è il performativo: cioè è quell’elemento che aiuta ad entrare in un’altra dimensione. Tutti gli escamotage fantastici dei miei racconti sono l’allegoria di un’altra dimensione.

È proprio attraverso questo elemento del surreale che molti di questi personaggi si salvano, si liberano dalla propria sofferenza, dal loro smarrimento, ottengono una redenzione.

E quindi le ho posto una terza domanda: <<Tu credi che la fantasia, l’immaginazione, possano nella realtà essere una formula per superare lo smarrimento e la sofferenza del vivere?>>

<<Fantasia e immaginazione non superano lo smarrimento del vivere, la letteratura è l’espressione di uno sguardo che si allarga, sente e percepisce in una maniera direi ‘cosmica’ il dolore dell’essere al mondo, la letteratura amplifica lo smarrimento e proprio in questo ci rende più umani in una visione non più antropocentrica ma capace di connettersi alla natura e al tutto>>.

Cristiana Buccarelli  

Cristiana Buccarelli è dottore di ricerca in Storia del diritto romano. Ha vinto nel 2012 la XXXVIII edizione del Premio internazionale di Poesia e letteratura ‘Nuove lettere’ presso l’Istituto italiano di cultura di Napoli. Ha pubblicato la raccolta di racconti Gli spazi invisibili (La Quercia editore) nel 2015, il romanzo Il punto Zenit (La Quercia editore) nel 2017 ed Eco del Mediterraneo (IOD Edizioni) nel 2019. Con Eco del Mediterraneo (IOD Edizioni) ha vinto per la narrativa la V edizione del Premio Melissa Cultura 2020 e la IV edizione Premio Internazionale Castrovillari Città Cultura 2020. Nel 2021 ha pubblicato il romanzo storico I falò nel bosco (IOD Edizioni) con cui ha vinto per la narrativa la XVI edizione del Premio Nazionale e Internazionale Club della poesia 2024 della città di Cosenza. Nel 2023 ha pubblicato il romanzo Un tempo di mezzo secolo (IOD Edizioni) con il quale è stata finalista per la narrativa all’XI edizione del Premio L’IGUANA- Anna Maria Ortese 2024. Conduce da svariati anni laboratori e stage di scrittura narrativa. 

La poesia prometeica di Feruglio (“Figli di un’antica vendemmia”), di Eloisa Ticozzi

Il libro “Figli di un’antica vendemmia “, è scritto dal poeta Nicola Feruglio, edito da Edizioni Croce, della collana “Fuori Collana” diretta dal grande poeta Antonio Veneziani, (collana che si occupa di quei testi transitanti tra generi letterari differenti, esattamente come quello di Feruglio, caratterizzato da una continua oscillazione tra prosa e poesia), prima edizione novembre 2024. Una pagina viene dedicata a un amico, molto importante e guida autorevole per l’autore. Il libro introduce immediatamente all’apparente contrapposizione fra lo spirito apollineo e lo spirito dionisiaco, il primo considerato espressione della creatività e dell’istinto, del sesso e della spregiudicatezza; il secondo imponeva regole morali, schemi comprensivi razionali. Nell’antichità il Dio Pan veniva consacrato nei riti antichi iniziatici, i riti eleusini. La grande Opera si svolgeva proprio nell’orgia, in cui la sessualità veniva trasmessa con riti scanditi in tempi stabiliti. Le due tradizioni esoteriche per eccellenza, riviste in Narciso e Boccadoro (1930) di Hermann Hesse, si contrappongono nell’incarnazione dei due protagonisti. La via della mano destra è la via della preghiera e dell’ascetismo; la via della mano sinistra è la via del sesso tantrico e di pratiche occulte più immediate e veloci per la trascendenza: entrambe ricercano una dimensione spirituale che sfugge alla realtà più comune.

Il poeta fa un riferimento importante alla Beat Generation nel libro, nel quale vengono proposte idee rivoluzionarie contro la violenza, la propensione alla sperimentazione di droghe, di musica innovativa e di esperienze anche mistiche: Jack Kerouac (1922-1969), ha teorizzato, come fondatore, la poesia “on the road”, (in italiano: “sulla strada”), esperendo in prima persona viaggi e nuove connessioni creative. La corrente gnostica eretica dei Cainiti (Feruglio in ogni suo testo manifesta una particolare attenzione alle correnti gnostiche), evidenza come Giuda, sia stato, non traditore nel senso più semplice del termine, ma come elemento chiave che innescherà la morte di Cristo, e quindi, la sua resurrezione per la salvezza del mondo intero. Cristo, pensato come emanazione migliorata del Padre, si è voluto incarnare in un uomo, vivendo prove terrene, con un dolore assoluto denominato Passione. Anche la Teoria dei Neuroni-specchio (Giacomo Rizzolatti – anni ’90), prova scientificamente che l’empatia è insita in noi, nel nostro sistema nervoso. Quando ci connettiamo con qualcuno, si attivano le stesse aree cerebrali della corteccia dell’altro (simulazione incarnata): si potrebbe definire in filosofia un’armonia musicale e una sincronia fra due o più viventi. Il cristianesimo è un’innovazione sia in termini religiosi che in termini antropologici e culturali. Cristo rettifica le leggi antiche ebraiche filtrandole con compassione, empatia e misericordia. La Grande Opera degli gnostici forgia l’anima con la mente e il corpo, proprio come Cristo, unendoli in una vera congiunzione alchemica. La potenza cosmica cristiana è formata da Dio, Cristo, il Dio-figlio compenetrato in una dimensione coinvolgente l’umanità, e lo Spirito Santo, inteso come possibilità di creare il mondo, l’elemento unificante Padre e Figlio.

La poesia “L’insurrezione ecosofica” comunica la sofferenza della terra e del creato; il richiamo al panteismo di antichissime civiltà ci ricorda gli Indiani d’America, che sentivano la natura e gli animali gemere di spirito. Il poeta Feruglio ci definisce metastasi nel corpo di Gaia, qualcosa che si stacca e cresce dalla madre terra, qualcosa che viene nutrita da essa ma soffre. L’agricoltura biodinamica descritta dal teosofo Rudolf Steiner, si incentrava su un’etica di coltura e di sviluppo della terra, sia nella fauna che nella flora. Oggigiorno si affacciano nuovi scenari in cui i diritti degli animali verranno sempre più sostenuti con compassione e coraggio, sperando uno scenario così aderente. La poesia “I gemelli della mia preesistenza” indica una connessione fra fratelli, defunti o meno, che sia scevra della mera biologia, ma che appartenga a un progetto più ampio di umanità. La poesia “L’iniziazione balcanica” è un grido contro le guerre, celebrando lo spirito universale dei popoli, contro le sopraffazioni e la crudeltà. Oggigiorno il mondo è ancora in ginocchio per gli scenari geopolitici instabili che hanno causato dei veri e propri genocidi. La poesia “Versi riconoscenti per Allen” è una poesia dedicata alla Beat Generation e ad Allen Ginsberg (1926-1997), alla ribellione contro schemi e concetti precostituiti, all’insurrezione per la guerra del Vietnam di quel periodo, alla conquista parziale per i diritti di afroamericani, omosessuali, di diversa religione o etnia. Si fa riferimento anche al demone (daimon) della creatività e dell’immaginazione onirica, della poesia come spazio intimo dell’uomo, un rifugio sensibile e libero, lontano dal quotidiano. Ho apprezzato in particolar modo un piccolo riferimento a “Saluto e Augurio” di Pier Paolo Pasolini (1922-1975), (La Nuova Gioventù ,1975), una sorta di testamento paradossale scritto in friulano (nelle prime pagine è un tributo del poeta Feruglio). Pasolini, figura autorevole come Socrate, capisce che la nuova sinistra rifiuta la tradizione in quegli anni, quindi, paradossalmente, cerca di trasmettere la sua conoscenza a un giovane fascista, consapevole che i loro valori sono e saranno per sempre agli antipodi. Tuttavia, egli ricerca il nemico, la persona ostile, per essere liberato di quel fardello di conoscenze troppo alto e supremo anche per lui, perché anziano e stanco. La terra, la tradizione, i campi, sono lo spazio spontaneo e puro; il greco e il latino hanno fondato l’Italia in quanto lingue di cultura. La madre rappresenta la tradizione e dentro essa si situa la Repubblica che dovrebbe inglobare i poveri, gli afflitti e i dimenticati; si tratta della trasposizione laica dei vangeli e degli insegnamenti di Cristo. Ritornare feti nella madre, per Pasolini, significherebbe abbracciare valori antichi, costruendo una civiltà che protegga l’umile, il povero e il diverso. Il ragazzo fascista dalla camicia grigia deve compiere la rivoluzione nel sonno, non nella realtà, essere “il soldato senza violenza”. Il sonno nel quale ogni poeta e artista rifugge per creare e poter pensare a un mondo diverso e più puro. Amleto paragona la morte a un lungo sonno “Dormire, dormire, nient’altro. Sognare, forse. Ma questo è il punto: quali sogni?”; la morte è un sonno eterno del quale non si conoscono ancora la sostanza e il contenuto che rimangono dubbi e misteriosi.  Il dio Dioniso è inteso come divinità primitiva, dal sapere antico, radicato alle viscere della terra e della natura. L’etimologia del nome significa “nato due volte”, in grembo a Semele, la madre, e dalla coscia di Zeus, quindi una doppia origine paterna e materna, una divinità dalla provenienza ermafrodita e alchemica. Inoltre, il nostro daimon risvegliato da Prometeo che ruba la conoscenza, il fuoco eterno, a Zeus, in un atto altruistico per l’umanità, può essere accostato in senso più moderno all’avvento di Cristo, che ruba anch’esso la vita eterna dal Padre per donarcela. Il testo di Feruglio quindi, attraverso il rincorrersi di poesia e prosa, si colora di molteplici suggestioni culturali, esistenziali e autobiografiche, tutte orientate verso l’orgia spirituale intesa come unico antidoto al tecno-totalitarismo, verso l’oltrepassamento estatico del soggetto e della visione storicistica del mondo, verso un poetare prometeico capace di tras-mutare la vita stessa, verso una nuova ed antichissima vendemmia dionisiaca… che come risuona nel sottotitolo del libro, va rimessa in scena qui ed ora.

Eloisa Ticozzi

Nicola Feruglio , scrittore e presidente di Antropologia Terzo Millennio, Venerdì 7 febbraio 2025 (dalle ore 15:00 alle ore 20:00), presso il Conference Center Ecomap di Roma (Sala da Feltre) in Via degli Orti di Trastevere numero 6, realizzerà il Seminario aperto al pubblico dal titolo: “AUTO-REALIZZARSI NELL’EPOCA TRANSUMANISTA” – Il confronto gnoseologico tra tecniche totemiche e tecniche neuro-politiche.

*Il seminario nasce come una delle possibili ramificazioni e applicazioni dei corpi teorico/pratici del Convegno Nazionale di Antropologia Terzo Millennio, intitolato “Guarigioni totemiche”, realizzato il 4 dicembre del 2021, presso Palazzo Falletti a Roma.

Video- promo Seminario :

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segreteria@atmgnosi.org

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Marzio Mori: “Arte e Carattere” (Volumnia Editrice), di Mauro Di Ruvo

Se mai nessuno l’aveva fatto, ebbene lo ha anticipato Marzio Mori, riuscire a parlare di arte coniugandola con il suo apparente opposto: il carattere. 

Il suo nuovo libro infatti si intitola proprio Arte e Carattere, ma con una precisazione che troviamo poco più avanti nella sovraccoperta: Dalla città ideale alla strada di Delft. Viaggio nelle certezze e nelle angosce dell’uomo moderno. Un libello di sole 63 pagine, bibliografia esclusa, edito a Perugia quest’anno dalla Volumnia Editrice che ha la superba mira di attraversare tutta la storia dell’arte in una veste non monocromatica e specialistica, bensì di ripercorrere a grandi tratti ma affondando il coltello dello storico in piccole profonde pieghe per Mori significative al rapporto arte-carattere.

L’autore di Alfagemo (Aletti Editore, 2008) non ha abbandonato la soglia dello spazio storico-artistico, anzi ha aperto la porta a una nuova considerazione sullo stato antropologico delle diverse stagioni cronologiche che più affascinano lo spettatore moderno e odierno. 

È stata dunque messa in dubbio quella monotonia della “classicità” che ha fatto intermittenza a blocco nella trasmissione secolare della intera letteratura sin dai tempi dell’onciale romana.

Una delle molteplici domande che Marzio Mori si pone, ma forse quella principale,  è in quale misura ciò che chiamiamo “percezione classica”, ossia senso del “classico”, abbia potuto contaminare il progresso della storia (non solo dell’arte) verso una attualità che si sente già in debito con l’Intelligenza Artificiale. Ma soprattutto se sia questa la deriva più diretta proprio della nostra tradizione umanistica o di quella meno umanistica, e fratta al suo interno della religiosità. 

Il narratore parla di “retaggio cristiano-umanistico” per esemplificare lo scontro di una enorme nave contro le sue stesse scialuppe su cui ci stiamo imbarcando, noi “amatori e professori”, quasi fuggitivi dal mostro della bellezza che abbiamo pasciuto tutto questo tempo. 

La sequenza con cui vengono narrate le varie opere più rappresentative di un Tardogotico giottesco, di un Rinascimento raffaellesco, d’un Umanesimo fiammingo, o piuttosto d’un Manierismo veneto, è molto serrata nel ritmo logico e rapida, tale da richiedere al lettore uno sforzo immaginativo per figurarsi davanti agli occhi i tumulti degli ordini francescani nella Roma bembiana, lo sgomento della gente che assiste al rogo di Giordano Bruno, o i tormenti interiori di un Caravaggio che traspone l’icona dell’eretico Bruno nella Chiesa di San Luigi dei Francesi. 

L’originalità che però maggiormente demarca la posizione di questo libello è la sua capacità di far capire l’arte senza troppi retoricismi accademici anche ai non addetti ai lavori attraverso proprio una concentrazione quasi “entropica”, cioè di taglio fisico-psicologico, sull’origine di alcuni capolavori che tutti conosciamo, come la Canestra di Frutta di Caravaggio, che qui è brillantemente descritta e spiegata proprio parlando della renovatio morale introdotta dal Furioso dell’Ariosto.

Due binari, letteratura ed arte, che non sono stati mai separati, ma anzi nati dallo stesso parto gemellare, e questo libro ne continua a darcene la più lucida e verace conferma.

Dalla rivoluzione di  Giotto alla reazione di Manzoni, dall’eroicità di Raffaello alla concinnità di Rubens, l’occhio umano può riuscire a curare la miopia della perfetta intelligenza artificiale per non inciampare nella strada in discesa del futuro.

Mauro Di Ruvo

Mauro Di Ruvo: Critico d’arte, classicista e medievista, si occupa di diritto romano a Perugia e di politica interna presso il giornale “Lanterna”. Si è anche occupato di Estetica cinematografica e filosofia del linguaggio audiovisivo a Firenze presso la storica rivista “Nuova Antologia” e collabora con la Fondazione Spadolini. È autore del romanzo Pasqualino Apparatagliole (2023, Delta Tre Edizioni), e curatore della recensione al libro Oltre il Neorealismo. Arte e vita di Roberto Rossellini in un dialogo con il figlio Renzo di Gabriella Izzi Benedetti, già presidente del Comitato per l’Unesco, per la collana fiorentina “Libro Verità”. Ha già curato per la “Delta Tre Edizioni” le prefazioni alla silloge Lo Zefiro dell’anima (2019) di Pasquale Tornatore e al romanzo Le memorie del dio azteco (2021) dello storico Saverio Caprioli. A Ottobre 2024 ha tenuto e curato il convegno accademico “L’eidolon di Dante. Il codice dell’Inferno” a Foligno e nella Chiesa del Purgatorio recentemente è stato relatore della lectio magistrali “Dante, l’Inferno, Saffo”.

Alferio Spagnuolo: “Mille motivi per un assassinio” (Robin Edizioni), di Vincenzo Vacca

In genere, quando iniziamo a leggere un giallo, ci aspettiamo una narrazione già in qualche modo strutturata: uno o più omicidi, un investigatore brillante e, infine, la individuazione della persona che ha commesso l’assassinio o gli assassinii. Naturalmente, possono esserci delle varianti, ma sostanzialmente è quello che ci aspettiamo. 

Invece, Alferio Spagnuolo con il suo libro “Mille motivi per un assassinio” sorprende positivamente il lettore, perché delinea con molta originalità il contesto ambientale ed esistenziale in cui maturano gli omicidi. 

Restituisce una serie di dinamiche relazionali attraverso le quali l’ omicidio viene pensato, attuato e reso quasi “legittimo” nella coscienza dei responsabili.

Il libro è ambientato a Napoli,  ma non una Napoli da cartolina o da “pizza e mandolino” con la tipica descrizione della città per la quale non possono mancare il mare, il sole, etc..

È una Napoli plumbea, vitrea, quasi a voler efficacemente ambientare dei rapporti umani ridotti al lumicino, scarnificati, retti da interessi molto terreni o da perniciose passioni.

Questo rende più chiara la narrazione del male, rispetto al quale nessuno può dichiararsi completamente estraneo, lontano dal proprio stile di vita.

Credo che Spagnuolo ci parli di un mondo del crimine che è specchio dell’ immaginario collettivo. 

Un immaginario costituito troppo dalla competizione, dal successo,  dalla voglia spasmodica di arricchirsi senza alcun scrupolo né di ordine etico, né di ordine giuridico.

Anche le eventuali proprie conseguenze di carattere penale, nella coscienza collettiva e/o personale, passano in secondo piano. Manco la paura della galera che pure dovrebbe essere una forte deterrenza, paragonata alla possibilità (non alla certezza) di evitarla, non fa da filtro alla decisione di commettere un reato efferato. 

Spagnuolo esagera con il suo giallo? Non direi, considerando quello che succede da diversi anni e tutti i giorni nella vita reale. 

Anzi, possiamo senz’altro condividere la considerazione per la quale la realtà ha superato l’ immaginazione. 

Per ovvi motivi si eviterà di anticipare tante cose del libro, ma è opportuno provare a offrire una chiave di lettura,  ancorché non esaustiva, del testo. Non si può non fare riferimento,  infatti, ai dialoghi che emergono dalla lettura del libro.

A mio parere, l’autore, attraverso delle riuscite pennellate letterarie, sottolinea la caduta verticale di tutto ciò che dovrebbe caratterizzarci come esseri umani. 

L’ uomo ridotto solo a far di calcolo, volto esclusivamente o quasi a stabilire ciò che è utile o meno per sé stesso.

Sembra che l’ autore voglia dirci che, se il denaro diventa l’ unico mezzo per acquisire beni e/o soddisfare bisogni, il denaro cessa di essere un mezzo e diventa l’ unico fine con il quale si vedrà eventualmente di ottenere dei beni e/o appagare bisogni.

Una vita umana ridotta a calcolo e che si illude di poter fare a meno della bellezza, della fantasia, di uno sano sguardo per l’altro. 

Credo che non sia un caso che Spagnuolo, pur avendo un protagonista principale nella figura di un commissario di polizia, in realtà, il suo libro ha una coralità di protagonisti, la cui descrizione e il cui operato delineano, a volte chiaramente a volte sotto traccia, lo stato del degrado valoriale. 

Spagnuolo non divide i protagonisti in buoni e cattivi, sia per quanto riguarda i poliziotti sia per quanto attiene i sospettati.

Egli fa una operazione molto più profonda con il suo giallo, facendoci percepire il male che non è allocato in una determinata persona o in uno specifico ambiente.

Infatti, nel libro in argomento vengono narrate delle operazioni di polizia svolte molto oltre i limiti di legge, e questo ci porta a riflettere sulla estrema delicatezza del concetto di giustizia. 

Una “giustizia” può molto facilmente trasformarsi in “ingiustizia” se fa propria la malsana idea che il fine giustifica i mezzi. I mezzi qualificano il fine e quest’ ultimo viene meno se non si prova a raggiungerlo con la mitezza del diritto moderno.

È il caso di evidenziare che il male, in tutte le sue declinazioni, ha un suo fascino e per questo tutti, in qualche modo, devono farci i conti scegliendo il giusto comportamento.

Il libro di Alfiero Spagnuolo è denso di colpi di scena, cattura e sorprende il lettore. Suscita la voglia di non sospendere la lettura per capire come, di volta in volta, si sviluppano le vicende. Vicende spesso aggrovigliate tra loro. 

Un giallo a tutto tondo, ma che non rinuncia a far riflettere, a porci delle domande, a insinuare dei dubbi. Insomma, a fine lettura ci induce a interrogarci ancora sullo stato della società nel suo complesso. Una fine lettura che può costituire un inizio, perché esaurite le dinamiche fattuali degli eventi delittuosi raccontati nel libro, proseguono nella mente del lettore le dinamiche che hanno reso possibili gli eventi in questione.

Abbiamo di fronte un libro che non ci rassicura, sulla scia della buona letteratura che non deve tranquillizzare le persone sul periodo storico che ci tocca vivere. L’ arte letteraria deve provare a fare luce sulle zone d’ ombra e, si sa, l’ ombra a tutti capita che si formi, di giorno e di notte.

Vincenzo Vacca

Dal sito di Robin edizioni:

Il napoletano Alferio Spagnuolo esordisce nel 1987 con il romanzo “Nucleo impenetrabile” (Società editrice napoletana).

Il libro reca la dicitura “giallo a quattro mani” perché scritto in coppia con il poeta, nonché padre dell’Autore, Antonio Spagnuolo, con cui ha pubblicato nel 2006 il giallo napoletano “L’ultima verità” (Kairòs Edizioni, prefazione di Maurizio De Giovanni).

Nel 2017 esce la raccolta noir “Tra il nero e il rosa, racconti per una notte” (Aletti Editore).

Due racconti sono stati pubblicati nell’antologia Giallo Festival: “Nel paese delle meraviglie” (2020) e “Nel vortice della perdizione” (2023).

La collaborazione con Robin Edizioni ha inizio nel 2016 con la pubblicazione del thriller “Il mistero del giglio scarlatto”, prima indagine del Commissario Giulio Salvati, a cui faranno seguito “Soave, innocente filastrocca di morte” (2018) e “Il sentiero delle metamorfosi” (2021).