Intervista a Edoardo Pisani per “Ho servito la regina di Francia” (Marsilio, 2026), di Gigi Agnano

Ho servito la regina di Francia” è l’ultimo romanzo di Edoardo Pisani, da pochi giorni in libreria per Marsilio. È un libro che colpisce per la freschezza e la genuinità della trama, per l’ironia e la malinconica tenerezza dei personaggi, cui fa da sfondo una riflessione continua e mai banale sulla scrittura e la letteratura, sui libri e gli autori che entrano nelle nostre vite e, molto spesso, le cambiano.
Il protagonista è Giorgio Mavi, un giovane scrittore “autore di insuccessi” convinto di non avere più ragioni per scrivere dopo la morte della madre, che è la sua unica lettrice. Vive, o meglio sopravvive, con il padre ex poliziotto, piegato dal lutto fino a sfiorare lo squilibrio, in una casa segnata dalla precarietà e da una tristezza palpabile. A interrompere questa deriva deprimente entra in scena la professoressa Passiotti. Ex insegnante di francese di Giorgio, accusata ingiustamente di molestie e rifugiata in un ospizio, per anni ha finto di essere malata di alzheimer e sarebbe morta in quel posto orrendo se non ci fosse stato l’intervento del suo discepolo prediletto.
L’incontro di queste tre solitudini e la decisione dell’autore di farle partire per un viaggio rigenerante a Parigi danno forza e brio al romanzo. Parigi, città della memoria e della letteratura, popolata di cimiteri, di fantasmi letterari benevoli e di presenze che non hanno mai abbandonato chi legge, diventa il palcoscenico della loro complicità e di un finale sorprendente.
La delicatezza di questa storia mi ha spinto a voler conoscere meglio il suo autore, e per questo gli ho rivolto alcune domande in una breve intervista per gli amici de Il Randagio.

La trama di “Ho servito la regina di Francia” ruota intorno a tre personaggi: il protagonista e voce narrante Giorgio Mavi, lo scrittore in crisi creativa per la morte della madre sua unica lettrice; il padre sconvolto fino allo squilibrio dalla morte della moglie; la professoressa Passiotti che, accusata ingiustamente di molestie, si rifugia in un ospizio fingendo per anni l’alzheimer.  Per quel pochissimo che ti conosco è evidente che lo scrittore con una passione smodata per la letteratura sei tu, ma quanto c’è di autobiografico in questa storia? Esiste davvero una regina di Francia? E cosa accomuna questi tre protagonisti?

Non parlerei di “crisi creativa”, per Giorgio: morta sua madre, cioè la sua unica vera lettrice in un mondo letterario in cui tutti dicono di amare ciò che scrivi ma in cui nessuno ti legge davvero, continuare a scrivere gli sembra semplicemente insensato. Tieni presente che io sono cresciuto con il mito del “silenzio” di Rimbaud, che è più un rifiuto della poesia che una crisi creativa o esistenziale. Rimbaud tace perché vuole e il mio Giorgio fa altrettanto. Poi ho molto a cuore Giorgio Mavi ma non è del tutto me, sebbene “Mavi” in francese si pronunci ma vie, cioè “la mia vita”. La regina di Francia esiste veramente, è viva. Non posso dire altro. I miei tre protagonisti sono uniti dall’essere persi. 

Mavi, il padre e la professoressa Passiotti sono tre persone fragili che devono ricominciare a vivere. La dimensione del viaggio è senz’altro la migliore per una rinascita e tu li fai partire per Parigi. Come hai scelto questa destinazione simbolica per il loro percorso di guarigione e quali emozioni speri di evocare nel lettore attraverso questa fuga condivisa?

Ho vissuto un anno a Parigi e nel corso di un decennio ci sono tornato continuamente, anche improvvisando le partenze. Prendevo lo stesso treno che prendono i miei eroi, un treno Thello che online ha delle recensioni terrificanti e che infatti è stato soppresso a furor di popolo. Ma era un’avventura: quando mi sentivo giù o Roma mi respingeva spendevo venti euro di sera e la mattina dopo ero a Parigi senza un soldo, come dice quel titolo di Orwell. Ho sempre amato la letteratura francese e la mia regina non poteva che insegnarla. Poi, riguardo alle emozioni, spero che il mio romanzo offra al lettore non tanto una salvezza quanto un tentativo di libertà. D’altra parte senza libertà non siamo salvi. 

La madre lettrice, appassionata di Dickens e dell’Ottocento francese, si confronta col figlio che invece ama i libri del Novecento; Mavi porta in ospizio alla professoressa Camus, la Yourcenar, Thomas Mann e tanti altri; Parigi è la città letteraria per antonomasia, ecc… Il romanzo è così pieno di riferimenti letterari, già a partire dal titolo, che sembra quasi che tu l’abbia voluto scrivere per il gusto di raccontare gli autori che ti piacciono e che ti esaltano… Al punto che in certe pagine sembra di entrare in un saggio narrativo… 

Sì, in questo libro ho voluto anche dare dei pareri “forti” su alcuni autori che amo. Penso che tutta la grande letteratura vada desacralizzata. Quando osanniamo un grande scrittore non è detto che gli rendiamo un buon servizio, no? I libri che amiamo non vanno tenuti sotto una teca bensì nel “cuore”, questa parola difficile. E il nostro è un cuore volubile, dedito alle intermittenze. Proust lo sapeva meglio di chiunque altro.


Poi ti diverti a parlar male – e a ragione – del mondo letterario, editoriale e dei social. Sembra quasi che tu voglia dire ai giovani aspiranti scrittori “guardate che state per entrare in un inferno”. È così?

EP: Giorgio parla male innanzitutto di se stesso e di ciò che fa e conseguentemente del mondo letterario e editoriale. Mi è sembrato liberatorio e divertente e perfino necessario parlare male di noi. Però penso che dal libro traspaia anche un grande rispetto per chiunque tenti di scrivere, me compreso. Lo dice a Giorgio la madre, prima di morire: “Ogni libro è un atto di coraggio.” Sì, credo che nei migliori dei casi la scrittura sia riservata a quei coraggiosi che non temono di avere paura e di ammetterlo. 


Tu dici della madre di Mavi che era una “lettrice autentica”. Cosa intendi per lettore autentico? Te lo chiedo perché è lo stesso aggettivo che abbiamo usato quando due anni e mezzo fa abbiamo pensato al Randagio: ci dicevamo di voler fare la “rivista dei lettori autentici…”

Domanda bella e risposta complessa. Si potrebbe dire che il lettore autentico è il lettore dilettante, colui che legge per diletto e non per obbligo o per lavoro, ma così faremmo fuori gran parte del mondo editoriale. In realtà penso che alla base di un buon lettore debbano esserci la passione e l’onestà, scusa i paroloni. Però è Giorgio a dire che sua madre è una lettrice autentica, non io. Io non sono del tutto Giorgio, ripeto. 

Durante la lettura, nei miei zig-zag mentali ho pensato superficialmente a film come Harold e Maude o Qualcuno volò sul nido del cuculo (ma avverto i lettori che il romanzo ha esiti diversi e originali). C’è qualche film o magari qualche scena che ti ha ispirato nella scrittura del romanzo? Magari non ti farà piacere, ma la domanda viene dal fatto che la trama mi sembra perfetta per un film… Nel caso, quale colonna sonora sceglieresti?

Siamo sempre influenzati da tutto ciò che abbiamo vissuto o visto o letto o, come dice un’autrice che amo molto, mangiato. Però se nel mio libro ci sono delle influenze cinematografiche non ne sono consapevole. Di sicuro conosco tutti i film di Jean-Pierre Jeunet e amo la sua Parigi. Quanto alla colonna sonora, a un certo punto il mio protagonista fa sentire alla regina di Francia una canzone di Charles Aznavour, ma anche il valzer finale del Lago dei cigni. E poi il giovane Mohamed Bakur – nella scena che porterà la mia professoressa alla catastrofe – ascolta un pezzo hip hop, degli NTM. 

Condividiamo la stessa passione per i cimiteri, tutti gli amici con cui ho viaggiato mi prendono in giro. AlL’Acattolico, a Père-Lachaise, a Zurigo da Joyce o a Kilchberg da Mann, rischiamo d’incontrarci. Nel romanzo Mavi va al Testaccio quasi per prendere fiato e darsi la carica prima degli incontri impegnativi con la professoressa. A Parigi nel cimitero si svolge una scena importante che lascia presagire il finale drammatico tra Giorgio e l’insegnante. Mavi accenna a un “al di là letterario”. Che cosa ci trovi nello stare lì di fronte a una tomba, a un monumento funebre magari anche bruttino, ha senso? 

Innanzitutto ci trovo la solitudine e il silenzio. Poi, devo dirlo, i cimiteri sono gratuiti e quando ero a Parigi di soldi ne avevo pochissimi. Inoltre di fronte a una tomba impari a desacralizzare la morte, come quando Giorgio scrive che il busto sulla tomba di Balzac sembra piuttosto quello di John Wayne. Poco dopo un piccione ci caca sopra ed è come se di fronte a tanta grandezza letteraria non restasse altro che un testone pieno di colante cacca di uccello… Naturalmente amo molto Balzac, anche per il suo grugno. 


Mi dici qual è la tua giornata tipo quando scrivi? 

Dipende da cosa sto scrivendo. Quando lavoro a un romanzo non vedo altro, fino all’ossessione, tanto che spesso mi vengono dei tremendi mal di schiena. In questo posso essere terribile, molto disciplinato. Le poesie invece nascono dopo i momenti difficili; per fortuna ne scrivo poche. Quanto agli articoli e ai saggi, in questo caso scrivo come se stessi preparando un discorso pubblico, come diceva Pavese: scrivere è parlare da soli e parlare a una folla. Però mi considero principalmente un narratore e un poeta. 

Gigi Agnano*

Edoardo Pisani è nato a Gorizia nel 1988. Ha pubblicato i romanzi E ogni anima su questa terra (Finalista premio Berto, finalista premio Flaiano under 35) e Al mondo prossimo venturo, entrambi con Castelvecchi. Sempre con Castelvecchi ha pubblicato un libro su Rimbaud, E libera sia la tua sventuraArthur Rimbaud! Nel 2026, con Marsilio ha pubblicato il suo ultimo romanzo, Ho servito la regina di Francia.

Gigi Agnano: napoletano, classe ’60, è l’ideatore e uno dei fondatori de “Il Randagio – Rivista letteraria“, nato il 15 ottobre 2023, anniversario della nascita di Italo Calvino.

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