Hugo Bertello: “Notturno elettronico” (TerraRossa, 2026), di Rita Mele

È un’esperienza singolare quella dell’autore di un’opera prima che accoglie il lettore con un esergo firmato da un Premio Nobel della letteratura. In quattro righe, Halldór Laxness scioglie il nodo del “mai” e del “sempre”, lasciando intendere che, a partire da lì, le pagine saranno intrise di dilemmi e scelte, ma anche di imprevedibili soluzioni e inaspettati colpi di scena. È esattamente ciò che è accaduto a noi de Il Randagio, catturati da Hugo Bertello sin dalla copertina del suo Notturno elettronico, fresco di stampa per i tipi di TerraRossa Edizioni. Il volume entra di diritto nella collana “Sperimentali”, dedicata a quegli autori che si distinguono per ‘solidità narrativa e originalità stilistica’. L’esordiente romanziere — già noto a lettori esigenti e postmoderni per le sue prove narrative e giornalistiche, traduttore, critico, cinefilo e cosmonauta — prima ancora che si inneschi tra lui e noi l’interazione uomo-libro ci accoglie in compagnia del Nobel islandese che nel 1968, in Sotto il ghiacciaio, formulò la frase-formula del mai-sempre. Non a caso parliamo di “formule”: Bertello si approccia alla scrittura del suo primo romanzo senza dimenticare di essere uno scienziato, fisico e cosmologo. È di questa sua anima matematica che Notturno elettronico è intriso; una narrazione che trasfigura numeri e linguaggi di programmazione per avvicinare natura e cultura in una dialettica fondativa dell’umano nell’era digitale.

L’illustrazione di copertina è la sintesi perfetta di questo mondo: un livido paesaggio notturno innevato su cui si staglia un cervo che respira nell’aria fredda, sotto un manto di stelle che altro non è se non il circuito stilizzato di una scheda madre. In questo impatto visivo trovano combinazione simbolica gli elementi naturali e tecnologici della dialettica moderna, dove realtà parallele coesistono e le distanze tendono asintoticamente a zero.

Lo stile di Bertello si riconosce fin dalla prima pagina. Nella voce del protagonista, un ricercatore universitario precario, avvertiamo il tono asciutto e analitico di chi è abituato a filtrare il mondo attraverso la logica, ma si ritrova a subire l’irrazionalità della vita. È un “realismo algoritmico”: nessun aggettivo enfatico, ma termini prossimi al lessico funzionale che disegnano scene drammatiche, taglienti come un report scientifico. Eppure, qui scorgiamo l’anima poetica dell’autore: nella cadenza binaria delle frasi esplode dirompente l’equivalenza tra il battito d’ali di una farfalla e un’email aperta o cestinata, coniugando tecnica e astrazione, teoria e pratica, caso e necessità, rovelli matematici e dilemmi esistenziali che contrappuntano le centosettanta pagine del romanzo. Notturno elettronico induce un attaccamento profondo ai personaggi, una curiosità alimentata dai “camei informatici” in caratteri monospazio DOS che puntellano la storia fino a un cliffhanger finale che spinge a desiderarne subito il seguito. Bertello ci dice che la vita non è fatta di grandi gesti, ma di piccoli impulsi elettronici e coincidenze banali. Il suo è un minimalismo introspettivo che esplora le alienazioni moderne con meno cinismo e più umanità. Il protagonista Ricardo cerca un ordine che la matematica non gli ha saputo dare; parla di uomini e donne che tentano di riprogrammare l’esistenza mentre tutto intorno diventa buio. Così come il linguaggio booleano, basato sull’algebra di George Boole, è un sistema logico-matematico che utilizza solo due valori di verità: vero (1) o falso (0), così il linguaggio della narrazione umanista-digitale di Hugo Bertello non è solo tecnica, ma è anche sacralità e magia, l’esistenza umana non equivale alla programmazione fatta di silicio e cavi, ma piuttosto al bisogno di affermare ‘Hello world, io ci sono’, di essere riconosciuti, di lasciare un segno e di sentire di esistere. Il linguaggio di Bertello è pulito, essenziale, senza fronzoli, ma con una intrinseca potenza filosofica, propria di chi ha una mente scientifica immersa in una fluida sensibilità poetica.

Notturno elettronico sembra scritto non con l’inchiostro, ma con impulsi elettromagnetici e polvere di stelle. È un romanzo singolare perché si lascia definire attraverso tre coordinate emotive e intellettuali precise: è un’opera siderale, lisergica e sinergica.

Siderale è lo sguardo che Bertello posa sull’esistenza. La metamorfosi finale della coscienza di Ricardo in una “piccola terra” (omaggio colto a M.P. Shiel) non è un dramma, ma un ritorno alla magnifica solitudine delle leggi fisiche. L’universo è un copione matematico troppo vasto per le nostre piccole ambizioni.

Lisergica è la deriva onirica che attraversa le pagine di Notturno elettronico. Bertello usa la psicoanalisi di Freud come un acido che scioglie la realtà: i desideri si frammentano e si proiettano in persone estranee. La realtà diventa fluida, e la tecnologia, seguendo la Terza Legge di Clarke, si manifesta come pura magia, un’illusione che confonde i confini tra il sé e il mondo.

Sinergica è l’anima del racconto, incarnata nel simbolismo del numero 5. Il collettivo di hacker-filosofi che accoglie Ricardo rappresenta la quintessenza dell’agire umano. Il 5, numero dell’uomo e della mano che opera sulla tastiera e sulla materia, è la forza che si oppone alla dilapidazione delle risorse per hackerare il sistema dei bisogni futili e restituire agli uomini il prometeico fuoco della curiosità. Affrontando con coraggio scientifico l’irrisolta Ipotesi di Riemann e l’ultimo Teorema di Fermat come metafore del limite, Bertello tesse l’elogio dell’interferenza e dell’imponderabile. Compie la sua magia letteraria tratteggiando quella che per noi lettori randagi somiglia a un’Etica del Forse: l’idea che la curiosità non possa essere “installata” da un codice, ma debba restare un’aspirazione libera, un segreto non risolto che brilla nell’ombra. Bertello e Terrarossa Edizioni ci consegnano un libro che è un trattato di sopravvivenza spirituale. Ci insegna che, in un mondo che vuole misurare ogni nostro respiro, restare “incalcolabili” — restare un “forse” — è l’unico modo per rispondere al caso e alla necessità ‘Hello world, io ci sono’

Rita Mele

Rita Mele: barese, ma da molti anni vive a Bolzano. Giornalista, giurista, formatrice, psicologa, insegnante di yoga. Progetti per il futuro: ballare

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