Sarah Jaffe: “Dalle ceneri. Lutto e rivoluzione in un mondo in fiamme” (minimum fax, 2026, trad. Sara Tuveri), di Maurizia Maiano

Il sogno americano, così lucente e perfetto, esiste davvero? La domanda che Sarah Jaffe, giornalista ebrea statunitense, solleva nel suo “Dalle ceneri“, in uno spazio tra saggistica e narrativa, ci riguarda da vicino, essendo noi europei coinvolti nelle stesse problematiche.

Tra colonizzazione e decolonizzazione, globalizzazione e deglobalizzazione, non è difficile rendersi conto che la nostra società non avanza in un lento movimento verso il bene, verso la realizzazione dello Spirito Assoluto. In particolare, l’America, il neues Land di Goethe del suo Guglielmo Meister, la terra vergine, doveva essere il luogo dove l’uomo sarebbe stato d’aiuto all’altro uomo, non si sarebbe ridotto a merce e si sarebbe finalmente realizzata la giustizia sociale. Ma è andata davvero così?

Brecht ce lo aveva già anticipato nella sua pièce teatrale Mann ist Mann – Un uomo è un uomo. Vogliamo diventare Galy Gay, uomo comune, un lavoratore che si vede costretto ad abbandonare la sua identità per diventare una pedina nelle mani della macchina militare? Da uomo libero a soldato subalterno, ridotto a uno strumento per la guerra? Un’alienazione che anticipa la società fluida di Zygmunt Bauman: individualizzata, privatizzata, incerta e flessibile. Ci siamo già passati, ma la way of life americana, lo stile di vita del Nuovo Mondo ci ha sedotto, ci siamo lasciati travolgere dal sistema  capitalistico, un modello di vita incentrato sul consumismo, la competizione e l’individualismo. L’incendio si è ormai propagato nel resto del mondo perché non è solo l’America ad essere in fiamme. Questo stile di vita seduce l’individuo con l’illusione di libertà e successo, ma in realtà impone una conformità a un sistema che lo spinge a essere un ingranaggio in un grande marchingegno globale. La promessa di realizzare il sogno americano, in cui ogni persona può diventare ciò che desidera attraverso il duro lavoro, nasconde una realtà in cui l’individuo è costretto a diventare parte di un sistema che lo sfrutta, in cui è costretto ad abbandonare la propria umanità per diventare consumatore, lavoratore e produttore, senza possibilità di autonomia o di critica.

È proprio questo che Sarah Jaffe ci racconta con una visione acuta e, allo stesso tempo, dolorosa ed accorata  della storia di un mondo globalizzato in nome del capitalismo. Una Storia che da giornalista conosce bene, perché vissuta attraverso l’esperienza diretta dei fatti raccontati. In particolare, quella globalizzazione che sta alla base dell’impoverimento della classe operaia americana che ha prodotto realtà come Detroit in Michigan, che perde le sue industrie automobilistiche; Cleveland e Youngstown in Ohio ed in Kentucky che vedono una forte riduzione dell’industria siderurgica e sempre automobilistica, ecc…  Ricche regioni industriali che il capitale decide di abbandonare per andare a produrre in paesi dove la forza lavoro costa meno, provocando come contraccolpo l’impoverimento della popolazione locale. Le condizioni di povertà in questi Stati sono estremamente gravi. Gli operai che hanno perso il lavoro spesso non hanno ricevuto alcun sussidio. A ciò si aggiungano le crisi scatenate dal COVID-19 e i disastri rivenienti dal cambiamento climatico, dove lo Stato è sempre meno presente e gli aiuti vengono spesso destinati a chi già gode di condizioni di vita migliori. E, per finire questo quadro desolante, le guerre e le politiche dell’amministrazione Trump che stanno incidendo profondamente sulle condizioni di vita dei lavoratori.

Relativamente al cambiamento climatico, com’è noto, viviamo nell’era geologica definita da alcuni dell’Antropocene, un’epoca in cui il pianeta è stato sfruttato e depauperato dall’azione umana,  immaginando la natura come fonte inesauribile. La Jaffe cita Jason W. Moore, autore di Capitalism in the Web of Life – Ecology and the Accumulation of Capital, che, insieme ad altri pensatori, propone il termine di Capitalocene. La radice anthropos di “Antropocene” indicherebbe che tutti gli esseri umani sono responsabili del cambiamento climatico. Tuttavia, tutte le forme di sfruttamento del pianeta sono state destinate a sostenere il processo di accumulazione di capitale nelle mani di pochi, mentre il resto della popolazione veniva ridotta a manodopera intercambiabile. Moore individua l’inizio di questo processo nel ‘400, con l’arrivo di Colombo, che rivendicò il possesso delle nuove terre, trattando i popoli che le abitavano come inferiori. La natura veniva considerata un dono gratuito. Lo sfruttamento, ovvero il prendere più di quanto si restituisce, viene minimizzato. Moore lo definisce come un processo che crea una divisione tra un noi e un loro, tra padroni e sfruttati. 

Il capitalismo sfrutta due caratteristiche intrinseche all’essere umano: il romantico desiderio del desiderio, l’incessante tensione verso il nuovo, dove l’oggetto conquistato perde la sua magia non appena viene raggiunto, e la hybris, l’arroganza e la superbia senza limiti che si traducono nella brama di voler sempre di più, sfidando l’ordine naturale. Gli antichi utilizzavano il mito per rappresentare ciò che per l’uomo era impossibile. Pensiamo ad Achille e Sigfrido, il desiderio di immortalità; a Prometeo, che voleva donare agli uomini il potere del fuoco, un dono che solo gli dèi possedevano; a Icaro, l’ambizione di sfidare le leggi della natura; alla Torre di Babele, una torre che sfidava il cielo e il dominio di Dio; a Sisifo, la lotta vana contro il destino; e ancora a Orfeo ed Euridice, Mida, Edipo, giusto per citare i più noti.

Oggi, travestiamo il capitalismo di democrazia liberale e ci convinciamo che la libertà dell’individuo abbia bisogno di entrambi per realizzarsi. È proprio nell’eccesso di fiducia in noi stessi che si oltrepassano i confini morali, sociali e legali.

Il capitalismo esalta la hybris e trasforma l’intelletto in uno strumento per dominare, creando il monolite di 2001 Odissea nello spazio.  Nasce l’età della tecnica, un nuovo inizio. La hybris alimenta il costante impulso al dominio e all’accumulo. Quanto all’intelletto, ci troviamo di fronte a due possibilità: vogliamo usarlo come via per la riflessione e la comprensione, alla ricerca di un equilibrio, o come strumento per manipolare e trasformare il mondo, dove prevale una razionalità strumentale che ignora i veri valori dell’umano?

Nell’affanno verso il progresso cogliamo come Sarah Jaffe comprenda che le colonne portanti dello Stato etico e dell’essere al servizio del Bene comune, vengano minate. Tende a prevalere un comportamento che favorisce i propri clienti. Uno spettro si aggira per l’Europa è l’incipit del Manifesto di Marx ed Engels e China Miéville, scrittore bitannico, noto per il suo impegno politico esplicito e per il suo interesse verso il marxismo e la critica del capitalismo, scrive che “Marx ed Engels si crogiolano in quel presagio di spettralità invocata, in quel lusinghiero conferire al comunismo poteri spaventosi. Lo spettro del manifesto non è un fantasma del passato ma un barlume del futuro che aleggia oltre il nostro sguardo e ci punzecchia e ci sfida”. Marx analitico e razionale incoraggiava la critica a tutto l’esistente e tuttavia aveva chiaro che l’irrazionale è sempre presente nelle nostre scelte e nelle nostre azioni. E’ un sistema che ci impone di lavorare per ottenere il denaro utile a comprare l’essenziale per sopravvivere. Cerca anche di spremerci e di pagarci sempre di meno e prepararci al fatto che saremo facilmente sostituibili con un robot. La grande invenzione è il capitale umano, e, in un mondo della sicurezza e delle garanzie, anche la morte può avere il suo aspetto finanziariamente utile. Le assicurazioni  ci garantiscono,  ma saremo liquidati  in base a quanto ognuno di noi ha prodotto, in quanto ha e non per ciò che è,  non la vita in sé  ha un valore  assoluto, ma i parametri sociali, economici e finanziari ne determineranno il valore. In poche e semplici parole: più possiedi, più paghi e più sarai soddisfatto e gratificato, ma post mortem.

In definitiva, la democrazia liberale e l’esasperato individualismo possono essere tra le cause indirette della cultura woke, in quanto entrambi promuovono il riconoscimento e la valorizzazione dell’individuo e della sua identità. La cultura woke nasce come risposta a una visione del mondo che non ha completamente affrontato e risolto le disuguaglianze strutturali e le contraddizioni interne della democrazia liberale. La democrazia liberale pone l’accento sulla libertà formale e sull’uguaglianza dei diritti senza raggiungerli anzi scavandone le differenze, la cultura woke si concentra sul riconoscimento delle disuguaglianze sostanziali, cercando di affrontare le forme di oppressione che persistono nel tessuto sociale nonostante i diritti civili universali. La crescente consapevolezza delle disuguaglianze strutturali si estendono a quelle razziali, di genere, orientamento sessuale, classe sociale, nient’altro che una reazione ai fallimenti della democrazia liberale nel garantire l’uguaglianza sostanziale per tutti i cittadini.

Dobbiamo ripartire da La fine della Storia di Fukuyama, che con presunzione vedrebbe nel sistema della democrazia liberale la realizzazione dello Spirito Assoluto, dopo il crollo del sistema socialista, affermazione pensata con ironia!

Analizzare quanto accaduto richiede un’attenta riflessione sul metodo e sul linguaggio. Dobbiamo pensare ai valori e agli aspetti positivi che il nostro mondo morale sa riconoscere. Il simbolo del Giano bifronte, di origine italica, può aiutarci. Le sue due facce, una rivolta verso il passato,  esperienza e memoria  e l’altra verso il futuro, previsione e potenzialità, ci ricordano di non dimenticare mai il passato, ma di ripulirlo dalle scorie che lo ricoprono, affinché il futuro possa riproporsi in modo nuovo. Poniamoci delle domande: le ideologie che ci hanno attraversato cosa ci hanno insegnato? Dobbiamo condannare e rifiutare tutto? Dopo la great illusion, quella convinzione che la cooperazione economica avrebbe evitato le guerre, abbiamo riscoperto il sentimento di appartenenza, le etnie, un modo di relazionarci che si radica nei suoli, nelle acque e negli ambienti su cui poggiamo i piedi. Essere nativi è una consapevolezza innata che scaturisce dal nostro essere. Un modo di relazionarsi che affonda le radici nei suoli, nelle acque e negli ambienti su cui poggiamo i piedi. Essere nativi è una consapevolezza innata che scaturisce dal nostro essere. I sistemi di conoscenza si trovano nel linguaggio, nei legami di parentela, nelle tradizioni e qui sembra emergere un concetto ebraico che si pone quasi come l’opposto dell’essere nativi: quello di doikayt – l’essere qui. Una parola yiddish che racchiude un principio della diaspora, secondo il quale il luogo in cui ci troviamo, dove lavoriamo diventa la nostra casa, ed è lì che lottiamo insieme agli altri per la nostra vita. Questo concetto si oppone al sionismo, rifiutando l’idea che la sicurezza degli ebrei possa derivare dalla creazione di uno Stato proprio, con muri ed esercito. Te ne vai dunque laggiù? – come sarai lontano! – Lontano da dove? È la storiella ebraica, raccontata da Saint-Exupéry, che racchiude la condizione dell’ebreo errante e riassume in sé la condizione dell’uomo di tutti i tempi: un uomo è felice se sente di appartenere a qualcosa che va oltre i confini fisici e politici. Non è la terra in sé a definirci, ma il legame che abbiamo con essa, con gli altri, con le storie che ci uniscono. L’appartenenza non è un luogo da possedere, ma una condizione che ci connette con il mondo, con gli altri esseri umani, con la nostra umanità condivisa. È questo, forse, il vero senso della casa, che non è una questione di confini, ma di relazioni e di cura. In un mondo sempre più frammentato, il desiderio di appartenenza può essere l’ancora che ci trattiene all’essenziale, mentre la ricerca di un posto nel mondo rimane una costante della nostra esistenza.

La solastalgia ci affligge quando il senso endemico di appartenenza a un luogo viene violato. In modo sottile, Sarah Jaffe fa uso della parola cura. E questo ci ricorda che tutto il nostro modo di essere è insito nella nostra cultura e nominare Martin Heidegger e  Franco Battiato non è filosofia ma semplicemete esserci con. Le persone hanno bisogno di sostegno, di cura, di attenzione. L’ambiente e la natura sono nostri, ci appartengono, e spetta a noi vivere e  salvarci insieme.

Un intreccio che potrebbe farci pensare al ritorno alla natura di Rousseau, ma che, per restare nel contesto anglosassone, scegliamo il  Robinson Crusoe di Daniel Defoe, ma sempre di un  Emile e di un Venerdì, figure dell’immaginario che hanno accompagnato la nostra adolescenza. Aggiungiamo a questi  Rin Tin Tin, il cucciolo  ferito durante i bombardamenti nella Lorena francese, che diventerà un simbolo del soft power americano. La sua immagine rispecchia il consolidamento dell’America come potenza globale attraverso l’industria culturale. Rin Tin Tin, diventato star di Hollywood, salva Warner Bros dalla bancarotta negli anni ’20 e ’30, inaugurando una dinastia di cani pastore che, negli anni ’50, proseguirà nelle avventure televisive. Un passo importante verso la creazione di una società dello spettacolo, come teorizzato da Guy Debord.

L’Uomo e la Natura, l’umanità e il suo dominio sul mondo, sono temi che Sarah Jaffe esplora con grande attenzione. Gli esseri umani sono stati storicamente considerati i signori e padroni della natura, una visione che includeva anche donne, neri, nativi, e chiunque fosse considerato diverso o inferiore. Il capitalismo è, però,  per sua natura razziale,  divide i gruppi in base a caratteristiche fisiche, etniche o culturali, di genere, globale e in continua espansione.

In sostanza, i fenomeni dell’alienazione nella guerra e quella nel capitalismo consumista  possono essere visti come due facce della stessa medaglia. Entrambi riducono l’individuo a un oggetto da utilizzare, e la cultura popolare e i media sono il terreno dove queste dinamiche si manifestano e si legittimano. 

Un giudizio semplice e personale. 

Ci viene restituita l’immagine di un sottobosco sociale, le classi subalterne degli homeless, di chi ha perso il lavoro, degli immigrati e dei tossicodipendenti a cui la nostra informazione dà poca attenzione. I media sembrano ignorare quanto certe problematiche siano presenti. Il socialismo è stato sconfitto e la democrazia liberale dichiara la fine della Storia, ogni impero immagina di portare a compimento la Storia, ma solo perché ignora che la vita è un continuo fluire in eterni corsi e ricorsi, anche zoroastriani di un alternarsi di bene e male, nella piena consapevolezza di coscienza e libero arbitrio e sempre nell’armonia del tutto.  Un’etica pratica in cui la vita è improntata alla rettitudine, alla cura della natura, al lavoro attivo e alla carità. Un mondo ancora lontano dalla tecnologia, ma che la tecnologia non può ignorare e semplicemente perché essa non può essere un legame comunitario se non lo accompagniamo alla cura, all’amore e all’attenzione per l’altro. L‘eschaton di cui parla Peter Thiel, cofondatore e presidente di Palantir Technologies impossessandosi di un linguaggio religioso, inteso come la fine dei tempi, non rappresenta, però, una conclusione autentica e salvifica, ma una catastrofe imminente che deve essere fermata prima che si realizzi. In questo contesto, la tecnologia diventa uno strumento nelle mani del potere per prevenire tale esito. Ma la domanda che ci resta è: sarà la tecnologia al servizio dell’umanità, o continuerà a servire solo gli interessi di pochi?

Il titolo originario del libro è Necessary Trouble (Problema necessario) che è stato tradotto con l’espressione Dalle ceneri,  non è solo una risposta alla morte fisica ma un lutto collettivo, politico ed economico, che nasce dalla consapevolezza delle disuguaglianze strutturali e delle illusioni infrante nel contesto del capitalismo e della globalizzazione. Jaffe ci invita a riflettere su queste perdite e a riconoscere che il vero dolore deriva non solo dalla morte fisica, ma dalla morte simbolica di ciò che avevamo sperato sarebbe stato un futuro migliore. Il titolo italiano, Dalle ceneri, è una connotazione simbolica che assume una profondità che si collega alla possibilità di rinascita e di speranza, la fenice rinascerà dalle ceneri,  da un processo doloroso ad un risveglio necessario.

Sarà questo il senso di tutto ciò che sta accadendo?

Maurizia Maiano*

*Maurizia Maiano: Sono nata nella seconda metà del secolo scorso e appartengo al Sud di questa bellissima Italia, ad una cittadina sul Golfo di Squillace, Catanzaro Lido. Ho frequentato una scuola cattolica e poi il Liceo Classico Galluppi che ha ospitato Luigi Settembrini, che aveva vinto la cattedra di eloquenza, fu poeta e scrittore, liberale e patriota. Ho studiato alla Sapienza di Roma Lingua e letteratura tedesca. Ho soggiornato per due anni in Austria dove abitavo tra Krems sul Danubio e Vienna, grazie a una borsa di studio del Ministero degli Esteri per lo svolgimento della mia tesi di laurea su Hermann Bahr e la fin de siècle a Vienna. Dopo la laurea ritorno in Calabria ed inizio ad insegnare nei licei linguistici, prima quello privato a Vibo Valentia e poi quelli statali. La Scuola è stato il mio luogo ideale, ho realizzato progetti Socrates, Comenius e partecipato ad Erasmus. Ho seguito nel 2023 il corso di Geopolitica della scuola di Limes diretta da Lucio Caracciolo. Leggo e, se mi sento ispirata e il libro mi parla, cerco di raccogliere i miei pensieri e raccontarli.