Il canto ukraìno della Rus’, di Francesca Chiesa

1. Rus’ e Russia non sono la stessa cosa

Gli uomini piccoli possono realizzare grandi imprese; i piccoli uomini combinano disastri. Vladimir Putin è un piccolo uomo e, in quanto a disastri, è chiaro che lui si è proposto di riportare indietro l’orologio della storia. Quanto indietro?

A occhio e croce direi fino ai tempi di Alessio, figlio di Michele I Romanov e padre di Pietro I. Ovvero, metà circa del XVII secolo. E come intende farlo? Seguendo il percorso di Alessio, probabilmente, il quale nel 1648, a trentotto anni di vita e tredici di regno, ha già incamerato metà Ukraìna, compresa Kiev. Non solo, è riuscito anche a portare tra i ranghi dell’esercito russo i terribili Cosacchi della Zaporizhzhia. A proposito: Zaporizhzhia? Un nome che ci parla di centrali nucleari.

Al di là di tutto quello che sappiamo sulle preziose terre rare di cui è ricca l’Ukraìna o sull’importanza strategica di Odessa e via dicendo, un monarca russo non può sopportare che Kiev non gli appartenga. Perché all’inizio della storia non c’è Mosca ma Kiev.

La Russia è grande ma l’Ukraìna è antica. Senza Kiev la Rus’ non sarebbe esistita. Se è corretto affermare che la Rus’, sorta verso la fine del IX secolo e durata fino alla metà del XIII secolo, è stata la prima grande entità politica degli Slavi orientali, non si può dimenticare che questa Rus’ aveva come centro Kiev. È la Rus’ di Kiev, l’antenata storica e culturale da cui si sono successivamente diversificate Ukraìna, Russia e Bielorussia.

Nel 882, qualcuno ha definito Kiev “madre delle città russe”: si chiama Oleg, figlio di Rurik, e ha fatto di questa città la capitale del suo regno, che nel secolo XI si estendeva dal Mar Baltico al Mar Nero e dai Carpazi al Volga. Il regno di Kiev commerciava con Costantinopoli attraverso un sistema fluviale chiamato “Dai Variaghi ai Greci”. Sotto Jaroslav il Saggio, la Rus’ raggiunse il massimo splendore culturale e fu introdotta la Russkaja Pravda, il primo codice di leggi scritte. A partire dalla metà dell’XI secolo, però, lo Stato iniziò a frammentarsi in principati indipendenti. Il colpo finale arrivò con l’invasione mongola (1237-1240), che portò alla distruzione di Kiev e alla sottomissione dei principati russi all’Orda d’Oro.

Dov’era la Russia nel frattempo? Non esisteva. Bisogna arrivare alla seconda metà del XIII secolo per assistere all’apparizione di un primo nucleo di quella formazione che arriverà a chiamarsi Russia. Quando a Daniel Alexandrovič, figlio di Aleksandr Nevskij principe e santo, fu assegnato in proprietà il territorio di Mosca. Era il 1263.

2. Il Canto della schiera di Igor , ovvero Il poema scomparso

Provate a cercare il Canto su Google e contate quanti siti vi dicono che si tratta del primo capolavoro della letteratura russa. Non è storia russa, quella cui si riferisce il Canto, è storia della Rus’. Ci vorrà qualche tempo, dal XII secolo in poi, perché la Russia cominci a creare capolavori.

Composto con buona approssimazione verso la fine del XII secolo, ovvero in quel periodo di decadenza della Rus’ di Kiev che fu tormentato da lotte interne tra i vari principi, questo poema ha una storia curiosa. La notizia ufficiale del ritrovamento del testo fu data nell’ottobre del 1797, sulle pagine della rivista di Amburgo “Le spectateur du Nord”. La sua scoperta tuttavia risalirebbe al 1791 o 1792, quando il vescovo Joil’, ultimo Archimandrita, ossia Priore, del monastero della città di Jaroslavl’, ad est di Mosca, vendette una serie di antichi volumi al procuratore supremo del Sinodo Ecclesiastico, il cavaliere conte Aleksej Ivanovič Musin-Puškin (1744-1817), antiquario di notevole erudizione e appassionato collezionista di testi antichi.

Non si sa se fu il Conte stesso a scoprire tra questi volumi lo Slovo/il Canto. Le prime indiscrezioni apparvero sulla rivista Zritel’, lo «Spettatore», di San Pietroburgo. Ed è probabilmente del 1795 o 1796 la copia che Musin-Puškin inviò in dono alla zarina Ekaterina II Alekseevna. L’imperatrice morì di lì a poco (1796), la sua copia del poema andò smarrita e fu ritrovata solo nel 1864.

Quanto al manoscritto conservato nella biblioteca personale del conte Musin-Puškin, andò bruciato o distrutto nel corso del famoso incendio di Mosca, scoppiato durante l’occupazione napoleonica. Naturalmente sorsero disquisizioni e contrasti in merito all’autenticità della copia uscita in stampa 12 anni prima, a Mosca. Tralasciamo.

Il Canto racconta la sfortunata campagna militare del principe Igor’ Svjatoslavič contro i Cumani o Polovci, un popolo nomade delle steppe. Il principe Igor unisce la sua schiera a quella del fratello. Partono per affrontare l’avversario senza tenere conto dei presagi infausti:eclissi di sole, tempesta nella notte, ululati. In un primo momento i Cumani appaiono in difficoltà, fuggono scomposti verso il Don, coi loro carri che gridano nella notte come cigni sbandati. Ma presto si fermano e decidono di affrontare l’avversario: vengono sconfitti. Il giorno seguente riprendono l’iniziativa e attaccano le forze di Igor, questa volta con successo. Il principe viene catturato e il lamento che la moglie Jaroslavna innalza al cielo quando apprende la notizia, è ricordato tra le più alte espressioni di questo genere. Il nome ripetuto di lei ci dona il ritmo della marcia funebre, in contrasto con il movimento vitale del gabbiano, del vento, del fiume. Il sole, immobile e lucente, è dispensatore di morte.

95. Si ode sul Dunaj la voce di Jaroslavna, piange al mattino qual gabbiano solitario: «Volerò come un gabbiano lungo il Dunaj, nel Kajala bagnerò la mia manica di seta e al principe tergerò le sanguinose ferite sul suo corpo possente.»

96. Sul far dell’alba piange Jaroslavna sul bastione di Putivl’ dicendo: «O vento, venticello! Perché, signore, soffi nemico? Perché porti le frecce unne sulla tua ala leggera contro i guerrieri del mio sposo? Non ti bastava in alto, sotto le nubi soffiare, cullando le navi sull’azzurro mare? Perché, signore, sull’erba della steppa hai dissipato la mia gioia?»

97. Sul far dell’alba piange Jaroslavna sul bastione di Putivl’ dicendo: «O Dnepr, figlio di Slovuta! Hai attraversato i monti di pietra passando per la terra cumana. Hai portato su di te le navi di Svjatoslav fino al campo di Kobjak. Porta, signore, fino a me il mio sposo, perché io non gli mandi le mie lacrime sul far del mattino.»

98. Sul far dell’alba piange Jaroslavna sul bastione di Putivl’ dicendo: «O sole lucente, tre volte lucente. Sei per tutti così caldo e bello! Perché, signore, hai disteso il tuo raggio ardente contro i guerrieri del mio sposo, perché nell’arido campo i loro archi hai allentato, i loro turcassi serrato?» 

Francesca Chiesa*

*Francesca Chiesa, classe 1955, laureata in filosofia. 

Ha lavorato per il Ministero degli Affari Esteri in Iran, Russia, Grecia, Eritrea, Libia, Kenia. Dal 2019 vive col marito prevalentemente a Syros, nelle Cicladi. 

Pubblicazioni recenti:

Dalla Russia alla Persia – storia di un viaggiatore per caso: Peripezie di un marinaio olandese al tempo di Alessio I Romanov e Suleiman I Safavide, La Case Books, 2023

Una storia di donne persiane: Il romanzo di Humāy e Nahid, La Case Books, 2023.

Il suo ultimo lavoro è Diversamente sole, Edizioni Open, 2025.

L’anima russa secondo Viktor Erofeev, di Francesca Chiesa

Molti erano, in origine, i tipi di anima a disposizione del creatore: anime bianche, anime nere, anime splendenti, anime morte. Anime russe.

Se a Parigi c’è Piazza Stalingrado una ragione dev’esserci. Tutto sommato, Hitler ha aiutato la Russia. Come per gli ebrei, le ha creato uno stato d’intoccabilità morale, se non di cemento armato, nondimeno l’ha creato. Negli Anni Trenta ha dirottato in direzione della Russia sovietica l’intera intelligence progressista occidentale…1

È certo che i russi, oggi, non ci sono molto simpatici.  Sbagliato, certo, identificare tutti i russi con il loro Imperatore – sarebbe come identificare gli italiani con il loro Presidente del Consiglio – ma tant’è, così funziona l’animo umano.

Oggi ho letto, per caso, che Viktor Erofeev ha lasciato la Russia nel momento dell’aggressione all’Ukraina.

Ecco perché ci piacciono i russi.

Li abbiamo amati, i russi, eccome se li abbiamo amati.

Quando Stalin sconfiggeva Hitler per noi a Stalingrado, appunto. O prima, quando i loro principi e i loro artisti venivano a svernare da noi. 

Oppure dopo.

Negli anni in cui Mosca, governata ma non sottomessa dal nuovo zar, si contendeva con Berlino il titolo di “città più eccitante del mondo”. 

Ai GUM, per esempio, 2 entravi dopo avere controllato lo stato della tua carta di credito. Ma quando uscivi da quei negozi che sembravano cattedrali, umiliata nella tua goffaggine mediterranea dallo sguardo algido delle dee bionde che fungevano da commesse, potevi sempre rifugiarti al “Bosco dei Ciliegi”. 

Ristorante italiano dove la rotonda madre di Mikhail Kusnirovich, il proprietario, ti accoglieva come se fossi la sua cuginetta preferita.

Questa era la Mosca di Gergev3, quando ancora non era diventato un musico di corte e dirigeva le sue orchestre con movimenti impercettibili delle dita, che incantavano tutti; di messe in scena d’avanguardia che ci scandalizzavano come la Butterfly su fondo vuoto e il Flauto in costume nazista; dei CafeMania che lanciavano la moda dei tavolini all’aperto d’inverno, con morbide copertine e stufe a gas.

Noi continuiamo a parlare, mentre su Capri la luna è appesa come un succoso spicchio di limone, disse Saša.

A Mosca c’era, allora, il MuAR, il museo più bello del mondo che prende il nome dal noto architetto russo, ma ha dimenticato il suo creatore, David Sarkissian, di non gradita memoria.

La generazione degli scrittori  – nati tra fine anni ‘40 e prima metà anni ‘50 – viene chiamata “generazione Breznev”, ovviamente,  ma anche “generazione Arbat”, dal romanzo di Rybakov (1988) che racconta la giovinezza della sua generazione. Si chiamano Viktor Pelevin, Vladimir Sorokin, Boris Akunin. 

Mi piace essere russo. Mi piace fare orecchie da mercante. Cammino e faccio sempre orecchie da mercante. Mi dicono che non si deve fare così. E io dico: non ditemi “non si deve”. Non lo sopporto. Non oscuratemi il cielo.

Ho conosciuto Viktor Erofeev nel gennaio o febbraio del 2007. Insomma, qualche mese dopo la pubblicazione in Italiano del suo L’enciclopedia dell’anima russa (Spirali).

Per capire la Russia occorre rilassarsi. Togliersi i pantaloni. Indossare una calda vestaglia. Stendersi sul divano. Addormentarsi.

Di Viktor Erofeev non credo si possa dire che appartiene alla “generazione Arbat”: in qualche modo ne fa parte ma se ne sta anche al di fuori, a lato, per meglio dire. 

Intanto, credo si possa dire che è russo per metà.

Figlio di padre diplomatico, nato nel 1948, è cresciuto a Parigi e chi è vissuto a Parigi, parigino rimane. Con quella tendenza a capovolgere il mondo: il Re non è lo Stato. Il Re, se siamo tutti d’accordo, lo rappresenta solamente. Quando è questo, il tipo di verità che ti forma, resterai francese anche in Russia ma nello stesso tempo l’anima russa ti salverà dal relativismo francese.

Il potere russo adempie fedelmente ai suoi compiti, qualunque sia l’orientamento seguito. La Russia è molto brava a elaborare costruzioni utopistiche che sono notoriamente irrealizzabili e per la cui realizzazione si fanno molte vittime. È strano aspettarsi di più perfino da un paese di tali enormi proporzioni. 

Come ogni paese, anche la Russia va giudicata per le sue risorse interne e per il risultato finale. E che il risultato appaia pure negativo dal punto di vista dell’Occidente. E che sia considerato strano anche da parte dell’Oriente.

Quando ho incontrato Erofeev, stavo vivendo la mia seconda Russia – quella glamour – ma entrando nel suo appartamento tutto/legno mi sono ritrovata di colpo a Jasnaja Pol’jana. Moglie, cugine, figli e figlie, nutrici e servi e il mondo tutto che gira intorno a Lev/Viktor.

Essere russi non è una questione genetica. Essere Tolstoj non è una questione di secolo. Essere Viktor non è una questione di nazionalità: facile nascere all’Arbat e di quel quartiere conoscere ogni volto e ogni voce. Altrettanto facile nascere a Parigi e della Russia conoscere ogni pianura, ogni città, ogni fiume, ogni popolo.

Con la loro enfatica emotività e trogloditica ingenuità, i loro ventri prominenti e la goffaggine di comportamento, i russi per lungo tempo sono stati diametralmente opposti al grande stile estetico dell’Occidente: lo stile “cool”…Il concetto di “cool” è nato negli USA alla fine degli anni Quaranta, insieme con il disco jazz di Miles Davis “The birth of the Cool” e i libri di Jack Kerouac. “Who’s cool in Russia?” Il miglior Brodskij, qua e là Sorokin, in qualcosa Pelevin.4 

E infine Stalin, il regista “cool” del più formidabile teatro politico del mondo.5

Essere Viktor ed essere russo, significa anche scegliere tra oscurare anima e cervello, oppure lasciare la Russia. 

Che Erofeev avesse lasciato Mosca e si fosse trasferito in Germania nella primavera del 2022, l’ho saputo come ho detto solo qualche giorno fa: le notizie del mondo in cui vivevo lavorando, arrivano raramente qui sull’isola. 

Che abbia scritto un libro in cui analizza i vent’anni dell’era Putin, mi riempie di gioia: non solo per il contenuto, ma anche perché ci sarà l’occasione per leggere bella prosa. 

Questo Velikij Gornik/Il grande Gornik non è ancora stato tradotto in Italiano ma il titolo già ci dice qualcosa, perché il termine russo “Gornik” indica un teppista di strada o un coatto violento. Erofeev definisce questa sua opera una “horror comedy”.

Nell’attesa – per approfondire la conoscenza di uno scrittore che incarna un modello assai raro di coerenza artistica e politica –  suggerisco di leggere, oltre all’enciclopedia di cui vi ho parlato, anche “La bella di Mosca”, un suo romanzo di fine anni ‘80 definito spesso “una sbornia di champagne e libertà.6

1 Sono riportate in corsivo tutte le citazioni da “L’enciclopedia dell’anima russa” di Viktor Erofeev , MI, Spirali, 2006. 

2 “Grandi Magazzini di Stato”

3 Valeria Abisalovič Gergiev, direttore d’orchestra.

4 Scrittori russi contemporanei.

5 cfr. “… nello spirito di Joe Stalin che, diciamocelo Titch — e non ho nulla contro tuo padre, sia chiaro — ha vinto la guerra per tutti questi bastardi capitalisti.» in La spia perfetta, John Le Carré,1986.

6 Ed. Italiana Rizzoli, 1991

Francesca Chiesa*

*Francesca Chiesa, classe 1955, laureata in filosofia. 

Ha lavorato per il Ministero degli Affari Esteri in Iran, Russia, Grecia, Eritrea, Libia, Kenia. Dal 2019 vive col marito prevalentemente a Syros, nelle Cicladi. 

Pubblicazioni recenti:

Dalla Russia alla Persia – storia di un viaggiatore per caso: Peripezie di un marinaio olandese al tempo di Alessio I Romanov e Suleiman I Safavide, La Case Books, 2023

Una storia di donne persiane: Il romanzo di Humāy e Nahid, La Case Books, 2023.

Il suo ultimo lavoro è Diversamente sole, Edizioni Open, 2025.

Intervista a Elena Kostioukovitch di Gigi Agnano

Elena Kostioukovitch, nata a Kiev quando l’Ucraina faceva ancora parte dell’Unione Sovietica, si è laureata a Mosca e vive a Milano da trentaquattro anni (dal 1996 è naturalizzata italiana). Ha pubblicato o curato più di trenta libri, molti dei quali in Russia. In particolare, ha tradotto dall’italiano in russo sette romanzi di Umberto Eco, saggi dedicati alla storia della cultura europea, antologie di autori italiani, monografie sulla storia dell’arte, e raccolte di poesie. Ha scelto di scrivere direttamente in italiano il romanzo Sette notti, uscito nel 2015 per i tipi di Bompiani.
Nel 2000 ha fondato un’agenzia letteraria, Elkost Intl., che ha fatto conoscere al pubblico occidentale autori russi come Ludmila UlitskayaGuzel YachinaBoris AkuninYurij Lotman. In polemica prima col regime sovietico, poi con quello di Putin – da cui si è apertamente dissociata – ha promosso iniziative che ne smentissero la propaganda. Docente universitaria, ha vinto il premio Grinzane Cavour per la traduzione 2003 e il premio nazionale per la traduzione 2007 del Ministero dei Beni Culturali italiano.

A suo parere si poteva prevedere che Putin avrebbe invaso l’Ucraina? Perché molti commentatori – nonostante i precedenti, mi riferisco in particolare alla Cecenia – pensavano si trattasse solo di una minaccia che difficilmente sarebbe diventata realtà?

Che Putin avrebbe invaso l’Ucraina era noto a Biden, che a sua volta lo sapeva dalle principali agenzie di intelligence del mondo.

Vorrei sottolineare questa situazione paradossale: la guerra in fieri era effettivamente nota al cento per cento, ma anche a noi, esperti intenti a seguire le notizie e interpretare i dettagli; naturalmente a Zelensky; era cento per cento sicuro, e nello stesso tempo era assolutamente impossibile crederci.

Da noi, in Europa, le persone normali erano profondamente convinte che fosse impossibile lanciare aerei sulle grandi città europee, lanciare carri armati sui villaggi, lanciare paracadutisti sui tetti degli aeroporti. È quello che fa Osama bin Laden, abbiamo pensato. Gli Stati non lo fanno. Sembrava ancor più impossibile visto che Putin non aveva alcun motivo valido per farlo.

Tutti nel mondo glielo chiedevano: cosa vuoi? Che ti manca? Macron e Scholz e i rappresentanti delle principali organizzazioni internazionali venivano a Mosca come si va dal dentista. Doloroso ma necessario. Li faceva accomodare a una tavola bianca lunga nove metri e teneva le lezioni insopportabilmente lunghe e noiose sulla storia fantasmagorica del mondo. Non ha dato nessuna risposta sul perché stesse radunando le truppe al confine. Ha scritto un folle messaggio alla NATO, chiedendole di “smammare” dai luoghi in cui la NATO era di stanza ormai da trent’anni.

Nessuno poteva credere che sulla base di tutte quelle sciocchezze potesse nascere un vero e proprio scontro di eserciti. Un genocidio, distruzione delle città. Non nei film, non in un gioco per computer, ma nella realtà.

Che cosa significa l’Ucraina per Putin? Una zona cuscinetto per proteggersi dall’Occidente? Una provincia necessaria per rafforzare il sistema economico russo? Un modo per “proteggere la popolazione di lingua russa”? O c’è qualcosa di più profondo, di “filosofico”, psicologico e spirituale nell’ideologia putiniana?

In primo luogo, la Russia non ha bisogno di difendersi dall’Occidente, il quale non attacca la Russia; al contrario, l’Occidente ha sempre aiutato la Russia a svilupparsi e a progredire. La “grande cultura russa”, acriticamente adorata qui in Italia sotto l’insopportabile nome di “anima russa”, è la cultura dell’Europa, reinterpretata e trasformata dal materiale russo.

In secondo luogo, la Russia non ha bisogno di espandere il proprio territorio. È un paese di oltre diciassette milioni di chilometri quadri, due volte più grande della Cina e cinquantasei volte più grande dell’Italia.

«Protezione della popolazione di lingua russa» – Non capisco perché dovremmo ripetere la formula di Hitler (“protezione della popolazione di lingua tedesca in Polonia”).

Persino i putiniani più accaniti non lo ripetono più.

Putin sta sviluppando un’ideologia espansionistica basata sull’idea della superiorità dello “spirito russo” (ecco perché è odioso parlare di “anima” di qualsiasi sorta…), che afferma la superiorità di un fantomatico “gene russo speciale”, creando una fusion confusa, illogica e liquida che ormai porta il nome del “mondo russo” o “universo russo” (“Russkij Mir”).

La sua propaganda sta aizzando il popolo russo alla guerra totale contro l’Occidente, contro la civiltà europea, che, lui insinua, stia “andando nel verso sbagliato”. L’ideologia di Putin abbina il suo complesso messianico con il sogno di una militarizzazione della società russa a 360 gradi, dal primo giorno di vita del cittadino fino alla sua morte. Facile immaginare le possibili conseguenze se non lo fermiamo, noi inteso il mondo libero, oggi moralmente capeggiato dall’Ucraina, che si offre eroicamente sull’altare della libertà.

Dugin e Fomenko sono nomi poco noti in Occidente ma popolari in Russia. Personalmente avevo sentito parlare di Dugin e del suo partito nazional-bolscevico solo in Limonov di Carrère, ma me l’ero immaginato come un gruppetto di eccentrici. Nel libro lei spiega benissimo chi siano questi personaggi. Ci può dire quanto davvero influenzino Putin?

Dugin e Fomenko, così come altri teorici della cospirazione ed esoteristi – Nosovsky, oggi vivente, Ilyin, che è un filosofo di cent’anni fa, e il relativamente recente Shchedrovitsky – sono le fonti delle citazioni che i “consiglieri” e gli speechwriters dei discorsi di Putin mescolano, su richiesta del loro capo, per creare l’eclettica teoria del “mondo russo” che è al centro della loro inarrestabile aggressione.

Perché una propaganda così primitiva ha preso il sopravvento?

Perché si possono conquistare milioni di persone solo con l’uso della propaganda più primitiva. Lo dimostrano il fascismo, il nazismo e il “socialismo reale” di Brezhnev. L’ultimo ha conquistato un Paese di 250 milioni di popolazione semplificando le idee di Karl Marx, che in realtà ha scritto opere complicate e piene di senso. Infatti, il vero Marx non poteva essere letto in URSS. Non era disponibile nelle biblioteche. Venivano distribuite solo edizioni semplificate, evirate dalla censura.

Ci spiega il significato della Z simbolo delle truppe d’invasione?

Alla richiesta urgente di un simbolo, è stato incaricato di farlo qualcuno. Questo qualcuno era un idiota. Non ci pensò a lungo e propose una mezza svastica. Si trattava di nuovo di una primitizzazione, alla Putin, di qualcosa che esisteva prima di lui. Si vede che pure la svastica per loro era troppo raffinata. Una svastica dimezzata all’’orda di Putin calza perfettamente.

Putin ha minacciato l’uso di testate nucleari. Pensa che la guerra contro l’Occidente possa sul serio avere un esito così terrificante? Qual è la sua opinione? 

Non l’userà, e propongo di avere un po’ meno paura di questo Putin. Non avrà il tempo di inviare missili, gli impianti di lancio sono sorvegliati dalle intelligence occidentali. Saranno annientati non appena si appresteranno a fare danni reali al globo terrestre. Dobbiamo avere più fiducia in noi, nelle forze del progresso e della tecnologia, nella capacità dell’Occidente di resistere al male primitivo.

Chi può fermare Putin e non c’è il rischio che il dopo-Putin sia addirittura peggiore?

Putin può essere fermato da un suo cameriere se gli infila una forchetta nell’occhio. Dopo Putin arriveranno coloro che sono ancora peggio di lui, ma poiché saranno peggiori, più primitivi e più stupidi, falliranno molto più rapidamente di lui. E finalmente ci libereremo da quell’incubo.