La letteratura della Resistenza dal fascismo all’Olocausto, di Sonia Di Furia

Affrontando il problema critico di come raccontare la Resistenza, si utilizzano le testimonianze autorevoli di Natalia Ginzburg e di Italo Calvino, che sottolineavano i rischi di una scrittura povera e sentimentale, convenzionalmente appiattita sul resoconto di esperienze vissute.  Non è un caso che, sulle opere di invenzione, prevalgano quelle diaristiche e memorialistiche, di chi aveva combattuto, occupando anche posizioni di grande responsabilità (ci si limita qui a ricordare “Banditi” di Pietro Chiodi, capo partigiano nelle langhe cuneesi, che era stato professore di liceo di Beppe Fenoglio). Ma fra i diversi generi non c’è una differenza troppo netta, per il carattere documentario, di resoconto immediato del vissuto, e per l’andamento cronachistico che caratterizzano, come sfondo comune, le varie esperienze della poetica neorealista (tra queste non va dimenticata l’idea di una letteratura impegnata, come testimonianza civile e politica). Non mancano, tuttavia, in tale ambito, testi più incisivi e meditati, che si staccano da un panorama piuttosto uniforme. Sul piano più propriamente narrativo, si deve segnalare almeno “L’Agnese va a morire”, in cui l’autrice, Renata Viganò, ha proiettato le sue esperienze di staffetta nella lotta partigiana (nel 1955 pubblicherà Il saggio “Donne della Resistenza).

Queste opere, nel loro complesso, costituiscono un vero e proprio filone, che è stato ampiamente studiato. Ma difficilmente raggiungono una spiccata originalità, per il prevalere delle ragioni dimostrative, per il carattere convenzionale delle tematiche e dei giudizi, per i luoghi comuni di una scrittura che si perde, in molti casi, dietro a motivazioni propagandistiche o celebrative. Come ha scritto Giovanni Falaschi “l’insidia maggiore nei racconti partigiani è la retorica, il commento sentimentale ai fatti, cioè il lirismo”. Non c’è dubbio invece che le opere più significative e, quindi, più durature, sulla Resistenza sono quelle che hanno seguito strade diverse, trasfigurando fantasticamente la realtà o riproponendola nei suoi aspetti più anticonformistici e singolari. È la linea seguita da Italo Calvino e Beppe Fenoglio, per i quali le tematiche resistenziali non restano materia inerte e fine a se stessa, ma offrono gli stimoli per una reinvenzione originale e autonoma, su un piano epico- avventuroso. Se Calvino, nel “Sentiero dei nidi di ragno”, guarda alla vicenda partigiana attraverso gli occhi di un bambino, Fenoglio giungerà a riappropriarsi di un rapporto mitico e ancestrale con la natura degli uomini e delle cose. 

Accanto a questa linea se ne può individuare un’altra, ugualmente significativa e importante, in cui il discorso si approfondisce in senso problematico e, superando l’ambito ristretto della cronaca, si estende a più generali argomenti di riflessione. Già nel 1941 Vittorini aveva pubblicato “Conversazione in Sicilia”, che nasce dalla crisi determinata dalla guerra di Spagna e denunciava, nelle forme di una parabola allegorica, il dolore dell’uomo e l’offesa recata alla sua dignità sotto la dittatura (non nominata ma facilmente identificabile). Nel 1945, entrato oramai nella clandestinità, Vittorini consegnava di nascosto, al suo editore Valentino Bompiani, il manoscritto di un nuovo libro, “Uomini e no“, che sarebbe uscito l’anno successivo. Il romanzo era nato nei mesi della lotta partigiana, a contatto con i problemi della guerra, quasi intrecciando le sue pagine agli eventi terribili che si stavano susseguendo, ma la scrittura è ben lontana da ogni tentazione di resa cronachistica o documentaria, di trascrizione realistica degli eventi. Al contrario, il racconto assume un andamento simbolico, nella stilizzazione dei personaggi e nel vuoto in cui sembrano materializzarsi le immagini, quasi sottomesse a un destino crudele, che ne accentua l’orrore e la brutalità. Con “Uomini e no”, di cui si è letta e si prende in considerazione l’edizione Oscar Moderni Cult, Mondadori, del 2022, l’impegno ideologico di Vittorini fa riferimento a un clima storico più determinato, ma la storia diviene anche qui metastoria, contrapposizione assoluta di bene e di male (come indica il titolo), sempre in nome di un umanesimo universalizzante. Si accentua anche il carattere oracolare del linguaggio, fatto di ripetizioni ossessive, di battute di dialogo brevi e secche, solenni nella loro essenzialità. 

Il romanzo si svolge a Milano sullo sfondo della Resistenza all’occupazione tedesca. Episodio emblematico vede un ufficiale nazista che fa sbranare dai suoi cani un povero venditore ambulante, colpevole di avergli ucciso la feroce cagna Greta. Qui l’efferatezza del delitto ha come contorno la colpevole indifferenza dei militi fascisti. Fra la bestiale brutalità dei carnefici e la sofferenza delle vittime, il discorso sembra arrestarsi, sospeso, per l’interrogarsi sui destini di quello che già in “Conversazione” veniva definito il “genere umano perduto”: l’umanità di chi soffre, senza colpa, ma anche, in una tragica complementarietà, la disumanità di chi infligge inaudite sofferenze senza ragione, se non quelle ravvisabili nelle aberrazioni di un potere che nega il valore alla stessa vita. Ha senso, allora, porsi il dilemma indicato dal titolo, per cercare di capire, di fronte a tanta inconcepibile barbarie, i misteri della natura umana, chiedendosi se essa possa ancora avere speranze e possibilità di riscatto.

La guerra fa emergere in primo piano il problema dell’uomo e, aprendogli gli occhi sugli abissi di orrore e miseria in cui la storia l’ha precipitato, lo induce a cercare risposte che diano un senso alla sua stessa sopravvivenza. In una sua poesia, “Alle fronde dei salici”, Salvatore Quasimodo sottolinea l’impossibilità di continuare a scrivere, di produrre e proporre ancora poesia, in un mondo che si sta sgretolando, sconvolto dalle distruzioni e dalle macerie: <<E come potevamo noi cantare/con il piede straniero sopra il cuore…?>> La domanda porta gli scrittori a interrogarsi ancora sul significato dell’esistenza, non solo per denunciare i colpevoli di tante atrocità, ma anche per cercare una via d’uscita. In mezzo alle morti e alle atrocità, diventa sempre più necessario ribadire i valori fondamentali della persona e battersi per ricostruire una nuova società, ricomponendo i legami di una superiorità che superi gli odi e le barriere. È il messaggio che Albert Camus, militante nelle file della Resistenza francese, affidava nel 1943 alle sue “Lettere a un amico tedesco”, dove si riafferma l’esigenza di una fratellanza che annulli i confini delle nazioni in guerra. Alla fine del conflitto sembrano realizzarsi le condizioni favorevoli, di giustizia e libertà, alla nascita di un nuovo umanesimo. In un articolo intitolato non a caso “Ritorno all’uomo” Pavese sosteneva: “Questi anni di angoscia e di sangue ci hanno insegnato che l’angoscia e il sangue non sono la fine di tutto. Una cosa si salva sull’orrore, ed è l’apertura dell’uomo verso l’uomo. Di questo siamo ben sicuri perché mai l’uomo è stato meno solo che in questi tempi di solitudine paurosa”.

Alla letteratura di argomento più strettamente resistenziale si può collegare la rappresentazione degli anni della dittatura e delle esperienze vissute durante il fascismo. Ma anche qui occorre distinguere fra le analisi storiche e i modi con cui gli scrittori hanno trasformato gli avvenimenti del ventennio in una tematica caratterizzata da particolari forme di scrittura e affrontata da punti di vista diversi.

Non stupisce intanto che le più violente invettive nei confronti del fascismo e del suo capo, Benito Mussolini, siano uscite dalla penna di uno scrittore che non era certo stato fra gli oppositori. Il fatto non stupisce, anche se non è facile coglierne fino in fondo le ragioni, che si riconducono a una personalità complessa e tormentata come quella di Carlo Emilio Gadda. In “Eros e Priapo” lo scrittore propone un’interpretazione psicanalitica del fascismo che ha alcuni punti in comune con le tesi esposte da Wilhelm Reich in un volume del 1933 “Psicologia di massa del fascismo” (trad. it. Sugar, Milano 1972). Alla base è una repressione dell’istinto sessuale che trasforma le frustrazioni e l’impotenza in crudeltà (sadismo) e volontà di potenza (o, meglio, delirio di onnipotenza). In Gadda questa ipotesi colpisce innanzitutto il Duce, chiamato con gli appellativi più oltraggiosi, ma anche l’intero popolo italiano, che per vigliaccheria e opportunismo si era messo nelle sue mani. Anche nel “Giornale di guerra e di prigionia” erano presenti accuse veementi contro il disordine, l’indisciplina e la pochezza degli italiani. Spinta fino all’irrisione al sarcasmo oltraggioso, la violenza linguistica ed espressiva, in “Eros e Priapo”, può allora essere vista come uno sfogo compensatore e liberatorio, con il suo carattere di denuncia postuma iperbolica e grottescamente deformante. 

Il discorso si configura diversamente quando, rispetto alla ricerca di effetti stilistici, con un forte urgere di pulsioni ideologico-psicologiche, prevale un intento di tipo più cronachistico o documentario, legato alle esperienze del vissuto. In “Cristo si è fermato a Eboli”, Carlo Levi ha narrato la propria esperienza di confinato politico, condannato al soggiorno coatto in un paesino della Lucania. Nel resoconto di quel periodo della propria vita prevale nettamente l’interesse antropologico per le consuetudini di vita di quelle popolazioni, per i loro costumi arcaici, fino all’attrazione dimostrativa per le sopravvivenze di una mentalità primitiva e irrazionale (viene in mente la ricerca parallela condotta dal grande antropologo Francesco De Martino nel “Mondo magico”, pubblicato da Einaudi nel 1948). Ma non ci sono parole di avversione nei confronti del regime, anche se questo non significa rinuncia a condannare i metodi e i sistemi; la denuncia nasce dalla stessa osservazione delle cose, della miseria in cui sono tenuti i contadini, dalla loro emarginazione, dall’ottusità e indegnità di una classe dirigente asservita al potere fascista, dalla piaga dell’emigrazione a cui intere generazioni sono state costrette. 

In “Lessico famigliare” di Natalia Ginzburg, anche la storia è osservata da un punto di vista personale, attraverso la riduzione di ciò che è pubblico a una sfera di rapporti privati. Questo atteggiamento tende a relegare sullo sfondo i fatti politici, ai quali si fa un riferimento soprattutto funzionale, per inquadrare le vicende narrate. E tuttavia non si legge senza emozione l’accenno al giro di vite imposto dal fascismo e alla promulgazione delle leggi razziali, che avrebbero infierito sulla stessa protagonista, perseguitandola con la famiglia e provocando la morte del marito, la cui figura è rievocata al di fuori di ogni retorica sentimentale o celebrativa. 

La tematica dell’oppressione e delle persecuzioni risulta letteralmente tanto più incisiva e significativa quanto più viene affrontata in maniera implicita e indiretta, al di fuori di ogni intento moralistico o dimostrativo. Anche in questo caso si può dire che la letteratura non ha il compito di ripetere valutazioni ideologiche, ma di far emergere le contraddizioni e le aberrazioni stesse della storia sul piano di autonome soluzioni stilistiche e strutturali. La vita delle famiglie ebraiche negli anni del fascismo fa da sfondo a quasi tutte le opere di Giorgio Bassani. Nel “Giardino dei Finzi Contini” lo sguardo retrospettivo rivolto dal protagonista- narratore agli anni della sua giovinezza lascia già intravedere la fine terribile dell’olocausto, la burrasca che disperderà, con i parenti e gli amici più cari, milioni di persone. Ma neppure qui si assiste a prese di posizione o a condanne politiche; anzi, traspare una sorte di rammarico, e persino di rabbia, nei confronti delle stesse vittime, che non avendo capito, si erano chiusi gli occhi per non vedere, cullandosi nelle loro illusioni fino al precipitare degli eventi. Così, anche di fronte alle atrocità imminenti il giudizio del narratore resta sospeso, ripiegato e attonito, sul mistero della morte e il destino dell’umanità. 

Si può dire, in generale, che la linea prevalente sin qui seguita non muti quando si passa alle testimonianze dirette del genocidio scientificamente perpetrato nei campi di concentramento nazisti. È un tema, questo, che conserva tutta la sua drammatica e toccante attualità, come risulta anche dal successo di film come Schindler’s list di Steven Spielberg e La vita e bella, diretto e interpretato da Roberto Benigni (la sceneggiatura, scritta dallo stesso Benigni in collaborazione con Vincenzo Cerami, è stata pubblicata da Einaudi nel 1998). Nella coscienza degli uomini l’olocausto dovrebbe restare come un monito, affinché ciò che è potuto accadere, in un secolo di conclamato progresso e di presunta civiltà, non si debba più ripetere. Non è accettabile il fatto che anche in seguito, fino ai nostri giorni, si siano riaffacciate in diverse parti del mondo situazioni analoghe. Gli esempi, negli ultimi decenni, sono sotto gli occhi di tutti: è il rischio permanente che si annida in ogni forma di oppressione e di dittatura (anche culturale), là dove viene a essere negata la libertà dell’uomo. 

È stato questo, comunque, lo spirito che ha animato la letteratura della deportazione: il desiderio di lasciare una testimonianza di ciò che si è sofferto e si è visto soffrire. Tra i libri più significativi ed efficaci ci sono quelli di Primo Levi, in cui la stessa documentazione autobiografica, con l’immagine di tante atrocità, non si abbandona all’odio o all’esecrazione, soffermandosi più sull’umanità calpestata delle vittime che sulla crudeltà dei carnefici. Non è forse un caso che il titolo del primo e più letto libro di Primo Levi, “Se questo è un uomo”, ricordi quello del romanzo di Vittorini “Uomini e no”: la denuncia nasce, qui ancora più direttamente, dal dolore per la negazione della dignità umana, calpestata e distrutta. E tuttavia non viene meno la speranza che la civiltà e la cultura, a partire dall’indispensabile riconoscimento del valore della persona, possano nuovamente trionfare sulla barbarie: anche la letteratura, allora, può aprire uno spiraglio di luce, come si vede nel brano di Levi “Il canto di Ulisse”, in cui, nell’estrema degradazione provocata dal Lager, in cui l’uomo è ridotto a un bruto che non pensa e che obbedisce istintivamente ai soli bisogni primordiali, mangiare ed evitare il dolore, l’aggrapparsi al ricordo letterario esprime il disperato tentativo di salvare qualcosa di umano. La chiave del passo è quindi nella citazione dei famosi versi, pronunciati da Ulisse per spronare i compagni a superare le Colonne d’ Ercole:<< Fatti non foste a viver come bruti, /ma per seguir virtute e conoscenza>> (Dante Alighieri, Divina Commedia, Inferno, canto XXVI, vv. 119-120), che costituiscono per il narratore un’illuminazione e risuonano in lui come per la prima volta. È un messaggio che riguarda tutti gli uomini in travaglio. Ma poi l’episodio dantesco suscita l’affollarsi di riflessioni e di ricordi: è tutta la parte spirituale dell’individuo, quella che l’organizzazione del Lager mira sistematicamente ad annientare, che riaffiora, ha la meglio sulla riduzione dell’uomo ad animale o cosa. L’ostinato tentativo di ricomporre nella memoria i versi di Dante diviene una forma di resistenza all’annientamento. Il recupero dell’umanità si unisce indissolubilmente al bisogno di socialità: la letteratura serve anche a stabilire immediatamente il legame con l’altro uomo. L’arrivo tra la folla dei porta-zuppa segna la reimmersione nel quotidiano inferno concentrazionario, ed è suggellato emblematicamente dal parallelismo della ripetizione degli ingredienti della zuppa in varie lingue, che allude al ritorno a una condizione animalesca, attenta solo ai bisogni primari, e l’ultimo verso dell’episodio dantesco, <<infin che ‘l mar fu sopra noi rinchiuso>>. 

Ammonimento e speranza restano così legati al patrimonio comune di una memoria che non deve essere cancellata e perduta: è quanto ricorda anche Vittorio Sereni nella poesia “Dall’Olanda: Amsterdam”, descrittiva, ma anche intensamente e profondamente meditativa, sul significato del genocidio ebraico e sulla lezione universale che se ne deve ricavare, rievocando nei vv. 23-24 <<su migliaia d’altri volti, germe/ dovunque e germoglio di Anna Frank>>.

Sonia Di Furia

Sonia Di Furia: laureata in lettere ad indirizzo dei beni culturali, docente di ruolo di Lingua e letteratura italiana nella scuola secondaria di secondo grado. Scrittrice di gialli e favolista. Sposata con due figli.

Intervista a Ritanna Armeni per “A Roma non ci sono le montagne” (Ponte alle Grazie, 2025), di Gabriele Torchetti

Siamo davvero contenti di festeggiare il 25 aprile, ovvero la liberazione dell’Italia dalla tirannia nazifascista, con un libro appassionante di un’autrice autorevole, già impegnata in precedenti pubblicazioni nel racconto della Storia del ‘900 italiano. Stiamo parlando dell’ultimo romanzo di Ritanna ArmeniA Roma non ci sono le montagne“, edito da Ponte alle Grazie, che ci porta nella Roma occupata del 1944, dando voce ai partigiani protagonisti dell’azione di via Rasella, episodio cruciale e controverso della Resistenza. Il nostro Gabriele Torchetti ha avuto la fortuna di porle alcune domande.

Ciao Ritanna e benvenuta a Il randagio. “Una donna può tutto – 1941: volano le Streghe della notte”, “Mara. Una donna del Novecento”, “Il secondo piano”, “A Roma non ci sono le montagne. Il romanzo di via Rasella: lotta, amore e libertà”, sono gli ultimi quattro romanzi pubblicati per Ponte alle Grazie. Storie diverse ma accumunate da due elementi specifici, il contesto storico e la Resistenza (più o meno esplicitata), è una casualità o una scelta consapevole?

E’ una casualità, ma, come spesso accade, dietro quelli che appaiono casi ci sono motivazioni più profonde che riaffiorano magari qualche tempo dopo. Viviamo tempi incerti, in cui anche i valori più profondi della nostra identità vengono messi in discussione, in cui è difficile persino definire se stessi. E allora ripercorrere il contesto storico delle nostre origini democratiche, rifletterci, capirle, raccontarle è stato per me istintivo. Sono nata e cresciuta in una democrazia: come si è formata? con quali vincoli? quali debolezze? C’è stato un periodo della nostra storia nel quale tutto era “in nuce”. Ripercorrerlo, capire di nuovo e attraverso le storie e i sentimenti delle persone , come avviene  nei miei romanzi, è un modo per capire che cosa dobbiamo fare oggi quando siamo più incerti e ci pare che gran parte di quei valori si siano oscurati.

“A Roma non ci sono le montagne. Il romanzo di via Rasella: lotta, amore e libertà”è l’ultimo appassionato romanzo fresco di stampa, con un titolo lungo ma incisivo, che si scopre durante la lettura.  Che cosa vuol dire che “A Roma non ci sono le montagne”?

Vuol dire che la resistenza romana non va raccontata e giudicata come la Resistenza in altre parti del paese, come quella sulle montagne. A Roma non c’erano gli operai in sciopero, non c’era un esercito di liberazione con le sue gerarchie, il suo ordine,  non c’era un ambiente naturale che riparasse dal nemico. A Roma i partigiani erano più soli, per ripararsi avevano solo i portoni, le case degli amici, a volte le chiese. Potevano contare su una resistenza “sociale” ma spontanea, disorganizzata.   E il tradimento la delazione erano all’ordine del giorno. In questo contesto nascono i Gap e nascono i Gap centrali quelli che agiscono nel centro della città e organizzano l’azione di via Rasella.

Il 23 marzo 1944 ha segnato la storia, un’azione armata antifascista che ha ucciso 33 tedeschi e che ha avuto come conseguenza la condanna a morte di 335 civili italiani. Il romanzo fa un passo indietro e ci conduce alla preparazione dell’attentato messo in atto dai giovani partigiani dei Gruppi di azione patriottica? Qual è la motivazione che spinge questi giovani a combattere in prima persona? Hanno in qualche modo scontato l’ardore della lotta armata?

I giovani di cui parlo sono borghesi, colti, spesso studenti o professori universitari. Avrebbero potuto avere una vita sicuramente più facile di tanti loro coetanei, invece scelgono di vivere nella clandestinità, di mangiare quattro volte alla settimana, di dormire dove è possibile, spesso in luoghi malsani. Per capire i motivi di questa scelta bisogna ricordare che cosa era Roma occupata dai nazisti. Altro che “città aperta”! Il nemico era dappertutto, dominava. Era stato rastrellato il ghetto, trasferiti i carabinieri, le prigioni erano luoghi di tortura , c’era la fame e l’oppressione più spietata. I giovani dei Gap volevano dare un segnale ai romani. Ribellarsi era possibile. Era possibile , come fecero loro in decine di azioni nel centro della città, colpire il nemico. Via Rasella fu una di queste azioni. La più importante nell’Europa occupata dai nazisti. 

Donne e Resistenza è un binomio di cui si parla sempre troppo poco, eppure nelle tue pagine c’è una figura che inconsapevolmente ruba la scena con ardore e coraggio, chi è Carla Capponi? Qual è stato il suo ruolo all’interno di questa vicenda? E quali sono state le altre donne della Resistenza romana?

Mi è sembrato di capire leggendo e studiando le donne dei Gap, ascoltando le loro voci che sono differenti dalle donne partigiane del nord. Queste ultime, come è stato da più parti sostenuto, avevano un ruolo subalterno che nulla toglie al loro coraggio e al loro eroismo, ma che fa capire quali fosse il rapporto uomo -donna anche in un periodo così fecondo di cambiamenti. Le gappiste romane  erano donne colte, agivano in piccoli gruppi – due tre persone – o da sole. Di fatto erano più autonome, più libere. Non si limitavano ad accompagnare gli uomini, organizzavano le loro azioni  anche se spesso gli uomini non approvavano pienamente. Questo mi ha molto colpito.

Un romanzo corale, i protagonisti sono i ragazzi dei Gruppi di azione patriottica, c’è qualcuno tra questi che hai amato particolarmente?

Scrivendo questo libro ho avuto molti innamoramenti. Ho trovato splendide le donne, Carla, Maria Teresa, Lucia. Sono rimasta affascinata da una figura come quella di Carlo Salinari, letterato illustre che diventa capo dei Gap, dalla tormentata figura intellettuale di Franco Calamandrei. Potrei continuare… ognuno di loro aveva qualcosa da dirmi. E io ho cercato di ascoltarli fino in fondo.

6) Nel libro appare per poche pagine, eppure la sua aura ha lasciato il segno anche nel libro. Da pugliese, da terlizzese adottivo devo chiederlo necessariamente. Vuoi dirci qualcosa su Gioacchino Gesmundo?

Mi è dispiaciuto non potere raccontare nel mio romanzo  più diffusamente di Gioacchino Gesmundo, vittima delle Ardeatine e figura di riferimento morale e intellettuale per i giovani di cui parlo. Era per loro un maestro, nel senso più nobile di questa parola. L’uomo il cui esempio era da seguire sempre, nella lotta, ma anche nella riflessione, nella critica. Di cui tutti si fidavano. Fiducia ben riposta. Quando Gesmundo fu preso dai nazisti subì atroci torture ma non tradì nessuno dei suoi compagni. È una figura su cui c’è ancora tanto da indagare e da scrivere.

Gabriele Torchetti

Gabriele Torchetti: gattaro per vocazione e libraio per caso. Appassionato di cinema, musica e teatro, divoratore seriale di libri e grande bevitore di Spritz. Vive a Terlizzi (BA) e gestisce insieme al suo compagno l’associazione culturale libreria indipendente ‘Un panda sulla luna‘.

Michela Ponzani: “Processo alla Resistenza. L’eredità della guerra partigiana nella Repubblica (1945 – 2022)” (Einaudi), di Vincenzo Vacca

Voglio iniziare queste mie modeste riflessioni relative al libro della Prof.ssa Ponzani – storica e saggista –  in modo paradossale: riportare le dichiarazioni rilasciate durante il processo a suo carico di Herbert Kappler, uno dei criminali nazisti responsabili della strage delle Fosse Ardeatine avvenuta a Roma il 24 marzo 1944. 

Il citato nazista, dopo aver ammesso di non aver voluto avvertire nessuno della imminente strage che costò la vita a 335 persone, precisava: “se la cittadinanza di Roma avesse appreso che un eccidio stava per essere perpetrato nel suo territorio, nessuno avrebbe potuto prevedere l’intensità delle sue reazioni. I partigiani avrebbero potuto organizzare un attacco fulmineo. L’intera città avrebbe potuto insorgere. Per ragioni di sicurezza, le esecuzioni dovevano essere tenute segrete finché non erano state portate a termine”.

Ho voluto riportare dal libro in argomento queste fondamentali verità messe in evidenza dall’ autrice, perché l’ attentato di via Rasella – che secondo le sentenze giudiziarie deve essere definito un legittimo atto di guerra effettuato anche su sollecitazione degli Alleati, i quali non perdevano occasione per chiedere ai resistenti di non dare tregua, in tutti i modi, ai tedeschi supportati dai fascisti – è l’ atto di guerra guerreggiata preso in assoluto di mira per delegittimare la Resistenza in quanto tale, addossando la responsabilità della strage ai gappisti che l’ avevano ideata, organizzata ed eseguita.

Fin dal giorno dopo della strage, furono diffuse notizie false per colpevolizzare i partigiani, come quella che fosse stato chiesto che gli stessi si presentassero al Comando tedesco prima di uccidere 335 persone.

Addirittura che fossero stati affissi dei manifesti con tale richiesta. Manifesti che mai nessuno ha visto. Una falsificazione che è arrivata fino ai giorni nostri ed operando una plateale inversione delle responsabilità, nonostante il fatto che  le diverse sentenze giudiziarie abbiano chiarito in tutti gli aspetti la liceità del comportamento dei resistenti, come già ricordato.

L’ autrice del libro, in modo puntuale e rigoroso, smonta anche il cosiddetto “diritto di rappresaglia” di cui tanto pure si è parlato, spesso a sproposito, dimostrando in modo inoppugnabile l’ inconsistenza di questo presunto “diritto”.

“Processo alla Resistenza” è un libro che proprio in questi tempi va letto, studiato e diffuso, perché fa una straordinaria opera di chiarimento su cosa è stata la Resistenza: “aderire alle formazioni partigiane era stato, in fondo, un atto di disobbedienza radicale, suffragato giorno per giorno dalla scelta delle armi, inizialmente maturato in solitudine, nell’ intimo della propria coscienza, e solo in seguito – con l’ irrompere della guerra in casa – rinforzato dalla solidarietà di gruppo “.

Ma il libro è incentrato soprattutto su cosa accadde dopo l’ aprile 1945, vale a dire sull’ attività giudiziaria esercitata in ordine agli atti compiuti da partigiani sia durante sia dopo la guerra, che si dispiegò sostanzialmente fra il 1948, ossia l’ anno della sconfitta elettorale delle sinistre e dei disordini consecutivi all’ attentato a Togliatti e il 1953, ovvero l’ anno in cui una nuova amnistia veniva concessa “per i reati politici e i reati inerenti a fatti bellici, commessi da coloro che abbiano appartenuto a formazioni armate” fra l’ 8 settembre 1943 e il 18 giugno 1946. 

Stiamo parlando di una attività molto intensa, anche brutale e rozza, che coinvolse molte migliaia di ex partigiani. Già in quegli anni fu interpretata quale di fatto era: un generale “Processo alla Resistenza “.

La Resistenza è una imputata a vita, sempre messa in stato d’ accusa, non più giudiziariamente, ma nel discorso pubblico e politico.

Come è noto, nel giugno del 1946, veniva approvata “l’ amnistia Togliatti” gestita da magistrati rimasti sostanzialmente indenni dalle epurazioni, i quali si erano formati durante il ventennio ed erano transitati nella Repubblica. Questi togati, sfruttando delle indubbie ambiguità della amnistia, affrontavano con una sfacciata benevolenza i processi per crimini fascisti. Infatti, annullavano frequentemente in appello condanne emesse in primo grado utilizzando soprattutto la dicitura inserita nell’ amnistia che prevedeva il processo solo a carico di fascisti macchiatisi di “sevizie particolarmente efferate”. Voglio menzionare, a tal proposito solo un caso tra i tanti raccontati rigorosamente dalla scrittrice, e cioè quello di Rodolfo Graziani, condannato a 19 anni di carcere e rimesso in libertà quattro mesi dopo mediante piroette giuridiche al limite del surreale. 

Invece, gli ex partigiani venivano perseguiti con durezza, spesso estrema.

Venivano chiamati a rispondere di atti senza alcuna contestualizzazione in cui quegli atti venivano compiuti. Questo era reso possibile dal fatto che mancava una legislazione che prevedesse piena legittimità per azioni in un contesto di guerra irregolare come quella partigiana.

I fascisti poterono farsi scudo del codice di guerra, in quanto forze sedicenti regolari, essendo forza armata di uno Stato fantoccio al servizio della Germania nazista. In tribunale e in buona parte dell’ opinione pubblica i partigiani erano, e sono attualmente, considerati dei fuorilegge.

Questo “processo alla Resistenza ” trovava il suo apice nei primi anni del centrismo e dell’ inizio della Guerra fredda,  creando una stretta e falsa associazione tra Resistenza e comunismo.

A livello di opinione pubblica, solo negli anni Sessanta,  dopo la caduta del Governo Tambroni, veniva riaffermata in pieno il significato della Resistenza a cui parteciparono appartenenti a tutte le forze politiche antifasciste e tante/i senza alcun orientamento politico se non quello di conquistare la democrazia e la libertà ponendo fine al regime criminale nazifascista.

Ma la vulgata antiresistenziale è rimasta fino ai nostri giorni ed incarnata, purtroppo, anche da alti esponenti istituzionali. Ecco perché libri come quello della Prof.ssa Ponzani sono estremamente importanti, in quanto ristabiliscono le verità storiche e confutano notizie fabbricate ad arte per equiparare partigiani e repubblichini; ma i primi combattevano per restituire la dignità persa dal nostro Paese, i secondi combattevano a fianco della Germania nazista per instaurare un ordine barbarico e concentrazionario riportando l’ umanità in una epoca di tenebre assolute.

Vincenzo Vacca

Michela Ponzani insegna Storia contemporanea, nonché Storia delle fonti audiovisive e multimediali presso l’ Università di Roma Tor Vergara. Consulente dell’ Archivio storico del Senato della Repubblica, si è laureata con una tesi “Le Fosse Ardeatine dal massacro al mausoleo” che ha vinto la V edizione del Premio nazionale Pier Paolo D’ Attore. Saggista – ha pubblicato per Laterza e Einaudi – , conduce programmi di approfondimento  storico in televisione.