Intervista a Angelo Scuderi per “Prima di dirsi addio” (Castelvecchi, 2025), di Loredana Cefalo

Ho conosciuto il romanzo di Angelo Scuderi, “Prima di dirsi addio”, edito da Castelvecchi, per caso, su Instagram, imbattendomi nell’hashtag #cercandobea.
Con la curiosità che mi contraddistingue, sono andata a scavare e ho trovato un racconto forte, dove tutti i sentimenti sono sospesi. Beatrice e Leonardo, i protagonisti, sono due ragazzi giovani, che si incontrano per caso in una stazione siciliana, ma la loro età non trasmette la spensieratezza che meriterebbe, bensì una sofferenza non risolta che nel dipanarsi del romanzo è un crescendo continuo di esperienze attraverso gli anni che passano.
Mentre leggevo sono stata a tratti catturata dal tono lirico e quasi onirico di alcuni passaggi e a tratti stupita da uno stile narrativo all’imperfetto, un tempo che ricorda i verbali delle forze dell’ordine, che dal presente non si stacca mai né dal passato né dal vissuto traumatico dei due protagonisti, che si sfiorano e si allontanano come gli estremi di una molla.
Ho apprezzato il finale inaspettato, così ho voluto fare una chiacchierata virtuale con Angelo Scuderi, per approfondire le tecniche e le ispirazioni del suo romanzo d’esordio, non potendo essere presente alla sua prossima tappa del booktour, a Catania il 5 dicembre alla libreria Mondadori.

L’episodio iniziale dell’incontro in stazione con una ragazza di nome Bea è un fatto realmente accaduto. Quanto è stato difficile o naturale trasformare un ricordo personale in una narrazione romanzata?

“Io sono della scuola dei mentitori cretesi, l’antico paradosso che non permette soluzione tra verità e bugia. E’ stato naturale ritrovare in quell’incontro giovanile con Bea, una idea funzionale alla storia. Bea, di Verona, era nel 2016 in viaggio di maturità classica a Taormina e si stava spostando a Tindari. Il fatto di conoscersi alla stazione, già abbastanza romantico, l’emozione nascente, non aver considerato di chiederle alcun contatto, relegato com’ero nell’imbarazzo e nella trasognanza, e lei là sugli scalini dell’autobus, in attesa forse che io le chiedessi qualcosa, un numero almeno, dopo avermi invitato a raggiungerla il giorno seguente. Tutto questo era materiale da racconto a mio parere. Ed era il momento di cominciare a mentire, anche allo scopo di ritrovarla e ringraziarla per avermi tanto ispirato, con così poco o con così tanto.”

Il romanzo è scritto prevalentemente all’imperfetto, un tempo verbale che in italiano suggerisce un’azione incompiuta, un qualcosa che dura nel tempo come i traumi dei protagonisti. Perché questa scelta singolare della narrazione temporale?

“L’imperfetto è il tempo della continuità nel passato, è il tempo della ripetizione agentiva. I due protagonisti sono, per ragioni diverse, ossessivamente ricondotti nel loro passato. Ho scelto l’imperfetto – e ne faccio un uso che è davvero molto raro, se non un unicum – per dare il senso di questo reiterato tentativo di riportare il passato nel presente, per creare un ponte, appunto, di continuità, tra queste due istanze temporali, e riconsegnare anche il senso della ripetizione martellante degli eventi trascorsi nella mente dei due personaggi. Solo in un punto del romanzo – quattro righe – viene usato il remoto, a cui da siciliano sono tanto affezionato. La puntualità del remoto infatti sigla un distacco netto da ciò che è accaduto, lasciandolo indietro, dicendogli addio.”

Il lettore viene a volte portato a “chiarire il presente attraverso il passato” tramite salti e flashback. Quali difficoltà hai incontrato nel mantenere un equilibrio tra la necessità di svelare il vissuto dei protagonisti e quella di mantenere la tensione narrativa?

“Da studioso di filosofia e psicologia ho un rapporto viscerale con la temporalità e con i ricordi. La tragedia dello scrittore sta nell’immaginare avendo di fronte un nulla di oggettivo. E’ la stessa tragedia del rammemorante, tragedia in senso sublime, perché è anche motivo di elevazione spirituale. Nelle allucinazioni controllate del sogno ad occhi aperti, che definisco, citando Bachelard, trasognanza, ritrovo il senso ultimo della letteratura. La tensione narrativa diventa una tensione delle tre dimensioni temporali in relazione alla distensione dell’anima. Mantenerle insieme è la funzione principale dell’anima, o dell’encefalo, per dirla con una terminologia più attuale. Materia e Memoria di Bergson è stata una lettura fondamentale durante la scrittura. Bisogna perdersi nei meandri oscuri del disvelamento dei ricordi, come accade ai personaggi.”

​Il segreto rivelato nelle ultime pagine conferisce una nuova chiave di lettura di tutto il romanzo: si passa dal destino al senso di colpa. Perché la scelta di collegare un amore tormentato a un ricordo così labile e sfumato come quello infantile?

“Non conosciamo l’origine del nostro turbamento, è una ricerca impossibile, difficile darne una maternità unitaria. Rileggere il momento del primo incontro tra Bea e Leo in stazione alla luce del finale è spiazzante, dà un senso nuovo alla storia, il senso del destino, dello scontro tra reminiscenza (Bea) e oblio (Leo). Ho voluto lasciare il lettore libero di interpretare il finale e di scandagliare il senso dalle azioni. Fa parte del mio approccio comportamentista, solo attraverso l’analisi del comportamento possiamo inferire significati e stati mentali delle persone, così dei personaggi. Cosa succede davvero? Cosa è ricordo e memoria e trauma? La cosa più straordinaria dei ricordi è che a volte sono veri. E’ nell’infanzia che bisogna ricercare l’origine del vero e del costruito.”

​”Non esiste lezione così atroce che un uomo non possa mai dimenticare.” E una frase che ricorre e che sembra essere smentita dalla condanna di Beatrice a ricordare tutto e per sempre. Quale lavoro di ricerca nella mente umana hai dovuto compiere per descrivere una differenza così pregnante fra chi ricorda tutto e chi tende a dimenticare?

“Hai colto perfettamente il senso tragico della storia. La narrazione si ispira alla tradizione della tragedia greca che respiro quotidianamente abitando a Siracusa. Avevo in mente di scrivere una storia che trattasse il tema della memoria e riflettevo sulla mia difficoltà nel rammemorare gli eventi della mia infanzia, laddove invece mia sorella riesce a ricordare tutto nei minimi dettagli. Da questo scontro di contrari nasce la tragedia, come in Antigone il fulcro è lo scontro tra legge positiva dello stato e massima morale individuale, così in Prima di dirsi addio rinveniamo l’idea forte dello scontro tra memoria e oblio. Sono Gian e Bea a pronunciare questa frase in momenti diversi, loro sono consapevoli, Leo, invece, crede di ricordare, ma crede, appunto.

“Prima di dirsi addio” è il tuo romanzo d’esordio. C’è già in cantiere un nuovo progetto letterario e, in caso affermativo, manterrai un’impronta legata all’introspezione e alla relazione o esplorerai generi diversi?

“Ho in cuore almeno due romanzi. Il primo, più metaletterario, ha l’intenzione di seguire le orme posate in nuce da Prima di dirsi addio, e di scandagliare il rapporto tra scrittura e memoria, tematica platonica sicuramente. L’altro è sorprendente, perché, immagino, che per le prime cento pagine segua la corrente intimista dalla mia scrittura, ma si riveli essere altro, chissà, forse anche un giallo o un romanzo politico o un distopico. Vorrei anche pubblicare i miei racconti, tutte finzioni della provincia di Messina.”

Questo romanzo è la tua soluzione per ritrovare una persona che ti è piaciuta per un attimo, ma che potrebbe rivelarsi più o meno interessante della donna narrata nel tuo libro. Accetti il rischio di incontrarla atraverso l’hashtag #cercandobea e rimanerne o tremendamente deluso o profondamente colpito?

“Dovremmo tutti promettere senza mantenere mai” viene detto nel romanzo. Sono sicuro che Bea è una persona straordinaria, mi sbaglio raramente. Come tutte le persone straordinarie deve poter deludere per essere reale. Storicamente, posso dirti che sono più deludente io, non ho alte aspettative, le chiedo quindi di non averne, nemmeno lei. #cercandobea è di tutti d’altra parte, tutti ricerchiamo qualcosa di perduto, Bea per me è metafora di tante cose, Prima di dirsi addio è questa ricerca.

Loredana Cefalo*

* Mi chiamo Loredana Cefalo, classe 1975, vivo a Cagliari, ma sono Irpina di origine e per metà ho il sangue della Costiera Amalfitana. Da cinque anni tengo una rubrica di chiacchiere a tema vario su Instagram, in cui intervisto persone che hanno voglia di raccontare la loro storia. 

Sono stata una professionista della comunicazione, dell’organizzazione di eventi e della produzione televisiva, settori in  cui ho un solido background. Mi sono laureata in Giurisprudenza e ho un Master in Pubbliche Relazioni.

Ho accumulato una lunga esperienza lavorando per aziende come Radio Capital, FOX International Channels, ANSA e Gruppo IP, ricoprendo ruoli significativi nel settore della comunicazione e dei media, fino a quando non ho scelto di fare la madre a tempo pieno dei miei tre figli Edoardo, Elisabetta e Margaret.

In un passato recente ho anche giocato a fare la  foodblogger e content creator, con un blog personale dedicato alla cucina, una delle mie grandi passioni, insieme all’arte pittorica e la musica rock.

L’amore per la scrittura, nato in adolescenza, mi ha portata a scrivere il mio primo romanzo, “Il mio spicchio di cielo” pubblicato il 16 gennaio 2025 da Bookabook Editore e distribuito da Messaggerie Libri. Il romanzo è frutto di un momento di trasformazione e di crescita. La storia è presa da una esperienza reale vissuta indirettamente e ricollocata nel passato per fini narrativi e per gusto personale. Ho abitato in molti luoghi e visitato con passione l’Europa e le ambientazioni del romanzo sono frutto dell’amore che provo nei confronti delle città in cui è collocato. Dal mese di giugno scorso curo il podcast del Randagio “Capitolo Zero”.

Intervista a Remo Rapino per “La scortanza” (Minimum Fax, 2025) – Capitolo Zero: Ep.6 del videopodcast a cura di Loredana Cefalo

Ep.6 Remo Rapino, autore de “La scortanza” (Minimum Fax, 2025).

Il romanzo “La scortanza” di Remo Rapino, pubblicato da Minimum Fax, si inserisce nell’epopea letteraria degli “sfasulati” (i marginali) cari all’autore, aggiungendo un tassello fondamentale al mosaico di esistenze narrate precedentemente in opere come Vita, morte e miracoli di Bonfiglio Liborio, vincitore del premio Campiello 2020. 

Attraverso la voce unica del protagonista, Rosinello Capobianco, l’autore dispiega un flusso di coscienza sulla memoria e la ricerca del senso della vita, come esorcismo alla dimenticanza, all’oblio, alla “scortanza”. 

​Rosinello, seduto sulla solita panchina della solita piazza del paese, conta le mattonelle sconnesse “a tre a tre”, come, secondo lui, andrebbero annoverati i ricordi, e ci introduce in un universo fatto in parte di memoria e in parte di immaginazione e sogni mai realizzati. 

​Questa incessante rievocazione di ciò che è stata la sua vita, non è solo nostalgia, ma un’azione vitale per contrastare la dimenticanza, l’aria pesante del declino, l’avvicinarsi della fine e il senso di impotenza che ne deriva. L’immersione del lettore in questo flusso è totalizzante e trasmette non soltanto il disagio della vita ai margini, ma la straziante consapevolezza che dopo la morte inevitabile, si cadrà nel buco del dimenticatoio. 

​Uno dei vari fili rossi del romamzo è il tema del nome e il potere che esso esercita sulla vita delle persone. Il protagonista stesso è afflitto dal suo nome, Rosinello, un appellativo che sente come un peso, quasi un destino segnato. 

Nel racconto il ruolo del destino è centrale, con un paragone fortissimo della fortuna o sventura con il biglietto pescato a caso dal pappagallo del circo. Il biglietto sventurato diventa un’etichetta perenne a cui l’uomo si assuefà senza poter controvertire il suo futuro, con arrendevolezza, affrotando dolore e sacrificio. 

Nonostante il senso di estrema solitudine e il rimpianto di non aver potuto costruire una famiglia, per cui il protagonista incolpa soprattutto il suo biglietto sventurato, Rosinello non è propriamente solo, ma ha un forte legame con la comunità che lo circonda: il paese, ingombrante, invadente, che costruisce un’identità di nomignoli e soprannomi che superano l’anagrafe e montano un’impalcatura di rapporti e legami potenti e onnipresenti.  

La forza del romanzo risiede nel suo linguaggio poetico e gergale, la vera marca stilistica di Rapino. L’autore crea un impasto linguistico unico, che mescola il dialetto abruzzese con un italiano sgrammaticato e desueto, rendendo la voce di Rosinello autentica e commovente. 

​La struttura del racconto è fluida, con pochi segni di interpunzione, a simulare il flusso ininterrotto della mente. Questa necessità narrativa è l’espediente attraverso il quale si restituisce dignità e voce a chi è stato derubato della memoria e della parola. Con La scortanza Rapino aggiunge un altro capitolo all’epopea degli ultimi, dimostrando come, anche dal margine della società, si possa rileggere e dare senso all’esistenza. 

​Un romanzo sulla resilienza della memoria contro l’oblio, un canto che è al tempo stesso dolcissimo e doloroso, e che, attraverso la filosofia spicciola di Rosinello, promette che finché si ricorda, la vita non è del tutto finita. 

Loredana Cefalo*

* Mi chiamo Loredana Cefalo, classe 1975, vivo a Cagliari, ma sono Irpina di origine e per metà ho il sangue della Costiera Amalfitana. Adoro le colline, il profumo della pioggia, l’odore di castagne e camino, che mi porto dentro come parte del mio DNA.

Ho una grande curiosità per la tecnologia, infatti da cinque anni tengo una rubrica di chiacchiere a tema vario su Instagram, in cui intervisto persone che hanno voglia di raccontare la loro storia. 

Sono stata una professionista della comunicazione, dell’organizzazione di eventi e della produzione televisiva, settori in  cui ho un solido background. Mi sono laureata in Giurisprudenza e ho un Master in Pubbliche Relazioni.

Ho accumulato una lunga esperienza lavorando per aziende come Radio Capital, FOX International Channels, ANSA e Gruppo IP, ricoprendo ruoli significativi nel settore della comunicazione e dei media, fino a quando non ho scelto di fare la madre a tempo pieno dei miei tre figli Edoardo, Elisabetta e Margaret.

In un passato recente ho anche giocato a fare la  foodblogger e content creator, con un blog personale dedicato alla cucina, una delle mie grandi passioni, insieme all’arte pittorica e la musica rock.

L’amore per la scrittura, nato in adolescenza, mi ha portata a scrivere il mio primo romanzo, “Il mio spicchio di cielo” pubblicato il 16 gennaio 2025 da Bookabook Editore e distribuito da Messaggerie Libri. Il romanzo è frutto di un momento di trasformazione e di crescita. La storia è presa da una esperienza reale vissuta indirettamente e ricollocata nel passato per fini narrativi e per gusto personale. Ho abitato in molti luoghi e visitato con passione l’Europa e le ambientazioni del romanzo sono frutto dell’amore che provo nei confronti delle città in cui è collocato.

Intervista a Carola Susani per “Il dio delle genti” (Minimum Fax, 2025) – Capitolo Zero: Ep.5 del videopodcast a cura di Loredana Cefalo

Ep.5 Carola Susani, autrice di “Il dio delle genti” (Minimum Fax, 2025).

“Il dio delle genti” di Carola Susani si presenta come l’ultimo episodio di una trilogia che attraversa la storia italiana dagli anni ’50 ai giorni nostri. L’autrice tesse una trama dove la narrazione storica si fonde con una dimensione onirica, che sfiora il surreale. 

Al centro di questo racconto c’è la figura enigmatica di Italo Orlando, un personaggio quasi spettrale, la cui esistenza sembra oscillare tra realtà e allucinazione collettiva. Italo non è un semplice protagonista, ma una sorta di amuleto, un’entità che catalizza fortuna o sfortuna, agendo non attraverso la parola, ma attraverso i ricordi e le visioni della voce narrante. 

​Il romanzo è raccontato da Piera, una ragazza perseguitata dal senso di colpa per la morte del fratello e dei suoi amici, a causa del crollo di una palestra. La sua ricerca della verità funge da filo conduttore, aprendo un “vaso di Pandora” di segreti, illegalità e tradimenti che si sono infiltrati nelle vite dei personaggi e che, con il tempo, sono stati normalizzati a tal punto da essere considerati “parte del paesaggio”. 

​Uno degli aspetti più notevoli e disturbanti del libro è il modo in cui l’autrice affronta una relazione simil- amorosa tra la protagonista ancora diciassettenne e Ignazio, un amico cinquantenne del padre, coinvolto nella vicenda di cronaca. La relazione è descritta come un misto di curiosità sessuale e di vendetta contro i genitori che sembrano accettare tacitamente questa relazione, come se fosse una conseguenza naturale del trauma subito da Piera. Questo atteggiamento di arrendevolezza e disattenzione da parte degli adulti, che sembrano più preoccupati per le loro cause legali e le loro responsabilità che per la salute mentale della ragazza, solleva un’importante riflessione sulla negligenza emotiva, tematica cara all’autrice che non manca, nella sua lunga carriera, di racconti incentrati sull’infanzia e l’adolescenza disagiate e abbandonate. 

​Lo stile di Carola Susani è un notevole punto di forza del libro. Il suo linguaggio è impeccabile e descrive con precisione i luoghi e le condizioni di vita dei personaggi. Il lessico informale contribuisce a rendere i dialoghi autentici e vividi, riflettendo accuratamente il contesto sociale e culturale. 

​Il tono del libro oscilla tra il drammatico e il nostalgico, a volte con una voce narrante che si mostra distaccata, quasi estranea agli eventi che racconta, la cui voce trasla fra i ricordi e le testimonianze degli altri personaggi, che fanno come da ponte di verità ed emozioni. Questo espediente narrativo, in cui Piera sembra realizzare veramente la sua storia solo attraverso il racconto di terzi, crea una distanza che rende la narrazione ancora più efficace. 

​Il dio delle genti, pur trattando argomenti crudi e complessi, lascia il lettore con degli interrogativi aperti e inquietanti: è possibile che la sofferenza di un’adolescente possa essere così ignorata fino a quando non si manifestano segni evidenti di un grave disagio? E ancora, è possibile che la verità scomoda e il dolore passano volontariamente in secondo piano, rendendo la tragedia un’altra sfumatura di un paesaggio già desolante? 
Al lettore l’ardua risposta. A quello stesso lettore che, secondo la Susani, va stuzzicato e spronato a riflettere senza essere accompagnato per mano, affinché il libro gli lasci una scia disturbante e luccicante.

Loredana Cefalo*

* Mi chiamo Loredana Cefalo, classe 1975, vivo a Cagliari, ma sono Irpina di origine e per metà ho il sangue della Costiera Amalfitana. Adoro le colline, il profumo della pioggia, l’odore di castagne e camino, che mi porto dentro come parte del mio DNA.

Ho una grande curiosità per la tecnologia, infatti da cinque anni tengo una rubrica di chiacchiere a tema vario su Instagram, in cui intervisto persone che hanno voglia di raccontare la loro storia. 

Sono stata una professionista della comunicazione, dell’organizzazione di eventi e della produzione televisiva, settori in  cui ho un solido background. Mi sono laureata in Giurisprudenza e ho un Master in Pubbliche Relazioni.

Ho accumulato una lunga esperienza lavorando per aziende come Radio Capital, FOX International Channels, ANSA e Gruppo IP, ricoprendo ruoli significativi nel settore della comunicazione e dei media, fino a quando non ho scelto di fare la madre a tempo pieno dei miei tre figli Edoardo, Elisabetta e Margaret.

In un passato recente ho anche giocato a fare la  foodblogger e content creator, con un blog personale dedicato alla cucina, una delle mie grandi passioni, insieme all’arte pittorica e la musica rock.

L’amore per la scrittura, nato in adolescenza, mi ha portata a scrivere il mio primo romanzo, “Il mio spicchio di cielo” pubblicato il 16 gennaio 2025 da Bookabook Editore e distribuito da Messaggerie Libri. Il romanzo è frutto di un momento di trasformazione e di crescita. La storia è presa da una esperienza reale vissuta indirettamente e ricollocata nel passato per fini narrativi e per gusto personale. Ho abitato in molti luoghi e visitato con passione l’Europa e le ambientazioni del romanzo sono frutto dell’amore che provo nei confronti delle città in cui è collocato.

Intervista a Valerio Aiolli per “Portofino blues” (Voland, 2025) – Capitolo Zero: Ep.4 del videopodcast a cura di Loredana Cefalo

Ep.4 Valerio Aiolli, autore di “Portofino blues” (Voland, 2025).

La lettura di “Portofino Blues” di Valerio Aiolli è un’immersione profonda e inquietante nel mondo dorato e marcio delle élite italiane tra la fine degli anni ’80 e l’inizio degli anni 2000.

Il libro, che fonde cronaca e finzione, si serve del mistero della scomparsa della contessa Francesca Vacca Agusta per tracciare un ritratto impietoso di una società in disfacimento.

​L’autore sceglie una struttura narrativa complessa e non lineare, un mosaico di voci, testimonianze, articoli di giornale, frammenti e dettagli delle giornate della contessa e di chi le ruotava attorno e pensieri intimi dei personaggi che sfociano nella fiction.

Questa tecnica frammentaria non solo tiene alta la tensione, ma serve anche a svelare, strato dopo strato, un mondo fatto di apparenze, dove il lusso ostentato nasconde un vuoto interiore e una profonda solitudine.

Il tono a volte distaccato e a volte immersivo, ci porta dentro ad ogni capitolo, con un gioco di luci sui fatti di cronaca narrati e sui risvolti delle indagini, alternati alle ombre della vita e dei ricordi degli attori principali della vicenda.

“Fuori” e “Dentro” sono i distinguo che accompagnano il lettore facendogli comprendere dove inizia la fiction e finisce la realtà. Una efficace espediente narrativo in cui si succedono stile da reportage e flusso di coscienza.

Il variare temporale tra il “prima” e il “dopo” la tragica scomparsa della contessa crea un’atmosfera sospesa,  in cui Portofino stessa diventa un personaggio, un luogo “blues”, di sofferenza, di lamento e solitudine che riflette l’ambiguità dei suoi abitanti.

​Al centro del romanzo non c’è solo il “caso” Vacca Agusta, ma una critica sociale tagliente. Aiolli lega la vicenda personale della contessa a eventi storici come Tangentopoli, puntando il faro sul legame indissolubile tra potere, denaro e corruzione. Il libro svela come il mondo del “jet set” sia spesso un’illusione, un circolo vizioso di arrivismo e dipendenze, dove la ricchezza non è quasi mai genuina, ma una contaminazione dovuta alla vicinanza a “supernova altolocate.”

​Le figure femminili sono descritte in modo particolare: non sono semplici vittime, ma “tigri servili a comando,” donne che usano la loro bellezza e il loro fascino come armi per sopravvivere e scalare posizioni sociali.  Un tipo di femminilità che suscita negli uomini paura, spingendoli a comportamenti violenti per mantenere una imposta immagine “maschia.”

​Oltre al ritratto sociale, il romanzo si spinge nella quotidianità dei personaggi. La ricostruzione degli ultimi momenti e pensieri della contessa, nei capitoli finali, è particolarmente toccante.

Emergono i temi della paura di invecchiare, come sintomo della non accettazione della morte. L’autore ci invita anche ad una analisi profonda su quanto la ricerca disperata dell’eterna giovinezza e di un’immagine perfetta sia un’altra metafora del vuoto di un’epoca che ha fatto della superficialità il suo credo.

​Come va a finire la vicenda? Il libro lascia al lettore la scelta fra il credere all’ipotesi del suicidio della protagonista o alla congiura di interessi omicida. Ci si schiera per l’una o l’altra possibilità durante il percorso di lettura, ma il mistero non è svelato.
Resta a voi, accomodarvi sul divano e immaginare, attraverso le pagine, com’è andata davvero. Come in una docu-fiction letteraria, dove è la nostra personale sensibilità rispetto ai fatti narrati a fare da guida.

Loredana Cefalo*

* Mi chiamo Loredana Cefalo, classe 1975, vivo a Cagliari, ma sono Irpina di origine e per metà ho il sangue della Costiera Amalfitana. Adoro le colline, il profumo della pioggia, l’odore di castagne e camino, che mi porto dentro come parte del mio DNA.

Ho una grande curiosità per la tecnologia, infatti da cinque anni tengo una rubrica di chiacchiere a tema vario su Instagram, in cui intervisto persone che hanno voglia di raccontare la loro storia. 

Sono stata una professionista della comunicazione, dell’organizzazione di eventi e della produzione televisiva, settori in  cui ho un solido background. Mi sono laureata in Giurisprudenza e ho un Master in Pubbliche Relazioni.

Ho accumulato una lunga esperienza lavorando per aziende come Radio Capital, FOX International Channels, ANSA e Gruppo IP, ricoprendo ruoli significativi nel settore della comunicazione e dei media, fino a quando non ho scelto di fare la madre a tempo pieno dei miei tre figli Edoardo, Elisabetta e Margaret.

In un passato recente ho anche giocato a fare la  foodblogger e content creator, con un blog personale dedicato alla cucina, una delle mie grandi passioni, insieme all’arte pittorica e la musica rock.

L’amore per la scrittura, nato in adolescenza, mi ha portata a scrivere il mio primo romanzo, “Il mio spicchio di cielo” pubblicato il 16 gennaio 2025 da Bookabook Editore e distribuito da Messaggerie Libri. Il romanzo è frutto di un momento di trasformazione e di crescita. La storia è presa da una esperienza reale vissuta indirettamente e ricollocata nel passato per fini narrativi e per gusto personale. Ho abitato in molti luoghi e visitato con passione l’Europa e le ambientazioni del romanzo sono frutto dell’amore che provo nei confronti delle città in cui è collocato.

Intervista a Michele Ruol per “Inventario di quel che resta dopo che la finestra brucia” (Terrarossa, 2024) – Capitolo Zero: Ep.3 del videopodcast a cura di Loredana Cefalo

Ep.3 Michele Ruol, autore di “Inventario di quel che resta dopo che la foresta brucia” (Terrarossa, 2024).

Ci si può davvero anestetizzare a vita dopo un grande dolore? È possibile raggiungere un distacco tale da osservare la sofferenza senza esserne travolti? Questi interrogativi esistenziali risuonano come un’eco persistente nella narrazione di “Inventario di quel che resta dopo che la foresta brucia”, il caso editoriale che ha saputo conquistare critica e lettori.

L’opera di Michele Ruol, un oggetto letterario sperimentale e sfuggente, sfida le convenzioni del romanzo tradizionale. Qui non troverete la canonica struttura del “viaggio dell’eroe”, né dialoghi espliciti o l’applicazione pedissequa del “show, don’t tell”. Ruol ci guida in un’esplorazione che nega il lieto fine, pur lasciando uno spiraglio di speranza, immergendoci in un’atmosfera di profonda riflessione sulla natura della perdita.

Il libro è un lento stillicidio di sofferenza, veicolata non attraverso l’azione, ma tramite gli oggetti, i relitti di una normalità perduta.

La storia di una famiglia borghese, con le sue ordinarie frizioni coniugali e le banali ribellioni adolescenziali, viene improvvisamente oscurata da un evento traumatico. Un’ombra cala su tutto, annientando ogni apparenza di serenità e lasciando dietro di sé solo frammenti, che il tempo, pur lenendo le ferite, non può che trasformare in una cicatrice indelebile.
È proprio attraverso questi resti che l’autore intesse il suo inventario della memoria, dimostrando che la normalità è, in fondo, un’illusione precaria.

Nella nostra recente intervista per Capitolo Zero, Ruol, un professionista diviso tra la medicina, la scrittura teatrale e la narrativa, offre uno sguardo intimo sul suo processo creativo.

Egli ci svela come le sue esperienze professionali e artistiche si siano contaminate per dare vita a questo libro, celebrato dalla critica e onorato dal Premio Strega, con l’ingresso in cinquina.

Un delicato passaparola ha investito questo esordio letterario, portando alla luce un libro in cui la lungimirante casa editrice, Terra Rossa Edizioni, ha fortemente creduto.

Durante la nostra chiacchierata, l’autore riflette sul suo stupore e la sua gratitudine per il successo inatteso, accennando anche alla “magia” del centesimo capitolo, un elemento che ha coinvolto molti lettori in una partecipazione attiva.

L’intervista lascia in sospeso una domanda cruciale: dove si trovano la foresta e le fiamme menzionate nel titolo? Questo mistero, che noi Randagi vi sfidiamo a svelare come un viaggio di scoperta tra le pagine del libro, promette non solo un piccolo giallo, ma un’opportunità per scrivere il proprio finale.

Loredana Cefalo*

* Mi chiamo Loredana Cefalo, classe 1975, vivo a Cagliari, ma sono Irpina di origine e per metà ho il sangue della Costiera Amalfitana. Adoro le colline, il profumo della pioggia, l’odore di castagne e camino, che mi porto dentro come parte del mio DNA.

Ho una grande curiosità per la tecnologia, infatti da cinque anni tengo una rubrica di chiacchiere a tema vario su Instagram, in cui intervisto persone che hanno voglia di raccontare la loro storia. 

Sono stata una professionista della comunicazione, dell’organizzazione di eventi e della produzione televisiva, settori in  cui ho un solido background. Mi sono laureata in Giurisprudenza e ho un Master in Pubbliche Relazioni.

Ho accumulato una lunga esperienza lavorando per aziende come Radio Capital, FOX International Channels, ANSA e Gruppo IP, ricoprendo ruoli significativi nel settore della comunicazione e dei media, fino a quando non ho scelto di fare la madre a tempo pieno dei miei tre figli Edoardo, Elisabetta e Margaret.

In un passato recente ho anche giocato a fare la  foodblogger e content creator, con un blog personale dedicato alla cucina, una delle mie grandi passioni, insieme all’arte pittorica e la musica rock.

L’amore per la scrittura, nato in adolescenza, mi ha portata a scrivere il mio primo romanzo, “Il mio spicchio di cielo” pubblicato il 16 gennaio 2025 da Bookabook Editore e distribuito da Messaggerie Libri. Il romanzo è frutto di un momento di trasformazione e di crescita. La storia è presa da una esperienza reale vissuta indirettamente e ricollocata nel passato per fini narrativi e per gusto personale. Ho abitato in molti luoghi e visitato con passione l’Europa e le ambientazioni del romanzo sono frutto dell’amore che provo nei confronti delle città in cui è collocato.