Emmanuel Carrère: “Limonov” (Adelphi, 2012, trad. Francesco Bergamasco), di Dino Montanino

Vita indecifrabile di un eroe scomodo

“Sì, ho deciso di schierarmi con il male, con i giornali da strapazzo, con i volantini ciclostilati, con i movimenti e i partiti che non hanno nessuna possibilità di farcela. Nessuna. Mi piacciono i comizi frequentati da quattro gatti, la musica cacofonica di musicisti senza talento… Odio le orchestre sinfoniche e il balletto. Se prendessi il potere, taglierei la gola a tutti i violinisti e i violoncellisti”.

Chi afferma questi principi estremi, disperati, a tratti deliranti è Eduard Veniaminovič Savenko, in arte Limonov. Emmanuel Carrère, in un libro pubblicato in Francia nel 2011 da P.O.I. Èditeur e in Italia nel 2012 da Adelphi, ci racconta la vita avventurosa di un uomo nato in Ucraina nel 1943, che ha vissuto a Mosca tra il 1967 e il 1974, a New York fino al 1980, a Parigi fino al 1989. Torna a Mosca alla fine degli anni ’80 e poi, tra il 1991 e 1992, combatte nella ex Jugoslavia al fianco delle milizie serbe. Combatte a Sarajevo. Poi ritorna in Russia, fonda il partito nazionalbolscevico contro Putin e organizza un campo militare in Altaij, ai confini con il Kazakistan. Viene arrestato, scarcerato e vive gli ultimi anni a Mosca fino alla morte nel 2020 a settantasette anni. 

Chi è Limonov? Dopo aver letto il libro di Carrère non so dare una risposta e vi assicuro che non esagero: l’uomo di cui ci viene raccontata la storia è un personaggio difficile da definire e inquadrare secondo gli schemi di giudizio a cui siamo abituati. Posso solo dire che si fa fatica ad amarlo e che è difficile comprendere e condividere molte delle sue scelte. Se volessimo ridurre tutto a una formula schematica potremmo ripetere le parole del collega di Carrère, direttore di una rivista di attualità, che quando gli viene proposto un articolo su Limonov, risponde: «Ma Limonov è un farabutto di mezza tacca». Carrère replica che bisogna verificare. Dalla verifica invece di un semplice articolo viene fuori un libro. Una biografia? Un romanzo? Un’inchiesta? Sicuramente un libro straordinario e irritante al tempo stesso che ci scaraventa in un universo ricco di suggestioni. Uno di quei libri che ti catturano proprio per il loro carattere spigoloso, scomodo. Un mondo, quello di Limonov, nel quale è impossibile orientarsi. È una sensazione strana quella che si prova; spesso ti senti a disagio quando leggi alcuni passaggi della vita del protagonista. Eppure, nonostante si faccia fatica ad accomodarsi nei diversi capitoli della sua storia, non si ha nessuna voglia di abbandonare la lettura. Più si va avanti, pagina dopo pagina, più sembra evidente che l’esistenza confusa del protagonista non può non essere raccontata. La storia di questo antieroe del nostro del nostro tempo è una storia necessaria. La vita di Limonov sembra inventata, volutamente costruita e pianificata per gettarci in uno stato confusionale. Ma quella di Eduard Veniaminovič Savenko detto Limonov è una vita vera: la vita di un russo nato in Ucraina che attraversa la storia del suo paese dal dopoguerra fino quasi ai nostri giorni. Una vita che ci sbatte in faccia una moltitudine di domande senza risposta, una congerie di dubbi che rischiano di incrinare molte delle nostre convinzioni, di intaccare tutti i paradigmi su cui ci siamo adagiati. Chi di noi non ha pensato che con la caduta dell’URSS il mondo avrebbe intrapreso un cammino radioso verso la giustizia e la libertà? Poi leggiamo il libro di Carrère e scopriamo che i russi, dopo tanti anni, hanno ancora bisogno di sentirsi dire da Putin che nessuno ha il diritto di affermare che settant’anni della vita dei loro genitori e dei loro nonni, che ciò in cui hanno creduto, per cui hanno lottato è stato tutto un tragico errore. Che il comunismo è stato qualcosa di grande, di eroico, di bello; qualcosa che credeva nell’uomo e gli dava fiducia.  E anche Limonov la pensa come Putin, anche lui condivide l’idea che i russi non devono in nessun modo rinnegare il loro passato. La pensa come Putin ma dedica l’ultima stagione della sua vita a combatterlo strenuamente senza, peraltro, raggiungere alcun risultato. Carrère arriva ad affermare che se si esamina la vita di Putin si ha “l’inquietante sensazione di trovarsi davanti a un doppio di Eduard (Limonov)”. Se Limonov si trovasse al posto di Putin, “certamente direbbe e farebbe tutto quello che Putin dice e fa. Ma Limonov non è al posto di Putin, e non gli resta che occupare quello, così incongruo per lui, di oppositore virtuoso, difensore di valori in cui non crede (democrazia, diritti umani e stronzate del genere) al fianco di persone oneste che incarnano tutto quello che lui ha sempre disprezzato”. Un eroe velleitario che non può essere Putin perché, per utilizzare un’espressione abusata e talvolta insopportabile, Eduard non è un “vincente”. Per sua volontà decide di stare sempre dalla parte di chi perde pur conservando una vocazione superomistica lontana da qualunque tentazione umanitaria. Il suo desiderio di restare solo a combattere un nemico sempre più invincibile che, in cuor suo, vorrebbe emulare, lo porta a prese di posizioni estreme e volutamente scorrette e indifendibili. La sua esistenza, sostiene Carrère, è una miscela di “disprezzo e invidia” che lo rende antipatico e poco incline alla vita sociale e, probabilmente, anche l’opposizione a Putin è segnata da una marcata frustrazione; la frustrazione di chi voleva arrivare dove è arrivato il suo nemico e non ci è riuscito. Lo dimostra tutta la vita di Limonov che, tra infinite contraddizioni, ha un unico scopo: il successo personale che cerca con ostinata disperazione impegolandosi in un’infinità di imprese velleitarie o facendo di tutto per distinguersi dal mondo che lo circonda. 

Da giovane, in Ucraina, scopre che la sua matura amante è ebrea. Immediatamente prova insofferenza e ostilità nei confronti dell’antisemitismo che pervade il contesto sociale in cui vive. Come ci spiega Carrère, a Limonov si possono imputare le peggiori aberrazioni ma non quella di essere antisemita. Il fatto è che la sua distanza dall’antisemitismo non ha nulla a che fare con la dirittura morale o la coscienza storica. Limonov non tollera l’antisemitismo per mero snobismo, per il suo desiderio di distinguersi a tutti i costi. “Che il russo e più ancora l’ucraino della strada siano notoriamente antisemiti è per lui il miglior motivo per non esserlo. Diffidare degli ebrei è una cosa da zotici con i paraocchi”. E la sua amante ebrea assume, ai suoi e nel suo delirante immaginario, le sembianze di una principessa orientale capace di tirarlo fuori dalla condizione misera in cui era destinato a vivere.

A New York, dopo infinite disavventure, si trova a fare il domestico di un miliardario; di fronte all’incommensurabile ricchezza del suo datore di lavoro, non può fare a meno di chiedersi: “Perché lui e non io?”. E in poco tempo riesce a convincersi che non è quello il suo posto, che lui è destinato a condurre una vita di violenza, l’unica strada possibile verso la rivoluzione. Ma quale rivoluzione? Sogna di “unirsi ai palestinesi o di raggiungere Gheddafi – di cui ha incollato con lo scotch la fotografia sopra il letto, accanto a quella di Charles Mason…”. Pensa che non avrebbe paura di morire; quello che gli dispiacerebbe è morire da sconosciuto. Immagina la prima pagina del «New York Times» che riporta la notizia di lui ucciso da una raffica di Uzi a Beirut. Tutti quelli che lo conoscono direbbero: “Questo è un uomo che ha vissuto veramente”. Morire così varrebbe la pena, non da milite ignoto.  

All’inizio degli anni ’80 si trasferisce a Parigi dove, per la prima volta, incontra Carrère. A Parigi Limonov diventa famoso. Un editore francese ha pubblicato i suoi libri e lui è diventato “una piccola star”. Gli ambienti dei giovani alla moda si innamorano “della sua goffaggine, del suo francese zoppicante e dei suoi discorsi tranquillamente provocatori. Battute crudeli su Solženicyn, brindisi a Stalin: proprio quello che si aveva voglia di sentire in un periodo e in un ambiente che, dopo avere sepolto contemporaneamente la passione politica e le scemenze da fricchettoni, adorava il cinismo, il disincanto, l’algida frivolezza”

A metà degli anni ’80 viene invitato a Budapest, a un convegno internazionale di scrittori. Tra gli altri ci sono la scrittrice sudafricana Nadine Gordimer, che nel 1991 vincerà il premio Nobel, e Alain Robbe Grillet. “Dopo un lugubre dibattito con alcuni scrittori ungheresi, uno degli organizzatori ha manifestato il proprio compiacimento per il fatto di ospitare intellettuali tanto prestigiosi. A quel punto Eduard ha dichiarato di non essere un intellettuale ma un proletario, e un proletario diffidente, né progressista né sindacalizzato, un proletario che sa che ai proprietari tocca sempre la parte dei cornuti”. Di fronte alla meraviglia dei presenti, Eduard rincara la dose. Spiega che, poiché era stato operaio, disprezza gli operai. Poiché era stato povero, disprezza i poveri e non dà loro nemmeno un centesimo. La giornata si conclude al bar dell’albergo dove Eduard dà un pugno in faccia a uno scrittore inglese che parla male dell’URSS. Alcuni presenti intervengono per separarli ma, invece di lasciar perdere, Limonov comincia a tirare pugni come un forsennato scatenando il caos. Nadine Gordimer viene colpita da uno sgabello… .

Quando sale al potere Gorbaciov Eduard non è contento. La popolarità del nuovo leader gli dà fastidio. A tutti quelli che mostrano entusiasmo per il nuovo corso risponde che “il capo dell’Unione Sovietica non deve piacere a quegli stronzetti di giornalisti occidentali, deve fargli paura”. Eduard non sopporta “la glasnost’, né che il potere recitasse il mea culpa, che per riuscire gradito all’Occidente abbandonasse i territori conquistati con il sangue di venti milioni di russi”. Vuole a tutti i costi distinguersi dalla massa. È un bisogno incontrollabile, una malattia da cui non riesce a guarire.  

A Parigi entra in contatto con Jean-Édern Hallier che, alla fine degli anni ’80, aveva rilanciato uno strano giornale: «L’Idiot international». Intorno al giornale il fondatore “aveva radunato un gruppo di scrittori rissosi e brillanti, a cui non si chiedeva altro che di scrivere qualsiasi cosa venisse loro in mente purché scandalosa”. Nella redazione del giornale si incontravano personaggi come Le Pen ma anche sindacalisti comunisti. “Estrema destra ed estrema sinistra si ubriacavano fianco a fianco, e la convivenza fra le opinioni più contraddittorie veniva incoraggiata senza che si ponesse mai il problema di affrontare una cosa tanto volgare come un dibattito”. Il luogo ideale per Limonov che, poiché la sede del giornale era a Place des Vosges, “poteva credere di trovarsi nei Tre moschettieri che tanto aveva amato da adolescente, e vedere in se stesso un d’Artagnan della penna”.   

Dopo aver riportato alcune delle avvincenti e controverse avventure di Eduard Veniaminovič Savenko detto Limonov, appare evidente che ci troviamo di fronte a un testimone attivo e, al tempo stesso, inattendibile degli ultimi decenni della storia russa. Quando nell’autunno del 1993 gli oppositori di Eltsin occupano il parlamento Eduard è lì e cerca di spiegare a Ruckoj, un militare capo degli insorti, che bisogna combattere, resistere, distribuire le armi. Ruckoj gli risponde che è prematuro e non è certo un intellettuale che può dare ordini. Intellettuale… Per Eduard quella è la peggiore offesa; decide di uscire dal palazzo del parlamento. Se ne pentirà amaramente perché, il giorno dopo, l’esercito inizia l’assedio che durerà dieci giorni e che si concluderà con un bagno di sangue. Eduard voleva essere lì, a combattere, a morire; e invece resta fuori. Assiste al massacro perpetrato dall’esercito nelle strade, viene ferito ad una spalla ed è costretto a fuggire per evitare di essere arrestato. Questo è Limonov. Un tragico testimone della Storia destinato a restare ai margini a dispetto del suo bisogno di autoaffermazione. Uno sconfitto che con la sua vita sopra le righe ci aiuta ad attraversare il nostro tempo da prospettive inesplorate.

Dino Montanino

Dino Montanino, laureato in Lettere moderne presso l’università Federico II di Napoli, ha insegnato Italiano e Latino nei licei. È stato formatore in corsi di aggiornamento per docenti. Si occupa di teatro della scuola e ha condotto laboratori teatrali in qualità di esperto esterno presso molti istituti scolastici. È tra i fondatori dell’associazione culturale “Le macchine desideranti” nata con l’intento di diffondere la cultura teatrale e letteraria tra i giovani curando la drammaturgia di tredici spettacoli. Conduce laboratori di scrittura creativa e incontri letterari tematici presso associazioni culturali. Nel 2026 ha pubblicato con l’editore Guida il romanzo “Il calciobalilla non avrà futuro”.