Un tempo di mezzo secolo di Cristiana Buccarelli: raccontarsi tra due millenni di Gigi Agnano

“Questo è il resoconto di quando tutto era ancora silenzioso e placido.

Tutto è silenzioso e calmo. Silenzioso e vuoto è il grembo del cielo”

Popol Vuh, antico testo Quiché, uno dei popoli Maya 

Arriva un momento nell’età adulta in cui si avverte il bisogno di raccontare le proprie storie, meglio al singolare, la propria storia di vita. Questo avviene in special modo a chi ha una certa frequentazione con le parole. Più che per un uditorio ci si racconta per proprie esigenze: per mettere ordine dentro di sé o per rievocare emozioni, per esorcizzare una perdita, per sapere chi siamo diventati o per ringraziare chi ha contribuito a farci diventare così come siamo (almeno per gli aspetti di noi stessi che riteniamo migliori o in qualche modo tollerabili). E in genere quel bisogno ci sorprende nei momenti di svolta della nostra vita. Accade qualcosa (per esempio il raggiungimento di un obiettivo agognato o la dipartita di una figura cara) per cui vogliamo ricordarci di quello che abbiamo fatto, dove siamo stati, chi abbiamo amato, per cosa abbiamo sofferto.

Un tempo di mezzo secolo è un libro di memorie autobiografiche di Cristiana Buccarelli, pubblicato a novembre 2023 dalle Edizioni IOD, una scrittrice e un editore che amo. Racconta, come si evince dal titolo, i primi cinquant’anni di vita dell’Autrice, dalla nascita fino alla recente scomparsa del padre, al quale è dedicato:

A mio padre,

al cedro del Libano, 

alle mie radici.

E’ la ricostruzione del proprio percorso esistenziale (Cristiana è nata alla fine del ’73 a Vibo Valentia), in “un arco temporale a cavallo tra due secoli e due millenni”, attraverso foto, diari, appunti, post di Facebook, ma anche rievocando storie di famiglia, dialoghi avuti con persone care, accadimenti impressi nella memoria.

Un’autobiografia con la particolarità che nel romanzo non c’è come ci si aspetterebbe un io narrante, ma a vestire i panni di Cristiana c’è una Letizia, cioè l’autrice stessa con il suo terzo nome di battesimo, che in un giorno dell’agosto del 2023 torna a Vibo nella casa della sua infanzia. La vediamo scendere le scale che dal terrazzo portano al giardino e uscire per strada. È una passeggiata in cui si immerge in una sequenza di ricordi: la macelleria dove la nonna faceva la spesa, la scuola elementare, il negozio di giocattoli, il panettiere, il mercato coperto dove arrivavano dalle campagne le contadine vestite di nero. 

“Letizia ogni volta che va a Vibo torna carica di ricordi, come se diventasse una nuvola densa di pioggia. I ricordi li ha scoperti per anni nelle parole di suo padre, nelle strade, nei vicoli, nelle pietre, negli alberi del suo giardino. Laggiù c’è anche lei, una se stessa a volte dimenticata, ma che l’accompagna sempre. Non sa se è il tempo ad attraversarla, oppure se è lei che attraversa il tempo, ma è certa che non può afferrarlo, che non può fermarlo, che può solo custodirlo dentro di sé. Vuole attraversare quel tempo vissuto, tutto quel mondo scolpito e, attraverso la sua memoria individuale, ritrovare una memoria collettiva. Il fluire del tempo e della Storia.”

Nella prima parte (intitolata Nel secolo scorso), Letizia ricorda la casa in cui la famiglia va a vivere con lei neonata e i primi anni di vita a partire dal ’74 (un piccolo inciso per segnalare una coincidenza che mi è sembrata interessante: sono sicuro che la Buccarelli avrà notato che il 1974, l’anno dal quale si muove il suo racconto, è l’anno di pubblicazione di Care memorie di Marguerite Yourcenar, uno dei romanzi autobiografici più importanti della letteratura mondiale, primo volume della trilogia I labirinti del mondo, citata dalla protagonista tra le sue tante letture); poi ci sono le vacanze a Tropea, la scuola, la maestra, le prime compagne di banco, le figurine Panini, le biglie multicolori, i cuoricini di Das che un bimbo delle elementari, Angelo, le porge timidamente:

“Dopo moltissimi anni capirà che attraverso quel gesto innocente di Angelo le veniva detto per la prima volta che un giorno sarebbe stata una donna. Ciò le provocava rabbia era quella spinta al sentirsi per la prima volta parte dell’universo con un’identità precisa, femminile: era troppo presto per lei, non le piaceva, ci fiutava una trappola e voleva solo divincolarsi.” 

Ma la Buccarelli disegna anche il ritratto di un’epoca e di una società. Ricorda Moro, via Fani, gli anni di piombo, l’elezione di Giovanni Paolo II e l’attentato ad opera di Ali Agca, la strage della stazione di Bologna, – dove si trova a passare con la mamma poche settimane dopo l’attentato -, Vermicino, i mondiali dell’‘82.

Foto tratta da Un tempo di mezzo di Cristiana Buccarelli

E questa sarà una delle caratteristiche di tutto il libro: oltre ad essere un album di famiglia con una serie di foto familiari e di scatti sui ricordi più “intimi”, Un tempo di mezzo secolo è anche cronaca sociale. Esiste un dialogo permanente e ben equilibrato tra gli avvenimenti privati e l’evoluzione dell’Italia e del mondo nei cinque decenni raccontati, senza che il romanzo abbia pretese storiografiche o si appesantisca con elementi di saggistica. 

Dall’ ‘82, Letizia va a vivere in una nuova casa affianco a quella dei nonni. Saranno molti i traslochi raccontati e viene da dire, ricordando il bel libro di Bajani, che questo è anche un “libro di case”: la Buccarelli ci racconta quelle in cui ha vissuto, il loro carico di segreti, di cianfrusaglie, di odori, di musica. In quello stesso anno arriva improvvisamente la telefonata con la notizia della morte del nonno:

“L’unico che, passando veloce nel turbine di quegli attimi, si accorge di lei, rannicchiata sulla poltrona, è suo padre. La raggiunge, le fa una carezza sulla guancia, senza dirle nulla, ma lei, anche se è ancora piccola, intuisce che in quel gesto c’è tutto; il senso del passaggio della vita e della morte tra le generazioni, il senso del tempo che corre, il senso della famiglia e dell’essere insieme su questa terra.”

Passano le stagioni e per Letizia c’è il ginnasio e il liceo (con relativa gita scolastica dell’ultimo anno), sullo sfondo Gorbaciov e Reagan, Chernobyl e Siani. E nell’adolescenza si consolidano le prime passioni: i film d’autore, i poster dei cantanti attaccati alle pareti e soprattutto la lettura, Calvino, Pavese, Bassani, Cassola, Bulgakov, la letteratura anglosassone… “i libri non le bastano mai”.

Per ciascun decennio Cristiana elenca con grande attenzione, oltre ai libri letti e alla musica ascoltata, i prodotti, i vestiti di moda, gli oggetti dell’epoca, in una sorta di malinconico dizionario delle cose perdute, quelle che emozionano il lettore suo coetaneo o più grandicello (attenzione che la parola “tinello” potrebbe commuovervi!).

Segue l’Università frequentata lontano dalla Calabria, a Napoli, i primi flirt e, col riferimento al millennium bug, si chiudono secolo e millennio.

Col Nuovo secolo si apre la seconda parte del romanzo, con soddisfazioni e delusioni, la tesi di laurea, i primi viaggi fuori Italia, ulteriori traslochi, i primi amori e l’“approdo” a Guido:

“Si accorge che lui possiede qualcosa di ancestrale e solitario, che rispetta quel patto tacito di silenzio fra loro e che riesce a captarla senza dover necessariamente sapere che cosa le passi per la testa: qualcosa di viscerale li unisce, senza l’intralcio delle parole.”

Ma col passare degli anni c’è un’esigenza che Cristiana, alias Letizia, avverte sempre più forte: scrivere. La Buccarelli trasforma in scrittura tutto quello che tocca. Scrivere e vivere cominciano a diventare due esperienze indissolubilmente legate, senza prescindere dall’impegno etico e dall’assunzione di responsabilità: le prime manifestazioni, la pace, l’ambiente, i temi sociali; argomenti però trattati senza la vanagloria del reduce, posti in un modo che trovo lucido e coerente.

Infine la perdita del padre, che una volta di più la indurrà a scrivere per lasciarne viva la memoria:

“Suo padre è dovunque, lo respira tra le mura, la sua aura continua a esistere e diventa per lei un riparo dal tempo.” 

Si è detto fin dall’inizio che Buccarelli con questo romanzo sperimenta l’autobiografia, un esercizio che richiede coraggio e metodo, che comporta benessere ma, nel contempo, anche qualche tormento. Lo fa con delicatezza e questa è, in breve, la qualità che permea tutto il suo libro. Un libro che invita il lettore a passeggiare insieme tra i luoghi cari, a sognare a occhi aperti il futuro, a condividere la meraviglia nell’aprire gli archivi della memoria. Un libro che ama le soste, quelle che ti ritemprano e ti riconciliano col mondo, su una panchina sotto un albero per guardarsi indietro e compiacersi del lungo cammino fatto; con i ricordi che riaffiorano e i nomi di vecchi amici e le confidenze che pensavamo dimenticati che come bolle vengono a galla. E il modo in cui Cristiana ci racconta la storia della sua vita, disponendo di tutto un repertorio di immagini che non si sa se solo rievocate o anche inventate, potrebbe sembrare apparentemente frammentario, ma, se ci riflettiamo, questo non è quello che succede quando si frequentano i ricordi?

Gigi Agnano

William Blake: guardiano delle porte della percezione di Lucia Matano

Prima di ogni altra cosa, per comprendere bene la complessa figura di William Blake del suo “Creato” linguistico, simbolico, filosofico e artistico tutto personale, bisogna delineare il contesto storico e culturale in cui visse.

Nato nel 1757 a Londra, da famiglia borghese, si trovò a vivere in un periodo di profonde rivoluzioni di tale forza rinnovatrice da cambiare gli assetti politici e sociali di un mondo che da allora in poi non sarebbe più stato lo stesso. Nel 1760 scoppiò la Prima Rivoluzione Industriale Inglese che determinò uno stravolgimento della concezione di un sistema che nasce come agricolo e commerciale per diventare industriale e imprenditoriale con l’unico scopo del profitto. Nel 1775 ha luogo la cosiddetta Rivoluzione Americana che portò le tredici colonie nordamericane all’indipendenza dalla Gran Bretagna e al riconoscimento degli Stati Uniti d’America. Altro grande evento fu la Rivoluzione Francese, esplosa in tutta la sua violenza nel luglio del 1789, che riuscì a cambiare non solo la storia politica e sociale francese, ma quella di tutta l’Europa. I nuovi assetti politici, economici e sociali dovuti ai suddetti avvenimenti posero la società inglese (nonché tutta la società europea) di fronte a nuove concezioni del vivere e del pensare. Termini moderni rispecchiano l’epoca ormai rinnovata: il Capitalismo che faceva guardare con occhi diversi il mondo dell’industria con i suoi oneri produttivi, insieme a politiche più democratiche e meno rigide, rinnovarono anche la posizione dell’Uomo; affrancato da vincoli quali la famiglia, la Chiesa, la morale o altre forme di collettività, adesso è completamente responsabile davanti a una vasta gamma di scelte che si allontanano dalla “tradizione”. Nasce l’Individualismo come atteggiamento comune a un’intera società, a differenza dei secoli precedenti in cui era peculiarità di qualche mente isolata e, spesso, sinonimo di egocentrismo.

È qui che si innesta la figura di William Blake: poeta, pittore, incisore e visionario. Innanzitutto è un visionario perché già all’età di otto anni ebbe la prima visione angelica che, riferita ai genitori, gli costò più di una sberla. Questo episodio gli lasciò l’amaro in bocca per molti anni, ma non riuscì ad arginare il fenomeno che lo accompagnò per il resto della sua vita. Oltre agli altri personaggi che si presentarono davanti ai suoi occhi, egli affermò di vedere periodicamente suo fratello minore, morto in giovane età. Altro motivo per cui possiamo affermare che è un visionario è la sua capacità di capire gli eventi storici e di intuirne, più che l’epilogo, le conseguenze. Il concetto di Visione, inteso come dono divino, è uno dei punti fermi dell’opera blackiana, è la stella polare a cui fa riferimento la sua stessa arte. È un dono a cui tutti gli uomini possono accedere appellandosi alla facoltà visiva a cui si può giungere solo se si vuole guardare con gli occhi della mente. La Visione blackiana non ha niente di sovrannaturale, fa parte delle potenzialità immaginative a disposizione di tutti gli uomini che, se correttamente coltivate, portano a una naturale resa artistica. Ciò che poi, da Visionario, lo innalza a Profeta è che tali intuizioni non restano fini a se stesse, esse si trasformano in moniti, in lezioni del vivere bene e in pace con la propria interiorità e con i propri simili nel mondo.

Blake analizza la storia, la società, la religione, il mondo ecclesiastico: insomma il reale, filtrandolo  attraverso la sua infinita capacità immaginativa che riesce a dare un volto, un carattere costruttivo o distruttivo ad ogni istanza che prende vita nei suoi scritti e, spesso, anche nelle sue incisioni. Imprescindibile è la sua critica al mondo Illuminista che si sviluppava e si diffonde proprio negli anni della sua giovinezza, grazie a figure come Locke, Bacone e Newton che Blake vide come acerrimi nemici dell’umanità e che contestò aspramente. Fu un antieroe del suo tempo e non potava essere altrimenti, ma col passare degli anni la sua voce non restò isolata, anzi, fu la base per un movimento che rivalutò tutto il pensiero Illuminista, prendendo in considerazione tutte le varianti che l’Illuminismo aveva escluso, per dare loro nuova linfa vitale: il Romanticismo. Blake non si preoccupa di conoscere le origini dell’universo, l’essenza di Dio o la natura dell’uomo; la sua volontà, divinamente ispirata, è quella di «salvare l’io intrappolato nei meandri del labirinto fenomenico».

Pensando a quanto sia stato amato, soprattutto dopo la sua morte, mi viene in mente Nietzsche quando afferma: “Sono nato postumo” e, se è vero che una cosa del genere accade solo ai grandi artisti e ai profeti, nessuno più di Blake poteva esserlo. Di certo l’hanno fatta da padrone tutta la carica iconica e simbolica che solo lui ha saputo partorire e la bellezza della sua arte che è rimasta immutata fino ai giorni nostri. Mi chiedo se, invece, non abbia giocato un ruolo importante anche il fatto che egli abbia avuto la capacità di condurre, chi realmente deciso a seguirlo, in “luoghi della mente” fatti di libertà, di verità e di purezza. “Luoghi” abbastanza inconsueti per il nostro quotidiano e che possono diventare rifugio necessario per chi non si accontenta di un reale effimero e materialista.

Effettivamente, alla luce di quello che siamo stati e di quello che siamo diventati, si dovrebbero rivalutare i moniti di menti geniali e lungimiranti che, con secoli di anticipo, ci hanno messi in guardia dai mostri che noi stessi avremmo generato. Mostri che avrebbero avuto le nostre sembianze, i nostri volti e che ci si sarebbero ritorti contro ad una tale velocità da non poterne essere mai veramente consapevoli. I lumi del 1700 avevano ragione di nascere come conseguenza a secoli di oscurantismo, repressione, paura, superstizioni che hanno mietuto vittime come vere e proprie guerre dichiarate. L’ottimismo illuminista ha peccato di presunzione o di ingenuità, oppure è stato semplicemente tradito. C’era fiducia nell’uomo e nelle sue potenzialità che meritavano di avere di nuovo la considerazione che gli era stata negata per troppo tempo, nella sua opera intelligente come fondamento per la sua crescita. Non è stata fatta, però, valutazione dei rischi a cui si andava incontro ponendo nelle mani della più pericolosa bestia vivente le sorti della sua specie e del suo habitat. L’Illuminismo pensava di restituire all’uomo la sua ragione, la sua intelligenza, il suo destino, tutta la sua potenza creatrice, ma gli ha affidato le armi sbagliate. Il progresso, il denaro, il potere e una condizione in cui egli può essere l’artefice della vita e della morte, del bene e del male, unico sole del suo stesso universo, hanno invece reso la bestia insaziabile, sempre più feroce ed avida di quei mezzi senza cui non può più fare a meno e che hanno alimentato solo la sua potenza distruttrice. La centralizzazione della sua posizione è stata fraintesa, se non abusata.

William Blake aveva intuito tutto questo, aveva capito che l’uomo andava “educato”, indirizzato verso una concezione della realtà che gli avrebbe concesso di vivere libero dalle catene di istanze che lo avrebbero imbarbarito e paralizzato. Forse è questo il motivo per cui Blake è ancora così attuale e così amato. Se potesse vederci oggi, credo che l’unica cosa che potrebbe dirci è: “Io ve l’avevo detto!”.

Lucia Matano