Antonio Machado, professore di francese e grande poeta, di Lavinia Capogna

Nel 1903 venne stampata a Madrid una raccolta di poesie intitolata “Soledades” (Solitudini). L’edizione era curata, il titolo e il nome dell’autore erano scritti in eleganti caratteri rossi.

Il titolo era dichiaratamente preso da un’opera del famoso poeta Barocco Luis de Góngora. 

Non vendette granché ma ebbe una recensione favorevole del poeta Jiménez. 

Era un’opera pregevolissima con la quale in pochi tratti, espressi con una grande forza quasi pittorica, l’autore esprimeva, in modo sobrio ma sottile, tinto di malinconia il rimpianto della vita che passa, una sorprendente precoce nostalgia. Ma anche un immobilismo, una monotonia, si direbbe, di quella penisola iberica ancora addormentata (egli come il padre e il nonno era un sostenitore della filosofia e della scienza, allora avversate), una malinconia che si stemperava in paesaggi agresti di grande bellezza. 

L’autore era un ragazzo timido e, come disse una sua conoscente, di modi gentili e squisiti: Antonio Machado.

Egli viveva allora quasi poveramente, abitava in una stanza che aveva solo un tavolino, il letto e uno specchio con una bacinella per farsi la barba. I suoi abiti erano spesso trasandati e la sua unica passione oltre alla poesia erano le sigarette. Però il più celebre poeta di lingua spagnola del tempo, il nicaraguense Rubén Darío, dimostrando lungimiranza, apprezzava i suoi versi. 

Antonio Machado era nato in una famiglia colta e di idee progressiste e repubblicane nel 1875 a Siviglia. 

Suo nonno era un medico che dopo il decesso di una ragazza che non era riuscito a salvare aveva abbandonato la professione. Interessato a scienza e politica era diventato professore universitario e saggista. Anche sua nonna, una donna simpatica e amante della conversazione, che suonava la chitarra, era una persona avanti sui tempi. Suo padre un avvocato, ricercatore appassionato delle tradizioni andaluse. Non sappiamo molto su sua madre, Ana Ruiz, ma ebbe un profondo legame con Antonio. Ebbe altri sei figli, tra cui Manuel, anch’egli poeta, e José, pittore. 

A fine Ottocento la famiglia si era trasferita a Madrid ma la morte del nonno e poi quella del padre a poca distanza la condussero ad un tracollo economico. Venne anche brutalmente colpita dal decesso di una sorella di soli 14 anni. 

Egli frequentò una scuola che era allora la più avanzata pedagogicamente e che stimolava la riflessione e il confronto. 

Insieme al fratello Manuel conduceva una vita bohémien, frequentava caffé, apprezzava il vino ma non divenne mai un alcolista. Conosceva aspiranti poeti, seguaci di Paul Verlaine, scriveva per qualche rivista letteraria. Fece due viaggi a Parigi (in cui incontrò anche Oscar Wilde) insieme allo scrittore anarchico Pio Baroja e al fratello Manuel. 

Divenne il poeta più giovane di quella che venne chiamata la “Generazione del ’98”.

Nel 1907 sostenne un esame per diventare professore di francese e come si usava allora poté scegliere fra alcune cittadine dove insegnare. Scelse Soria in Castiglia, che tanta parte avrebbe avuto sulla sua storia personale e sulla sua poetica. 

Secondo i suoi studenti Machado fu un ottimo professore, ben disposto, non bocciò mai nessuno, tentava di risvegliare un interesse per la cultura francese leggendo brani di libri e poesie oltre che insegnare la grammatica.

Egli abitava in casa di un ex sergente che per arrotondare il lunario affittava camere: era un uomo violento e irascibile. Aveva una moglie e una figlia che erano spaventate da lui.

La figlia, Leonor, era una ragazzina molto carina, bruna, con un colorito pallido, uno sguardo arguto ed innocente.

Il poeta si innamorò di lei e lei di lui. Era un opposto del temibile padre. 

Sembra che il garzone di un panettiere le avesse fatto la corte ma lei aveva scelto il timido professore. 

Secondo la legge spagnola del tempo quando Leonor compì 15 anni si poterono sposare. Era il 1909, lui aveva 34 anni. 

Questa grande differenza di età oggi può lasciare interdetti ma non era rara in una società ancora ottocentesca.

Essi continuarono a vivere nel paese ma poi lui fece richiesta di trasferimento a Parigi per poter seguire dei corsi culturali e anche le lezioni del filosofo Henri Bergson, che ammirava. 

Era anche un’opportunità di fuggire dal claustrofobico paese e di vivere in una grande capitale europea. 

Nel frattempo Machado aveva scritto altre due raccolte di poesia: una che sarebbe stata pubblicata qualche anno dopo e nel 1912 “Campos de Castilla (Campi di Castiglia) che inizia con i famosi versi:

“La mia infanzia è fatta di ricordi di un cortile a Siviglia e di un frutteto luminoso dove matura il limone; 

la mia giovinezza, vent’anni nella terra di Castiglia”.

Quest’ultima ebbe un grande successo, ne vennero stampate almeno due edizioni in poco tempo. 

In questa seconda opera nella quale Machado aveva ormai raggiunto la piena maturità espressiva, descriveva con accenti che susciteranno non pochi malumori a Soria i paesaggi selvaggi non solo nella natura ma anche negli animi del piccolo paese, il vagare nella natura, e, in qualche parola quasi sfuggita alla penna, con il suo consueto riserbo, l’incontro con l’amore. 

Purtroppo nel 1911 a Parigi la vita del poeta e della moglie aveva avuto un tragico cambiamento. Il 14 luglio, festa nazionale che celebrava la presa della Bastiglia del 1789 e che veniva festeggiata a Parigi con grandi balli popolari nelle piazze, Leonor aveva avuto un severo attacco di tubercolosi. Il marito aveva cercato vanamente in quella Parigi lieta, tanto in stridente contrasto con la sua sventura, un dottore. 

Il giorno dopo era riuscito a far ricoverare Leonor. La diagnosi era stata di una tubercolosi molto avanzata. 

Era allora una malattia pressoché inguaribile perché ancora non erano stati scoperti gli antibiotici. 

Nel 1912 i medici avevano consigliato a Machado e Leonor di tornare in Spagna e lui, che non aveva più denaro, aveva chiesto un prestito al poeta Rubén Darío che lo aveva immediatamente aiutato. 

Con grande dedizione Machado si prese cura della moglie. C’è chi lo ricordava con i suoi abiti trasandati e spettinato mentre la portava amorevolmente fuori casa su una sedia a rotelle. 

Ma a Soria la condizione di Leonor era peggiorata:

“Una notte d’estate — il balcone e la porta di casa mia erano aperti — la morte entrò nella mia casa. 

Si avvicinò al suo letto — senza nemmeno guardarmi — e con le sue dita sottili ruppe qualcosa di molto delicato. Silenziosa e senza guardarmi, la morte mi passò di nuovo davanti (…)”. 

Incomincia così una delle liriche più drammatiche di Machado in cui descriveva la morte di Leonor che aveva solo 18 anni. 

La madre di lui, Ana Ruiz, era arrivata per aiutarli ma pochi giorni dopo il funerale entrambi lasciarono Soria. 

Seguirono anni molto difficili per il poeta. 

Egli scrisse ad un amico che aveva pensato di spararsi ma che lo aveva trattenuto il successo che aveva avuto il suo secondo libro di poesie, “Campos de Castilla”. Egli scriveva: “E non per vanità, Dio lo sa bene! Ma perché pensavo che se in me c’era una forza utile, non avevo il diritto di annientarla”. 

Nelle poesie del 1913 echeggiano dolorosi accenti relativi a Leonor, domande a Dio a cui egli credeva (ma ben diversamente dai bigotti e dai reazionari) ma anche costernazione e smarrimento. 

Egli viveva insieme a sua madre continuando a fare, in un’altra cittadina, il professore. A 43 anni si laureò in filosofia con ottimi voti. Si appassionò allo studio del latino e del Greco ed ebbe l’idea di studiare anche l’italiano. 

Viaggiò in varie città spagnole. 

Negli anni Venti scrisse alcune commedie insieme al fratello Manuel e dedicò numerose liriche ad altri poeti. 

Scrisse anche un testo di riflessioni filosofiche e di vario genere in prosa. 

Pubblicò altre poesie assai diverse nello stile dalle prime, più brevi, alcune con accenti ironici, altre meditative. 

“Viandante, sono le tue impronte 

il cammino, e niente più, 

viandante, non c’è cammino, 

il cammino si fa andando.

Andando si fa il cammino,

e nel rivolger lo sguardo

ecco il sentiero che mai 

si tornerà a rifare.

Viandante, non c’è cammino, 

soltanto scie sul mare.”

Queste è una delle opere più celebri di Machado nella traduzione di Antonio Prete (*). 

Nel 1928 quando aveva 53 anni conobbe una donna di 39 anni. 

Sono dedicate a lei le poesie in cui la chiama con un nome fittizio, Guiomar. Tuttavia anche questo fu un amore non semplice: Leonor lo aveva sposato ma Guiomar o meglio colei che si celava sotto questo nome era invece già sposata. 

Era poeta lei stessa e amante del teatro. Lei e il marito erano assai benestanti e avevano tre figli. Il marito era un uomo infedele che l’aveva delusa. Proprio in quei giorni aveva conosciuto Machado. 

Li dividevano le opinioni politiche: Machado era di sinistra e partecipava attivamente alla vita sociale e culturale del paese, Guiomar invece aveva idee conservatrici ed era cattolica molto osservante. 

Machado si innamorò perdutamente di lei. 

Lei gli propose un’amicizia intellettuale con qualche sfumatura romantica: avrebbero potuto vedersi a scadenza regolare in un giardino pubblico accanto ad una vecchia fontana o in un caffè alla periferia di Madrid ma solo amichevolmente. 

Lui accettò. 

Nel 1981 venne pubblicato il testo autobiografico “Sí, soy Guiomar: memorias de mi vida” (Sì, sono Guiomar: memorie della mia vita) scritto dalla poeta e commediografa Pilar de Valderrama.

Detto per inciso, non ho potuto leggere il testo originale perché le poche copie ancora oggi disponibili hanno un costo astronomico però esso include 36 lettere autentiche delle 240 che Antonio Machado le aveva scritto come prova della veridicità delle sue affermazioni. Pilar de Valderrana era deceduta a 90 anni nel 1978 lasciando tutte le lettere alla Biblioteca nazionale di Madrid e le sue Memorie da pubblicare postume. 

Certamente lei non aveva nessun obbligo di corrispondere il sentimento del poeta però continuando a frequentarlo sia di persona sia per lettera non poteva far altro che alimentarlo.

Alimentandolo non poteva far altro che arrecare sofferenza e frustrazione a Machado: potevano condividere solo pochissimo tempo insieme, erano quasi sempre separati, lui non faceva parte della vita quotidiana di lei, c’era tra di loro una notevole confidenza emotiva ma senza alcuna intimità. 

Da sempre interessato ai sogni e alla psicoanalisi lui le descrisse un sogno che aveva fatto nel quale si erano sposati in una chiesa e lui si era sentito molto felice. 

Probabilmente “Guiomar” si sentì invece gratificata da questo amore sincero e idealizzato, che durò vari anni, da parte di un grande poeta. 

Nel 1936 i franchisti uccisero Federico García Lorca che Antonio Machado aveva conosciuto e di cui ammirava le opere. Egli scrisse una delle sue ultime poesie contro questo efferrato crimine. 

A fine gennaio del 1939, a 63 anni, quando era ormai evidente che Franco stava vincendo la sanguinosa guerra civile avendo come alleati Hitler e Mussolini, Machado, già provato nella salute da alcuni anni, andò in esilio insieme a sua madre, Ana Ruiz. 

Con grande sofferenza riuscirono a raggiungere il confine francese ma vennero abbandonati dai camionisti e lasciati senza soldi. 

Erano insieme a tanti altri esuli: uomini, donne, bambini sotto una pioggia torrenziale. 

Giunsero a Collioure, un villaggio francese sul mare abitato da pescatori. 

Trovarono un albergo a buon prezzo ma in pochi giorni la salute della madre si deteriorò. Machado tentò di assisterla ma anche le sue condizioni divennero drammatiche. 

La proprietaria dell’albergo, che simpatizzava con i repubblicani spagnoli, chiamò un medico che non poté far nulla. 

Il 22 febbraio 1939 Machado morì. 

Tre giorni dopo (era il giorno del suo 85esimo compleanno) anche la madre. 

Furono sepolti insieme. 

Pochi mesi dopo sarebbe scoppiata la Seconda guerra mondiale. 

Inizialmente fu scritto sulla lapide solo “Antonio Machado, morto in esilio”, poi venne aggiunta una sua poesia:

“E quando verrà il giorno del mio ultimo viaggio, 

e salperà la nave che non tornerà mai più, 

mi vedrete a bordo leggero di bagaglio,

e quasi nudo, come i figli del mare”. 

….. 

*) Caminante, son tus huellas

el camino, y nada mas;

caminante, no hay camino,

se hace camino al andar.

Al andar se hace camino, 

y al volver la vista atrás

se ve la senda que nunca

se ha de volver a pisar.

Caminante, no hay camino, 

sino estelas en la mar.

Bibliografia:

Antonio Machado Poesie (Garzanti 2022)

Poesie “Soledados” e “Campos de Castilla” (Newton Compton 2012)

Pietro Tripodo traduce Antonio Machado, Introduzione di Roberta Alviti, con segni e incisione di Enrico Pulsoni, Roma, Edizioni Il Bulino, 2018.

Poesías Completas (in spagnolo – l’Aleph 2020)

Ian Gibson Ligero de equipaje. La vida de Antonio Machado (biografia).

Nel 1969 il cantante Joan Manuel Serrat ha musicato 12 poesie di Machado incidendo il famoso Album “Dedicato a Antonio Machado”. 

Lavinia Capogna*

*Lavinia Capogna è una scrittrice, poeta e regista. È figlia del regista Sergio Capogna. Ha pubblicato finora otto libri: “Un navigante senza bussola e senza stelle” (poesie); “Pensieri cristallini” (poesie); “La nostalgia delle 6 del mattino” (poesie); “In questi giorni UFO volano sul New Jersey” (poesie), “Storie fatte di niente” , (racconti), che è stato tradotto e pubblicato anche in Francia con il titolo “Histoires pour rien” ; il romanzo “Il giovane senza nome” e il saggio “Pagine sparse – Studi letterari” .

E molto recentemente “Poesie 1982 – 2025”.

Ha scritto circa 150 articoli su temi letterari e cinematografici e fatto traduzioni dal francese, inglese e tedesco. Ha studiato sceneggiatura con Ugo Pirro e scritto tre sceneggiature cinematografiche e realizzato come regista il film “La lampada di Wood” che ha partecipato al premio David di Donatello, il mediometraggio “Ciao, Francesca” e alcuni documentari. 

Collabora con le riviste letterarie online Il Randagio e Insula Europea. 

Da circa vent’anni ha una malattia che le ha procurato invalidità.

Federico García Lorca, angelo andaluso, di Lavinia Capogna

Verso le cinque del pomeriggio di una giornata caldissima, il 17 agosto 1936, un ragazzino di 12 anni, Manuel, che abitava a Granada di fronte alla casa dei due fratelli dove Federico García Lorca si era rifugiato, fu l’ultimo a vedere il poeta. 

Due giorni dopo García Lorca, 38 anni, sarebbe stato fucilato da una squadraccia di franchisti, i fascisti spagnoli. 

Il poeta indossava una camicia bianca e una cravatta con il nodo allentato e pantaloni grigi scuri. 

García Lorca, il più grande poeta e commediografo spagnolo, che viene trascinato via da una banda di assassini è l’ultima immagine che abbiamo di lui. 

Era nato il 5 giugno 1898 in Andalusia a Fuente Vaqueros, una cittadina vicino Granada in una famiglia benestante e di idee liberali. Suo padre era un possidente terriero, un uomo equilibrato e riservato. Sua madre una maestra, più giovane del marito, una donna colta che proveniva da una famiglia povera e aveva avuto un’infanzia difficile. 

Una malattia infantile aveva lasciato nel piccolo Federico una lentezza nei movimenti e una gamba era un pochino più lunga di un’altra. Adulto aveva una camminata un po’ oscillante. In un verso su un amore non corrisposto scriverà: “(…) forse per il mio triste aspetto? Oh, la mia goffa camminata”. Nessun articolo italiano, che mi risulti, ha mai parlato della disabilità di García Lorca. 

Egli era bello, con occhi scuri intelligenti, vivaci, con i capelli neri, simpatico e amabile. 

“Era un lampo fisico, un’energia in moto perpetuo, un’allegria, uno splendore, una tenerezza assolutamente sovrumana. La sua persona era magica e apportava felicità” scrisse su di lui un altro grande poeta, il cileno Pablo Neruda, Premio Nobel, che dedicò anche all’amico scomparso un bellissimo poema così come avevano fatto Antonio Machado e Unamuno, altri celebri poeti spagnoli (nota 1).

“Oggi ho nel cuore un vago tremolio di stelle ma il mio sentiero si perde nell’anima della nebbia”. 

Questi versi sono l’incipit di una poesia tratta dalla prima raccolta poetica di García Lorca, Libros des poemas 1918 /1920, pubblicata a soli vent’anni.

Già solo leggendo questo libro ci si rende conto di essere di fronte ad un grande poeta seppure allora fosse solo un ragazzo. Già aveva un suo timbro inconfondibile che poi diventerà sempre più raffinato e caratteristico, un incantevole equilibrio tra musicalità del verso e significato in cui traspare una dolorosa e garbata malinconia, il rimpianto dell’infanzia, l’amore cercato ma fuggevole, l’influenza delle storie popolari, l’ironia, la sensualità, un forte senso del tragico, una grande forza emotiva espressa da vibranti immagini e colori. 

Fin dall’infanzia Federico García Lorca, bambino agiato, aveva sofferto per la condizione dei poveri, dei diseredati. Da ragazzo scriverà: “l’essere di Granada mi inclina alla comprensione solidale dei perseguitati: del gitano, del nero, dell’ebreo, del morisco (arabo) che tutti portiamo dentro di noi”, diventerà socialista e avrà un profondo affetto verso Gesù Cristo, sarà un cristiano piuttosto anticlericale in un paese ultra cattolico come la Spagna del Novecento. 

Da ragazzo prese lezioni di piano e di chitarra diventando un ottimo musicista. Per nostra fortuna, tra la musica e la poesia scelse la seconda ma la musica influenzò profondamente i suoi versi. 

La sua famiglia si trasferì a Granada, bellissima città moresca, e lui incominciò a scrivere versi, ad ascoltare, con poca voglia, le lezioni di giurisprudenza all’università, a frequentare alcuni ragazzi bohémien in un caffè centrale, a disegnare (altra sua grande passione), e a porsi domande sui suoi affetti: sappiamo che si infatuò di un paio di ragazze, entrambe bionde, eteree, pianiste come lui, ma incominciò anche ad essere consapevole del suo orientamento omosessuale. 

Il messaggio violento della società era (e in parte ancora è) che l’omosessualità sia qualcosa di sbagliato (e nei secoli ci sono state violente repressioni) quando invece è “una variante naturale del comportamento umano” (OMS Organizzazione Mondiale della Sanità 1990). Ci possono così volere anche anni per accettare il proprio orientamento. Nell’epoca in cui visse García Lorca era impossibile renderlo pubblico. 

Sappiamo che García Lorca venne bullizzato a scuola fin da adolescente, chiamato Federica, deriso. All’università aveva per amici Luis Buñuel, il futuro celebre regista che avrebbe poi ritratto in modo dissacrante la borghesia, il poeta Rafael Alberti, entrambi etero, e altri giovani con tendenze artistiche più o meno Surrealiste. Anche loro sapevano di Federico finché non giunse un talentuoso ed istrionico diciottenne che aveva capelli lunghi e basette (ma non ancora i baffi), indossava un teatrale mantello nero e si chiamava Salvador Dalì. 

Tra Federico e Dalì nacque una grande amicizia e anche qualcosa di sentimentale ma mentre García Lorca si innamorò di lui, Dalì risulta dalle lettere smanceroso ma non sembra molto sincero.

Più felice fu l’amore con Emilio Aladrén, uno scultore di qualche anno più giovane del poeta, a fine anni Venti. Aladrén era abbastanza bello, fine di aspetto, con qualcosa di esotico ma lasciò García Lorca per fidanzarsi e poi sposarsi con una donna inglese. Le fine di questa importante relazione provocò nel poeta una grande crisi. Nonostante i suoi modi amabili molti notarono una grande tristezza. 

Pochissimo altro si sa della vita sentimentale di García Lorca eccetto che nel 2010 il critico d’arte Juan Ramirez de Lucas, deceduto molto anziano, lasciò ad una sorella delle lettere che García Lorca gli aveva scritto e un poesia di cui nessuno era a conoscenza. 

Nel 1936 il poeta aveva pensato di fuggire in Messico con de Lucas anche per salvarlo dalla guerra civile. 

L’orientamento di García Lorca è stato a lungo negato in Spagna, anche dalla sua famiglia. Fu un tabù fino agli anni ’80 ed aveva anche avuto un gran peso nel suo assassinio (come vedremo). 

Nel 1927 García Lorca pubblicò “Canzoni”, nel ’28 “Romancero gitano”, nel ’31 “Canto jondo”. Vennero pubblicate postume le raccolte “Poeta a New York” e “Divano del Tamarit”.

“Romancero gitano” ebbe molto successo. García Lorca fece un lungo viaggio a New York dove frequentò alla Columbia University un corso di inglese, conobbe numerose persone e si trovò in un mondo completamente diverso dalla sua Andalusia. Nella raccolta “Poeta a New York” raccontò l’ansia di fronte a quel mondo che andava così veloce, i grattacieli che si stagliavano sul cielo grigio, le macchine. 

Il successo gli portò anche invidie e gelosie nell’ambiente letterario spagnolo. 

La sua lirica più celebre è probabilmente “Lamento per Ignacio Sánchez Mejías” (Llanto por Ignacio Sánchez Mejías), composta nel 1935: 

“Alle cinque della sera.

Eran le cinque in punto della sera.

Un bambino portò il lenzuolo bianco 

alle cinque della sera.

Il resto era morte e solo morte, alle cinque della sera (…)”.

Le commedie di García Lorca come “La casa di Bernarda Alba”, “Nozze di sangue”, “Yerma”, “Mariana Pineda”, solo per citare le più famose, sono capolavori di poesia e di drammaticità. Uno dei temi che l’attraversa è il desiderio di vivere, di respirare, di amare represso dalla violenza e dalle regole di una società arcaica contadina o di possidenti terrieri. 

La Sposa di “Nozze di sangue” non ama lo Sposo (così si chiamano i personaggi) con cui deve convolare a nozze ma il suo antico fidanzato Leonardo che viene da una famiglia maledetta. 

La Morte, che appare come la Mendicante vestita di verde (spesso nelle sue opere torna il colore verde), trama luttuosamente insieme alla Luna. 

Le cinque figlie della dispotica Bernarda Alba vivono anche loro represse, segregate in casa a cucire merletti ma un giovane parla segretamente con una di loro attraverso l’inferriata della finestra. 

Non so se sia mai stato evidenziato quanto García Lorca sia stato un commediografo femminista ante litteram con una particolare sensibilità verso le donne vittime del patriarcato. 

E le scenografie teatrali descritte, le stanze rosa o tutte bianche, i cesti di frutta, i suoni delle chitarre, i bambini che attraversano la scena, i contadini che si odono da lontano – che non hanno nulla di folcloristico, tra realtà e sogno, tra realismo e artificio sono la descrizione della sua terra. 

Nel 1932 incominciò la splendida avventura de “La Barraca”, con la quale lui e una compagnia di giovani pieni di entusiasmo portarono un teatro itinerante nei paesi e nelle cittadine. 

Il pubblico non era la borghesia o l’alta borghesia usuale dei teatri rinomati ma bensì persone, in gran parte illetterate, che non avevano mai visto recitare sulle assi di un palcoscenico e che facevano coloriti commenti alle rappresentazioni vivendo la finzione come fosse una realtà. 

García Lorca si occupò anche della regia. 

Fu una grande sperimentazione artistica, umana e sociale che durò tre anni. 

La Spagna attraversò enormi cambiamenti negli anni ’30. 

Alle elezioni del febbraio 1936 aveva vinto il Fronte Popolare (socialisti, comunisti e repubblicani). 

La sinistra sostenne grandi progressi nel paese come l’aumento delle scuole (su 28 milioni di abitanti quasi il 35% erano analfabeti), una sanità accessibile, la riforma agraria, la ridistribuzione delle terre ai contadini, la separazione tra stato e chiesa cattolica ecc. ecc. 

Il governo democraticamente eletto venne attaccato dal generale Francisco Franco che incominciò ad occupare il paese risalendo dal Marocco dove si trovava. 

La guerra scoppiò il 17 luglio 1936 e sarebbe durata fino al 1939. 

Franco era un feroce fascista che ebbe come alleati Hitler e Mussolini. 

Fu una guerra violentissima in cui ci fu la distruzione di Guernica (che avrebbe ispirato a Pablo Picasso il suo famoso quadro) da parte dell’aviazione tedesca e la battaglia dell’Ebro.

García Lorca appoggiava il legittimo governo democratico del Fronte Popolare come molti altri intellettuali e aveva firmato una petizione a suo favore. Oltre al grande poeta Antonio Machado parteciparono, in varie forme, a sostegno del Fronte Popolare stranieri ed intellettuali come Ernest Hemingway, Ludwig Renn, Klaus Mann, André Malraux, George Orwell, Simone Weil, Pablo Neruda. L’anziano poeta Miguel de Unamuno, nato nel 1864, che inizialmente aveva appoggiato Franco cambiò presto idea, venne arrestato e sarebbe deceduto alla fine del 1936.

Nell’estate del ’36 la situazione era diventata sempre più pericolosa per García Lorca. Si rifugiò in casa di due fratelli conservatori che ammiravano le sue opere. 

Una squadraccia di franchisti, su ordine militare, fece irruzione nella casa sequestrando il poeta. 

Si tentò di liberarlo ma il 19 agosto, senza che avesse commesso alcun reato, senza accuse e senza processo venne barbaramente picchiato, insultato e fucilato insieme ad altri oppositori del franchismo – come ha minuziosamente ricostruito, sulla base di documenti e testimonianze storiche, il saggista irlandese Ian Gibson che ha dedicato al poeta una bellissima biografia e altri saggi. 

In Italia si sono occupati di García Lorca prestigiosi spagnolisti come Vittorio Bodini e Gabriele Morelli. 

L’opposizione politica fu una delle ragioni ma non l’unica dell’omicidio di García Lorca. Egli era detestato in quanto gay. 

Ben presto la notizia dell’uccisione del poeta si sparse per il mondo. 

La falsa versione ufficiale fu che egli era deceduto in un non chiarito episodio bellico. 

La sua opera letteraria venne proibita in Spagna fino al 1953 quando venne pubblicata un’edizione censurata. 

E la sua memoria avversata fino al 1975 quando Franco morì. 

Oggi García Lorca è l’autore spagnolo più amato nel mondo insieme a Miguel Cervantes. 

…….. 

Nota 1) Lavinia Capogna da “Federico García Lorca, poeta” nel saggio “Pagine Sparse – Studi Letterari” 

Bibliografia:

Tutte le poesie e il teatro di García Lorca in varie edizioni Einaudi, Garzanti, Newton Compton

Ian Gibson Vida, passion y muerte de Federico García Lorca (edizione definitiva) 

Lavinia Capogna*

*Lavinia Capogna è una scrittrice, poeta e regista. È figlia del regista Sergio Capogna. Ha pubblicato finora otto libri: “Un navigante senza bussola e senza stelle” (poesie); “Pensieri cristallini” (poesie); “La nostalgia delle 6 del mattino” (poesie); “In questi giorni UFO volano sul New Jersey” (poesie), “Storie fatte di niente” , (racconti), che è stato tradotto e pubblicato anche in Francia con il titolo “Histoires pour rien” ; il romanzo “Il giovane senza nome” e il saggio “Pagine sparse – Studi letterari” .

E molto recentemente “Poesie 1982 – 2025”.

Ha scritto circa 150 articoli su temi letterari e cinematografici e fatto traduzioni dal francese, inglese e tedesco. Ha studiato sceneggiatura con Ugo Pirro e scritto tre sceneggiature cinematografiche e realizzato come regista il film “La lampada di Wood” che ha partecipato al premio David di Donatello, il mediometraggio “Ciao, Francesca” e alcuni documentari. 

Collabora con le riviste letterarie online Il Randagio e Insula Europea. 

Da circa vent’anni ha una malattia che le ha procurato invalidità.