La letteratura della Resistenza dal fascismo all’Olocausto, di Sonia Di Furia

Affrontando il problema critico di come raccontare la Resistenza, si utilizzano le testimonianze autorevoli di Natalia Ginzburg e di Italo Calvino, che sottolineavano i rischi di una scrittura povera e sentimentale, convenzionalmente appiattita sul resoconto di esperienze vissute.  Non è un caso che, sulle opere di invenzione, prevalgano quelle diaristiche e memorialistiche, di chi aveva combattuto, occupando anche posizioni di grande responsabilità (ci si limita qui a ricordare “Banditi” di Pietro Chiodi, capo partigiano nelle langhe cuneesi, che era stato professore di liceo di Beppe Fenoglio). Ma fra i diversi generi non c’è una differenza troppo netta, per il carattere documentario, di resoconto immediato del vissuto, e per l’andamento cronachistico che caratterizzano, come sfondo comune, le varie esperienze della poetica neorealista (tra queste non va dimenticata l’idea di una letteratura impegnata, come testimonianza civile e politica). Non mancano, tuttavia, in tale ambito, testi più incisivi e meditati, che si staccano da un panorama piuttosto uniforme. Sul piano più propriamente narrativo, si deve segnalare almeno “L’Agnese va a morire”, in cui l’autrice, Renata Viganò, ha proiettato le sue esperienze di staffetta nella lotta partigiana (nel 1955 pubblicherà Il saggio “Donne della Resistenza).

Queste opere, nel loro complesso, costituiscono un vero e proprio filone, che è stato ampiamente studiato. Ma difficilmente raggiungono una spiccata originalità, per il prevalere delle ragioni dimostrative, per il carattere convenzionale delle tematiche e dei giudizi, per i luoghi comuni di una scrittura che si perde, in molti casi, dietro a motivazioni propagandistiche o celebrative. Come ha scritto Giovanni Falaschi “l’insidia maggiore nei racconti partigiani è la retorica, il commento sentimentale ai fatti, cioè il lirismo”. Non c’è dubbio invece che le opere più significative e, quindi, più durature, sulla Resistenza sono quelle che hanno seguito strade diverse, trasfigurando fantasticamente la realtà o riproponendola nei suoi aspetti più anticonformistici e singolari. È la linea seguita da Italo Calvino e Beppe Fenoglio, per i quali le tematiche resistenziali non restano materia inerte e fine a se stessa, ma offrono gli stimoli per una reinvenzione originale e autonoma, su un piano epico- avventuroso. Se Calvino, nel “Sentiero dei nidi di ragno”, guarda alla vicenda partigiana attraverso gli occhi di un bambino, Fenoglio giungerà a riappropriarsi di un rapporto mitico e ancestrale con la natura degli uomini e delle cose. 

Accanto a questa linea se ne può individuare un’altra, ugualmente significativa e importante, in cui il discorso si approfondisce in senso problematico e, superando l’ambito ristretto della cronaca, si estende a più generali argomenti di riflessione. Già nel 1941 Vittorini aveva pubblicato “Conversazione in Sicilia”, che nasce dalla crisi determinata dalla guerra di Spagna e denunciava, nelle forme di una parabola allegorica, il dolore dell’uomo e l’offesa recata alla sua dignità sotto la dittatura (non nominata ma facilmente identificabile). Nel 1945, entrato oramai nella clandestinità, Vittorini consegnava di nascosto, al suo editore Valentino Bompiani, il manoscritto di un nuovo libro, “Uomini e no“, che sarebbe uscito l’anno successivo. Il romanzo era nato nei mesi della lotta partigiana, a contatto con i problemi della guerra, quasi intrecciando le sue pagine agli eventi terribili che si stavano susseguendo, ma la scrittura è ben lontana da ogni tentazione di resa cronachistica o documentaria, di trascrizione realistica degli eventi. Al contrario, il racconto assume un andamento simbolico, nella stilizzazione dei personaggi e nel vuoto in cui sembrano materializzarsi le immagini, quasi sottomesse a un destino crudele, che ne accentua l’orrore e la brutalità. Con “Uomini e no”, di cui si è letta e si prende in considerazione l’edizione Oscar Moderni Cult, Mondadori, del 2022, l’impegno ideologico di Vittorini fa riferimento a un clima storico più determinato, ma la storia diviene anche qui metastoria, contrapposizione assoluta di bene e di male (come indica il titolo), sempre in nome di un umanesimo universalizzante. Si accentua anche il carattere oracolare del linguaggio, fatto di ripetizioni ossessive, di battute di dialogo brevi e secche, solenni nella loro essenzialità. 

Il romanzo si svolge a Milano sullo sfondo della Resistenza all’occupazione tedesca. Episodio emblematico vede un ufficiale nazista che fa sbranare dai suoi cani un povero venditore ambulante, colpevole di avergli ucciso la feroce cagna Greta. Qui l’efferatezza del delitto ha come contorno la colpevole indifferenza dei militi fascisti. Fra la bestiale brutalità dei carnefici e la sofferenza delle vittime, il discorso sembra arrestarsi, sospeso, per l’interrogarsi sui destini di quello che già in “Conversazione” veniva definito il “genere umano perduto”: l’umanità di chi soffre, senza colpa, ma anche, in una tragica complementarietà, la disumanità di chi infligge inaudite sofferenze senza ragione, se non quelle ravvisabili nelle aberrazioni di un potere che nega il valore alla stessa vita. Ha senso, allora, porsi il dilemma indicato dal titolo, per cercare di capire, di fronte a tanta inconcepibile barbarie, i misteri della natura umana, chiedendosi se essa possa ancora avere speranze e possibilità di riscatto.

La guerra fa emergere in primo piano il problema dell’uomo e, aprendogli gli occhi sugli abissi di orrore e miseria in cui la storia l’ha precipitato, lo induce a cercare risposte che diano un senso alla sua stessa sopravvivenza. In una sua poesia, “Alle fronde dei salici”, Salvatore Quasimodo sottolinea l’impossibilità di continuare a scrivere, di produrre e proporre ancora poesia, in un mondo che si sta sgretolando, sconvolto dalle distruzioni e dalle macerie: <<E come potevamo noi cantare/con il piede straniero sopra il cuore…?>> La domanda porta gli scrittori a interrogarsi ancora sul significato dell’esistenza, non solo per denunciare i colpevoli di tante atrocità, ma anche per cercare una via d’uscita. In mezzo alle morti e alle atrocità, diventa sempre più necessario ribadire i valori fondamentali della persona e battersi per ricostruire una nuova società, ricomponendo i legami di una superiorità che superi gli odi e le barriere. È il messaggio che Albert Camus, militante nelle file della Resistenza francese, affidava nel 1943 alle sue “Lettere a un amico tedesco”, dove si riafferma l’esigenza di una fratellanza che annulli i confini delle nazioni in guerra. Alla fine del conflitto sembrano realizzarsi le condizioni favorevoli, di giustizia e libertà, alla nascita di un nuovo umanesimo. In un articolo intitolato non a caso “Ritorno all’uomo” Pavese sosteneva: “Questi anni di angoscia e di sangue ci hanno insegnato che l’angoscia e il sangue non sono la fine di tutto. Una cosa si salva sull’orrore, ed è l’apertura dell’uomo verso l’uomo. Di questo siamo ben sicuri perché mai l’uomo è stato meno solo che in questi tempi di solitudine paurosa”.

Alla letteratura di argomento più strettamente resistenziale si può collegare la rappresentazione degli anni della dittatura e delle esperienze vissute durante il fascismo. Ma anche qui occorre distinguere fra le analisi storiche e i modi con cui gli scrittori hanno trasformato gli avvenimenti del ventennio in una tematica caratterizzata da particolari forme di scrittura e affrontata da punti di vista diversi.

Non stupisce intanto che le più violente invettive nei confronti del fascismo e del suo capo, Benito Mussolini, siano uscite dalla penna di uno scrittore che non era certo stato fra gli oppositori. Il fatto non stupisce, anche se non è facile coglierne fino in fondo le ragioni, che si riconducono a una personalità complessa e tormentata come quella di Carlo Emilio Gadda. In “Eros e Priapo” lo scrittore propone un’interpretazione psicanalitica del fascismo che ha alcuni punti in comune con le tesi esposte da Wilhelm Reich in un volume del 1933 “Psicologia di massa del fascismo” (trad. it. Sugar, Milano 1972). Alla base è una repressione dell’istinto sessuale che trasforma le frustrazioni e l’impotenza in crudeltà (sadismo) e volontà di potenza (o, meglio, delirio di onnipotenza). In Gadda questa ipotesi colpisce innanzitutto il Duce, chiamato con gli appellativi più oltraggiosi, ma anche l’intero popolo italiano, che per vigliaccheria e opportunismo si era messo nelle sue mani. Anche nel “Giornale di guerra e di prigionia” erano presenti accuse veementi contro il disordine, l’indisciplina e la pochezza degli italiani. Spinta fino all’irrisione al sarcasmo oltraggioso, la violenza linguistica ed espressiva, in “Eros e Priapo”, può allora essere vista come uno sfogo compensatore e liberatorio, con il suo carattere di denuncia postuma iperbolica e grottescamente deformante. 

Il discorso si configura diversamente quando, rispetto alla ricerca di effetti stilistici, con un forte urgere di pulsioni ideologico-psicologiche, prevale un intento di tipo più cronachistico o documentario, legato alle esperienze del vissuto. In “Cristo si è fermato a Eboli”, Carlo Levi ha narrato la propria esperienza di confinato politico, condannato al soggiorno coatto in un paesino della Lucania. Nel resoconto di quel periodo della propria vita prevale nettamente l’interesse antropologico per le consuetudini di vita di quelle popolazioni, per i loro costumi arcaici, fino all’attrazione dimostrativa per le sopravvivenze di una mentalità primitiva e irrazionale (viene in mente la ricerca parallela condotta dal grande antropologo Francesco De Martino nel “Mondo magico”, pubblicato da Einaudi nel 1948). Ma non ci sono parole di avversione nei confronti del regime, anche se questo non significa rinuncia a condannare i metodi e i sistemi; la denuncia nasce dalla stessa osservazione delle cose, della miseria in cui sono tenuti i contadini, dalla loro emarginazione, dall’ottusità e indegnità di una classe dirigente asservita al potere fascista, dalla piaga dell’emigrazione a cui intere generazioni sono state costrette. 

In “Lessico famigliare” di Natalia Ginzburg, anche la storia è osservata da un punto di vista personale, attraverso la riduzione di ciò che è pubblico a una sfera di rapporti privati. Questo atteggiamento tende a relegare sullo sfondo i fatti politici, ai quali si fa un riferimento soprattutto funzionale, per inquadrare le vicende narrate. E tuttavia non si legge senza emozione l’accenno al giro di vite imposto dal fascismo e alla promulgazione delle leggi razziali, che avrebbero infierito sulla stessa protagonista, perseguitandola con la famiglia e provocando la morte del marito, la cui figura è rievocata al di fuori di ogni retorica sentimentale o celebrativa. 

La tematica dell’oppressione e delle persecuzioni risulta letteralmente tanto più incisiva e significativa quanto più viene affrontata in maniera implicita e indiretta, al di fuori di ogni intento moralistico o dimostrativo. Anche in questo caso si può dire che la letteratura non ha il compito di ripetere valutazioni ideologiche, ma di far emergere le contraddizioni e le aberrazioni stesse della storia sul piano di autonome soluzioni stilistiche e strutturali. La vita delle famiglie ebraiche negli anni del fascismo fa da sfondo a quasi tutte le opere di Giorgio Bassani. Nel “Giardino dei Finzi Contini” lo sguardo retrospettivo rivolto dal protagonista- narratore agli anni della sua giovinezza lascia già intravedere la fine terribile dell’olocausto, la burrasca che disperderà, con i parenti e gli amici più cari, milioni di persone. Ma neppure qui si assiste a prese di posizione o a condanne politiche; anzi, traspare una sorte di rammarico, e persino di rabbia, nei confronti delle stesse vittime, che non avendo capito, si erano chiusi gli occhi per non vedere, cullandosi nelle loro illusioni fino al precipitare degli eventi. Così, anche di fronte alle atrocità imminenti il giudizio del narratore resta sospeso, ripiegato e attonito, sul mistero della morte e il destino dell’umanità. 

Si può dire, in generale, che la linea prevalente sin qui seguita non muti quando si passa alle testimonianze dirette del genocidio scientificamente perpetrato nei campi di concentramento nazisti. È un tema, questo, che conserva tutta la sua drammatica e toccante attualità, come risulta anche dal successo di film come Schindler’s list di Steven Spielberg e La vita e bella, diretto e interpretato da Roberto Benigni (la sceneggiatura, scritta dallo stesso Benigni in collaborazione con Vincenzo Cerami, è stata pubblicata da Einaudi nel 1998). Nella coscienza degli uomini l’olocausto dovrebbe restare come un monito, affinché ciò che è potuto accadere, in un secolo di conclamato progresso e di presunta civiltà, non si debba più ripetere. Non è accettabile il fatto che anche in seguito, fino ai nostri giorni, si siano riaffacciate in diverse parti del mondo situazioni analoghe. Gli esempi, negli ultimi decenni, sono sotto gli occhi di tutti: è il rischio permanente che si annida in ogni forma di oppressione e di dittatura (anche culturale), là dove viene a essere negata la libertà dell’uomo. 

È stato questo, comunque, lo spirito che ha animato la letteratura della deportazione: il desiderio di lasciare una testimonianza di ciò che si è sofferto e si è visto soffrire. Tra i libri più significativi ed efficaci ci sono quelli di Primo Levi, in cui la stessa documentazione autobiografica, con l’immagine di tante atrocità, non si abbandona all’odio o all’esecrazione, soffermandosi più sull’umanità calpestata delle vittime che sulla crudeltà dei carnefici. Non è forse un caso che il titolo del primo e più letto libro di Primo Levi, “Se questo è un uomo”, ricordi quello del romanzo di Vittorini “Uomini e no”: la denuncia nasce, qui ancora più direttamente, dal dolore per la negazione della dignità umana, calpestata e distrutta. E tuttavia non viene meno la speranza che la civiltà e la cultura, a partire dall’indispensabile riconoscimento del valore della persona, possano nuovamente trionfare sulla barbarie: anche la letteratura, allora, può aprire uno spiraglio di luce, come si vede nel brano di Levi “Il canto di Ulisse”, in cui, nell’estrema degradazione provocata dal Lager, in cui l’uomo è ridotto a un bruto che non pensa e che obbedisce istintivamente ai soli bisogni primordiali, mangiare ed evitare il dolore, l’aggrapparsi al ricordo letterario esprime il disperato tentativo di salvare qualcosa di umano. La chiave del passo è quindi nella citazione dei famosi versi, pronunciati da Ulisse per spronare i compagni a superare le Colonne d’ Ercole:<< Fatti non foste a viver come bruti, /ma per seguir virtute e conoscenza>> (Dante Alighieri, Divina Commedia, Inferno, canto XXVI, vv. 119-120), che costituiscono per il narratore un’illuminazione e risuonano in lui come per la prima volta. È un messaggio che riguarda tutti gli uomini in travaglio. Ma poi l’episodio dantesco suscita l’affollarsi di riflessioni e di ricordi: è tutta la parte spirituale dell’individuo, quella che l’organizzazione del Lager mira sistematicamente ad annientare, che riaffiora, ha la meglio sulla riduzione dell’uomo ad animale o cosa. L’ostinato tentativo di ricomporre nella memoria i versi di Dante diviene una forma di resistenza all’annientamento. Il recupero dell’umanità si unisce indissolubilmente al bisogno di socialità: la letteratura serve anche a stabilire immediatamente il legame con l’altro uomo. L’arrivo tra la folla dei porta-zuppa segna la reimmersione nel quotidiano inferno concentrazionario, ed è suggellato emblematicamente dal parallelismo della ripetizione degli ingredienti della zuppa in varie lingue, che allude al ritorno a una condizione animalesca, attenta solo ai bisogni primari, e l’ultimo verso dell’episodio dantesco, <<infin che ‘l mar fu sopra noi rinchiuso>>. 

Ammonimento e speranza restano così legati al patrimonio comune di una memoria che non deve essere cancellata e perduta: è quanto ricorda anche Vittorio Sereni nella poesia “Dall’Olanda: Amsterdam”, descrittiva, ma anche intensamente e profondamente meditativa, sul significato del genocidio ebraico e sulla lezione universale che se ne deve ricavare, rievocando nei vv. 23-24 <<su migliaia d’altri volti, germe/ dovunque e germoglio di Anna Frank>>.

Sonia Di Furia

Sonia Di Furia: laureata in lettere ad indirizzo dei beni culturali, docente di ruolo di Lingua e letteratura italiana nella scuola secondaria di secondo grado. Scrittrice di gialli e favolista. Sposata con due figli.

Intervista a Lavinia Mannelli di Viviana Calabria

Lavinia Mannelli, toscana, classe ’91, pubblica il suo primo romanzo con la casa editrice romana 66thand2nd. L’amore è un atto senza importanza pone l’attenzione sul desiderio – sessuale, di successo, di riconoscimento – ma parla anche di corpi, di media e cultura, di essere umano, di progresso. Sono sicura che l’intervista possa aggiungere molto alla lettura del libro e Lavinia è molto decisa nello spiegare i suoi intenti e i suoi ideali.

Nella tua biografia si legge che lavori a un progetto di ricerca sulle donne robot. Mi viene naturale pensare che il romanzo sia nato da lì, visto che uno dei personaggi è una bambola, del sesso, robot di ultima generazione. Come mai la scelta di questo progetto di ricerca più affine a materie quali robotica e meccanica essendo tu laureata in Lettere moderne, e come hai scoperto poi la scrittura?

Ciao Viviana, e grazie di cuore per l’invito. In realtà no, sorpresa: il mio progetto di ricerca è nato dopo, diciamo anche molto dopo che avevo ideato, scritto e rivisto la trama principale del libro. Come ho detto anche in un’altra recente intervista a cura di Giulia Bocchio per Poetarum Silva, è stato grazie alla eccezionale disponibilità della tutor del mio dottorato, la prof.ssa Daniela Brogi, che ho potuto considerare i miei interessi come scrittrice (o aspirante tale) anche da un punto di vista più scientifico. La mia idea iniziale era di occuparmi dell’influenza di Dostoevskij su alcuni grandi scrittori italiani del Novecento. Mi sono spostata su altro, invece, proprio perché avevo in parte già scritto il libro nella forma in cui lo hai letto tu. La natura della mia ricerca, comunque, resta quella umanistica: mi occupo di rintracciare alcune delle più interessanti opere del cinema e della letteratura novecentesca italiana in cui compaia un personaggio femminile artificiale (macchina, computer, cyborg, robot, quadro, statua, ecc). Sto cioè provando a disegnare una mappa della presenza di donne-macchina all’interno dell’immaginario italiano contemporaneo. Una ricerca che investe anche fenomeni come quelli della cibernetica, di ChatGPT per capirci, ma più che altro da un punto di vista storico-culturale.

Non posso chiaramente negare che approfondire alcuni dei testi e dei film che trattano argomenti simili a quelli del mio romanzo (faccio qualche esempio tra i più noti: The Stepford Wives di Ira Levin, Metropolis, Westworld o Her)… non posso negare, dicevo, che sia stato un grande arricchimento, però devo anche essere onesta: a posteriori, per il mio libro non ho mai scelto una soluzione stilistica o di trama che fosse suggerita dai miei studi accademici. Nella scrittura sono anzi da sempre molto istintiva: almeno all’inizio, mi butto nel vuoto. Poi sento anche il bisogno di un momento di concettualizzazione, ma questo penso sia necessario se non vuoi dire banalità o se vuoi capire davvero a chi può interessare quello che stai scrivendo. O almeno questo è il mio metodo adesso: sono solo al primo romanzo, spero di farne altri e allora chissà.

Parliamo di Tamara, questa perfetta fidanzata, così viene definita, dalle forme sinuose che parla per citazioni e frasi fatte elaborate dal sistema interno collegato ai computer, sempre pronta a soddisfare ogni bisogno. Nel tuo romanzo Tamara è un regalo di Giulia al compagno Guido, forse per ridare pepe al rapporto o solo per esigenze sessuali di lui. Credi che serva un elemento estraneo su cui concentrare desideri sessuali che non collimano in una coppia, una compagnia anche silenziosa, un intermediario esterno tra due persone che possa dirimere litigi, per gestire una relazione?

Non credo che serva un elemento estraneo: credo fermamente che ci sia sempre, a prescindere dal modo in cui lo concettualizziamo o scegliamo di viverlo. Nella vita di coppia così come nella vita di ciascuno di noi, in qualsiasi contesto, c’è sempre un modello con cui confrontarci, siamo sempre di fronte a uno specchio, più o meno consapevole o deformato, di quello che siamo o non siamo.

In questo senso Tamara è un elefante nella stanza sia per Giulia che per Guido, anche se per motivi diversi: nessuno dei due sa bene perché quella bambola del sesso si trovi lì, su quel divano di ecopelle, in quel salotto in cui sembra trovarsi più a suo agio di loro. Eppure Tamara è proprio lì, con le sue plastiche ipoallergeniche su cui il sole batte con violenza, a manifestare un qualcosa che non funziona, tra di loro, nel modo in cui ciascuno dei due elabora i propri desideri – per la maggior parte delle volte, reprimendoli. In fondo, Tamara è una sorta di regalo sadomasochistico: serve a testare la solidità di una relazione che non si sente troppo stabile, o forse è un modo obliquo, indiretto, per chiamarsene definitivamente fuori.

Sempre Tamara nel romanzo dice di avere un sassolino nel petto o nello stomaco che sembra farsi pesante in concomitanza di quelle che per noi sono emozioni. Ha quindi una coscienza e impara nuove cose sul mondo e sull’amore dai programmi televisivi del pomeriggio, in particolare Uomini e Donne. Hai mai pensato a come sarebbe vivere tra robot?

In una scena del romanzo, durante il vernissage casalingo di Guido, la coppia di proprietari di Tamara si comporta in maniera sciocca, snobistica, falsa. Giulia è la più impostata, ma Guido è goffo e banale, in una maniera che Tamara non riesce a sopportare: non fa che ripetere “la natura umana, la natura umana”.

La grande tradizione dei romanzi realisti ci ha insegnato a mettere in sospetto espressioni come questa: dai romanzi di Balzac sappiamo che non esiste l’uomo in generale, ma esistono tipi di umanità socialmente e ideologicamente determinati che, nell’incontrarsi, nel luogo più o meno simbolico del romanzo, non possono che relativizzarsi. Come non esiste la natura umana in astratto, allora, ma uomini e uomini, donne e donne, natura umana e natura umana, così non esiste il robot in astratto. Già adesso, che stiamo appena appena provando a familiarizzare con alcuni software di intelligenza artificiale, ce ne rendiamo conto: c’è una grande differenza tra AI e AI, che spesso dipende dall’uso che l’uomo ne fa, dal modo in cui lo interroga, da quello che cerca di estrapolarne.

Spero di non parlarmi troppo addosso se dico che quello che ho voluto fare con questo romanzo è proprio questo: sottrarre la riflessione della e nella fantascienza dall’ipoteca della metafisica. Chiedersi che cosa sia la natura umana in astratto è una questione forse priva di significato, e con questo romanzo ho provato a restituirla a una domanda più concreta, più interessante e utile, credo: “che cosa significa la natura umana nel salotto di due intellettuali di sinistra, se, quando escono di casa, si dimenticano la TV accesa?”.

Ed ecco che forse, con questa premessa, alla tua domanda posso rispondere: proprio perché, a differenza di quanto vorrebbero farci credere programmi come quelli di Maria De Filippi, non esistono “Uomini” e “Donne” in generale, forse vivere tra robot somiglia un po’ a rimanere intrappolati per sempre, da concorrenti, in uno studio di Canale 5.

Tornando ai programmi televisivi, mi sembra che il tuo libro metta in luce una critica ai media e alla cultura di massa. Prendiamo anche il personaggio di David, un amico della coppia: è un artista che desidera la fama ma che sa di non poterla perseguire se non asseconda alcune richieste che metterebbero però in mostra le sofferenze della madre. Quali sono e che entità secondo te hanno i danni provocati dai media, dalle scelte del pubblico e dai social sulla cultura, l’alfabetizzazione, l’evoluzione del lavoro e sulla notorietà (direi anche sul gusto vero e proprio, sulla conoscenza ecc.)?

Ti sono grata di aver colto questo elemento. Per me è molto importante che si parli del libro anche in questi termini: è vero che, assumendo il punto di vista di una bambola del sesso infatuata del mondo di Maria De Filippi, era molto forte il rischio di sembrare snobistica da una parte, perché in realtà io appartengo al mondo di Giulia e Guido, e dall’altra persino complice, se vuoi, dell’immaginario degradato e degradante di Mediaset.

Ho scelto però consapevolmente una posizione di totale ambiguità, spero non paracula, come si direbbe con eleganza, perché penso che sia nelle cose.

Se accettiamo la realtà della cosiddetta TV spazzatura, come non possiamo fare a meno di fare, a mio avviso, dobbiamo anche assumerci la responsabilità non solo di constatare, razionalizzandole tassonomicamente, tutte quelle specifiche forme in cui, per esempio, Mediaset contribuisce a mortificare il corpo delle donne: è nostro dovere, credo, rendere anche conto del come e del perché le narrazioni che contiene affascinano così tanto, nonostante questo, i suoi spettatori. Solo così possiamo smettere di essere snob, intellettualistici, e ricucire una sfasatura tra chi scrive e chi (non) legge – e dunque, magari, chissà, riuscire a occupare con nuove forme il ruolo che questa TV esercita ormai da decenni.

La bambola del sesso è in questo senso una richiesta di mediazione, e il romanzo che racconta la sua storia è fantastico (più che fantascientifico, come dicevo anche prima) tanto quanto sociologico. Il centro del libro non è, cioè, o almeno credo, il diventare umana di Tamara in senso astratto, o le nevrosi di Giulia e Guido, ma lo scontro tra due (anzi, tre) specificità sociologiche. Con la sua ingenuità, con la sua innocenza, con la sua parola disarmata, Tamara sta lì per porre una domanda: perché non potete darmi una cultura che non sia una trappola? Che non sia una forma degradata di un mio impulso rimosso né una intellettualizzazione totalmente distaccata dalla realtà?

Se vogliamo spararla grossa, Tamara è un po’ un’idiota dostoevskiana: un personaggio che normalmente non troverebbe spazio in un preciso contesto, ma che, per un motivo o per un altro, quando vi entra in contatto, con la forza dello straniero o del bambino di fronte al re nudo, riesce a cogliere le verità nascoste, disinnescare le menzogne ancora più profonde di ciascuno dei personaggi della storia. Questo corto circuito rappresenta quella che è forse una scissione interna della nostra società, e il fatto che siamo sempre meno capaci di esprimere un ceto intellettuale che riesca a farsi ascoltare e avere una qualche efficacia sulla vita collettiva, senza ricadere in uno snobismo consolatorio.

Il desiderio è uno dei temi importanti del romanzo, e in parte nelle altre domande viene fuori anche se non è esplicitato. Parli di desiderio di essere amati, essere visti per quello che siamo, essere ascoltati e di avere successo. Da cosa deriva questo bisogno perennemente insoddisfatto ed esiste un modo per liberarsi del bisogno di essere amati, accettati, capiti, lodati dagli altri e vivere nella eccezionalità e mediocrità di ognuno di noi senza soffrirne ed esserne influenzati?

Qui sarò stranamente lapidaria. No, non esiste e non deve esistere, secondo me, un modo per liberarsi da questo bisogno. Poi possiamo parlare di modi più o meno sani di elaborarlo o non farci i conti, ma no, il desiderio è ciò che ci rende migliori e peggiori ed è dunque un fattore ineliminabile delle nostre vite, dei nostri tormenti.

Giulia, personaggio del romanzo, organizza dibattiti e serate contro il patriarcato. C’è un legame tra questa scelta e il regalo che fa a Guido, Tamara? Mi viene da pensare che Giulia sposti l’immagine del corpo sessualizzato della donna dal suo a quello di una bambola costruita ad hoc per lo scopo, per affermare le sue idee anche nei confronti del compagno. Per mostrare come il sesso sia un atto istintuale e di piacere, non solo procreativo, quindi definire la donna istintiva e irrazionale e l’uomo razionale non ha fondamento. Che il sesso e l’amore non sono la medesima cosa, e che l’idea di dominazione dell’uomo, di riempimento dell’involucro donna per giustificare violenze e prevaricazioni viene meno nel momento in cui si ricorre a una bambola. O forse volevi soltanto mostrare la difficoltà di un rapporto a due, la volontà di migliorare una relazione e mostrarsi all’avanguardia e come questo però nella realtà dei fatti metta in moto gelosie e sensi di inferiorità.

Hai colto ancora una volta un punto fondamentale di quello che volevo dire nel libro, quindi ti ringrazio.

In effetti è proprio come dici tu: Guido regala a Giulia un profumo lezioso e dei vestiti attillati che Giulia fa indossare a Tamara. Giulia, cioè, sposta su Tamara l’incombenza non tanto del sesso, quanto dell’essere la risposta al desiderio complesso, per lei inaccessibile fino in fondo, di Guido. E questo desiderio è inaccessibile anche perché è inascoltato da Guido per primo.

Si definiscono entrambi femministi, partecipano alla causa organizzando manifestazioni, scioperi, serate contro il patriarcato, ma nel modo in cui lo fanno (e non, certo, nella causa di per sé) c’è un forte elemento velleitario, da cui deriva il tono ironico del libro: lo stesso di quando leggono le pagine di Mark Fisher o Donna J. Haraway e non vanno mai troppo avanti. In un certo senso non possono andare avanti: le cose che leggono non sono coerenti con i loro più sotterranei desideri che, in un modo o nell’altro, come ci insegna la psicoanalisi, tendono sempre a riemergere.

Tamara ha un ingresso così potente nella vita di Giulia e Guido perché grazie alla sua particolare educazione sentimentale rappresenta una forte alterità per loro: comprandola, è come se si fossero costruiti una trappola. Hanno delegato, terziarizzato il proprio rimosso a qualcun altro che, tuttavia, lo espone ogni giorno: è il corpo perfetto, disponibile, sessualizzato di Tamara che mette continuamente il sospetto a Giulia di essere insufficiente per Guido, e che ricorda continuamente a Guido che non è così femminista come vorrebbe. Perché Tamara è desiderabile, come può non esserlo se è stata creata per quello? Così, il rimosso sessuale dei due ragazzi – che la TV di Mediaset e il mercato che distribuisce queste bambole rappresenta in forma degradata – diventa il nutrimento quotidiano di questa sorta di cavallo di Troia che i due si sono costruiti.

Viviana Calabria