Oggi la grande fotografa Lisetta Carmi (Genova, 15 febbraio 1924 – Cisternino, 5 luglio 2022) avrebbe compiuto cento anni e noi Randagi abbiamo voglia di farle gli auguri e di ringraziarla per tutto quanto ha rappresentato per la cultura italiana.
La Carmi, di famiglia ebraica, trascorse l’adolescenza in Svizzera per evitare le persecuzioni razziali; nell’immediato dopoguerra, a poco più di vent’anni, era già una promettente pianista e faceva concerti in giro per il mondo, ma smise di suonare improvvisamente nel 1960 dopo aver partecipato ad una manifestazione di protesta contro la convocazione a Genova del congresso del Movimento Sociale Italiano.
Lasciata la musica, cominciò ad avvicinarsi alla fotografia. Dei primi anni Sessanta sono i suoi reportage sull’Italsider e sui camalli del porto di Genova e le collaborazioni con alcune riviste come il Mondo e l’Espresso. Dal ’65 inizia a fotografare i travestiti dell’antico ghetto ebraico genovese (per intenderci la via del Campo di De Andrè) e questo lavoro fu raccolto nel ’72 in un volume dal titolo I travestiti, che all’epoca dette un tale scandalo da non essere nemmeno distribuito nelle librerie. Benché ebrea, nel ’67 dopo la guerra dei sei giorni, documentò le tragiche condizioni di vita dei campi profughi palestinesi e dopo quell’esperienza non volle mai più far ritorno in Israele.
Eseguì ritratti, tra gli altri, di Ezra Pound, Alberto Arbasino, Carmelo Bene, Edoardo Sanguineti, Judith Malina, Charles Aznavour, Leonardo Sciascia, Lucio Fontana, Luigi Nono, Claudio Abbado, Jacques Lacan e fece importanti reportage dall’America Latina all’Asia, dalla Sicilia (con testo di Sciascia) alla Barbagia delle operaie di un sugherificio, dalla Firenze dell’alluvione all’Irlanda del Nord della guerra civile nel ’74.
Dopo l’incontro nel ’76 in India con lo yogi Babaji, fondò un ashram a Cisternino in Puglia, dove nel ’79 acquistò un trullo che è stato la sua casa fino alla fine, nell’estate del 2022, a 98 anni. A Cisternino diceva di aver finalmente trovato, nel corso della sua quinta vita, la libertà che aveva cercato nelle vite precedenti.
La Carmi, che viene a ragione considerata come uno dei più grandi fotografi del Novecento, aveva il dono di saper cogliere la vita degli ultimi con uno scatto e usava la macchina fotografica come uno strumento di denuncia sociale. Il suo sguardo delicato e anticonformista ha raccontato gli invisibili, i proletari, i diversi, denunciato le ingiustizie nei confronti dei settori più deboli della società, testimoniato la marginalità sia esistenziale che nel mondo del lavoro. Era solita dire: “Ho fotografato per capire”.
“Il Museo dell’innocenza sarà sempre aperto per gli innamorati
che non trovano un posto a Istanbul dove baciarsi.”
Pubblicato da Einaudi nel 2009, Il Museo dell’Innocenza è il primo romanzo di Orhan Pamuk dopo che gli sia stato assegnato nel 2006 il Nobel per la Letteratura. E’ una storia d’amore affascinante e nostalgica, sul desiderio e sull’assenza, che dimostra una volta di più l’immenso talento dello scrittore turco.
Racconta l’ossessione che assorbe tutta la vita di Kemal, un giovane ricco dell’élite di Istanbul, per Füsun, una sua lontana parente di famiglia assai più modesta.
All’inizio del romanzo, Kemal ha una trentina d’anni, conduce, in un mix di Dolce Vita e Grande Gatsby, un’esistenza rilassata tra feste, club e ristoranti mondani, ha un’ampia rete di amici, gira per le strade della città in una elegante Chevrolet del ’56 e ha da molti anni una fidanzata, Sibel, anch’essa di ottima famiglia, con la quale è destinato a sposarsi.
“Dall’età di vent’anni sentivo in cuor mio di avere su di me una corazza invisibile che mi proteggeva da qualunque disgrazia e infelicità. Questa impressione, del resto, mi faceva intuire che occuparmi troppo delle altrui infelicità avrebbe reso infelice anche me, e avrebbe potuto scalfire la mia corazza.“
Un giorno però, casualmente, mentre sta facendo acquisti per la sua ragazza, incontra la bellissima e giovanissima Füsun, che lavora come commessa in una boutique alla moda in una zona elegante di Istanbul. I due in breve tempo iniziano una relazione: si incontrano regolarmente in un appartamento vuoto della famiglia di Kemal, appartamento che diventa uno dei personaggi chiave del romanzo. Qui è dove si depositano gli oggetti inutilizzati di casa, i vestiti e le scarpe vecchi della madre, i giocattoli dell’infanzia, ma è anche il luogo dove si tengono gli incontri via via più passionali dei due giovani. Kemal finisce per innamorarsi:
“Era l’istante più felice della mia vita, e non me ne rendevo conto. Se l’avessi capito, se allora l’avessi capito, avrei forse potuto preservare quell’attimo e le cose sarebbero andate diversamente? Sì, se avessi intuito che quello era l’istante più felice della mia vita non mi sarei lasciato sfuggire una felicità così grande per nulla al mondo.“
Infatti, Kemal non comprende all’inizio l’importanza del suo innamoramento e, nel rispetto delle convenzioni borghesi, non rinuncia al legame con l’ignara Sibel.
È solo quando Füsun scompare, subito dopo il fidanzamento “ufficiale” tra Sibel e Kemal (con tanto di festa in grande stile all’hotel Hilton, presente tutta la buona società cittadina, compresi Füsun e Pamuk stesso in una sorta di cameo cinematografico), che Kemal, memore dei momenti felici vissuti insieme, capisce quanto sia perdutamente innamorato.
In assenza di Füsun che rifiuta di incontrarlo, il giovane comincia allora a far visita ogni giorno alla famiglia della ragazza per assaporare il mondo in cui lei aveva vissuto e respirato. E ogni volta porta via di nascosto degli oggetti che le appartenevano (un fermaglio, una tazzina, un orecchino, una saliera, il cagnolino di porcellana che siede sopra il televisore, ecc…), pezzi che andranno a comporre il museo dedicato al suo amore finito. Le giornate di Kemal trascorrono nel ricordo ossessivo di Füsun, al punto che non riesce a non confessare tutto a Sibel e a rompere il fidanzamento. Passano i mesi e Kemal – rimasto progressivamente solo, senza fidanzata, amante e amici – quando rintraccia finalmente l’ex amante, la scoprirà sposata con l’aspirante regista Feridun. A quel punto, l’ossessione del nostro protagonista diventerà sempre più dolorosa quanto più disperata diventa la storia d’amore, ma non racconto ulteriori parti di una trama tutt’altro che prevedibile per lasciare al lettore il piacere della scoperta.
Aggiungo solo che ancora una volta, come in quasi tutti i suoi romanzi, Pamuk scrive in modo lirico e poetico di Istanbul (richiamando alla memoria del lettore sia le città “reali” di Auster e Mahfuz, sia quelle fantastiche e allegoriche di Calvino e di Borges). La inquadra tra gli anni ’70 e ’80, anni in cui Oriente e Occidente sembrano più vicini, in cui la sua città resta come mai in bilico tra storia e modernità, tra le casette in legno decadenti e gli sfarzosi appartamenti dei nuovi ricchi. Si avverte molto forte il contrasto tra una città di tradizione e di valori ottomani e musulmani ed una che vuole essere più moderna, “europea”. Pamuk racconta l’impatto dell’architettura, dell’arte e dell’estetica occidentali su una società islamica. In ogni angolo aleggia un conflitto che si riflette anche nella mentalità delle persone, in particolare dell’alta borghesia, da un lato orgogliosamente tradizionaliste e dall’altro desiderose di un approccio più “libero”, “all’occidentale”, soprattutto per quel che riguarda le tematiche della vita privata relative all’amore ed il sesso.
E il romanzo presenta questa contrapposizione. Infatti, mentre la prima parte si legge come una storia di passione spericolata, distruttiva, che si scontra con le convenzioni borghesi; altrove molte pagine sono dedicate al peccato, al pentimento, ad opprimenti temi tradizionali, come per esempio alla verginità perduta prima del matrimonio da Sibel – della quale Kemal si sente in qualche modo “responsabile” -, o a quella di Füsun che “ha deliberatamente scelto di donarla a Kemal”.
Ma il tema centrale del romanzo è il furto compulsivo, infantile e feticistico degli oggetti, che trovano la loro casa nel museo che dà il titolo al romanzo, un santuario della vita quotidiana costruito negli anni. E’ un’idea evidentemente proustiana, ispirata all’idea del tempo passato recuperabile attraverso le sensazioni vissute nel presente. Pamuk ha sempre dichiarato di avere un interesse per le “collezioni” e di aver concepito il romanzo anche come una raccolta fisica di ricordi legati ai protagonisti e soprattutto alla sua città. Sia il suo collezionismo che lo stesso Museo dell’Innocenza sono esempi di ciò che il grande scrittore turco chiama “hüzün”, ovvero la parola turca traducibile con malinconia, intesa anche come perdita e dolore amorosi (si noti l’assonanza tra “hüzün” e il nome della ragazza, “Füsun”).
Nel 2012 Orhan Pamuk ha curato e aperto il vero e proprio Museo dell’Innocenza nel quartiere Cukurcuma di Istanbul, in un edificio rosso in una parte antica della città.
Qui è esposta, in un ambiente buio, ovattato e silenzioso, la vasta collezione di cimeli. L’esposizione si apre con quello che forse è il pezzo più toccante ed esemplare: come in un insettario, il visitatore si trova di fronte ad un enorme pannello con i mozziconi delle 4213 sigarette fumate da Füsun dal 1976 al 1984. I mozziconi sono organizzati per colonne rappresentative di ogni anno, e ciascun mozzicone riporta un’etichetta col giorno in cui è stato fumato. Altro pezzo fondamentale della collezione è l’orecchino che la ragazza porta la prima volta che si dichiarano innamorati e che costituirà il primo pezzo del museo.
Attraverso foto, riprese, fazzoletti, orologi, bicchieri, ombrelli, cagnolini, scarpe, vestiti, ecc…, lo scrittore realizza il desiderio sicuramente innovativo per il mondo letterario di condividere col lettore non solo una storia (che per tanti versi ricorda Lolita o L’amore ai tempi del colera), ma anche una raccolta fisica di oggetti che mostrano – dice l’Autore stesso – “la bellezza della vita ordinaria”. E al lettore – eventualmente visitatore – non resta che abbandonarsi al fascino e alla tenerezza e alla raffinatezza della testimonianza di Pamuk:
La scrittrice e saggista palestinese Adania Shibli, che vive tra Berlino e Gerusalemme, avrebbe dovuto ricevere il 20 ottobre scorso, nell’ambito della Fiera del Libro di Francoforte, il LiBeraturpreis 2023, un premio annuale assegnato a scrittrici provenienti da Africa, Asia, America Latina e mondo arabo, con la seguente motivazione: “un’opera d’arte rigorosamente composta che racconta il potere dei confini e ciò che i conflitti violenti causano alle e con le persone“.
Il giorno stesso della premiazione, però, l’associazione LitProm che consegna il premio ha annunciato che avrebbe rinviato la cerimonia “a causa della guerra iniziata da Hamas, di cui soffrono milioni di persone in Israele e Palestina“.
Una lettera aperta – firmata da più di 350 autori, tra cui i premi Nobel per la letteratura Annie Ernaux, Abdulrazak Gurnah e Olga Tokarczuk, i vincitori del Booker Prize Anne Enright, Richard Flanagan e Ian McEwan; il romanziere irlandese Colm Tóibín, il libico Hisham Matar (vincitore del Pulitzer 2017), e la scrittrice britannico-pakistana Kamila Shamsie – ammonisce gli organizzatori della fiera, affermando che “è loro responsabilità creare spazi aperti in cui gli scrittori palestinesi possano condividere pensieri, sentimenti e riflessioni sulla letteratura attraverso questi tempi terribili e crudeli“.
Questo episodio ha sollevato importanti questioni sul ruolo della letteratura in tempi di conflitto e sulla necessità di mantenere aperti gli spazi culturali come luoghi di dialogo e comprensione reciproca.
Il romanzo in questione è Un dettaglio minore, pubblicato in Italia nel 2021 da La nave di Teseo per la traduzione di Monica Ruocco. Si compone di due storie correlate: la prima – realmente accaduta – è quella dello stupro e dell’omicidio di una ragazza beduina nel 1949 per mano di un’unità dell’esercito israeliano, raccontata da un ufficiale responsabile dell’azione; l’altra, conseguenza della prima, è quella – immaginaria – di una giornalista palestinese di Ramallah che, diversi decenni dopo, per indagare sul crimine, intraprende un viaggio verso il sud del Paese, sfidando i limiti consentiti dalla legge israeliana per la sua carta d’identità.
Il primo racconto inizia con un plotone israeliano che si accampa nel Negev, al confine desertico con l’Egitto. Siamo tra il 9 e il 13 agosto 1949, un anno dopo la Nakba (700 mila palestinesi espulsi dalle loro case e allontanati dalle proprie terre), e quei soldati hanno il compito di rastrellare la zona e di ripulirla dagli arabi rimasti. Le giornate trascorrono lente e monotone – “Tutto era immobile, tranne i miraggi” -, ma durante un pattugliamento di routine, alcuni militari si imbattono in un gruppo di nomadi che viene immediatamente sterminato. L’unica sopravvissuta è una giovane donna che, presa prigioniera, è portata al campo. Sarà l’ufficiale stesso a violentarla e a ordinarne l’uccisione. Ed è lui a raccontare ai lettori sconcertati gli stupri e le violenze con un linguaggio freddo, giornalistico, concreto, che non denota alcun tipo di emozione. La scelta stilistica è particolarmente significativa: il distacco emotivo del primo narratore amplifica l’orrore degli eventi narrati. La sua prosa burocratica riflette una disumanizzazione che va oltre il singolo episodio, diventando metafora di una violenza generalizzata e “necessaria”.
Il romanzo poi si sposta nello spazio e nel tempo. A Ramallah, una donna palestinese, ossessionata da un articolo di giornale che rievoca quell’omicidio avvenuto anni prima, vuole avviare un’indagine per ricostruire gli avvenimenti assumendo il punto di vista della vittima. Da qui il viaggio verso sud, attraverso villaggi devastati, in direzione di un sito nei dintorni di Rafah. Anche in questa seconda parte la narratrice (come l’ufficiale della prima) resta impassibile di fronte al fallimento della sua ricerca. Emerge però il desiderio e, quindi, l’ostinazione di voler correggere i torti storici attraverso la scrittura. E affiora sempre più incalzante il desiderio di restituire libertà rappresentando la brutalità della vita quotidiana in un Paese occupato. La paralisi della narratrice di fronte all’impossibilità di ricostruire la verità storica diventa essa stessa una potente metafora della condizione palestinese contemporanea: la ricerca di giustizia si scontra continuamente con barriere fisiche e metaforiche, negazioni e cancellazioni.
“La strada che, fino a qualche anno fa, mi era familiare era più stretta e con più curve, mentre questa è abbastanza larga e diritta. Su entrambi i lati sono state erette pareti alte cinque metri, oltre le quali ci sono molti edifici nuovi, raggruppati in insediamenti che prima non esistevano oppure non erano facilmente visibili, mentre la maggior parte dei villaggi palestinesi che si trovavano qui è scomparsa. Alzo lo sguardo, spalancando bene gli occhi alla ricerca di una traccia di quei villaggi con le loro case, che ricordo disseminati qua e là come rocce sulle basse colline, collegati tra loro da strade strette e tortuose che si diramavano in molteplici deviazioni, ma è inutile. Non riesco a scorgere nulla. Più guido, meno riesco a capire dove sono! Finché, a sinistra, mi accorgo di un’altra strada secondaria che è stata chiusa. A questo punto mi rendo conto che in passato avevo davvero percorso quella strada decine di volte, e quella che ora è interrotta da un cumulo di terra e da massicci blocchi di cemento era la strada che portava al villaggio di al-Jib.“
La prosa di Un dettaglio minore descrive minuziosamente ogni movimento compiuto da entrambi i protagonisti: nella prima parte l’ufficiale si lava, si cambia i vestiti, cerca insetti, si scalda col corpo della giovane beduina; nella seconda parte la donna scende dall’auto, apre il cancello, torna in macchina. Ma, mentre l’ufficiale si muove sicuro, senza particolari ansie, i movimenti della donna sono costantemente dettati dalla paura. Questa attenzione ossessiva al dettaglio fisico ha un duplice scopo narrativo: da un lato accentua il realismo del racconto, dall’altro evidenzia il contrasto tra la libertà dell’oppressore e la precarietà dell’oppresso. La Shibli mostra come il calvario di un popolo possa essere fatto di innumerevoli insostenibili “dettagli minori”. Il titolo del romanzo sottende una penosa ironia: ciò che viene presentato come “dettaglio minore” è in realtà il cuore della tragedia, per cui ogni singolo atto di violenza, apparentemente isolato, si rivela parte di un più ampio, sistematico “memoricidio”. E’ infatti proprio in quello spazio apparentemente marginale della Storia con la “S” maiuscola che la Letteratura trova la sua ragion d’essere più profonda. Mentre gli archivi custodiscono i “grandi eventi”, i documenti ufficiali, le date e i nomi della narrazione dominante, la Letteratura si insinua negli interstizi, recuperando ciò che la Storia ha ritenuto di tralasciare. La violenza sulla giovane beduina – un episodio assente negli archivi militari, che non è stato registrato nelle cronache del tempo – diventa attraverso la scrittura della Shibli non solo un atto di resistenza alla rimozione, ma anche una potente metafora della capacità della Letteratura di lasciare una traccia di ciò che è stato silenziato.