Amedeo Granelli: “Verso estro sul quaderno a quadretti” (Pendragon) – i rap di Edema

Amedeo ha perso la vita a 22 anni, il 5 agosto 2016, a causa di un incidente in auto, durante un periodo di volontariato in una struttura per bambini in una zona sperduta del nord della Colombia.

Bolognese, studiava cooperazione Internazionale all’Università Cattolica di Milano. Era partito perché voleva mettersi alla prova, fare un’esperienza per capire se veramente quella potesse essere la sua strada. Pochi giorni prima dell’incidente aveva detto ai genitori: “ Sono felice. Sono al settimo cielo”.

Amedeo scriveva su un quadernone blu testi per brani rap (il suo aka era Edema), raccolti in un volume del 2018 dal titolo “Verso estro sul quaderno a quadretti”, pubblicato da Pendragon.

Questi due testi sono stati scelti per i lettori de Il Randagio.

Ho una tela cerata d’indifferenza

calata tra l’anima e l’apparenza

copre lividi causati da ogni mia carenza

mi affido alla polena

legato a una gomena

schivo il canto remoto di una sirena

non si spiega il senso ma si spiega come una vela

quando l’accarezza il vento

piove sul microcosmo arido screpolato dal tempo

unguento canoro rilassa la tensione

percepita sul pianoro

modello leghe come Pomodoro

stiro le pieghe del suono

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Verso estro sul quaderno a quadretti (x3)

Non ho un motivo di orgoglio

ma su ’sto motivo gorgoglio come un lavandino

profumo di lavanda sul cuscino

concilia il sonnellino

sarò pure un sanitario

ma sopra l’abbecedario

cercami alla voce adamantino

non mi serve nessun crisma per causare un sisma

divido fasci di luce col prisma

crolla la scala Mercalli sul lato oscuro del foglio

non ho brame di potere

né da webstar tipo Magalli

mi basta non cadere

correndo sette leghe nel reame

Edema il nome contrario di Améde

la “o” l’ho sollevata

dall’incarico-n la leva di Archimede

dunque non sono re Ame

ma valoroso e letale come quel tale Diomede

in questo paese conta chi conta denaro

se finisce piange come Den Harrow

fuorilegge Sparrow ma spaurito

inseguito da uno sparviero

resto stupito se mi volto indietro a vedere com’ero

neanche troppo diverso ma più estroverso

meno tormentato dai fantasmi

che da più grandi si trasportano

come camalli per il porto

con la bussola rotta

che fa rotta verso un punto morto

verso estro sul quaderno a quadretti

non metto paletti ai concetti

Marinetti

ma rimetti i denti con ’sti sonetti

tagli chiari e netti come squilli di clarinetti

vagli i progetti mentre scappi sui tetti

perché io uccido come Faletti

dominante sul tempo come la capra ai campetti

dalla panca alla rampa in rete come il pampa

più raro del sodio nell’acqua lete

squadra da Cantonà tiriamo in alto i colletti

lascio cerebrolesi lesi appesi per i piedi

offesi da paresi indifesi come vittime dei Casalesi

quattro tesi in due mesi

il resto dei mesi spesi per l’esegesi

ho sproloquiato abbastanza senza dire nulla

tipo bimbo in culla e ora che ogni rapper si bulla

nella terra brulla sotterro gli arnesi 

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Sono svariate le iniziative per ricordare Amedeo e per continuare a vivere le sue passioni.

Ogni anno i suoi amici, in concomitanza del compleanno, organizzano un concerto Rap e la prossima sarà la nona edizione. Nelle precedenti sono passati nomi noti del rap: Inoki, Claver Gold, Murubutu, Kiave e tanti altri.

A fine agosto una giornata è dedicata all’Ametrek, un trekking sull’appennino tosco emiliano che ha come meta Camugnano, il luogo in cui Amedeo è sepolto.

Dalla passione per la lettura e la scrittura di Amedeo è nata l’idea di creare un luogo dedicato ai libri,  al leggere ad alta voce. Questo luogo si trova nel parco dove nel 2018 è stato piantato un Ginko biloba in sua memoria e dove si incontravano e si incontrano i suoi amici.

Il 10 giugno del 2019 è nato a Bologna, con un piccolo finanziamento del Comune, al parco Oliviero Olivo, detto anche di Chiesanuova, l’AMEbookcrossing, una casetta di legno dedicata allo scambio dei libri.

L’AMEbookcrossing rientra negli AMEdays , le giornate dedicate ad Amedeo.

E’ possibile seguire le iniziative degli AMEdays su:

Facebook: Amedays

Istagram: Amebookcrossing

Per ascoltare i rap di Amedeo – Spotify : Veicoli Edema 2020

You tube : vox Media Edema

Daniela Villani

Allen Ginsberg 3 giugno 1926, di Gigi Agnano

Con la barba alla Whitman, il sorriso di una maschera greca, la pancia di Budda, Allen Ginsberg ha incarnato per tutta la sua vita la figura del beatnik, del vagabondo squilibrato che porta torrenti di poesia improvvisata e ritmata dovunque si trovi, fosse un supermercato o una stazione del Greyhound, una spiaggia o un jazz club; dell’attivista gay che si spoglia nudo, si fa arrestare, sottoporre a processo per oscenità, ricoverare in manicomio per protestare contro ogni guerra e l’atomica, per la liberalizzazione delle droghe e la rivoluzione sessuale, per una spiritualità anti materialista contro il conformismo vomitevole della società americana.

Dove  Kerouac era (soprattutto) “il romanzo” e Dylan sarebbe stato blues e ballate, Ginsberg era “la poesia”. E la poesia per antonomasia, la più conosciuta della beat generation, fu quell’Urlo, scritta, letta per la prima volta e pubblicata tra il ‘55 e il ‘56, che ci catapulta direttamente alla fine degli anni Sessanta per quel tributo ai poeti, agli artisti, ai pensatori, agli hipster, a tutti gli spiriti ribelli che, nella loro pazzia, sono gli unici saggi in un mondo malato.

Allen Ginsberg nacque a Newark il 3 giugno del 1926 e a noi Randagi piace ricordarlo nell’anniversario della nascita.

Gigi Agnano

L’incipit di “Cose che non voglio sapere” di Deborah Levy, traduzione di Gioia Guerzoni (NNE)

“Quella primavera, quando la vita era complicata e lottavo con il mio destino e semplicemente non riuscivo a vedere dove si potesse andare, mi resi conto che piangevo soprattutto sulle scale mobili delle stazioni. Non succedeva mentre scendevo, ma c’era qualcosa nello stare immobili ed essere trasportati verso l’alto che mi turbava.

Come dal nulla, le lacrime sgorgavano inarrestabili, e quando arrivavo in cima e sentivo le raffiche di vento dovevo sforzarmi per smettere di singhiozzare. Era come se lo slancio che mi portava in su fosse l’espressione fisica del mio dialogo interiore.”

Deborah Levy: “Cose che non voglio sapere”, traduzione Gioia Guerzoni (NNE)

Salman Rushdie: “Coltello” (Mondadori, trad. di Gianni Pannofino), di Gigi Agnano

Venerdì 12 agosto 2022, alle undici meno un quarto di una mattinata di sole, nel nord dello Stato di New York, sono stato aggredito e quasi ucciso da un giovane armato di coltello.

Così inizia “Coltello”, l’ultimo lavoro di Salman Rushdie, il libro che lo scrittore indiano naturalizzato britannico “non avrebbe mai voluto scrivere”, meno di trecento pagine dedicate alle Donne e agli Uomini che gli “hanno salvato la vita”. 

L’Autore ricostruisce i momenti salienti dell’aggressione di cui è stato vittima, all’età di 75 anni, a più di trent’anni dalla fatwa emessa dall’ayatollah Khomeyni, guida suprema dell’Iran, pronunciata contro di lui per la pubblicazione de “I versi satanici” del 1988, romanzo ispirato a fatti realmente accaduti, che parlava di sradicamento, razzismo e soprattutto di fanatismo religioso.

L’attentato è avvenuto nel corso di una conferenza ad opera di un ventiquattrenne americano di origine libanese di fede islamica, che ha sferrato in 27 secondi una quindicina di coltellate sul corpo della vittima determinando danni irreversibili: la perdita definitiva di un occhio e dell’uso di alcune dita di una mano. 

Come se ripercorresse quegli attimi al rallentatore, Rushdie scrive: 

Alla vista di quella sagoma assassina lanciata contro di me, il mio primo pensiero è stato“sei tu, dunque. Eccoti qui”.

E più avanti:

Il mio secondo pensiero è stato: “Perché ora? Davvero? È passato così tanto tempo. Perché proprio adesso dopo tutti questi anni?”. […] in quel momento, c’era una sorta di viaggiatore del tempo che avanzava rapido verso di me, un fantasma assassino giunto dal passato.

Nel libro Rushdie non sembra aver voglia di approfondire più di tanto le motivazioni dell’attentatore. Al centro della storia in effetti c’è un incontro immaginario tra la vittima ed il suo carnefice, ma le domande dell’autore vanno a sbattere contro i silenzi del suo aspirante assassino. Lo chiama “A.”, a mo’ di vendetta, per evitare perfino di menzionarlo con il suo nome. Poco gli interessano le ragioni di un uomo che congegna l’uccisione di un altro essere umano (che peraltro non conosce affatto) e che decide di eseguire una condanna a morte basata sulle pagine di un’opera di cui non ha mai letto un rigo (per la precisione l’attentatore confesserà di averne letto due pagine).

Siamo piuttosto di fronte ad una raccolta di scene a volte orribili, altre delicate, che raccontano come in un rosario ogni singola sofferenza e gli stadi di un lungo e miracoloso processo di guarigione; il tutto intriso di quell’ironia e di quell’arguzia che sono tra i tratti distintivi dell’opera di Rushdie. Quell’autoironia molto britannica che si trova per esempio laddove lo scrittore descrive di essere a terra tra la vita e la morte e si rammarica per il suo bell’abito Ralph Lauren irrimediabilmente macchiato di sangue, da tagliare per la verifica delle ferite. O l’umorismo nero di quando parla della perdita dell’occhio destro che penzola sul viso “come un uovo a malapena sodo”. O ancora quando si rallegra per il fatto che settimane di ricovero in ospedale gli hanno tolto i chili di troppo, aggiungendo tra parentesi “(anche se tutti concordavamo sul fatto che non fosse un tipo di dieta da consigliare)”.

Ma Il coltello può considerarsi anche come una lunga lettera di riconoscenza alla sua ultima moglie, la scrittrice Rachel Eliza Griffiths, a voler dimostrare che non si sarebbe potuto umanamente tollerare tutto quell’odio senza l’amore ricevuto nella lunga convalescenza. Il racconto di Rushdie del loro primo incontro a una festa nel 2018 è degno di una commedia di Woody Allen. Lo scrittore, confuso dalla bellezza di Eliza, si rompe gli occhiali sbattendo contro una vetrata e finisce a terra col volto coperto di sangue. Quell’occasione avrà un esito felice: la futura moglie lo accompagna a casa e, da quel momento, resterà con lui.

Il coltello si avvia alla conclusione con una scena magnifica nella sua crudezza. Tredici mesi dopo l’attentato, lo scrittore decide di tornare “sul luogo del delitto” in compagnia di Eliza (che non era presente il giorno della conferenza), passando prima per la prigione dove è rinchiuso il terrorista. Ovviamente non ha nessuna intenzione di andarlo a trovare. Di fronte al carcere della contea, Rushdie viene preso, piuttosto che dal dolore, da una felicità che non avrebbe mai immaginato: è felice di essere vivo, mentre A. è dietro le sbarre in attesa del processo.

Forse, nei decenni di carcere che ti aspettano, imparerai l’introspezione e arriverai a capire di aver fatto una cosa sbagliata. Ma sai che c’è? Non mi interessa. […]. Non m’interessa nulla di te, né dell’ideologia di cui ti proclami rappresentante e che rappresenti così miseramente. Io ho la mia vita, e il mio lavoro, e ci sono persone che mi vogliono bene. Queste sono le cose che mi interessano.

La tua intrusione nella mia vita è stata violenta e mi ha provocato dei danni, ma ora la mia vita è ripresa, ed è una vita piena d’amore. Non so che cosa riempirà i tuoi giorni da carcerato, ma sono abbastanza sicuro che non sarà l’amore. E se mai penserò a te in futuro, lo farò con una noncurante scrollata di spalle. Non ti perdono, ma nemmeno ti odio. Sei semplicemente irrilevante per me. E d’ora in poi, per il resto dei tuoi giorni, sarai irrilevante anche per tutti gli altri. Sono felice di avere la mia vita e non la tua. La mia vita continua. 

Nell’espressione spietata del suo disprezzo, c’è tutto l’orgoglio e il trionfo dello scrittore, che scongiura il male e la morte e cura le ferite attraverso le parole; che è consapevole di aver risposto armato con la penna e con l’Arte al tumulto delle avversità e della violenza; che sa finalmente di aver vinto – con il lascito dei suoi libri – anche il timore di essere ricordato più per la fatwa e per il suo status di vittima che per le sue qualità artistiche.  

Il coltello, sottotitolato “meditazioni dopo un tentato assassinio” si aggiunge ai saggi dell’ampia bibliografia di Rushdie. Il lettore che ha conosciuto i suoi romanzi più famosi non resti deluso dalle scarse qualità letterarie di questo libro. Qui giocoforza manca la fantasia delle sue opere migliori, avendo l’autore l’obiettivo di evocare soprattutto i fatti della propria drammatica esperienza. Come succede però nei buoni saggi il libro è ricco di riferimenti cinematografici (da Il viaggio sulla luna a Un Chien Andalou) e letterari (dal Processo di Kafka a Re Lear, da Naguib Mahfuz anch’egli scampato ad un attentato al Saramago di Cecità). Ma alcune pagine basterebbero da sole per commuovere l’appassionato di letteratura. Sono quelle in cui Rushdie, che lentamente torna alla vita, si confronta con la morte che si annida e si annuncia tra i suoi colleghi scrittori: Milan Kundera, Hanif Kureishi, l’ultima cena a New York con Martin Amis, il cancro diagnosticato al suo grande amico Paul Auster.

Gigi Agnano

Bob Dylan oggi ne fa 83, di Gigi Agnano

Bob Dylan oggi ne fa 83.

Come la prima scossa di terremoto o la prima ragazza che baci o il primo giorno di scuola o di lavoro, come la nascita di un figlio o qualsiasi cosa che giudichi significativa della tua vita, molti di noi non se la sono scordata la prima volta in cui hanno sentito la voce di Bob Dylan.

Era un graffio del vinile, un corvo con la raucedine nascosto in una cassa dello stereo, una passata di carta abrasiva sull’amplificatore.

Per qualcuno di noi, Dylan è stato l’inizio di tutto: subito dopo sono venuti i poeti della beat generation, poi Kerouac, Dylan Thomas, T.S. Eliot, Rimbaud, Apollinaire, come mattoncini che andavi a procurarti per costruirti la tua casetta della cultura.

Un percorso di tanti, con esiti diversissimi, non necessariamente collocati nella sola letteratura americana, ma tutti accomunati dal punto di partenza: le canzoni struggenti o mozzafiato di Robert Allen Zimmerman, in arte Bob Dylan, menestrello ebreo di Duluth nel Minnesota, il più Randagio di tutti.

Uno che a 23 anni, in My Back Pages, cantava: “ero molto più vecchio allora, sono molto più giovane adesso”.