Gadda – Divagazioni sullo “gnommero”, di Francesca Chiesa

 Mi sono spesso chiesta perché Carlo Emilio Gadda non venga mai citato tra le letture utili a un apprendista scrittore.

Di fatto, tra le creazioni dell’Ingegnere una ce n’è che potrebbe essere di grande utilità e conforto per chi si accinge a intraprendere la dura vita del cucitore di parole. 

Mi riferisco, naturalmente, allo gnommero: gomitolo, groviglio, garbuglio.

In natura lo gnommero esiste sotto due sole specie:  nelle mani di laboriose comari che giocano con gli aghi e nella penna di un Ingegnere che soffre con le parole.

Tanti sono i motivi per cui Gadda merita di essere annoverato tra i fari cui deve fare riferimento un aspirante scrittore, e uno è sicuramente quello di avere dato un nome indimenticabile a quel tipo di situazione problematica in cui tutti ci siamo trovati, ci troviamo o ci troveremo: 

– non saper dare un ordine ai pensieri che stiamo cercando di trasformare in parole; 

– non riuscire a formulare una definizione univoca di un oggetto, di un concetto; 

– essere incapaci di definire una trama ingegnosa e scorrevole.

Trovato il nome, scoperta la soluzione. 

Ogni volta che vi trovate alle prese con uno gnommero dall’apparenza inestricabile che vi fa esclamare, sconsolati: « Io non riuscirò mai ad abbozzare una trama decente!», ricordate che ogni gnommero ha un capo e che trovato quello verrete a capo di qualsiasi problema. 

Il romanzo dello gnommero gaddiano è ovviamente Quer pasticciaccio brutto de via Merulana: pubblicato a puntate nel 1945 e non completato, raggiunse un ampio successo quando fu proposto in volume da Garzanti. È sicuramente la più conosciuta delle opere di Gadda, grazie soprattutto alle versioni cinematografica, televisiva e teatrale.

Sosteneva, fra l’altro [Ingravallo], che le inopinate catastrofi non sono mai la conseguenza o l’effetto che dir si voglia d’un unico motivo, d’una causa al singolare: ma sono come un vortice, un punto di depressione ciclonica nella coscienza del mondo, verso cui hanno cospirato tutta una molteplicità di causali convergenti. Diceva anche nodo o groviglio o garbuglio, o gnommero, che alla romana vuol dire gomitolo […]
«…quacche gliuommero… de sberretà…» diceva, contaminando napolitano, molisano, e italiano. (RR II 16-17)

Sulle meditazioni metafisiche del commissario Ingravallo alle prese col pasticciaccio degli indizi e dei motivi che governano le più antiche azioni e passioni umane, ha scritto efficamente l’italianista Massimo Riva, nell’articolo Garbuglio Gomitolo Gnommero Groviglio (e Guazzabuglio), pubblicato nel 2008 in “The Edinburgh Journal of Gadda Studies (EJGS)”, che dal 2000 è un ottimo strumento per studi e approfondimenti gaddiani. Tra l’altro una rivista, EJGS,  che è solo uno dei molti aiuti oggi a disposizione di chiunque voglia confrontarsi con i molteplici volti di Gadda: fortunati loro, se penso al tempo della mia giovinezza liceale, l’età che dovrebbe essere quella delle scoperte letterarie che ti segnano per la vita.

Fino agli anni ’70 era piuttosto arduo, infatti, per un giovane lettore e per i non specialisti, non solo accostarsi all’opera di Gadda ma quasi quasi anche solo sentirne parlare, dato che non esistevano strumenti studiati per accompagnare o guidare in un approccio che non è certo facile.

Gli addetti ai lavori ne parlavano, eccome, tra di loro: erano anni, quelli, in cui la fortuna critica dell’ingegnere si andava consolidando, ma il “barocchismo” della sua scrittura – come veniva definito da critici –  lo teneva ancora lontano dalle aule scolastiche. 

Si è dovuto attendere, tra le altre cose, il successo esplosivo di Cent’ anni di solitudine perché editori, critici e lettori italiani (in quest’ordine) riscoprissero l’allucinato Sudamerica brianzolo dell’ingegnere triste.

Va anche detto che il  beneficio che noi giovani lettori potevamo trarre dalla pregevolissima edizione Einaudi del 1969, è stato a mio parere parzialmente inficiato dalla iper-barocca presentazione di Gianfranco Contini, alla quale va comunque riconosciuto un merito: quando da Contini passate a Gadda, vi ritrovate a sospirare di sollievo constatando l’inaspettata semplicità e linearità della scrittura del “gran lombardo”. 

Negli Istituti di Istruzione Superiore, come il Classico che ho frequentato io, differenti orientamenti ideologici degli insegnanti avevano un medesimo esito: i più tradizionalisti non inserivano nel programma letture da Gadda perché “illeggibile e privo di armonia”, mentre quelli più aggiornati e di mentalità aperta ritenevano più consona ai tempi la lettura di Calvino e Pasolini.

Tra i primi che cominciano a capire, proclamare e spiegare la grandezza di Gadda troviamo Calvino – assunto nel 1950 da Einaudi dove svolge una costante attività di lettore, traduttore, redattore e promotore culturale – dal quale arrivano sempre più frequenti apprezzamenti, fino alla citazione del Pasticciaccio come significativo esempio di «romanzo contemporaneo come enciclopedia, come metodo di conoscenza, e soprattutto come rete di connessione tra i fatti, tra le persone, tra le cose del mondo». 

Senza dimenticare la storica affermazione, che sempre Calvino ci regala in Lezioni americane“/Molteplicità: la vera prosa italiana del nostro secolo è quella di quando Gadda spiega il risotto.

Per valutare come l’enciclopedismo di Gadda può comporsi in una costruzione compiuta, bisogna rivolgersi ai testi più brevi, come per esempio una ricetta per il «risotto alla milanese», che è un capolavoro di prosa italiana e di sapienza pratica, per il modo in cui descrive i chicchi di riso in parte rivestiti ancora del loro involucro («pericarpo»), le casseruole più adatte, lo zafferano, le varie fasi della cottura.

(La ricetta per il risotto alla milanese è stata pubblicata in Il gatto selvatico, rivista della società di idrocarburi ed energia ENI, 1955-1965).

In questo panorama, come è arrivato Gadda fino a me? 

Del tutto casualmente, pensando ad altro.

Mio padre, che ha scontato in molte forme il destino di essere ingegnere, di Gadda non conosceva nulla eppure mi ha fornito due validi supporti per un approccio quasi indolore alla lettura delle opere del suo “collega”.

Il primo è consistito in una esperienza tanto gestaltica quanto dolorosa, per la bambina che ero, e cioè mettermi di fronte al modello di funzionamento della mente di un ingegnere.

Si parla del 1963 e io frequento la terza elementare, con tutto ciò che comporta in termini di prime nozioni di geometria piana e solida: arriva il giorno in cui, alle prese con un problema per me incomprensibile, penso di ricorrere all’aiuto di mio padre. Il quale, imperturbabile, estrae dalla sua borsa  di vacchetta modello ingegnere un astuccetto anch’esso in pelle, con cuciture impunturate, da cui leva l’arcano mistero di un regolo calcolatore✶: agevole strumento di calcolo che per pura ignavia del legislatore non è mai stato adottato quale sussidio didattico nella scuola elementare.

«Se userai questo sarà facilissimo, adesso ti spiego come funziona!»

E uno. Ho visto come si muove il pensiero di un ingegnere: la linea retta non esiste, il pensiero lineare nemmeno! 

La seconda esperienza risale agli anni in cui eravamo tutta una famiglia – anni in cui la televisione non varcò mai la soglia di casa nostra – e le serate trascorrevano sedendo tutte in circolo, mia madre due sorelle e io, intorno a mio padre che leggeva I promessi sposi. Leggeva e commentava, leggeva e rileggeva interrompendosi di tanto in tanto quando il testo manzoniano gli riportava alla mente modi di dire, filastrocche, aneddoti e racconti della sua infanzia. Chichibio e la gru era il preferito, lo so ripetere ancora oggi a memoria pur a distanza di sessanta/sessantacinque anni.

L’ Italiano di Manzoni è stato il nostro lessico familiare e si è rivelato, come ho potuto sperimentare, un viatico eccellente per i primi approcci a Gadda che, alla prima lettura, mi si aprì con la confidenza di un amico di lunga data. 

Ma se l’amore non ci avesse messo lo zampino!

C’era a quel tempo, tra i liceali della IIA che frequentavo, un tipo che si distingueva alquanto dai bravi ragazzi che non indossavano mai l’eskimo per venire a scuola: non mi dilungo nel descriverlo, vi basti sapere che quel tipo condivide tuttora la mia vita.

All’epoca aveva l’abitudine di condividere le sue scoperte letterarie con quelli che lo stavano ad ascoltare – praticamente tutta la classe, tranne le secchione della prima fila – e quindi un giorno arrivò con un foglietto su cui aveva trascritto il nucleo della Cognizione, che ci permise di copiare mentre lui lo recitava a memoria.

Avendogli un dottore ebreo, nel legger matematiche a Pastrufazio, e col sussidio del calcolo, dimostrato come pervenga il gatto (di qualunque doccia cadendo) ad arrivar sanissimo al suolo in sulle quattro zampe, che è una meravigliosa applicazione ginnica del teorema dell’impulso, egli precipitò più volte un bel gatto dal secondo piano della villa, fatto curioso di sperimentare il teorema. E la povera bestiola, atterrando, gli diè difatti la desiderata conferma, ogni volta, ogni volta! come un pensiero che, traverso fortune, non intermetta dall’essere eterno; ma, in quanto gatto, poco dopo morì, con occhi velati d’una irrevocabile tristezza, immalinconito da quell’oltraggio. Poiché ogni oltraggio è morte.

Il giorno dopo tutti lo recitammo a memoria salvo l’insegnante di Lettere che, pensionando, diede prova di carattere recitando un brano da La vergine cuccia.

Non mi accostai subito, tuttavia, alla Cognizione con furia gioiosa: l’ansia e il tremore di ritrovarmi inadeguata mi tennero in stallo per parecchio tempo, eppure volevo a ogni costo capire perché fosse così importante la morte del gatto. Di fatto trascorsero due anni prima che iniziassi a leggere, e quando fu, nulla di quella lingua, così esecrata da tutti coloro che non la comprendono, mi apparve arduo e da allora, gaddeggiare è sempre un piacere.

Anche perché  La cognizione del dolore è l’unico italiano tra i quattro libri da cui non mi separo mai. ✶✶ 

✶Il regolo calcolatore sfrutta le proprietà dei logaritmi, riconducendo operazioni complesse (prodotti, quozienti, esponenziali) a operazioni più semplici sui logaritmi dei rispettivi operandi. Queste vengono eseguite graficamente, spostando una o più asticelle graduate con scala logaritmica. 

✶✶Gli altri sono: Guerra e pace di Lev Tolstoj, Il Maestro e Margherita di Michail A. Bulgakov e Darab Nameh, di Mohammad al-Tarsusi.

Francesca Chiesa

Francesca Chiesa, classe 1955, laureata in filosofia. 

Ha lavorato per il Ministero degli Affari Esteri in Iran, Russia, Grecia, Eritrea, Libia, Kenia. Dal 2019 vive col marito prevalentemente a Syros, nelle Cicladi. 

Pubblicazioni recenti:

Dalla Russia alla Persia – storia di un viaggiatore per caso: Peripezie di un marinaio olandese al tempo di Alessio I Romanov e Suleiman I Safavide, La Case Books, 2023

Una storia di donne persiane: Il romanzo di Humāy e Nahid, La Case Books, 2023

Intervista a Mario Capanna di Amedeo Borzillo

Mario Capanna è un attivista, scrittore e politico italiano. È stato fra i leader del movimento giovanile del Sessantotto e segretario e coordinatore di Democrazia Proletaria.

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Partiamo da Noi tutti, il tuo libro che alcuni anni fa presentammo a Napoli in una sala gremita. Ci parlasti di coscienza globale accresciuta, in proporzione all’aumento dei pericoli che minacciano la specie umana e la Terra, e di risveglio delle coscienze. Gli eventi anche molto recenti sembrano però andare in direzione contraria: ridotta reattività alle ingiustizie sociali e sconvolgimenti climatici vissuti con indifferenza se non rassegnazione. Cosa ne pensi oggi?

Bisogna guardare le due facce della medaglia. Da una parte i ceti dominanti (finanziari, economici, militari, istituzionali ecc.) tengono il piede sull’acceleratore del profitto, che sta portando il mondo verso la catastrofe: i mutamenti climatici, che ormai stanno pregiudicando lo stesso futuro umano; la terza guerra mondiale a pezzi, che è in corso; la ripresa convulsa della corsa agli armamenti; la povertà crescente globale, nello stesso Occidente opulento; la società dell’1 per cento, dove l’1 per cento dell’umanità possiede ricchezze e beni che superano quelli del 99 per cento!

Dall’altro lato, però, si stanno affermando significative controtendenze: i giovani che si mobilitano in ogni dove per contrastare i mutamenti climatici; le grandi mobilitazioni attuali, in ogni parte del mondo, a sostegno del popolo palestinese, contro la carneficina a Gaza perpetrata da Israele sostenuto dal padrone americano;  il numero crescente di Paesi che non sopportano più il ruolo degli Usa come gendarmi e dominatori del mondo.

Certo: non abbiamo ancora scongiurato il pericolo originario che ci grava addosso: i miliardi di “io” che non riescono a pensarsi come un “noi”, vale a dire come un’unica famiglia umana, consapevole che, se continua a distruggere il Pianeta, come sta facendo, non ne ha un altro di ricambio. 

Il cammino verso l’acquisizione di questa coscienza globale è lento, ma è in atto. Ognuno di noi può – e deve – contribuire ad accelerarlo.

Le guerre in atto hanno mostrato un compattamento del pensiero unico che criminalizza il dissenso e controlla l’informazione per adesione necessariamente “spontanea”. Tu sei una delle poche fonti di controinformazione sui social e nei tuoi interventi sui media. Può bastare?

Entrati nell’epoca della post-verità, l’informazione ufficiale si è trasformata in propaganda:  una merce fra le altre, come le altre, che si fabbrica (da chi ha il potere di farlo), si vende e si compra, come i telefonini, le auto ecc.

Nella propaganda le affermazioni sono apodittiche e le prove un optional. Così gran parte del giornalismo si è trasformato in “giornalismo”, ovvero nella superfetazione delle “notizie” secondo la post-verità. Non è poca cosa: per molti giornalisti la deontologia è diventata come la suola della scarpa, e questo pregiudica la formazione dell’opinione pubblica, e dunque della democrazia.

La propaganda è l’autoesaltazione del capitalismo che, però, per quanti sforzi faccia, non riesce più a essere credibile, dato che appare come incapace di risolvere i problemi maggiori del mondo. Il ricorso alla guerra è la più tragica scorciatoia di questa incapacità.

Vedi Israele: la sua guerra di sterminio contro Gaza, l’apartheid feroce nei confronti del popolo palestinese sono i sintomi di una prepotenza fondamentalista, che crea nell’opinione pubblica internazionale il massimo isolamento dello Stato sionista e del suo protettore, gli Usa.

Il lavoro di controinformazione è dunque fondamentale. Io mi ci dedico anima e corpo, però è ovvio che non è sufficiente. Ma ho la sensazione che, per fortuna, c’è un numero crescente di spiriti liberi – di spiriti critici – che non si rassegnano al pensiero unico e si battono perché la verità emerga. Questa è una buona cosa.

In Noi tutti, insieme esalti la necessità di superare il  “NOI” che ha assorbito il “noi”, le nostre singole individualità e l’insieme dell’umanità; che scandisce le nostre esistenze, le plasma e le regola, fino al punto da impedirci, ormai, persino di rendercene conto. E non ci sarà alternativa fino a quando “accetteremo di essere ostaggi e prigionieri del NOI”. Che fare? (Avrebbe chiesto qualcuno 120 anni fa!)

“Noi” è il pronome più bello. Quando le tre lettere diventano maiuscole, si converte nel suo contrario.

“NOI”: Nuovo Ordine Internazionale o, che lo stesso, Nord Ovest Imperante. È la situazione che va avanti almeno da trent’anni, dalla caduta del Muro di Berlino e dalla dissoluzione dell’Urss in qua, con il ruolo egemone di Stati Uniti e Nato come regolatori del mondo.

Ma oggi la situazione sta mutando. Il mondo unipolare non regge più. Pure in mezzo a contraddizioni, i popoli si muovono verso il multipolarismo.

I Paesi Brics  (Brasile, Russia, India, Cina, Sudafrica) stanno aumentando di numero e di consistenza. E vogliono essere protagonisti dei nuovi assetti del mondo. Rappresentano la grande maggioranza della popolazione mondiale. 

Tutti i Paesi Nato rappresentano appena l’11 per cento degli umani, una netta minoranza. Sono ricchi e super armati, ma il loro ruolo comincia ad affievolirsi. Il pericolo è che reagiscano sempre più con la guerra (vedi l’aggressività Usa contro la Cina).

Come scongiurarlo? Facendo ogni sforzo per accrescere la coscienza critica delle persone e dei popoli. Realizzando, in ciascuno di noi, quella rivoluzione di pensiero necessaria perché i mutamenti verso la pace siano concreti e durevoli. Senza rivoluzione dentro di noi, non ci sarà il cambiamento fuori di noi – attorno a noi. Chiunque lavora in questa direzione fa progredire il risveglio del mondo.

La questione migranti manifesta da un lato una forte solidarietà popolare ma dall’altro un arroccamento politico dell’Occidente: si alzano muri e si costruiscono lager in una orwelliana induzione al pensiero unico della difesa dei propri privilegi. Forse è rimasto solo papa Francesco a usare le parole giuste per indignarci e reagire aprendo cuori e confini?

Le migrazioni ci sono sempre state, da che mondo è mondo, e fermarle è impossibile. Gli stessi popoli europei sono il risultato di migrazioni provenienti dall’Asia, dal Medioriente, dal Nord Africa.

L’atteggiamento odierno dell’Occidente opulento rispetto ai migranti è emblematico del cinismo della logica del profitto. L’Occidente ha rapinato il resto del mondo almeno dalle crociate in qua.: con la pratica intensiva della schiavitù, lo sterminio dei nativi d’America, l’uso intensivo delle guerre (quelle commerciali e quelle degli eserciti).

Dimentichi di questo, oggi vorremmo che gli immigrati non venissero a infastidirci in mezzo allo sfavillio delle vetrine delle nostre città. Ridicolo. Almeno quanto il comportamento del governo di destra attuale.

Torniamo a costruire muri dopo lo sbriciolamento di quello di Berlino. Paradossale e miope. Abbiamo bisogno di manodopera, ma respingiamo chi viene a offrircela, Non c’è alternativa all’accoglienza gestita con una intelligente integrazione.

Su questo e altri temi – la pace e la guerra, la salvaguardia dell’ecosistema, il fatto che “questa economia uccide” ecc. – io, lo dico da laico, considero mio fratello Papa Francesco.

D’altra parte lotto da sempre per creare convergenze tra il pensiero cattolico più dinamico e quello laico più autentico. Il futuro, nel nostro Paese, passa anche da questo crocevia. 

Amedeo Borzillo