Davide Morganti: “Non è qui” (Editoriale Scientifica, 2025), di Edoardo Pisani

E un bambino li condurrà – su Non è qui, di Davide Morganti 

Hans Christian Andersen insegna che è sempre un bambino a gridare che il re è nudo. Analogamente, forse soltanto un bambino può credere davvero nelle meraviglie e nei miracoli che la religione e gli scritti sacri promettono essere autentici. Infatti, nonostante molte tiritere teologiche, di rado gli adulti si abbandonano alla fede con la disarmata ingenuità che essa richiede. L’adulto è scettico dinanzi all’impossibile, il bambino no. Così in Non è qui – pubblicato questo mese da Editoriale Scientifica – Davide Morganti si approccia ai temi di Dio e della Resurrezione con uno sguardo infantile, il proprio, rimembrando le sue perplessità al riguardo ma anche i suoi incanti per qualcosa che può anche essere possibile e dunque vero. 

Non è qui è un memoir sulla fede che si legge come un romanzo o forse, meglio, è una lunga divagazione intorno ai temi di Dio e della memoria che si svolge però in forma prettamente narrativa. Il titolo proviene dal Vangelo di Luca: “Perché cercate tra i morti colui che è vivo? Non è qui, è risuscitato.” O dal Vangelo di Matteo, citato nell’epigrafe: “Ma l’angelo disse alle donne: ‘Non abbiate paura, voi! So che cercate Gesù il crocifisso. Non è qui. È risorto, come aveva detto; venite a vedere il luogo dove è deposto.’” Dunque il titolo si riferisce al cadavere di Cristo, che il bambino protagonista, Davide, animato da un “desiderio crudele di Dio”, sa essere veramente risuscitato e quindi altrove, non nella tomba in cui gli adulti lo cercano, loro che stentano a credere nell’impossibile. Ma quindi la morte cos’è? E la vita? Dove finirà ognuno di noi dopo la morte? “Dove ci metteremo tutti?” si chiede il bambino. “Saremo come meduse nel mare?” E ancora: cos’è l’aldilà? È forse una “discarica celeste”? 

Davide Morganti è un irregolare delle lettere italiane. In un suo libro precedente, l’ultimo volume del mastodontico Atlante della fine del mondo (Marotta&Cafiero, 2022), faceva scrivere a Emanuela Cocco – ma era probabilmente lui stesso a scrivere – che “Morganti si faceva volere bene ma era anche un presuntuoso […], la buona volontà non gli è mai mancata ma quel carattere difficile gli ha bruciato mille occasioni e la sua scrittura ne risente di questo fallimento”, come a dire che nei suoi libri c’è sempre qualcosa che si ribella non tanto allo scrivere quanto al saper scrivere, ossia che cerca non l’esattezza dello stile bensì la velocità dell’istinto che si fa parola e quindi narrazione, racconto.

Così negli anni Morganti si è andato forgiando uno stile a tratti anche orale che risente di un Céline forse mal digerito ma che raggiunge pure notevoli momenti di pathos e di esaltazione. Ha saputo giocare con la forma del romanzo, come in Il cadavere di Nino Sciarra non è ancora stato trovato (Wojtek, 2019), che potrebbe essere definito l’impossibile romanzo di un critico impazzito, o nel già citato Atlante della fine del mondo, che visita ogni Paese al mondo in compagnia dell’impacciato picaro moderno Casimiro Boboski, oppure in un romanzo che ha non poche cose in comune con Non è qui e che fu molto amato da un giovanissimo Roberto Saviano, il quale scrisse che aveva “il sapore di un classico”, cioè Moremò (Avagliano, 2006), un libro colorito e spericolato in cui il protagonista è a sua volta preda di ossessioni religiose, come il Davide di Non è qui

Non è qui è un romanzo che vive di alti e bassi, come sempre nella scrittura di Morganti. Ci si diverte spesso, talora ci si commuove, a tratti si imparano cose nuove. La lettura offre sempre un punto di vista inedito e originale sulla fede e di conseguenza su Dio, su cos’è Dio per noi mortali, per noi che siamo ossessionati dalla morte e che non possiamo credere che essa riguardi anche Dio, o Cristo, o persino noi stessi, noi che dunque abbiamo inventato i miracoli dell’aldilà e della vita eterna per nascondere la certezza paradossale di dover abitare il mondo anche da morti. Però i bambini lo sanno. E lo scrittore, se è tale, sa di dover tornare bambino per raccontarlo, per raffrontarsi a se stesso e a Dio, specchio dell’impossibile, un impossibile che soltanto un bambino, il bambino che è stato Davide Morganti e che anche noi siamo stati, può rendere credibile e infine reale.   

Di conseguenza il ricordo (parola che contiene la sillaba cor ed è quindi un ritorno alle intermittenze del cuore) diventa non soltanto racconto ma anche memoria e a tratti autobiografia, ed è qui che abbiamo le pagine più felici del libro, quando Morganti scrive, per esempio, di Ciro il Pellicano, fortissimo a pallone ma destinato a morire di overdose, o di altri suoi amici mai dimenticati, o della morte di mastro-don Gesualdo nel romanzo di Verga, o della signora Anna, una barbona miope con gli occhiali doppi attaccati con lo scotch, “sempre con molte buste della spesa rigonfie non so di cosa, la bocca incavata per i pochi denti rimasti, si diceva fosse stata una prostituta durante la guerra e che andasse in giro con i marinai americani, a me pareva strano immaginarla visto come era brutta, vecchia, malandata, di lei ricordo la puzza e la buona educazione, parlava a bassa voce, mia mamma per lei aveva piatto, bicchiere e posate a parte, le dava da mangiare e anche da dormire certe volte, la notte io sentivo la sua puzza ma nessuno di noi si lamentava, era normale fare queste cose, la signora Anna era come se non ti guardasse mai e parlava un italiano dolce, la voce affabile, ogni tanto spiccava qualche parola inglese, che mia mamma…” 

Il periodo della signora Anna va avanti per una pagina intera ed è esemplificativo di ciò che Morganti ha fatto con il proprio stile e con la lingua, spalancando ogni proposizione alla successiva, come in una matrioska russa, evitando però strutture composite o arzigogolate e rifacendosi all’oralità piuttosto che alla complessità. I grandi novecentisti ci insegnano che uno stile proprio si paga caro, che può essere a un tempo un limite e una forza, e così è per Davide Morganti, il quale in Non è qui affabula come solo un bambino sa fare, precipitandosi lungo le frasi con passione e meraviglia, nell’indomabilità stilistica e emozionale del ricordo, che da sempre – in letteratura e nella vita – ci insegna che siamo anche ciò che siamo stati: il bambino che ci osserva, il bambino che ci guida. 

“E un bambino li condurrà” dice il profeta Isaia, nella Bibbia ebraica. In questi tempi neri forse dovremmo davvero ritornare alle nostre infanzie e ai testi sacri, alla meraviglia di poter immaginare Dio. 

Edoardo Pisani*

*Edoardo Pisani è nato a Gorizia nel 1988. Ha pubblicato i romanzi E ogni anima su questa terra (Finalista premio Berto, finalista premio Flaiano under 35) e Al mondo prossimo venturo, entrambi con Castelvecchi. Sempre con Castelvecchi ha pubblicato un libro su Rimbaud, E libera sia la tua sventuraArthur Rimbaud! Nel 2026 Marsilio pubblicherà il suo terzo romanzo.

Marguerite Duras: “Scrivere, una ragione di vita” (NN editore, trad. Chiara Manfrinato), di Edoardo Pisani

Lacrime di Marguerite Duras – su Scrivere 

L’atto di scrivere comprende pure la sua negazione, cioè l’atto di non poter o non saper più scrivere, perché anche non scrivere è un atto, benché mancato. L’atto di non scrivere ci riconduce quindi alla scrittura stessa, sia pure nel silenzio. Scrivere significa tentare di sapere cosa scriveremmo se scrivessimo, dice Marguerite Duras. 

È seduta su una poltroncina, davanti a un pianoforte e accanto a un termosifone. Indossa una gonna a scacchi grigia e un maglione blu scuro, e ha un cerchietto nero che le incornicia i lisci capelli grigio cenere. L’obiettivo della telecamera è fisso su di lei. 

Marguerite Duras ci parla con una voce leggermente arrochita dall’alcol, scandendo lentamente ogni parola. Il suo tono è malinconico. Stanco. Ma Duras è una donna piena di dignità e saggezza, e ha molto da raccontare. 

Nel 1993 uscirono due documentari-interviste di Benoît Jacquot su di lei, Êcrire La Mort du jeune aviateur anglais, entrambi rintracciabili su YouTube. Quello stesso anno le due interviste confluirono in un libriccino edito da Gallimard, Êcrire, che Laurent Adler, la sua maggiore biografa francese, ha definito il suo testamento letterario e umano. Oltre trent’anni dopo la prima edizione italiana del testo (Feltrinelli, 1994), l’editore Enne Enne lo ripropone in nuova traduzione, a firma di Chiara Manfrinato. 

Scrivere è un libro che mancava da tempo nelle nostre librerie e che ancora ci illumina e ci commuove. Contiene cinque testi brevi, fra i quali le due interviste-monologo tratte dai documentari di Benoît Jacquot, adeguatamente riviste per la pubblicazione. Marguerite Duras fa i conti con se stessa e con la propria opera, sapendo che non le resta molto da vivere. Parla – scrive – della scrittura, del silenzio, dei suoi libri, della morte, di politica, di amore, di alcol, di Roma (un’intera sezione del libro si svolge a Roma), di pittura e di purezza. Lo stile è quello che la accompagna ormai da diversi anni, con delle frasi brevi e coincise, dalla sintassi semplice, con qualche iterazione che dà più forza al suo periodare. È una sequenza di paragrafi o frasi separati da uno o più righi bianchi che può essere letta anche come una partitura. A momenti sembra che Duras procacci una forma inedita non di scrittura ma di espressione, una nuova forma espressiva che comprenda pure gli spazi bianchi, le pause, i lunghi silenzi fra un brano e l’altro – e i suoi silenzi dicono sempre qualcosa. 

A Duras restano tre anni di vita. Tuttavia il suo sguardo verso la morte è lucido, non spaventato, come quello degli stoici greci. A un certo punto osserva l’agonia di una mosca che è sul punto di morire, forse ricordando un racconto di Katherine Mansfield (La mosca, appunto). Scrive: “La morte di una mosca è la morte. È la morte in cammino verso una certa fine del mondo, che estende il campo dell’ultimo sonno. Vediamo morire un cane, vediamo morire un cavallo, e diciamo qualcosa, per esempio: povera bestia… ma se muore una mosca, non diciamo niente, non lo documentiamo.”

Come “la morte di una mosca è la morte”, il silenzio di uno scrittore è il silenzio, verrebbe da dire leggendo Duras, perché l’atto di scrivere contiene anche il suo contrario, cioè l’atto di tacere e di contemplare la possibilità di scrivere. “Uno scrittore è un essere bizzarro” chiosa infatti Duras. “È una contraddizione  e anche un’assurdità. Scrivere è anche non parlare. È tacere. È urlare senza fare rumore.” Scrivere è dunque una parola ossimorica che unisce i due atti, il parlare e il tacere. Marguerite Duras lo sa e ce lo dice. Ha scritto per tutta la vita, come le consigliava di fare Raymond Queneau (“Non faccia altro, scriva”), e lo rivendica. Scrivere è stato il suo destino. 

Poi c’è la morte, alla quale pure la scrittura – come il silenzio – deve raffrontarsi. C’è la morte di sé e c’è la morte degli altri, dove gli altri possono essere le persone che abbiamo più a cuore ma anche degli sconosciuti. Parlando della morte in guerra di un giovane aviatore inglese, per esempio, Marguerite Duras ricorda la morte del fratello nella Guerra del Pacifico, e a lui finisce per rivolgersi, al fratello, perché scrivere è anche un impossibile dialogo con i nostri morti, con i morti che abbiamo amato e amiamo ancora, e perché “la morte di chiunque è la morte intera”, come la morte di una mosca o di un soldato o – da ultimo – di noi stessi. La prossima morte di Marguerite Duras, scrittrice e essere umano. 

“C’è l’amore di mio fratello e c’era il nostro amore” continua Duras, con i suoi mormorii strascicati, “quello tra me e lui, un amore fortissimo, nascosto, colpevole, un amore senza fine. Incantevole, perfino dopo la tua morte. Il giovane inglese morto era chiunque ma era anche soltanto lui. Era chiunque ed era lui. Ma non si piange per chiunque.” 

La scrittrice quindi si raffronta con l’impossibilità di scrivere – e ne scrive – e ricorda la propria esistenza, la solitudine, gli amori, i morti propri e altrui, perfino la politica, immaginando una lista con tutti gli uomini e tutte le donne che hanno trascorso le loro esistenze in una fabbrica della Renault ormai sul punto di chiudere, una lista esaustiva, dice Duras, priva di commenti, che raggiungerebbe il numero di abitanti di una grande capitale: un “muro di proletari”, perfetto e significativo. 

Marguerite Duras era stata iscritta al Partito Comunista Francese e non se ne era mai pentita, sebbene fosse stata espulsa quale dissidente nel 1950. Al riguardo scrive, nella prima parte del libro: “Siamo malati di speranza, noi sessantottini, della speranza che riponiamo nel ruolo del proletariato. Quanto a noi, nessuna legge, niente, nessuno e niente ci guarirà da quella speranza. Vorrei perfino riscrivermi al Partito Comunista. Ma al tempo stesso so che non dovrei.” E ancora: “Non dobbiamo sottometterci a ordini, orari, capi, armi, multe, insulti, sbirri, capi e ancora capi. Né alle chiocce che covano i fascismi di domani.” 

Una scrittrice e un’intellettuale come Marguerite Duras oggi ci manca molto, ma per fortuna possiamo ritrovarla nei suoi libri. Nel suo stile a un tempo semplice e elaborato, che in Scrivere si muove fra lunghi silenzi e assiomi fulminanti. O nel suo sguardo fisso nell’obiettivo, mentre parla piano, seria, di morte e di scrittura e quindi di tutto ciò che conta, facendo del silenzio intorno a lei – intorno a noi – un tutt’uno con la sua voce. “Un libro aperto è anche la notte” mormora. E poi, dopo un rigo bianco: “Non so perché, ma le parole che ho appena detto mi fanno piangere.” In questi tempi di chiasso sfrenato e guerre insensate la voce e l’esempio di Marguerite Duras – le sue lacrime, il suo silenzio – ci fanno credere che per l’essere umano non tutto è ancora perduto. 

Edoardo Pisani*

*Edoardo Pisani è nato a Gorizia nel 1988. Ha pubblicato i romanzi E ogni anima su questa terra (Finalista premio Berto, finalista premio Flaiano under 35) e Al mondo prossimo venturo, entrambi con Castelvecchi. Sempre con Castelvecchi ha pubblicato un libro su Rimbaud, E libera sia la tua sventuraArthur Rimbaud! Nel 2026 Marsilio pubblicherà il suo terzo romanzo.