Paolo Rumiz: “La rotta per Lepanto” (Bottega Errante Edizioni), di Valeria Jacobacci

Il Mare Mediterraneo e lo scontro Oriente Occidente sono i temi del libro di Paolo Rumiz, giornalista e scrittore, velista, triestino, inviato speciale de “Il Piccolo”, editorialista di “Repubblica”, in campo a Islamabad e a Kabul nel 2002 per seguire l’attacco statunitense in Afghanistan, autore di numerosi libri, all’attivo molti riconoscimenti.

Al di là di tutto questo ciò che lo contraddistingue è una profonda passione per la storia e per il mondo, il teatro in cui essa si svolge, un totalizzante aderire alle dimensioni di spazio e tempo, visti nel loro insieme dall’alto,  su ali di gabbiano, trasvolando le acque dell’Adriatico in viaggio da Venezia in giù, verso il Mare nostrum, o nel Mare di Mezzo, come lo definisce traslandone il nome, dove questo prolungamento del Canal Grande diventa lago marino e contiene il nostro fluido passato.  

Lepanto. La formidabile battaglia. Questa è la destinazione. E mai come ora la meta è significativa. 1571: la sconfitta dei Turchi e il trionfo dei cristiani, ma è davvero così? Grande protagonista, il mare. Personaggi: popoli che in ogni tempo l’hanno attraversato usandolo come ponte da un luogo all’altro, da una terra all’altra, con i natanti più diversi, battendo le onde e arrossandole col proprio sangue in mille battaglie.

“La rotta per Lepanto” descrive un pellegrinaggio, ha un carattere moderno, ludico e spensierato ma meditativo e profondo. E’ un racconto di viaggio, avventuroso per la varietà dei mezzi che solcano le acque, dalla barca a vela al passaggio su piccole navi o navigli, traghetti e motoscafi, fino alla “Vela rossa”, nel mare del Montenegro, venuta da chissà dove, una barca di nome Moya che “arriva in silenzio nell’acqua increspata color del rame e dello zinco”, di legno, e con vele rosse di tela come quelle di Omero.

Ed è da Omero che questo mare divide e unisce, separa le culture ma ne implementa lo sviluppo, miscela raffinatezze e barbarie. La navigazione è il modo più appropriato. O forse l’unico per ricordare, commemorare ma soprattutto capire una storia plurimillenaria che è la vicenda della nostra civiltà, quella che raccoglie le diaspore e ridistribuisce i destini.

Il mare della costa alta dell’Adriatico è affollata di barche da diporto, la Croazia è meta privilegiata, i posti sono allegri, variopinti e troppo moderni se confrontati con gli approdi più in giù, il turismo predilige le comodità e gli svaghi, i luoghi, tutti scelti lungo il percorso sulla costa Est, nelle terre nostre dirimpettaie, si fanno più austere man mano che si prosegue verso sud.

Dopo la Croazia, Bosnia e Montenegro e dopo Ragusa, Perasto, Bar, lungo l’Albania, il mare si desertifica, è un andare del tutto solitario. Poi la Grecia. Tutto cambia e si ripopola il paesaggio. Le isole greche, fra tutte Itaca!

Il pellegrinaggio è vicino alla meta, Lepanto. In questo mare è successo tutto. La contrapposizione Oriente Occidente è incominciata molti secoli prima di Lepanto, molto prima che Maometto nascesse, quando l’Islam non c’era.  Ulisse vaga da Itaca verso Troia, nella Troade, verso Est, e poi a ritroso,  come  gli altri Greci di ritorno in patria, viaggi lunghi decenni.  

Quando Roma, che è Occidente, con tutto quello che lo caratterizzerà in seguito, vince sul mondo greco,  sarà Cesare a puntare sull’Egitto e poi Antonio, al fianco di Cleopatra, nella battaglia di Azio. I turchi imperverseranno più tardi ma non saranno sempre nemici. I traffici commerciali con la Serenissima sono vantaggiosi per tutti, sono più gli accordi che i disaccordi. Nel mezzo le altre repubbliche marinare, i pirati, i saccheggi.

A Lepanto l’esercito della Lega Santa contro l’infedele, una vittoria che costò forse più all’Occidente vittorioso. Il pellegrinaggio finisce qui, attraverso le acque che hanno visto le stragi del secolo breve e, dopo le due guerre mondiali, la guerra fra Serbi e Croati. L’Adriatico poteva essere, e spesso lo è stato, un trait d’union fra popoli non così diversi come si vuole che siano, un coacervo di lingue, culture, usanze.

Il grande rivale è il Tirreno ma soprattutto l’Atlantico, verso il Nuovo mondo che sottrae il primato dell’economia a Venezia e a Istanbul.  Tutto questo è detto brevemente, poeticamente, con l’occhio del giornalista dei tempi nostri e del velista filosofo, molto dall’alto e con il distacco di un Seneca, temprato da Socrate e senza saltare Plutarco con il ciclo delle costituzioni.  Fra un bicchiere di vino ellenico e un aroma di cibo esotico. 

Valeria Jacobacci

Valeria Jacobacci, scrittrice e pubblicista, è appassionata conoscitrice di storia partenopea e di biografie, spesso femminili, di donne che hanno caratterizzato i loro tempi. Si è interessata alla Rivoluzione Napoletana, al passaggio dal Regno borbonico all’Unità, al secolo “breve”, racchiuso fra due guerre. Ha pubblicato numerosi articoli, saggi e romanzi. 

Emanuela Anechoum: “Tangerinn” (edizioni e/o), di Alfredo Petitto

 

“E magari, sai, vivrò bene qui. Sarò al sicuro, avrò delle possibilità che a casa non avrei avuto; ma diventerò una persona completamente diversa. […]

Sarò altro, e avrò altre cose: ma non riavrò mai indietro quello che ero”.

Mi sono accostato a questo libro con grandi aspettative, ma le emozioni che mi ha regalato sono state di gran lunga superiori.

“Tangerinn”, è il romanzo d’esordio di Emanuela Anechoum racconta le vicende di una trentenne, figlia di un’italiana e di un marocchino, trasferitosi in Calabrie dove ha aperto un bar, ritrovo di emigranti.

La protagonista è fuggita a Londra, dove vive una vita fatta di apparenza e di solitudine. La morte del padre la costringe a tornare e a fare i conti con il complesso rapporto tra le proprie origini, le proprie scelte, i propri desideri, i legami affettivi profondi. La speranza e’ di capire qual è il suo luogo dell’anima, il posto dove può davvero essere se stessa.

In questa ricerca le fa da alter ego la sorella, che ha scelto di restare in Calabria, ci sono, poi, il giovane Nazim che collabora nelle attività a favore dei rifugiati, ma è, egli stesso, un esule e Rashid, un vecchio amico del padre. Infine Omar che con la sua lettera parla al cuore della figlia.

E’ un romanzo brillante, intenso, profondo e leggero al tempo stesso, cinico eppure pieno di tenerezza, provocatorio e poetico.

Un libro di cui mi sono innamorato e che avrei letto all’infinito.

Resta da dire delle scrittura, un’altra grande sorpresa: una scrittura magnetica, ironica, graffiante, poetica, profumata, colorata, illuminante.

Alfredo Petitto

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Emanuela Anechoum sarà a Milano – da Materia Talk in via Scarlatti 7 – lunedì 20 maggio alle 20,45, invitata dagli amici del gruppo di lettura “Le nostre anime di notte“. L’incontro è aperto a tutti.

Yasmina Khadra: “Cosa sognano i lupi” (Sellerio) e Pedro Lemebel: “Ho paura torero” (Marcos y Marcos), di Valeria Jacobacci

Ancora due libri. Due autori, due mondi, due culture diverse ma significativi elementi in comune: la rivolta popolare, il cambiamento di regime, l’esasperazione che semina morte.  Conosciamo l’algerino Mohamed Moulessehoul  per aver commentato di recente “L’attentato” su questa rivista; anche questo suo scritto, Cosa sognano i lupi? edito in Italia da Sellerio nel 2024, porta lo pseudonimo di Yasmina Khadra, il nome della moglie, per motivi di censura.

L’altro titolo è Ho paura torero del cileno Pedro Lemebel, per Marcos y Marcos nel 2011.  

Mai due stili letterari furono più diversi e mai due Paesi più lontani come l’Algeria e il Cile. In comune hanno i due mostri della storia e della politica, l’autoritarismo cieco e aberrato e il sentimento di ribollente odio che colma la misura e straripa sotto la spinta dell’emarginazione, della miseria e del disprezzo.  

Pedro Lemebel e Yasmina Khadra

E  tuttavia le differenze non tardano a manifestarsi, eclatanti e vistose, non solo nelle narrazioni dei rispettivi autori. L’affermazione democratica del Fronte islamico e il diffondersi dell’islamismo  in Algeria negli anni ’80  e ’90, descrive un cammino a ritroso della psiche dei personaggi, e del protagonista in particolare, costretto a ripiegarsi nella trappola di un carapace, minuscolo per un cervello in evoluzione, dal quale sparare nel mucchio di un nemico senza connotati, spesso avvolto nei macabri drappeggi di abiti insensati.

Di contro, il Fronte patriottico Manuel Rodriguez nel tentativo di rivolta contro Pinochet, si muove con passi di musica e danza in un Cile trasognato, poverissimo e inerme. Santiago è diversa da Algeri ma gli spari e la devastazione sono gli stessi. Le coscienze sono opposte, le aspirazioni dei reietti hanno qualcosa in comune.

Quali aspirazioni? In Algeria, Nafa Walid, un bel ragazzo di vent’anni, nato e cresciuto nella casbah, ha modo di assaporare una vita all’occidentale grazie a una piccola parte ottenuta in un film che gli fa sognare una vita facile, ricca di piaceri e avventure. E’ un giovane dal carattere mite e, dopo varie disillusioni, si rassegna a un lavoro di autista presso una famiglia ricca, in attesa che la fortuna torni a sorridergli. Ma i tempi sono duri, molte cose stanno cambiando, i ricchi sono misteriosi, non comunicano, restano trincerati in distinte solitudini, gli agi e le ricchezze sono solo fonte di vizi e di noia infinita, nessuna coscienza sociale a dare un senso alle loro vite. Nafa si sente un servo invisibile, privo di qualunque valore, buono solo ad assecondare crimini e misfatti, come quando assiste all’incidente occorso alla giovanissima preda occasionale del padrone giovane, morta di overdose. Costretto ad assistere alla scena raccapricciante dello svisamento del corpo per renderlo irriconoscibile, non regge all’orrore e abbandona il suo impiego di autista.

Dall’altra parte del mondo, e in un altro libro, quello di Pedro Lemebel, dove abbiniamo queste infelici “vite parallele”, un travestito pieno di grazia e gentilezza, degno di una madama Butterfly, per l’umiltà e la bellezza del suo amore, accetta di correre un rischio immenso concedendo al giovane di cui è innamorato di nascondere nella sua casa, piena di scialli, ventagli e musica romantica trasmessa dalla radio, un arsenale di armi che serviranno per il golpe in programma. Anche questa grottesca ma sublime “bambolina” sogna una vita radiosa, anche a lei sorride il miraggio di un mondo diverso, ma l’analogia si ferma qui.

Nafa, nell’altro universo, torna nella Casbah di Algeri, alla solita vita; ogni giorno, alla fermata del pullman, vede una ragazza dolce e tranquilla, con un sorriso modesto e sereno. Pur non avendole mai parlato, se ne innamora e sogna di sposarla, tanto più che è la sorella di un suo caro amico. La situazione però precipita: mentre cerca il modo di chiedere la sua mano, il suo amico, testa calda, arrogante e incapace di concepire pensieri in autonomia, è sempre più irretito  dal progetto islamista, catturato dalla propaganda degli sceicchi e degli imam, comincia a detestare la sorella fino ad ucciderla quando la sorprende in una manifestazione di donne che invocano i propri diritti.

La morte di questa fanciulla è simmetrica benché antitetica all’altra. La ragazza morta per overdose è almeno colpevole di essersi data a un uomo in modo sconsiderato, quella di cui Nafa si è innamorato, al contrario, è unicamente colpevole del suo essere donna e di  voler essere riconosciuta come parte dell’umanità. Questa colpa è imperdonabile agli occhi del giovane. Nafa non soffre e non odia neanche l’assassino del suo amore, al contrario, si dona completamente alla causa e diventa un terrorista.

In Cile, l’attentato del Fronte patriottico Manuel Rodrigez  contro Pinochet  non va a buon fine, tuttavia il più è fatto, anche se Pinochet morirà dopo molti anni dopo essere sfuggito ai processi intentatigli per crimini contro l’umanità. I personaggi di Lemebel seguono la propria logica, la “bambolina” non realizzerà i suoi sogni ma avrà i suoi riconoscimenti, l’affetto, se non l’amore, del suo principe, il rispetto del Fronte, il senso della vita che è soprattutto poesia. Come tutti i grandi scrittori Lemebel ha le chiavi poetiche giuste per far ridere e piangere quasi nello stesso momento, sa quindi come raccontare una storia d’amore , di guerra, di odio, di ribellione e di morte. Tra  piume di struzzo, abiti di pizzo, maquillage e veli multicolori, descrive il collettivo di las Yeguas contro la brutale politica di Pinochet. Così  se la “fata ignorante” è innamorata del giovane ribelle, uno studente rivoluzionario, che ricorda il dottor Zivago di Pasternak, è innamorato della libertà del proprio Paese. Un dittatore è innamorato di armi e potere, due attentati al potere e all’amore accomunati dallo stesso esito.

Consigliato: a chi combatte contro ogni dittatura con armi diverse ( poesia, ironia o protesta), a chi lotta con dolcezza, leggerezza e dignità per affermare la propria libertà.  

“Rimaneva solo il riflesso del suo volto nel finestrino, dove gocciolava la pioggerella che cadeva sulla città, piangendo per lei senza il suo permesso”     

“Cosa sognano i lupi?” si chiede nel mio immaginario controcanto l’autore algerino Mohamed Moulessehoul,  firmandosi Yasmina Khadra, col nome di sua moglie, questo, sì, un dato poetico. Per lui la storia non si conclude come uno dei suoi libri, perché è una storia ancora in atto, con la sua inconcludente totale mancanza di poesia. Il protagonista Nafa Walid incomincia la sua carriera di terrorista, e non sa dove lo porterà: “… fece retromarcia, tornò indietro fino agli orti, deviò in un viale costeggiato di ulivi e raggiunse a tutta velocità  la tangenziale per confondersi nel traffico. Quella notte, coricandosi, Nafa temette che un incubo lo tradisse. Invece si addormentò come un carpentiere dopo una dura giornata di lavoro. Del sonno del giusto.” 

Valeria Jacobacci

Valeria Jacobacci, scrittrice e pubblicista, è appassionata conoscitrice di storia partenopea e di biografie, spesso femminili, di donne che hanno caratterizzato i loro tempi. Si è interessata alla Rivoluzione Napoletana, al passaggio dal Regno borbonico all’Unità, al secolo “breve”, racchiuso fra due guerre. Ha pubblicato numerosi articoli, saggi e romanzi. 

Presentazione:

Il 9 maggio alle ore 18 Valeria Jacobacci presenta a Napoli, da ScottoJonno nella Galleria Principe di Napoli, il suo ultimo romanzo La stamperia dei libri proibiti (La valle del tempo). Relatrice la “nostra” Serena Cirillo.

Josè Vicente Quirante Rives: “Dodici araldi grinzosi” (Colonnese), di Daniela Marra

Da dove potrà venire a noi la rinascita, 

a noi che abbiamo svuotato e imbrattato tutto il globo terrestre?

 Solo dal passato, se l’amiamo

 ( Simone Weil ) 

Dodici Araldi Grinzosi, prezioso libriccino nato in casa Colonnese, è uno straordinario gioco di rispecchiamenti,  specchi che suggeriscono, svelano, illuminano un cammino tra terra e cielo. L’autore, Josè Vicente Quirante Rives, si confronta con i dodici profeti di Ribera, che rivivono in altrettanti racconti brevi ma sorprendenti, dedicati alla memoria di Giuseppe Galasso. Hanno il sapore delle rivelazioni epifaniche di Joyce e delle invasioni improvvise di proustiana memoria. Sullo sfondo della sorprendente Certosa di San Martino, l’appassionato scrittore spagnolo, ispirato dalle figure dei dipinti di Ribera, costruisce un racconto dialogico, ripercorrendo suggestioni e impressioni, tra immagini, Sacre Scritture, note di viaggiatori e voci di studiosi, nel tentativo di trovare le chiavi per penetrare la nuova Gerusalemme dell’Apocalisse. Ogni capitolo nasce da un innamoramento: le voci del passato, il silenzio, la contemplazione, la luce, le visioni, la Parola, nulla è casuale. Il dialogo tra Bellezza e Morale è vivo e autentico, una potente fonte di riflessione per la comprensione del mondo, un mondo solo da amare. Non è estetismo, non è moralismo, ma un sentimento più alto che agisce sull’uomo. È vicino al sentire di La Capria che riguardo alla funzione salvifica della Bellezza di Dostoevskij scrive: “non parlava certo di estetismo…ma si riferiva a un sentimento che aveva intuito in anticipo il rapporto da restaurare tra Bellezza e morale, cioè tra la Bellezza e la difesa della profanata sacralità del mondo”. 

I profeti della Certosa, mediatori luminosi tra cielo e terra, posti negli archi esterni delle cappelle laterali sono dodici, come dodici gli apostoli, perché i numeri contengono il segreto del mondo. Dodici vecchi dalle rughe profonde, così vivi da sembrare reali, che portano la firma di Jusepe de Ribera español, eseguiti tra il 1638 e il 1643. Il pittore nella feroce Napoli del ‘600, detto Spagnoletto a causa della sua statura e della provenienza, godeva di una grande fama nel vice-regno spagnolo, fama che nel tempo è stata croce e delizia. Artista discusso, attorno alla sua figura sono fiorite leggende e nati  miseri pregiudizi: assassino avvelenatore, feroce, istintivo, Gautier lo giudicava inebriato dal vino dei supplizi  e  Byron  lo definiva il pittore che nutriva la sua tavolozza con il sangue dei santi. È certamente solo superando il pregiudizio e contemplando le sue opere si può comprendere quanto il disegno napoletano deve alla grandiosa mano del Ribera, ma non solo quello napoletano, come racconta Josè Vicente Quirante Rives: “A ventinove anni, Fragonard si esercitava con i profeti della Certosa per scoprirsi”. 

Nella Certosa, che domina la città, “metonimia di Chartreuse, il deserto vicino a Grenoble”, luogo di silenzio e contemplazione, luogo dello spirito, specchio del deserto, si è lontani dalla città sirena in continuo fermento, inzuppata di vanità terrene e miserie mondane: “ Salgo alla Certosa per la Pedamentina di San Martino, le rampe panoramiche che collegano il centro chiassoso e l’amena collina. Le due Napoli, la carnale e la spirituale, la rumorosa e la silente, la licenziosa e la virtuosa, l’attiva e la contemplativa, la visibile e l’invisibile. Salgo alla Certosa per i gradini che uniscono l’uomo e Dio, come la scala di Giacobbe, come la Scala Paradisi, come i profeti”.

Un impasto magico tra autobiografia e immaginazione cesella la narrazione. Le suggestioni visive e l’estasi dello sguardo rapito dell’autore di fronte alla potenza dell’architettura della Certosa, dei marmi policromi, delle tele dipinte, si rispecchiano in una polifonia di voci, quella dell’uomo di origine ebraica che ha vissuto l’orrore ed entra in chiesa nel 1961,  quella del certosino che dopo un lungo viaggio si spoglia della lordura del mondo per addormentarsi ascoltando il golfo nel 1650.  E poi il risveglio che è rinascita, silenzio, abbandono alla solennità della luce e all’armonia, è inno alla sacralità della vita.  E il tempo è il filo che unisce tutto, è un tempo universale, quello che i greci chiamavano Aion, e sembra quasi che non abbia alcun inizio e alcuna fine, come una ruota incessante mossa dalla contemplazione del passato. Perché solo dal passato può venire a noi la rinascita e solo se l’amiamo.

Scheda libro

Dodici agili capitoli, dodici pezzi narrativi cesellati dalla penna di un colto e appassionato scrittore spagnolo, in un dialogo serrato, intimo e vivace, tra la Storia e lo Spirito, all’ombra della stupenda Certosa di San Martino di Napoli. Con viva curiosità intellettuale, Quirante indaga i tratti grinzosi dei profeti dipinti da Jusepe de Ribera, ripercorrendo impressioni di viaggiatori e di studiosi, ritrovando la fatica di vivere nel (seppur trasfigurato) realismo secentesco, ma soprattutto cercando di indovinare – in alcune figure di questi “mediatori” sospesi tra la terra e il cielo, tra Dio e l’uomo – una chiave di lettura nella nuova Gerusalemme dell’Apocalisse.

José Vicente Quirante Rives (Cox, Spagna, 1971), avvocato e scrittore, una laurea in filosofia, è stato direttore dell’Istituto Cervantes di Napoli. Ha pubblicato numerosi saggi dedicati alla Napoli spagnola e ha fondato in Spagna la casa editrice Partenope, che ha inaugurato il proprio catalogo con Il resto di niente di Enzo Striano. Dal 2020 è cittadino onorario di Napoli. Nello stesso anno, Colonnese ha pubblicato in Italia il suo romanzo Ombra e Rivoluzione. Variazioni sul Naturalista Domenica Cirillo.

PRESENTAZIONE

La Casa Editrice Colonnese in collaborazione con la Direzione regionale Musei Campania presenta, martedì 7 maggio 2024 alle ore 17.00, nella suggestiva cornice del Refettorio della Certosa di San Martino di Napoli, Dodici araldi grinzosi di José Vicente Quirante Rives, racconto edito nella storica ed elegante collana “Lo Specchio di Silvia”.

Daniela Marra

 

Francesco Aloia: “Questo sangue masticato” (Nutrimenti), di Daniela Marra

Notre vrai moi n’est pas tout entrier en nous

 ( Jean-Jacques Rousseau ) 

Questo sangue masticato è il libro con cui esordisce nella collana Greenwich di Nutrimenti Francesco Aloia, giovanissima voce letteraria, originario di Marano, provincia napoletana, in cui ambienta il suo romanzo. 

Francesco presto va via dalla sua terra e se ne va perché non è il suo futuro rimanere.  Ma è di questa terra che racconta, del legame profondo che agita le viscere, delle radici, del sangue inquieto che non ha chiesto, ma che gli appartiene e si trasmette di generazione in generazione, segnando irrimediabilmente i destini di una famiglia. E il sangue si mastica ma non si sputa, come recita un proverbio, anche a costo di morirne. È arrogante, imperioso e non ammette consolazione.   

La voce di Francesco è una voce potente, una sirena come quella di Lello che può strappare il silenzio o unirsi alla festa, ma in ogni caso non passa indisturbata. Lo scrittore fa i conti con l’estraneità, con una generazione che non gli appartiene, vissuta con smarrimento intermittente. I racconti che si rincorrono alla tavola degli Orlando, da dove emerge la titanica figura del nonno, che non ha mai conosciuto, lo connettono ad un passato lontano, disperato e spaventoso. Ed è con Tanino ‘e Bastimento, all’anagrafe Carlo Gaetano Orlando, che il giovane si confronta, cercando di tracciare un autentico perimetro per questo sangue che gli appartiene. Il nonno è una figura straripante intorno alla quale vortica la vita delle generazioni del prima e del dopo. Figlio di Angelo Orlando, sindaco di Marano, Tanino ha trascorso gran parte della sua vita tra una condanna e un’altra, tra carcere e libertà.  Considerato dalla cronaca del tempo come sicario di Pascalone ‘e Nola, famoso capo camorra, scontò la doppia pena tra l’angoscia delle sbarre e l’ irriconoscenza del delitto d’onore. Perché lui gli ordini non li prendeva da nessuno e non voleva essere chiamato sicario. È possibile che nel sangue si possa essere cristallizzato quello sparo? Un sangue poi passato di generazione in generazione fino ad oggi e con cui prima o poi bisogna fare i conti? L’autentica voce fresca, spudorata e limpida di Francesco Aloia forse nasce proprio dall’esigenza catartica di confrontarsi con questo passato e nutrendosi del racconto collettivo ne restituisce una visione personale. In lui vive la decisa volontà di ricucire i brandelli di un ritratto che è un’immagine altra in cui specchiarsi.  Nessuna colpa, nessuna condanna o assoluzione per Tanino, solo l’imprescindibile necessità di trovarsi faccia a faccia con lui, fino alla fine. Non è un caso che l’ultima parte del libro si intitoli Ultimo duello.

 “Se tra le piaghe del tempo ci fosse un nodo anomalo, un punto in cui i tempi confluiscono e il presente fosse l’unica grandezza possibile, il nostro incontro sarebbe realizzabile. So che non esiste niente del genere, si parla poco più che di fantascienza, ma forse c’è un altro modo. Mettiamo caso che…”

Tanino, ma credo ancora più il sangue che ha in corpo, è maledetto, ed è colpa dell’unica forza che governa il mondo per gli Orlando, il fato, il destino, la Provvidenza, la sola a cui si deve obbedire, la sola che non si può contraddire. Nessun eroismo per il nonno, se non quello di essere un eroe tragico trapassato dal dolore e dal fato, nessuna soddisfazione nella descrizione di una periferia criminale tra miserie e peccati, nessuna condanna da parte dell’autore. L’impianto narrativo ne risulta autentico, anche se il punto di partenza è una ricostruzione immaginativa. Del resto lo stesso Aiola mette le “mani avanti” nella piccola prefazione, e quindi Amen: ‘a verità vera nun esiste. Attenzione, però, questo non significa affatto che l’autore sia portatore insano di menzogna, o peggio che non risulti credibile al lettore. Al contrario Aiola si distingue per una voce autentica e consapevole. Non cerca a tutti i costi l’approvazione del lettore o il turbamento,  si mette in gioco fino alle ultime pagine senza vanità. Racconta e si racconta senza filtri, senza fronzoli e spettacolarizzazioni. Senza l’ipocrisia per uscirne “pulito” restituisce l’immagine di una terra vera, inquieta, e di una costellazione familiare, dove ogni persona sembra essere un Arcano Maggiore dei tarocchi, le carte che hanno scritto dentro il destino: Raffaele, il prode;  Elena, la solitaria; Valencia, la spatriata; Enza, il bastone e così via. Ogni carta è insostituibile e intimamente necessaria. E il gioco vorticoso dei racconti, degli incontri, delle belle giornate e delle questioni insostenibili, si svolge in un luogo-persona. La tavola della terra, dove la famiglia si riunisce da generazioni guardandosi in faccia e riconoscendo quel sangue masticato. È luogo proustiano di attraversamento del tempo, di smistamento di destini, di intrecci di visoni sul mondo e sulle cose tristi, banali, miserabili. I confini si fanno labili, ed è come trovarsi in una specie di limbo, alla tavola tra i morti e i vivi, su una terra dove le cose non cambiano e come scrive l’autore forse non c’è bisogno che cambino, perché c’è qualcosa di caldo nella lentezza di questa città, che non va mai avanti e si deteriora soltanto, come le persone che la abitano e che ritrovo volta dopo volta, uguali ma un po’ più stanche, come se nessuno dormisse da settimane, come se qui l’aria fosse più densa, più difficile da buttare nei polmoni e risputare fuori.

Scheda Nutrimenti

O sang se mazzeca ma nun se sputa, il sangue si mastica ma non si sputa. Nel suo romanzo d’esordio Francesco Aloia fa i conti con il passato e la famiglia, tenendo bene a mente l’insegnamento di sua nonna Ada. Dopo essere volato altrove e aver trovato la sua strada, lungo un’estate nei luoghi della sua infanzia fa i conti in particolare con un nonno “ingombrante”, Tanino ’e Bastimento, uomo d’onore che, dopo un paio di omicidi e molti anni di galera, dopo aver sfidato un boss di camorra, ora deve affrontare “in assenza” un ultimo duello, quello con suo nipote. Una storia intensa e complessa che, senza scorciatoie e banalizzazioni, disegna il ritratto di un mondo e di una cultura di relazioni umane, attraverso una lingua esatta e mai banale.  

Tanino ’e Bastimento, all’anagrafe Carlo Gaetano Orlando, è nato nel 1930 a Napoli, ma è vissuto per lo più a Marano, paese della provincia napoletana sconosciuto ai più fatta eccezione per il pane e per la chiesa di San Castrese.
Figlio di Angelo Orlando, sindaco di Marano e meglio noto come il Mastrone, e di Elena Insegna, ’a Valencia, Tanino ha passato buona parte dei suoi sessantotto anni di vita tra il carcere di Poggioreale e i più disparati penitenziari d’Italia: da Forte Longone a Viterbo, da Benevento a Valdastico. Negli anni di libertà, tra una condanna e l’altra, è stato anche un marito devoto alla sua Ada, padre di sette figli, nonno di svariati nipoti e, soprattutto, non ha mai smesso di essere fedele al suo credo: «Di ordini ne prendeva solo dal destino e da nessun altro».
Ed è il destino a decidere sempre per lui. Fin dalla traiettoria deviata di un proiettile nel 1949, e di un altro ancora nel 1955.

Francesco Aloia è uno dei nipoti di Tanino e suo nonno non l’ha mai conosciuto. A più di vent’anni dalla morte di ’e Bastimento, ha sentito però la necessità di ricostruirne la vicenda con lucidità e precisione, inserendola nella più complessa e intricata storia di famiglia e in quella di un paese, Marano, che non ha mai dimenticato.

Daniela Marra