Jane Austen: “L’abbazia di Northanger” (Edizioni Theoria, trad. di Silvia Fiorini), di Veronica Saporito

L’abbazia di Northanger è uno dei libri meno conosciuti ma anche più insoliti di Jane Austen. Un romanzo in stile gotico che accompagna le vicende della sua anti-eroina, Catherine Morland, e che ben si differenzia dai romanzi dell’autrice a cui siamo abituati. Scritto per primo fu pubblicato postumo solo nel 1818 insieme a Persuasione, dallo stesso editore che aveva pubblicato Emma qualche anno prima. 

A guidare le vicende di questa eccentrica storia è Catherine, una giovane ragazza di diciassette anni che vive con la sua famiglia in un piccolo paesino di campagna, dove la monotonia e lo stile di vita semplice ed ordinario non rendono facile fare nuove conoscenze. L’unico svago è rappresentato da alcune visite ad amici di famiglia e vicini di casa, tra cui gli Allen, i quali la invitano a trascorrere qualche settimana con loro nella cittadina di Bath, occasione che la giovane coglie al volo e con entusiasmo. 

Catherine non è mai stata particolarmente avvezza allo studio o alle mansioni domestiche, frequenti sono infatti le allusioni dell’autrice al fatto che non sia la classica eroina che ci aspetta dai romanzi, in quanto ragazza dai modi semplici, di una bellezza scialba ed incolore, e senza alcun talento particolare, se non la sua grande passione per i romanzi gotici. Bath è il luogo ideale per fare il proprio debutto in società: eventi mondani, serate a teatro, occasioni di ritrovo in cui contano solo la forma e le apparenze. 

“Vorrete concedermi che nella coppia l’uomo ha il privilegio della scelta, e la donna soltanto la facoltà di rifiutare”

Ed è proprio in queste circostanze che Catherine conosce due famiglie piuttosto influenti, i Thorpe ed i Tinley. I primi che le impongono prepotentemente la loro presenza ed i secondi di cui aspira invece a farne parte, complice il tenero incontro con Henry, uno dei figli del Generale Tinley

“Ogni giovane signora può sentirsi vicina alla mia eroina in questo momento fatale, poiché ogni giovane signora ha, in un momento della sua vita, conosciuto un analogo turbamento. Tutte sono state, o quanto meno si sono credute, in pericolo per l’attenzione di qualcuno che desideravano allontanare, e tutte sono state ansiose e desiderose delle attenzioni di qualcuno al quale volevano piacere.”

Tinley invitano a loro volta Catherine a passare qualche giorno con loro presso l’ex abbazia di Northanger, un’antica dimora di loro proprietà che a prima vista sembra essere la perfetta scena di un crimine misterioso, proprio come i romanzi gotici a cui è tanto appassionata. E così, fantasticherie di ogni genere iniziano a farsi strada attraverso la sua fervida immaginazione. 

Ma non è l’unica incomprensione di questa strana vicenda: il Generale Tinley crede di avere di fronte una ricca ereditiera come futura nuora di suo figlio, e che giustifica il suo invito presso l’abbazia che altrimenti non avrebbe avuto luogo. Uno spiacevole malinteso che tuttavia non impedisce all’eroina di questa storia di ottenere il suo tanto atteso lieto fine. 

Catherine è una ragazza dei giorni nostri: inconsapevole del proprio avvenire, semplice e senza grilli per la testa, piena di sogni e speranze per il futuro. Contestualmente viene dipinta anche come una ragazza ingenua, poco posata, non particolarmente avvenente o talentuosa, e che possono essere considerati tutti degli espedienti che l’autrice utilizza per dare un carattere di maggiore autenticità al personaggio.

Pur essendo la prima opera di Jane Austen, e quindi stilisticamente prematura, è indubbio il suo modo elegante e raffinato di ricreare scene ed ambientazioni, che rende i suoi racconti mai privi di personalità. L’elemento gotico e quello romantico viaggiano ad una sintonia perfetta, creando un’atmosfera misteriosa e suggestiva, e rendendo quest’opera decisamente insolita rispetto allo stile più tradizionale di Jane Austen. Quello che invece non sappiamo è il perché l’autrice ci da solo un breve e frettoloso assaggio dell’abbazia, il luogo dove si manifesta l’elemento più spooky della storia ed il cui ruolo viene confinato soltanto agli ultimi capitoli. 

Un classico non solo originale ma anche profondamente attuale.

Veronica Saporito

Veronica Saporito: Specializzata in Finanza e Controllo presso una rinomata azienda nel settore della nutrizione sportiva. Appassionata lettrice, dal 2020 scrive di libri su Instagram dove è conosciuta come thatslibridine, e sul suo blog: www.libridine.net, a cui è legata anche una newsletter mensileCollabora con case editrici, uffici stampa, ed ha supportato come media partner il festival letterario comasco Parolario Junior.

Fabio Genovesi: “Il calamaro gigante” (Feltrinelli), di Veronica Saporito

Dare un’etichetta a questo libro, o semplicemente confinarlo in un unico genere letterario, non è un’impresa affatto scontata. Ma in fin dei conti non è questo lo scopo, è un libro che spazia tra un’infinità di cose talmente differenti tra loro, che è perfettamente normale avere la sensazione di perdere il filo del discorso. Ma a volte è necessario perdersi per ritrovarsi, ed è esattamente quello che accade tra queste pagine: un viaggio fatto di ricordi, aneddoti, storie attuali e di epoche ben più lontane, con l’umorismo e la delicatezza tipici di Fabio Genovesi.

Già, perché dietro una storia può celarsi un intero universo. Siamo così abituati a vivere secondo regole e rigidi schemi, e a considerare vero solo ciò che è reso inconfutabile dalle prove, che spesso ci perdiamo la potenza e la meraviglia delle storie, soprattutto di quelle che ci riguardano e che nel tempo ci hanno resi quello che siamo. L’autore calca piuttosto la mano su questo aspetto, dicendoci che “Uno può elencare le cause e le conseguenze politiche della Seconda Guerra Mondiale, ma non ha idea di come ha fatto suo nonno a sopravvivere mentre la combatteva, né quando ha conosciuto la nonna, e come hanno fatto a rimanere insieme tutta la vita… Eppure, sono queste le nostre storie, sono scritte in minuscolo ma addosso a noi, e senza di loro semplicemente non saremmo qui.”

Il calamaro gigante non è solo il titolo del libro ma è la metafora perfetta del suo discorso. Per anni se ne è parlato solo come una leggenda, il temutissimo Kraken in grado di affondare navi ed interi equipaggi con le due dimensioni colossali ed i suoi spaventosi tentacoli. Ricercatori, scienziati, esperti, pescatori di passaggio sulla propria barchetta a remi, hanno tentato più volte nel corso dei secoli di portare di fronte al mondo le prove della sua esistenza. Ma il calamaro gigante in fondo è solo una storia, e perché dovremmo credere ad una semplice storia?

“Per secoli pensavamo che non esistesse, in realtà siamo noi che per lui non esistiamo. E questo, insieme alle sue dimensioni prepotenti, è un colpo durissimo al nostro ego.”

Pensiamo di sapere tutto del mare e delle infinite creature che lo popolano, ma il calamaro gigante è la dimostrazione vivente di quanto poco invece ne sappiamo. Per anni, ad esempio, è stato categoricamente escluso dagli esperti che il capodoglio potesse nutrirsi proprio del calamaro gigante, perché non avrebbe avuto la resistenza necessaria per inoltrarsi a mille metri di profondità. Ci abbiamo creduto solo quando ne abbiamo trovato uno morto, affondato laggiù, che ha scambiato un cavo per un succoso tentacolo e ne è rimasto impigliato con la mandibola.

“E il mondo eccolo là, spaventosamente, meravigliosamente sconosciuto, più gigante del calamaro gigante, più colossale del calamaro colossale, smisuratamente più grande di noi.”

Così come ne sappiamo pochissimo, ma su questo si aprirebbe un discorso talmente ampio che l’autore né da solo un piccolo assaggio verso le battute finali, delle isole di plastica che si trovano nel bel mezzo dell’oceano, laddove i rifiuti fanno capolino. La plastica è l’unico materiale al mondo che non può essere distrutto, può essere ridotto in microplastica ma questo non le impedisce comunque di finire in acqua, nello stomaco di tutte le creature che popolano i mari e gli oceani, e di conseguenza anche nel nostro che poi li ingeriamo.

Fabio Genovesi mette sul piatto la realtà dei fatti nuda e cruda, con ironia ma neanche troppo, e si potrebbe anche sorridere di fronte alla sua capacità di affrontare con umorismo argomenti spiacevoli e delicati, ma in conclusione ci lascia comunque un inevitabile senso di amarezza.

“Ognuno di noi ingoia più o meno cinque grammi di plastica a settimana. Come se ogni lunedì mattina ci mangiassimo una carta di credito.”

In queste pagine c’è un continuo susseguirsi di storie, non solo di capodogli e calamari giganti, ma anche storie di vita, come quella tra un ragazzino che osserva la nonna parlare con il marito defunto tutte le sere, e preparargli le patatine fritte per cena. Da piccoli ci crediamo con convinzione alle storie degli adulti, poi cresciamo e le trasformiamo in favole non più adatte a noi, o in sogni irrealizzabili, e così è inevitabile perdersi un po’ della magia di questo incredibile universo, “perché se esiste davvero il calamaro gigante, non c’è più un sogno che sia irrealizzabile, una battaglia inaffrontabile, un amore impossibile.”

E poi: “Dobbiamo ricordarcelo, adesso e sempre. Prima di partire, prima ancora di sapere dove andiamo, dobbiamo sapere dove siamo: noi siamo su una terra dove sono esistiti i dinosauri, e quindi tutto è possibile da queste parti.”L’armonia della natura è dentro ed attorno a noi in ogni momento. Esserne consapevoli è un’occasione di grande felicità, ma dovremmo imparare ad apprezzarla sempre, non solo in retrospettiva o in sua assenza. Questo è il senso più profondo delle sue parole. Una lettura dolce, riflessiva, spiritosa, ma allo stesso tempo anche un grande pugno nello stomaco.

Veronica Saporito

Veronica Saporito: Specializzata in Finanza e Controllo presso una rinomata azienda nel settore della nutrizione sportiva. Appassionata lettrice, dal 2020 scrive di libri su Instagram dove è conosciuta come thatslibridine, e sul suo blog: www.libridine.net, a cui è legata anche una newsletter mensileCollabora con case editrici, uffici stampa, ed ha supportato come media partner il festival letterario comasco Parolario Junior.

Salman Rushdie: “Coltello” (Mondadori, trad. di Gianni Pannofino), di Gigi Agnano

Venerdì 12 agosto 2022, alle undici meno un quarto di una mattinata di sole, nel nord dello Stato di New York, sono stato aggredito e quasi ucciso da un giovane armato di coltello.

Così inizia “Coltello”, l’ultimo lavoro di Salman Rushdie, il libro che lo scrittore indiano naturalizzato britannico “non avrebbe mai voluto scrivere”, meno di trecento pagine dedicate alle Donne e agli Uomini che gli “hanno salvato la vita”. 

L’Autore ricostruisce i momenti salienti dell’aggressione di cui è stato vittima, all’età di 75 anni, a più di trent’anni dalla fatwa emessa dall’ayatollah Khomeyni, guida suprema dell’Iran, pronunciata contro di lui per la pubblicazione de “I versi satanici” del 1988, romanzo ispirato a fatti realmente accaduti, che parlava di sradicamento, razzismo e soprattutto di fanatismo religioso.

L’attentato è avvenuto nel corso di una conferenza ad opera di un ventiquattrenne americano di origine libanese di fede islamica, che ha sferrato in 27 secondi una quindicina di coltellate sul corpo della vittima determinando danni irreversibili: la perdita definitiva di un occhio e dell’uso di alcune dita di una mano. 

Come se ripercorresse quegli attimi al rallentatore, Rushdie scrive: 

Alla vista di quella sagoma assassina lanciata contro di me, il mio primo pensiero è stato“sei tu, dunque. Eccoti qui”.

E più avanti:

Il mio secondo pensiero è stato: “Perché ora? Davvero? È passato così tanto tempo. Perché proprio adesso dopo tutti questi anni?”. […] in quel momento, c’era una sorta di viaggiatore del tempo che avanzava rapido verso di me, un fantasma assassino giunto dal passato.

Nel libro Rushdie non sembra aver voglia di approfondire più di tanto le motivazioni dell’attentatore. Al centro della storia in effetti c’è un incontro immaginario tra la vittima ed il suo carnefice, ma le domande dell’autore vanno a sbattere contro i silenzi del suo aspirante assassino. Lo chiama “A.”, a mo’ di vendetta, per evitare perfino di menzionarlo con il suo nome. Poco gli interessano le ragioni di un uomo che congegna l’uccisione di un altro essere umano (che peraltro non conosce affatto) e che decide di eseguire una condanna a morte basata sulle pagine di un’opera di cui non ha mai letto un rigo (per la precisione l’attentatore confesserà di averne letto due pagine).

Siamo piuttosto di fronte ad una raccolta di scene a volte orribili, altre delicate, che raccontano come in un rosario ogni singola sofferenza e gli stadi di un lungo e miracoloso processo di guarigione; il tutto intriso di quell’ironia e di quell’arguzia che sono tra i tratti distintivi dell’opera di Rushdie. Quell’autoironia molto britannica che si trova per esempio laddove lo scrittore descrive di essere a terra tra la vita e la morte e si rammarica per il suo bell’abito Ralph Lauren irrimediabilmente macchiato di sangue, da tagliare per la verifica delle ferite. O l’umorismo nero di quando parla della perdita dell’occhio destro che penzola sul viso “come un uovo a malapena sodo”. O ancora quando si rallegra per il fatto che settimane di ricovero in ospedale gli hanno tolto i chili di troppo, aggiungendo tra parentesi “(anche se tutti concordavamo sul fatto che non fosse un tipo di dieta da consigliare)”.

Ma Il coltello può considerarsi anche come una lunga lettera di riconoscenza alla sua ultima moglie, la scrittrice Rachel Eliza Griffiths, a voler dimostrare che non si sarebbe potuto umanamente tollerare tutto quell’odio senza l’amore ricevuto nella lunga convalescenza. Il racconto di Rushdie del loro primo incontro a una festa nel 2018 è degno di una commedia di Woody Allen. Lo scrittore, confuso dalla bellezza di Eliza, si rompe gli occhiali sbattendo contro una vetrata e finisce a terra col volto coperto di sangue. Quell’occasione avrà un esito felice: la futura moglie lo accompagna a casa e, da quel momento, resterà con lui.

Il coltello si avvia alla conclusione con una scena magnifica nella sua crudezza. Tredici mesi dopo l’attentato, lo scrittore decide di tornare “sul luogo del delitto” in compagnia di Eliza (che non era presente il giorno della conferenza), passando prima per la prigione dove è rinchiuso il terrorista. Ovviamente non ha nessuna intenzione di andarlo a trovare. Di fronte al carcere della contea, Rushdie viene preso, piuttosto che dal dolore, da una felicità che non avrebbe mai immaginato: è felice di essere vivo, mentre A. è dietro le sbarre in attesa del processo.

Forse, nei decenni di carcere che ti aspettano, imparerai l’introspezione e arriverai a capire di aver fatto una cosa sbagliata. Ma sai che c’è? Non mi interessa. […]. Non m’interessa nulla di te, né dell’ideologia di cui ti proclami rappresentante e che rappresenti così miseramente. Io ho la mia vita, e il mio lavoro, e ci sono persone che mi vogliono bene. Queste sono le cose che mi interessano.

La tua intrusione nella mia vita è stata violenta e mi ha provocato dei danni, ma ora la mia vita è ripresa, ed è una vita piena d’amore. Non so che cosa riempirà i tuoi giorni da carcerato, ma sono abbastanza sicuro che non sarà l’amore. E se mai penserò a te in futuro, lo farò con una noncurante scrollata di spalle. Non ti perdono, ma nemmeno ti odio. Sei semplicemente irrilevante per me. E d’ora in poi, per il resto dei tuoi giorni, sarai irrilevante anche per tutti gli altri. Sono felice di avere la mia vita e non la tua. La mia vita continua. 

Nell’espressione spietata del suo disprezzo, c’è tutto l’orgoglio e il trionfo dello scrittore, che scongiura il male e la morte e cura le ferite attraverso le parole; che è consapevole di aver risposto armato con la penna e con l’Arte al tumulto delle avversità e della violenza; che sa finalmente di aver vinto – con il lascito dei suoi libri – anche il timore di essere ricordato più per la fatwa e per il suo status di vittima che per le sue qualità artistiche.  

Il coltello, sottotitolato “meditazioni dopo un tentato assassinio” si aggiunge ai saggi dell’ampia bibliografia di Rushdie. Il lettore che ha conosciuto i suoi romanzi più famosi non resti deluso dalle scarse qualità letterarie di questo libro. Qui giocoforza manca la fantasia delle sue opere migliori, avendo l’autore l’obiettivo di evocare soprattutto i fatti della propria drammatica esperienza. Come succede però nei buoni saggi il libro è ricco di riferimenti cinematografici (da Il viaggio sulla luna a Un Chien Andalou) e letterari (dal Processo di Kafka a Re Lear, da Naguib Mahfuz anch’egli scampato ad un attentato al Saramago di Cecità). Ma alcune pagine basterebbero da sole per commuovere l’appassionato di letteratura. Sono quelle in cui Rushdie, che lentamente torna alla vita, si confronta con la morte che si annida e si annuncia tra i suoi colleghi scrittori: Milan Kundera, Hanif Kureishi, l’ultima cena a New York con Martin Amis, il cancro diagnosticato al suo grande amico Paul Auster.

Gigi Agnano

Anne Brontë: “Agnes Grey” (Oscar Classici Mondadori, traduzione di Anna Luisa Zazo), di Veronica Saporito

UN’EROINA DELL’EPOCA VITTORIANA POCO NOTA AL GRANDE PUBBLICO:

UNA STORIA DI RISCATTO, FIDUCIA E RESILIENZA.

Tra le sorelle Brontë, Anne, è probabilmente quella meno conosciuta, ma è anche colei che ci ha lasciato in eredità due tesori preziosi come Agnes Grey e La signora di Wildfell Hall, pur non avendo avuto la stessa risonanza di Cime Tempestose della sorella Emily, o di Jane Eyre di Charlotte Brontë.

Tre semplici ragazze vissute nella prima metà dell’800, che hanno avuto una vita tutt’altro che facile: si sono dovute scontrare con la morte prematura della madre e di due sorelle, con un fratello che ha perso il senno in giovane età, con una società in cui alle donne non era ancora concesso dar luce ai loro talenti artistici ma solo essere madri di famiglia e loro, nubili e senza figli, furono continuamente oggetto di pettegolezzi e sguardi accusatori.

Proprio per questo motivo quando decisero di pubblicare i loro romanzi lo fecero sotto falso nome, spacciandosi per i misteriosi fratelli Bell. Fu Charlotte a venire allo scoperto per prima, ed in seguito al grande successo di Jane Eyre fu forse l’unica a godersi un po’ della fama che meritava.

Torniamo quindi ad Anne Brontë: la sua eroina, Agnes Grey, è una giovane ragazza figlia di un pastore e di una donna che ha sacrificato agi e ricchezze per rincorrere la sua felicità. Ed è proprio in un momento di carenza economica che Agnes decide di andare a lavorare come istitutrice per poter offrire il suo supporto alla famiglia in difficoltà.

Ma il mondo può essere un luogo infimo per coloro che hanno un’innata bontà di cuore: entrambe le famiglie presso cui Agnes ha prestato servizio l’hanno accolta tutt’altro che a braccia aperte.

Persone arricchite e senza nessun riguardo nei suoi confronti, con una prole al seguito decisamente indisciplinata ed indomabile. Anni di sacrifici, bocconi amari, solitudine e frustrazione, intervallati da poche settimane di congedo per ritornare tra i propri affetti e godere di piccoli momenti di pace.

Le cose iniziano a prendere una piega diversa quando durante il suo impiego presso la famiglia Murray conosce il signor Weston, il coadiutore della parrocchia. Semplicità ed eleganza fanno subito breccia nel cuore di Agnes, che forse per la prima volta sente di aver trovato una persona fidata in un oceano di solitudine e freddezza.

Anche in seguito alla morte del padre, quando Agnes torna a casa per stare vicina ai suoi cari, i pochi ma saldi legami creati durante la sua permanenza ad Horton Lodge torneranno a darle un pò di conforto. Anche quelli inaspettati come Rosaline, la primogenita civettuola della famiglia Murray, che nonostante frivolezze e scelte di vita sbagliate, si rende conto di aver trovato nella sua istitutrice forse l’unica amica fidata.

“I legami che ci uniscono alla vita sono più tenaci di quanto lei non immagini; nessuno lo immagina, a meno di non aver provato fino a che punto si possan tendere senza spezzarsi.”

Agnes porta con sé insicurezze e fragilità, dolce e sottomessa, riflessiva e taciturna, agli antipodi rispetto a Jane Eyre, invece ribelle, testarda, controcorrente. Due personaggi in netto contrasto ma che riflettono la personalità delle donne da cui sono state immaginate e create.

Anne si rivolge con semplicità ed eleganza al suo pubblico, spesso si scusa quando si lascia andare a riflessioni personali pensando di annoiarlo, ed è proprio la sua umiltà, unita al carattere confidenziale con cui viene raccontata la storia, che ha conquistato negli anni il cuore dei suoi lettori.

“Ebbene, che cosa c’è di notevole in tutto questo? Perché l’ho raccontato? Perché era tanto

importante da farmi passare una serata lieta, una notte di sogni gradevoli e una mattina di felici

speranze. Vuota letizia, sciocchi sogni, speranze infondate, diranno i lettori.”

Veronica Saporito

Veronica Saporito: Specializzata in Finanza e Controllo presso una rinomata azienda nel settore della nutrizione sportiva. Appassionata lettrice, dal 2020 scrive di libri su Instagram dove è conosciuta come thatslibridine, e sul suo blog: www.libridine.net, a cui è legata anche una newsletter mensileCollabora con case editrici, uffici stampa, ed ha supportato come media partner il festival letterario comasco Parolario Junior.

Chetna Maroo: “T” (Adelphi, traduzione di Gioia Guerzoni), di Cristina Marra

Tre piccole donne private delle cure e dell’affetto della madre, Mona, Kush e Gopi, un papà silenzioso, un lutto da elaborare e trasformare in una vittoria sul dolore, è questo il microcosmo  dentro cui si muovono i personaggi di “T”, sorprendente esordio narrativo della scrittrice anglo-indiana Chetna Maroo, tradotto da Gioia Guerzoni per Adelphi.

 

Ex contabile, Maroo sceglie la strada della scrittura e di un romanzo di formazione dallo stile asciutto, essenziale e potente in cui il Western Lane, il centro sportivo che dà il titolo originale al romanzo pubblicato in Gran Bretagna e selezionato per il Booker Prize 2023, è il luogo scelto dal padre delle tre giovani come nuova casa, come rifugio in cui crescere e ascoltare il silenzio per imparare a giocare a squash e a rispondere con la loro voce. Gopi è la più piccola di casa, è lei la voce narrante che osserva e che gioca meglio delle sorelle mentre Mona cerca di crescere più in fretta, di occuparsi della casa mentre Kush rincorre la voce della loro Ma, la insegue di notte come un sogno o un sussurro cupo e ansioso.  Ad aiutare le tre sorelline, a forgiarle a formarle alla vita è il gioco dello squash. In quella T del campo da gioco fronteggiare la partita significa fronteggiare la vita con le sue solitudini e i suoi silenzi, significa soffrire e gioire. 

La voce della madre sembra riaffiorare dai suoni della lingua gujarati, idioma che le lega a lei, ma col padre è il non detto ad avere la meglio, e allora i movimenti, i gesti dello squash diventano espressione comunicativa. Il romanzo con ritmo sincopato alterna il racconto di parole soffocate e di contatti fisici evitati. La sofferenza dei quattro componenti di una famiglia spezzata si trasforma in bisogno di esprimersi a colpi da racchetta, di urlare, di sussurrare, di parlare col mondo. Il campo, la T ,è il nido soprattutto per Gopi la più talentuosa tra le sorelle. Gopi si dedica totalmente allo sport, conosce Ged e comprende cosa intendeva con quell’ essere selvagge la zia Ranjan e nessuno avrebbe saputo che io e un ragazzo bianco facevamo sport insieme. Nessuno avrebbe saputo che ci muovevamo l’uno intorno all’altra, sudando, passando le mani sullo stesso pezzo di muro macchiato, prima lui, poi io.

Gopi, imita, si forma, fa esperienza in un confronto costante con Jahangir Khan, famoso giocatore pakistano, un maestro, un esempio da seguire che il padre le mostra in video televisivi tutte le sere.

Movimenti fisici e silenzi vocali si susseguono e si scambiano quando sei in campo, durante una partita, in un certo senso sei solo. Ed è così che dovrebbe essere. Devi trovare una via d’uscita. Devi scegliere i colpi e crearti lo spazio di cui hai bisogno. Devi difendere la T. Nessuno può aiutarti. Nessuno può concentrarsi per te o avere paura di perdere al posto tuo. Eppure, a volte accade il contrario. In campo tutto ti sembra di essere fuorchè solo. La voce del passato tenta di farsi strada e di dare il testimone a Gopi. I gesti restano muti e i silenzi si riempiono di parole.

Le tre sorelle si sostengono, sono complici, si proteggono e anche l’ingerenza degli zii che propongono alternative al loro futuro insieme diventa motivo di nuove scelte e scoperte. Il silenzio del campo insegna a saper ascoltare una voce soltanto che è la propria, in campo la mente non è rivolta solo al colpo che stai per eseguire  e a quello con cui l’avversario potrebbe rispondere, ma anche ai due,tre, quattro colpi che seguiranno. Osservi la posizione dell’avversario e il suo gioco, fai calcoli. E’ così che scegli da che parte andare

La foschia col bagliore lattiginoso del sole, il tempo atmosferico con le sue luci e ombre esprime gli stati d’animo di Gopi così come i colori delle pareti di plexiglas di un azzurro pallido, glaciale, rendono il campo fuori dal tempo, lì Gopi può pensare, agire, scegliere e tentare di far uscire il padre fuori dal corridoio vuoto che non serviva a nulla  dove lo avevano relegato lei e le sorelle. Il racconto di quell’anno di allenamenti e di lutto attraverso la voce di Gopi si fa sentire in ogni pagina in cui lo squash diventa motivo di rinascita, di accettazione dei cambiamenti, di bisogno di crescere.

Cristina Marra