Agustina Bazterrica: “Le indegne” (Eris, 2025, trad. Stefano Lo Cigno), di Silvia Lanzi

Con la sua nuova prova letteraria Augustina Bazterrica si conferma una grande scrittrice. Con il suo nuovo romanzo, l’argentina continua ad esplorare l’animo umano con una profondità ed una finezza incredibili.
“Le indegne”, che ci porta in un mondo post-apocalittico, segue la storia di una giovane donna senza nome affiliata alla Casa della Sacra Sorellanza, una sorta di oasi rispetto al mondo esterno, distrutto da molteplici catastrofi e inquinato da miasmi pestilenziali.
Ma questo rifugio si rivela essere una prigione dove una Madre Superiora comanda con piglio dittatoriale creando paura e sospetto tra le sue sottoposte – una paura strisciante, che si autoalimenta di invidie in un’atmosfera allucinante e allucinata che, a tratti, ricorda la Atwood, Dickens, e il Miller di “Un canto per Leibowitz”, oltre a Golding.
Le sorelle sono messe una contro l’altra in ossequio al detto “divide et impera”: comportamenti gretti, malelingue, piccole vendette e meschinerie sono all’ordine del giorno e aiutano la Superiora e un misterioso Lui, che officia strani rituali al cospetto del suo piccolo gregge, nella chiesa, ormai casa di un altro dio (molto diverso dal “Dio ignobile, il Figlio mendace e la Madre negativa” una volta adorati nell’edificio) a mantenere una disciplina solo in apparenza imperturbabile.
Ed è proprio questo che ci racconta la protagonista: ne lascia nota, infatti, in un diario segreto che spesso si porta addosso come una seconda pelle o nasconde in pertugi segreti: sa bene a quali dolorosissimi castighi si dovrebbe sottomettere se fosse scoperta. Per scrivere fabbrica l’inchiostro, proibitissimo, prezioso e quasi introvabile, con ogni ingrediente possibile: noci di galla, carbone e addirittura sangue – forse per i posteri, forse per nessuno.
E questo suo scritto oscilla tra presente e passato (che pian piano e dolosamente, inizia ad emergere) – tra il santuario e il mondo di fuori. Ed è proprio la scrittura che autorizza la protagonista a riscoprire le sue radici dimenticate e soffocate. 
E sarà poi l’incontro con una ragazza “di fuori” che lei salva da una morte quasi certa e e che sarà cooptata nella sorellanza, a far scoprire alla narratrice l’amore e la passione, l’abnegazione e l’altruismo, fino a rischiare la propria vita per salvare la novizia.
Questa in buona sostanza la trama del romanzo che si pone come un viaggio allucinato, ma allo stesso tempo di un’estrema lucidità, nell’intimo dell’animo umano, con le sue grandezze che a volte sembrano solo tali e piccoli gesti che valgono un’intera vita. 
Raccontare il finale sarebbe inutile e dannoso: meglio godersi pagina dopo pagina questo racconto assolutamente unico, ispirato e scritto con una maestria a cui la Bazterrica aveva attinto anche per “Cadavere squisito” la sua formidabile opera prima.

Silvia Lanzi

Silvia Lanzi: Ho conseguito la maturità magistrale, e mi sono laureata in materie letterarie presso l’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano con tesi riguardante l’alto medioevo. Ho collaborato per anni con il settimanale “Nuovo Torrazzo” di Crema occupandomi della stesura articoli di vario genere (soprattutto critica letteraria e teatrale e cronaca di eventi quali vernissage et similia). Collaboro con il sito gionata.org in qualità di traduttrice dall’inglese e scrivendo articoli. Sono autrice di due libri: “Libera di volare” (Kimerik, 2006) e “Coincidenze” (Boopen, 2010). Lettrice onnivora – alterno saggi (psicologia, storia, filosofia e arte) e narrativa (soprattutto anglo-americana e scandinava).

Agustina Bazterrica: “Cadavere squisito” (Eris, 2024, trad. Francesca Signorello), di Silvia Lanzi

Marcos lavora nel mercato della carne da sempre, è un’attività di famiglia. Ma ora le cose sono cambiate, in modo radicale e irreversibile. Un virus ha attaccato gli animali, sia domestici che selvatici, per cui sono stati tutti sistematicamente abbattuti e la loro carne non può assolutamente essere consumata. Ora la carne che tratta è diversa, speciale, perché i governi di tutto il mondo hanno dovuto affrontare la situazione e hanno deciso di rendere legale l’allevamento, la produzione, la macellazione e la lavorazione della carne umana.

Marcos si è dovuto adattare, cerca di non pensare a cosa fa per vivere, e fa del suo meglio per stare dietro a fornitori, clienti, ordini e consegne, perché deve pagare la casa di riposo in cui vive suo padre. E ora che sua moglie lo ha lasciato deve pensare a tutto da solo.

Dalla sinossi del libro

Crudo, è proprio il caso di dirlo. 
Una narrazione molto intensa.
Una storia incredibile sulla crudeltà umana.
Un finale ineccepibile.
Tutto questo è “Cadavere squisito” di Agustina Bazterrica, un libro che si legge in fretta ma che lascia tracce indelebili. E non credo sia successo solo a me.
Di solito diffido dei “casi editoriali” e non mi sento particolarmente attratta dalla letteratura sudamericana (complice un incontro non troppo felice con “Cent’anni di solitudine”).
Questa volta ho fatto un’eccezione. E il risultato è stato al di là di ogni aspettativa.
La storia, raccontata con maestria e senza sbavature, è costellata di dilemmi etico-morali che si risolvono nella domanda: “Cos’è un essere umano?”.
Secondo Kant ciò che ci distingue dalle altre forme di vita è la capacità di pensiero astratto.
Le bestie del libro, che altro non sono che uomini privi di questa capacità – non ci è dato sapere il perché e questa non-conoscenza rende ancora più terrificante il racconto ponendo domande di senso cui non si può trovare risposta – sono “semplicemente” carne da macello – letteralmente.
Chi decide? Con quale criterio?
Chi si arroga il diritto di scegliere che un essere umano nasca per essere mangiato? 
Che differenza c’è tra i due se entrambi appartengono alla specie homo sapiens?
È più bestia la “bestia” o l’essere umano? A tal proposito mi viene in mente il celeberrimo discorso di Shylock nel “Mercante di Venezia”.


Il nuovo tipo di società adombrata dal romanzo, sembra portare all’estremo quello che nel 2002 Patricia Piccinini aveva già intuito con il gruppo scultoreo “The young family”.
Per marcare la differenza tra gli esseri umani e il loro cibo – la consapevolezza che ciò che hanno nel piatto è in tutto e per tutto come loro – i personaggi del libro utilizzano un linguaggio volutamente tecnico, disumanizzato.
E chi non si adegua al nuovo andamento viene considerato pazzo e rinchiuso.
E se il protagonista venisse in possesso di un capo di bestiame femmina, cosa potrebbe succedergli?
Lui che, in lutto per la morte di un figlio in fasce è abbandonato dalla moglie, troppo annichilita dal dolore per stargli accanto?
Tutto questo, e molto di più, è “Cadavere squisito”.
Si dice che sia una sorta di critica al capitalismo e alla società attuale: tutto vero. Ma credo che ci sia anche qualcosa di più profondo ed ineffabile: una riflessione, non più procrastinabile,  sull’essenza umana.
Un libro unico, intenso. Una lettura per stomaci forti che a tratti ricorda Margaret Atwood, Joyce Oates e George Orwell.

Silvia Lanzi

Silvia Lanzi: Ho conseguito la maturità magistrale, e mi sono laureata in materie letterarie presso l’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano con tesi riguardante l’alto medioevo. Ho collaborato per anni con il settimanale “Nuovo Torrazzo” di Crema occupandomi della stesura articoli di vario genere (soprattutto critica letteraria e teatrale e cronaca di eventi quali vernissage et similia). Collaboro con il sito gionata.org in qualità di traduttrice dall’inglese e scrivendo articoli. Sono autrice di due libri: “Libera di volare” (Kimerik, 2006) e “Coincidenze” (Boopen, 2010). Lettrice onnivora – alterno saggi (psicologia, storia, filosofia e arte) e narrativa (soprattutto anglo-americana e scandinava).