Teatro: “Migliore” di Mattia Torre con Valerio Mastandrea, di Brunella Caputo

Un uomo normale. 

Alfredo Beaumont (interpretato da Valerio Mastandrea) è un uomo normale. 

Vive una vita ordinaria, fatta di piccole cose e lavoro di routine. 

Ha mille paure, le donne lo ignorano, è ammalato di infiniti mali. Tutte le porte per accedere anche alla più piccola forma di successo sono chiuse. Si sente disprezzato, non compreso. China la testa di fronte a tutti; è quasi un servo di innumerevoli padroni. 

Poi, un giorno, improvvisamente, come un fulmine a ciel sereno, il cambiamento si impossessa della sua persona. Un cambiamento radicale, definitivo, sorprendente: diventa cattivo. 

E la cattiveria, si sa, può regolare la vita in maniera tale da farti diventare ciò che non sei. 

Succede così che Alfredo avanza professionalmente, non sente più il peso delle sue paure, è desiderato da tutte le donne. Insomma, tutte le porte, chiuse per un tempo infinito, si spalancano al suo passaggio; e dietro ogni porta nasce, come un fiore raro in un campo di patate, un’opportunità unica di cambiamento e apprezzamento da parte della “società”.

“Migliore”, scritto e diretto dall’indimenticabile genio che era Mattia Torre, è una storia surreale che racconta con realtà (il gioco di parole è voluto) i nostri tempi, dominati da individui che fondano il loro successo sull’essere entità senza scrupoli nel disprezzare gli altri, sull’essere uomini cinici, senza rimorsi, insolenti, sfrontati. 

L’uomo normale viene considerato inferiore e quindi viene disprezzato e, davanti a queste persone, obbedisce abbassando lo sguardo.

Alfredo lavora in un’azienda che offre servizi ai benestanti che possiedono una carta di credito; ha qualche problemino di salute; partecipa alle attività di un’associazione. 

È un uomo medio che vive la sua vita senza slanci e senza entusiasmi.

Un grave incidente improvviso, da lui causato involontariamente ai danni di una signora anziana, crea una ferita profonda e devastante nella sua vita ordinaria. Viene salvato dall’accusa di omicidio da un esperto avvocato ma, la sua persona subisce una trasformazione radicale. 

Alfredo non si sente più un uomo ordinario e assiste al totale capovolgimento del suo essere: è disinvolto, ha successo al lavoro e in amore. Tutti gli mostrano rispetto: i colleghi, la famiglia, i vicini e i conoscenti. L’incidente provocato lo inorgoglisce e lo rende un uomo “Migliore”. 

Valerio Mastrandrea è un interprete straordinario di questo monologo scritto per lui. Riesce a far riflettere con leggerezza (ci si ritrova infatti spesso a ridere di situazioni tragiche e terribili; e ciò rende la narrazione drammaticamente vera), su temi che ci appartengono e che sottolineano la grande attualità del testo. 

I suoi innumerevoli cambi di tono e di voci e di personaggi, trasportano lo spettatore in un mondo fantastico fatto di situazioni tragiche e comuni, condite di una sana ed inimitabile ironia; la risata c’è ma è riflessiva, voluta. 

La precisione dei movimenti del corpo di Valerio Mastandrea e l’impeccabilità del disegno luci, rendono lo spettacolo un capolavoro del teatro di parola. Il palcoscenico infatti è vuoto, nessun oggetto occorre per raccontare dell’essere uomini. 

Le metafore sono davvero tante, in questo splendido monologo, ma la più forte è senza dubbio quella che porta lo spettatore a realizzare che la media vita quotidiana spesso ci condiziona a tal punto da non riconoscere il dramma della malvagità, ma solo la trasformazione di un uomo ordinario in un uomo cattivo. 

E forse è proprio questo il vero dramma. 

La domanda sorta dopo aver visto questo spettacolo è venuta immediata: cosa si è disposti a fare per sentirsi migliori? E, soprattutto, a spese degli altri, ci si sente davvero “Migliore”?

Perché uno spettacolo teatrale che si rispetti porta sempre lo spettatore a porsi una domanda. E quando l’immedesimazione è totale, questa domanda appare scritta negli occhi quando le luci si spengono.

*Brunella Caputo è nata e vive a Salerno. È regista teatrale, attrice, scrittrice, cura progetti culturali e scrive racconti per Il Mattino. Per Homo Scrivens ha pubblicato “Attesa – Frammenti di pensiero”, da cui è stato tratto l’omonimo spettacolo teatrale, “Dell’acqua e dell’amore” , “Le notti dei Barbuti – Il teatro dei sogni” e “Le ore dell’alba”. Ha pubblicato molti racconti in diverse antologie. Coordina il gruppo di lettura di Feltrinelli Salerno e della Biblioteca Comunale di Maiori. È direttore artistico della rassegna teatrale La notte dei Barbuti.

Se Silvio Orlando è rimasto bambino – sulla riduzione teatrale de “La vita davanti a sé”, il capolavoro di Romain Gary, di Edoardo Pisani

Romain Gary avrebbe probabilmente amato molto Silvio Orlando nei panni del piccolo e ribelle Momò, il bambino protagonista del suo romanzo più bello e toccante, La vita davanti a sé. Tanto per cominciare Orlando ha portato in scena il libro quasi alla stessa età nella quale Gary si è sparato un colpo in testa, e cos’è la storia d’amore fra Momò e la vecchia Madame Rosa se non un modo per Gary di tornare all’infanzia da vecchio, all’amore mai sopito per sua madre? Romain Gary pubblicò La vita davanti a sé nel 1975, pochi anni prima di suicidarsi, con lo pseudonimo di Émile Ajar, vincendo quel prestigioso premio Goncourt che aveva già ottenuto con il nome di Romain Gary (un altro pseudonimo) e che notoriamente si può ottenere una sola volta nella vita. Gary, che tutti credevano un romanziere senza più niente da dire, giunto al punto in cui “il biglietto del viaggio non è più valido”, come dice il titolo di uno dei suoi romanzi, fece uno sberleffo a tutto il mondo culturale parigino. Ma questa è una storia nota e non è ciò di cui intendo scrivere qui. Qui si tratta di teatro. 

Sono appena rincasato da una delle tante repliche de La vita davanti a sé portate in scena da Silvio Orlando negli ultimi anni, e ne sono entusiasta. Accedendo alla platea del teatro, il Quirino di Roma, a un tratto mi sono trovato davanti la fotografia di un mio vecchio ricordo: il grande e indimenticato Eros Pagni che recita ne Il commesso viaggiatore di Arthur Miller, con la regia di Marco Sciaccaluga. Era il 2005, vent’anni fa: la fotografia è appesa fra la buvette e l’ingresso della sala. Avevo sedici anni ed ero andato a teatro con mia sorella. Eros Pagni ci aveva commossi profondamente. Così cominciò la mia passione per il teatro, che dura tuttora, anche perché è forse l’ultima delle grandi arti in cui gli schermi – i dannati schermi che ci circondano in ogni momento – sono banditi. Il teatro è rispetto per il prossimo, oltre che magia e dignità. È forse uno degli ultimi blasoni romantici rimastici. Lo scriveva bene Ennio Flaiano, nel Diario degli errori: “Lasciate andare avanti il cinema, avido di cose reali, il Teatro deve essere falso e affascinante. Nel teatro si ritrovano i simboli delle cose perdute di vista.” 

C’è molto di ciò che crediamo di aver perso ne La vita davanti a sé di Silvio Orlando. Ci sono l’infanzia, l’amore, la tenerezza, ma anche lo spavento della morte e la vecchiaia. C’è senz’altro l’orrore del niente, ma c’è pure Parigi con le sue musiche e la sua vita frenetica e variopinta; c’è la disperata voglia di vivere del piccolo Momò e c’è il coraggio di una vecchia donna malandata – Madame Rosa – che non vuole essere costretta a vivere “come un vegetale” fino alla morte, perché La vita davanti a sé è anche un romanzo sul diritto a una morte dignitosa, all’eutanasia. L’interpretazione di Silvio Orlando è onesta e commossa e mi ha spinto sia alle lacrime che alle risate. E sì che è difficile recitare l’impertinenza di un bambino indomo quale Momò, o la sua innocenza, come dimostra il poco riuscito Pinocchio portato al cinema dal pur bravo Roberto Benigni. Per interpretare un bambino da vecchi bisogna forse essere rimasti bambini per tutta la vita. Bisogna essere non soltanto convincenti ma perfino veri. In pochi ci riescono. 

Silvio Orlando è un bambino tenero e pieno di grazia e il romanzo di Romain Gary in scena rimane il capolavoro che è sulla pagina. Occorre fare un plauso all’edizione italiana del libro, cioè alla traduzione di Giovanni Bogliolo (già traduttore di Flaubert per i Meridiani), riportato vent’anni fa nelle librerie dall’editore Neri Pozza. Chi ha letto e amato il romanzo non rimarrà deluso e anzi si sorprenderà, perché la regia di Silvio Orlando porta pure cose proprie al già straordinario Romain Gary: la musica, per esempio, con il refrain di Comment te dire adieu, canzone scritta da Serge Gainsbourg e cantata da Françoise Hardy, ma anche i tamburi africani e altri motivi pieni di nostalgia e di tenerezza, e poi il talento di Silvio Orlando, che balla e si commuove e ride e piange e racconta la vita di Momò e un po’ anche se stesso (e quindi tutti noi) con la delicatezza di un vecchio uomo mai veramente diventato adulto, perché l’infanzia ci riguarda tutti e chi pensa di averle voltato le spalle o di averla superata ha già cominciato a morire o a perdersi nel banale o maligno caos del mondo, e noi vogliamo salvarci.

Oppure, per dare qualche ragguaglio più preciso sullo spettacolo, la riduzione di Silvio Orlando ci offre dei momenti inediti di grande commozione andando anche oltre il romanzo, come la chiusa dell’uovo fracassato a terra, che suggella l’ultima decisiva frase di Momò e che, lo ammetto, mi ha fatto scoppiare in lacrime, e poi dei momenti di grande comicità, certamente dovuti al genio di Gary ma pure, vale la pena ripeterlo, alla regia teatrale, come quando un africano amico di Momò gli si rivolge urlando parole incomprensibili con una gestualità, appunto, teatrale, buffa e colorita e perfino festosa nella sua scanzonata allegria. E tuttavia anche questa è una scena di morte, perché gli amici di Madame Rosa stanno improvvisando una danza tribale per farla uscire da uno stato di catalessi. Il comico e il tragico si uniscono e la scena affascina e spaventa al tempo stesso. La vita davanti a sé è un grande romanzo sulla morte, oltre che sulla vita e sull’amore. 

Bisogna voler bene. Il faut aimer. Lo dice Romain Gary e ce lo ripete Silvio Orlando. Lo afferma il piccolo Momò, commuovendoci, e ogni tanto cerchiamo di ripetercelo, di ricordarlo in questa vita che talvolta ci maltratta. Sarà più facile farlo dopo aver visto Silvio Orlando nei panni del piccolo Momò: un bambino, un vecchio, in ogni caso un essere umano che difende il diritto alla tenerezza e alla fragilità in un tempo nel quale la cafonaggine e la forza e la violenza la fanno da padroni ovunque. Bisogna voler bene, sì: bisogna amare. Solo così, forse, ci salveremo dal mondo e potremo salvarlo insieme a noi. Noi o i bambini ribelli che ci sopravvivranno, i tanti Momò del mondo che non devono e non possono essere dimenticati. Grazie a Silvio Orlando per essere rimasto uno di loro. Ne avevamo bisogno. 

Edoardo Pisani*

*Edoardo Pisani è nato a Gorizia nel 1988. Ha pubblicato i romanzi E ogni anima su questa terra (Finalista premio Berto, finalista premio Flaiano under 35) e Al mondo prossimo venturo, entrambi con Castelvecchi. Sempre con Castelvecchi ha pubblicato un libro su Rimbaud, E libera sia la tua sventuraArthur Rimbaud! Nel 2026 Marsilio pubblicherà il suo terzo romanzo.

Renato Minutolo: “Con la violenza si risolve tutto ovvero quando la diplomazia getta la spugna” (De Agostini), di Silvia Lanzi

Anche se molti studenti la pensano così, la storia è – o dovrebbe essere – più di un mucchio di date e di avvenimenti che si succedono senza soluzione di continuità da imparare a memoria. Ma tant’è.

Qualche tempo fa ho letto un libro che ho trovato fighissimo – forse non dovrei usarla ma è la prima parola che mi è venuta in mente – dal titolo “Con la violenza si risolve tutto ovvero quando la diplomazia getta la spugna” (De Agostini, 2021, 240 pp).
L’ho letto in un paio di giorni, e devo dire che è stato rigenerante approcciarmi alla storia così.
L’autore è Renato Minutolo comico e stand up comedian, appassionato di storia – sua è l’imitazione, riuscitissima, di Alessandro Barbero, tanto per stare in tema.

E la sua passione trasuda da ogni pagina, perché propone questa materia in modo lieve ed ironico, senza però snaturarla o banalizzarla. È anche molto rigoroso perché, ove possibile, cita le fonti da cui attinge. Nulla di più diverso, comunque, da quei noiosissimi tomi universitari pieni di minuscole note a piè pagina su cui tanti perdono giornate intere e che, per essere decifrati compiutamente, necessiterebbero di almeno un paio di lauree (lettere antiche, filologia romanza e un dottorato post-laurea) perché l’approccio è molto frizzante e godibilissimo e dalla sua scrittura si capisce quanto l’autore ami la materia. 

Ci sono però alcuni nodi che, a parer mio è necessario segnalare.
La mia prima perplessità riguarda certe citazioni, che mi hanno ricordato quella della quarta egloga di Virgilio: semplici da riconoscere sul momento, ma ardue nel lungo periodo.
Anche certe ‘modernizzazioni’ introdotte nel racconto – ad esempio chat e videochiamate – sembrano un po’ troppo estreme.

Renato, che ho contattato facendogli questi rilievi mi ha risposto innanzitutto ringraziandomi non solo per i complimenti, ma anche per le critiche – e questo credo ne sottolinei la modestia e il piglio di vero studioso e ha aggiunto: “devo dire che in parte condivido la criticità dell’attualizzazione di certi concetti. Anche io mi sono posto il problema. Diciamo però che, essendo un libro che vuole raccontare la storia creando appigli con il lettore, immagini e modernizzazioni mi erano utili per tenere viva l’attenzione e dare anche una sorta di bussola per chi non conosce quel dato avvenimento storico“.
Senza dubbio la sua spiegazione risulta ineccepibile.
In complesso, dunque, il volume è godibilissimo e arguto, e lascia i lettori – non solo gli studenti di cui sopra ma anche chi desidera una libro leggero ma non banale – con la voglia di saperne di più. 
E spero che il suo post-scriptum (“…e non sai cosa mi hanno fatto cancellare!!!”) sia foriero di un secondo capitolo.

Silvia Lanzi

Silvia Lanzi: Ho conseguito la maturità magistrale, e mi sono laureata in materie letterarie presso l’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano con tesi riguardante l’alto medioevo. Ho collaborato per anni con il settimanale “Nuovo Torrazzo” di Crema occupandomi della stesura articoli di vario genere (soprattutto critica letteraria e teatrale e cronaca di eventi quali vernissage et similia). Collaboro con il sito gionata.org in qualità di traduttrice dall’inglese e scrivendo articoli. Sono autrice di due libri: “Libera di volare” (Kimerik, 2006) e “Coincidenze” (Boopen, 2010). Lettrice onnivora – alterno saggi (psicologia, storia, filosofia e arte) e narrativa (soprattutto anglo-americana e scandinava).

Antigone non tace. La forza di dire “no”, di Angela Molinaro

Nella storia della letteratura greca, pochi personaggi sono rimasti così vivi e attuali come Antigone. Figura tragica per eccellenza e protagonista dell’omonima opera di Sofocle, Antigone attraversa i secoli portando con sé interrogativi eterni: cos’è la giustizia? È giusto obbedire a ogni legge? Oppure è lecito disobbedire in nome di una verità superiore?

La tragedia greca si apre su uno sfondo drammatico: la città di Tebe è appena uscita da una guerra civile tra due fratelli, Eteocle e Polinice. Figli di Edipo e fratelli di Antigone, i due giovani avevano stabilito di governare la città a turno, un anno ciascuno. Ma, una volta al potere, Eteocle si rifiuta di cedere il trono. Polinice allora assale la città con un esercito straniero. Lo scontro fratricida si conclude con la morte di entrambi.

Dopo questa tragedia familiare, il nuovo re di Tebe, Creonte, zio dei ragazzi, decreta che Eteocle, difensore della patria, riceva una degna sepoltura, mentre Polinice, ritenuto traditore, resti insepolto, abbandonato agli animali e alle intemperie. Si tratta di una condanna infamante, un monito esemplare per chiunque osi sfidare l’autorità dello Stato. Nella cultura greca arcaica, la sepoltura non era soltanto un rito religioso, ma un dovere sacro: senza di essa, l’anima del defunto non poteva trovare pace.

Per Antigone, dunque, l’editto di Creonte è intollerabile. Negare la sepoltura a Polinice significa condannarne l’anima a un’esistenza sospesa tra il mondo dei vivi e quello dei morti. Così, da sola, Antigone decide di agire. Sfida apertamente la legge degli uomini per obbedire a quella “non scritta e immutabile” degli dèi, che impone di onorare i morti.

Colta in flagrante mentre compie il rito funebre sul corpo del fratello, viene arrestata e condannata a essere murata viva in una grotta. Né le suppliche della sorella Ismene né l’intervento di Emone, suo promesso sposo e figlio di Creonte, riescono a salvarla. Solo troppo tardi il re, avvertito dall’indovino Tiresia dell’imminente catastrofe, decide di revocare la condanna. Ma è ormai tardi: Antigone si è impiccata. Emone, sconvolto, si uccide. Anche Euridice, moglie di Creonte e madre di Emone, si toglie la vita.

La tragedia si chiude nel silenzio e nel rimorso.

Ma cosa rende Antigone così potente e attuale? Perché la sua figura continua a interrogarci?

Perché non è un’eroina che cerca la gloria. Non è una ribelle per vanità. Non combatte per il potere né per vendetta. Lotta per ciò che ritiene giusto. La sua forza risiede in una coerenza assoluta, quasi inumana, nella determinazione con cui persegue un’idea superiore di giustizia. Sceglie la propria coscienza, anche a costo della vita.

Per questo la sua figura ha attraversato i secoli diventando il volto del dissenso e della disobbedienza civile.

Il filosofo Georg Wilhelm Friedrich Hegel vede in lei l’incarnazione della legge della famiglia e degli affetti, in contrasto con la legge impersonale dello Stato rappresentata da Creonte. Nel corso del Novecento, la sua figura si è caricata di significati politici, etici e femministi, diventando simbolo di resistenza, pietà, libertà interiore e dissenso.

Per Simone Weil, filosofa e attivista francese, Antigone è la voce della giustizia morale e della solidarietà, un principio alternativo alla legge astratta e impersonale di Creonte. Antigone dà voce agli emarginati, inaugurando una nuova cittadinanza fondata sull’ascolto e sull’alterità.

Per Judith Butler, teorica del femminismo contemporaneo, Antigone rappresenta un’identità eccentrica, che sfida le norme sociali e familiari. È l’emblema delle soggettività marginali — queer, non conformi, resistenti — che chiedono visibilità contro le strutture dell’autorità patriarcale.

Antigone è tornata protagonista anche nei grandi momenti storici del Novecento. È l’eroina della resistenza al nazismo nell’interpretazione teatrale di Bertolt Brecht. È la madre dei desaparecidos nell’Antigone Furiosa di Griselda Gambaro, ambientata nell’Argentina della dittatura militare.

E oggi? Antigone parla ancora.

In un mondo in cui la legalità non sempre coincide con la giustizia, e in cui la coscienza individuale rischia di essere schiacciata da apparati istituzionali sempre più complessi, il suo “no” risuona ancora come un atto necessario. Non facile. Non indolore. Ma necessario.

Antigone non tace. Ci guarda e ci interroga: da che parte stiamo?

E quali leggi — scritte o non scritte — guidano davvero le nostre scelte?

Angela Molinaro

Angela Molinaro: Laureata in Filologia Classica, insegna Latino, Greco e Cultura dell’Antichità nel cuore dell’Inghilterra. Ama trasmettere ai suoi studenti il fascino del mondo antico e la bellezza della parola. Viaggia con la stessa curiosità con cui legge: per incontrare mondi e conoscere storie. Per questo vive con la valigia sempre pronta e un libro nello zaino. Scrive e collabora con case editrici e riviste letterarie per dare forma a pensieri che nascono tra una lezione, un aereo e le fusa dei suoi due gatti neri.

Teatro: “Re Chicchinella” – Emma Dante rilegge Basile, di Brunella Caputo

Dopo “La scortecata” e “Pupo di zucchero”, Emma Dante conclude l’ideale trilogia dedicata a “Lo cunto de li cunti” con “Re Chicchinella”, una rilettura della favola nera, grottesca e amara, tratta dal capolavoro di Giambattista Basile.

La storia, surreale e immaginaria, ha come protagonista un re che per sbaglio, dopo aver defecato, si pulisce con una gallina viva. Da questo insolito, insano e impensabile gesto deriva la sua condanna: da quel giorno lo sfortunato sovrano dà alla luce, con sforzo sovrumano, bellissime uova d’oro.

Una fortuna incalcolabile! 

Questa fantastica e alquanto insolita ricchezza farà la felicità dell’intera corte e dell’ ingrata famiglia del re. Infatti, quest’ultimo verrà quotidianamente adulato con pranzi luculliani affinché possa continuare a produrre questa innaturale ricchezza. 

Il re, dal canto suo, soffre in maniera indicibile e decide di lasciarsi morire di fame pur di distruggere il male che domina il suo corpo: la sventurata gallina.

La scena è nera e vuota. La luce che la riempie confonde, tanto è perfettamente studiata e precisa. Gli attori, tutti, sono perfetti nel corpo e nella voce: abili personaggi variegati, dotati di intensità e forza non comuni, danzatori e attori intorno al bravissimo Carmine Maringola (il re) che, in una particolare veste nera, a torso nudo, si dimena, affannandosi e soffrendo, davanti allo spettatore attonito e affascinato dalla sua potente fisicità.

 

La scena vuota fa parte del linguaggio teatrale di Emma Dante, ma ogni volta è vuota talmente bene da sembrare piena, nel senso che tutto ciò che non è reso visibile è perfettamente illustrato con corpo e voce dagli attori (tutti bravissimi e che meritano di essere applauditi infinitamente). Il racconto della storia somiglia ad una grande lotta tra tanti eserciti di emozioni in combattimento continuo: l’esercito della rabbia, quello della compassione e quello dell’amarezza; l’esercito spirituale, quello concreto e quello fantastico; l’esercito arcaico, quello contemporaneo e quello del quotidiano; l’esercito delle presenze, quello delle assenze e quello delle illusioni.

Emma Dante, con il suo perfetto adattamento della fiaba/novella di Basile, elimina dal palcoscenico la magia fiabesca del testo originale e catapulta lo spettatore nel nero vortice di temi come la corruzione e la sete di ricchezza dell’uomo.

La talentuosa regista è abile nell’uso della metafora per rappresentare la profondità dell’animo umano e trascina con maestria chi guarda, nel sogno e nell’incubo di questo spettacolo. 

La strada che lo spettatore percorre è impervia ma perfettamente trascinante nel potente universo della regista; un universo dove ci si disseta alla fonte del dialetto napoletano del seicento, abilmente rivisto e mescolato con parole francesi e di cui si apprezza la leggerezza e la forza, la nostalgia e la musicalità. Ma la parola è resa essenziale; è il corpo a dettare ritmi e regole.

In questo spettacolo i ruoli si confondono; si alternano buio e luce, silenzio e rumore, danza e riposo, abiti e nudità. 

È una giostra senza tempo, che gira continuamente come il re con il suo abito circolare. Gira, gira, gira fino alla fine della musica che corrisponde alla fine della vita del re e del suo tempo, ma che continua in un altro tempo, in cui a governare sarà una bellissima gallina bianca (apparsa in scena viva, in carne e ossa) che rappresenta la più vivida fonte di luce sul nero palco e che diventa protagonista dell’intera scena. 

È la sopravvivenza degli ultimi. 

L’ultimo sforzo del re per deporre l’ultimo uovo fa nascere la splendida gallina che aveva in corpo, quella che gli faceva mettere al mondo uova d’oro. Ma ora che la gallina è fuori dal corpo di un re, continuerà a deporre uova d’oro?

All’immaginazione di chi ha assistito, il compito di considerare ciò che ha visto un semplice gioco grottesco o un raffinato affresco dell’umana meschinità. 

Applausi!

*Brunella Caputo è nata e vive a Salerno. È regista teatrale, attrice, scrittrice, cura progetti culturali e scrive racconti per Il Mattino. Per Homo Scrivens ha pubblicato “Attesa – Frammenti di pensiero”, da cui è stato tratto l’omonimo spettacolo teatrale, “Dell’acqua e dell’amore” , “Le notti dei Barbuti – Il teatro dei sogni” e “Le ore dell’alba”. Ha pubblicato molti racconti in diverse antologie. Coordina il gruppo di lettura di Feltrinelli Salerno e della Biblioteca Comunale di Maiori. È direttore artistico della rassegna teatrale La notte dei Barbuti.