Il sogno americano non esiste più.
Non esiste più la terra delle opportunità, della libertà, della democrazia, della meritocrazia.
Raffaele Passerini, regista, per otto anni ha inseguito il sogno americano. Era giovane, talentuoso e per un attimo la New York dei film di Woody Allen lo aveva catturato, fino a farlo innamorare.
Il suo primo romanzo, Love Bombing (Castelvecchi) non è solo la narrazione di un amore malato e che consuma, ma è proprio il racconto di chi, alla ricerca della felicità, insegue qualcosa che gli sfugge e sfuggendo lo attanaglia, lo mastica e poi lo risputa senza pietà.
Love Bombing si distacca dalla narrativa tradizionale per assumere i connotati di una sceneggiatura di vita. L’esordio letterario del regista documentarista de Il principe di Ostia Bronx, che fra il 2017 e il 2019 ha collezionato svariati premi, ripercorre la sua parentesi newyorchese, mettendo a nudo una parabola che va dall’ascesa professionale al burnout psicofisico.
Il testo si distingue per un’autenticità priva di fronzoli, sia nel linguaggio che nella struttura del racconto. Al centro della vicenda non c’è solo il successo nella giungla di New York, ma l’analisi di una serie di legami tossici, basati sul narcisismo.
Passerini descrive con lucidità la perdita di controllo e il mascheramento emotivo necessari a sopravvivere in una relazione manipolatoria, un’esperienza che, pur essendo personale, tocca temi universali e purtroppo comuni.
Invece di cercare il lieto fine, il libro si concentra sulla presa di coscienza post-traumatica: un resoconto onesto su quanto sia doloroso, ma necessario, affrontare le proprie fragilità per riappropriarsi della propria identità.
Il libro di Raffaele Passerini mi ha molto incuriosita, perché il Love Bombing in questo caso non è soltanto relativo alla storia d’amore raccontata, ma soprattutto viene da un ambiente, che ti utilizza, ti controlla, ti sfianca, ti risucchia e la maggior parte delle persone che ne vengono attratte fanno molta fatica ad uscirne.
Così ho incontrato virtualmente Raffaele e, come mia consuetudine, gli ho rivolto qualche domanda.

Perché hai sentito l’esigenza di affidare questo racconto alla scrittura invece che a un documentario? Cosa ti ha permesso di dire la parola che l’immagine non poteva esprimere?
Ho fatto corti, documentari, video, podcast e, ora, per la prima volta, un romanzo. Un romanzo che assomiglia un po’ a una serie di piani sequenza in soggettiva, un po’ a un inseguimento e forse, un po’ al documentario. La forma di scrittura-romanzo mi ha però permesso di entrare direttamente nella testa, nel cuore e nel corpo del personaggio-me-stesso più giovane, come in una sorta di flusso di coscienza e maratona fisica. L’unica strada che mi sembrava possibile per raccontare questa storia era quella del pozzo emotivo: la scrittura è stata la corda con cui scenderci e rivivere, di volta in volta, i sentimenti e il corpo di quel trentenne che ho abitato. Una specie di viaggio nello spazio e nel tempo, come se avessi messo una telecamera dietro ai miei occhi e un sondino vicino al mio cuore, tipo speleologo. È un viaggio faticoso, fisicamente, e la scrittura, con i suoi tempi dilatati, mi offriva sempre zone di ristoro. E poi la sovrapposizione tra il me autore e l’io personaggio non era per me sostenibile attraverso un racconto audio-video: non sarei riuscito a essere sia regista che narratore che, per di più, protagonista. Troppi io da gestire.
Nel libro descrivi il crollo nervoso come una scala in discesa, sempre più ripida e sempre più grave. Come si concilia la necessità di mantenere una carriera di successo a New York con il progressivo sgretolamento del proprio equilibrio mentale?
Si dice che a New York, “you make it or break it”. “Se ce la fai lì, ce la puoi fare ovunque”, cantava Sinatra. Le regole del gioco dichiarate sono chiare: l’arena è aperta a tutti, chi è più sveglio, preparato, scaltro, informato, talentuoso, veloce vince. Dipende da come ti giochi le tue carte. Se fallisci, in altre parole, è solo colpa tua. Le vere dinamiche però, lo sappiamo, sono ben altre. Premetto che per me l’America è stata una grande occasione di crescita e esplorazione: sono stato accolto, formato, incoraggiato e ne sarò sempre grato. Ma questo scollamento tra le regole dichiarate e la realtà può essere molto pericoloso a livello emotivo e psicologico.
Sono stato uno dei pochissimi, forse l’unico non statunitense del mio corso di filmmaking ad avere una borsa e a riuscire a lavorare e rimanere a New York. Questo ha creato in me un forte senso di responsabilità verso le aspettative mie e degli altri. La collisione tra il desiderio di farcela, il bisogno di dimostrare di farcela e la concreta possibilità di resistere e sopravvivere in una città estremamente competitiva e costosa, a volte ti toglie l’aria, la luce, il silenzio, lo spazio, il respiro, il pensiero.

Spesso chi affronta un’esperienza come la tua prova vergogna nel parlare della propria fragilità. Qual è stata la sfida più grande nel raccontare la tua vulnerabilità senza filtri protettivi?
Nel libro parlo di un me che non ha saputo proteggersi per mancanza di amor proprio, cercando di esplorare un’anatomia tutta personale di questo tipo d’incrinatura. Quando scrivevo pensavo solo ad essere lì e a non farmi domande, tipo: cosa penseranno ora di me? Mi sono esposto troppo? Mi sono messo di nuovo in una posizione di fragilità? L’unica mia preoccupazione in fase di scrittura era di non fare uno sfogo, una vendetta o un’autoanalisi fine a sé stessa. Sono stato coraggioso e dissociato insieme? Non lo so. È stato per me essenziale lavorare con la mia editor, Maria Carmela Leto. La sua accoglienza mi ha fatto sentire in un luogo mentale sicuro e rigoroso, e mi ha dato molto coraggio. Ora per me la sfida più grande è lasciarlo andare, il libro. Ormai è fatta. Spero solo che possa accompagnare il lettore come uno specchio dove potersi guardare, nudo, in un luogo intimo e protetto che solo la scrittura sa offrire.
Credi che il contesto di una metropoli così competitiva e spietata e la pressione che ne deriva, abbia favorito l’insorgere della dinamica tossica che descrivi, o si è trattato di un caso isolato?
Se mentre corri una maratona ti fai una brutta ferita alla gamba e non la medichi subito, perché devi correre, devi farcela, devi vincere, quella ferita rischia di infettarsi, a meta è probabile che non ci arriverai comunque, e i danni potrebbero perdurare. Le dinamiche tossiche nelle relazioni proliferano in una metropoli come New York dove tutto è accelerato, amplificato e tu devi sempre correre. Se esci dalla maratona per prendere fiato o medicarti, ne esci per sempre. In un posto così competitivo, sono tutti nella tua stessa situazione: è difficile prendersi cura gli uni degli altri. Nel caso dei due protagonisti del romanzo, entrambi vivono la pressione della città e le aspettative delle rispettive famiglie in Europa, ma uno reagisce, diciamo, con “violenza e prevaricazione”, l’altro, forse, con il vittimismo. Entrambi, però, partono dalle stesse paure: quella di soccombere e quella di non essere amati. Non credo che questa sia una combinazione tossica rara.
Sono rimasta molto colpita dalla tua autenticità stilistica. È stato difficile resistere alla tentazione di romanzare i fatti per renderli meno amari?
Il tempo della memoria ottunde, il ricordo deforma, la scrittura imbriglia, taglia, sposta, ricodifica. L’unica cosa che si cristallizza e non muta, per me, è il ganglio emotivo soggettivo. Settata l’arena e le dinamiche tra i personaggi secondo rimandi reali, l’unica aderenza assoluta al reale che mi interessava mantenere era quella della dimensione emotiva, e l’autofiction questo lo permette. Questo mi ha dato la libertà di non concedere deroghe al dolore e all’amarezza. Mio padre ha letto gran parte di questo libro e mi ha detto: daglielo uno zuccherino al lettore, è molto amaro. Ci teneva che fosse accolto bene dal pubblico, che io ne uscissi bene. Ne abbiamo parlato e ha capito: il libro doveva essere sincero rispetto alle mie fragilità. Ci teneva che lo pubblicassi: ogni volta che tornavo a casa o mi chiamava, mi chiedeva se avessi trovato una casa editrice. Non sono riuscito a pubblicarlo prima della sua morte. Per tutto questo ho voluto dedicarglielo.
Love Bombing termina con una consapevolezza sofferta. Oggi che per te come per molti altri il sogno americano è finito, cosa vorresti che il tuo futuro ti riservasse?
Il sogno americano è stato per oltre un secolo un potente magnete. Sicuramente grazie al soft power esercitato dal cinema, ma anche perché si basava sulla premessa del merito, una chimera in grado di attirare chiunque. Purtroppo, il merito, negli U.S.A. come ovunque, è innanzitutto frutto del privilegio. Le declinazioni del sogno americano sono tante: per un cittadino messicano che attraversa il confine senza documenti, il sogno è un golden ticket che tutto salva e risolve. Ben diverso da quello di un trentenne europeo, bianco, della medio-alta borghesia, che arriva lì grazie a una borsa di studio post-laurea. Per me che ci ho vissuto a cavallo del primo decennio degli anni duemila, era il sogno del cinema. Ma c’è un tipo di sogno americano che è forse più difficile da decifrare: il sogno di chi resta, di chi quel confine non è mai riuscito o non ha mai voluto varcarlo. Se tu vai in America e ce la fai, certifichi a chi resta che se vuole, anche lui può farcela e che, se dove è rimasto ha fallito, non è per colpa sua. Ora, pare, il sogno americano si sta sgretolando. Ma quando decisi di andarmene, ricordo le conversazioni accorate con alcuni miei amici europei che vivevano come me negli U.S.A. e che mi dicevano: “Ma davvero vuoi rinunciare alla tua doppia identità? Qui sei speciale perché sei europeo, in Europa sei figo perché vivi in America. Ma io non mi sentivo né l’uno, né l’altro, e ho deciso di tornare. Tradire un sogno, si sa, è imperdonabile.
Sono tornato in Italia ormai dieci anni fa e qui sto costruendo il mio futuro. In definitiva faccio quello che facevo negli U.S.A. ma con il bagaglio di quell’esperienza che mi ha aiutato tanto: insegno, scrivo, creo audio-video. Ma ora, dopo il Covid, anche da qui posso parlare al resto del mondo (le piattaforme di streaming e i social ce lo permettono). Da qui posso cercare di contribuire alla vita sociale e culturale del mio paese, qui posso sentire un senso di appartenenza radicato nel passato. Qui sono stato vicino ai miei genitori. In definitiva, il mio sogno lo sto vivendo. E ne sono grato. Ora sogno un’Europa pacifica e coesa.
Loredana Cefalo*

* Mi chiamo Loredana Cefalo, classe 1975, vivo a Cagliari, ma sono Irpina di origine e per metà ho il sangue della Costiera Amalfitana. Da cinque anni tengo una rubrica di chiacchiere a tema vario su Instagram, in cui intervisto persone che hanno voglia di raccontare la loro storia.
Sono stata una professionista della comunicazione, dell’organizzazione di eventi e della produzione televisiva, settori in cui ho un solido background. Mi sono laureata in Giurisprudenza e ho un Master in Pubbliche Relazioni.
Ho accumulato una lunga esperienza lavorando per aziende come Radio Capital, FOX International Channels, ANSA e Gruppo IP, ricoprendo ruoli significativi nel settore della comunicazione e dei media, fino a quando non ho scelto di fare la madre a tempo pieno dei miei tre figli Edoardo, Elisabetta e Margaret.
In un passato recente ho anche giocato a fare la foodblogger e content creator, con un blog personale dedicato alla cucina, una delle mie grandi passioni, insieme all’arte pittorica e la musica rock.
L’amore per la scrittura, nato in adolescenza, mi ha portata a scrivere il mio primo romanzo, “Il mio spicchio di cielo” pubblicato il 16 gennaio 2025 da Bookabook Editore e distribuito da Messaggerie Libri. Il romanzo è frutto di un momento di trasformazione e di crescita. La storia è presa da una esperienza reale vissuta indirettamente e ricollocata nel passato per fini narrativi e per gusto personale. Ho abitato in molti luoghi e visitato con passione l’Europa e le ambientazioni del romanzo sono frutto dell’amore che provo nei confronti delle città in cui è collocato. Dal mese di giugno scorso curo il podcast del Randagio “Capitolo Zero”.










