Intervista a Ritanna Armeni per “A Roma non ci sono le montagne” (Ponte alle Grazie, 2025), di Gabriele Torchetti

Siamo davvero contenti di festeggiare il 25 aprile, ovvero la liberazione dell’Italia dalla tirannia nazifascista, con un libro appassionante di un’autrice autorevole, già impegnata in precedenti pubblicazioni nel racconto della Storia del ‘900 italiano. Stiamo parlando dell’ultimo romanzo di Ritanna ArmeniA Roma non ci sono le montagne“, edito da Ponte alle Grazie, che ci porta nella Roma occupata del 1944, dando voce ai partigiani protagonisti dell’azione di via Rasella, episodio cruciale e controverso della Resistenza. Il nostro Gabriele Torchetti ha avuto la fortuna di porle alcune domande.

Ciao Ritanna e benvenuta a Il randagio. “Una donna può tutto – 1941: volano le Streghe della notte”, “Mara. Una donna del Novecento”, “Il secondo piano”, “A Roma non ci sono le montagne. Il romanzo di via Rasella: lotta, amore e libertà”, sono gli ultimi quattro romanzi pubblicati per Ponte alle Grazie. Storie diverse ma accumunate da due elementi specifici, il contesto storico e la Resistenza (più o meno esplicitata), è una casualità o una scelta consapevole?

E’ una casualità, ma, come spesso accade, dietro quelli che appaiono casi ci sono motivazioni più profonde che riaffiorano magari qualche tempo dopo. Viviamo tempi incerti, in cui anche i valori più profondi della nostra identità vengono messi in discussione, in cui è difficile persino definire se stessi. E allora ripercorrere il contesto storico delle nostre origini democratiche, rifletterci, capirle, raccontarle è stato per me istintivo. Sono nata e cresciuta in una democrazia: come si è formata? con quali vincoli? quali debolezze? C’è stato un periodo della nostra storia nel quale tutto era “in nuce”. Ripercorrerlo, capire di nuovo e attraverso le storie e i sentimenti delle persone , come avviene  nei miei romanzi, è un modo per capire che cosa dobbiamo fare oggi quando siamo più incerti e ci pare che gran parte di quei valori si siano oscurati.

“A Roma non ci sono le montagne. Il romanzo di via Rasella: lotta, amore e libertà”è l’ultimo appassionato romanzo fresco di stampa, con un titolo lungo ma incisivo, che si scopre durante la lettura.  Che cosa vuol dire che “A Roma non ci sono le montagne”?

Vuol dire che la resistenza romana non va raccontata e giudicata come la Resistenza in altre parti del paese, come quella sulle montagne. A Roma non c’erano gli operai in sciopero, non c’era un esercito di liberazione con le sue gerarchie, il suo ordine,  non c’era un ambiente naturale che riparasse dal nemico. A Roma i partigiani erano più soli, per ripararsi avevano solo i portoni, le case degli amici, a volte le chiese. Potevano contare su una resistenza “sociale” ma spontanea, disorganizzata.   E il tradimento la delazione erano all’ordine del giorno. In questo contesto nascono i Gap e nascono i Gap centrali quelli che agiscono nel centro della città e organizzano l’azione di via Rasella.

Il 23 marzo 1944 ha segnato la storia, un’azione armata antifascista che ha ucciso 33 tedeschi e che ha avuto come conseguenza la condanna a morte di 335 civili italiani. Il romanzo fa un passo indietro e ci conduce alla preparazione dell’attentato messo in atto dai giovani partigiani dei Gruppi di azione patriottica? Qual è la motivazione che spinge questi giovani a combattere in prima persona? Hanno in qualche modo scontato l’ardore della lotta armata?

I giovani di cui parlo sono borghesi, colti, spesso studenti o professori universitari. Avrebbero potuto avere una vita sicuramente più facile di tanti loro coetanei, invece scelgono di vivere nella clandestinità, di mangiare quattro volte alla settimana, di dormire dove è possibile, spesso in luoghi malsani. Per capire i motivi di questa scelta bisogna ricordare che cosa era Roma occupata dai nazisti. Altro che “città aperta”! Il nemico era dappertutto, dominava. Era stato rastrellato il ghetto, trasferiti i carabinieri, le prigioni erano luoghi di tortura , c’era la fame e l’oppressione più spietata. I giovani dei Gap volevano dare un segnale ai romani. Ribellarsi era possibile. Era possibile , come fecero loro in decine di azioni nel centro della città, colpire il nemico. Via Rasella fu una di queste azioni. La più importante nell’Europa occupata dai nazisti. 

Donne e Resistenza è un binomio di cui si parla sempre troppo poco, eppure nelle tue pagine c’è una figura che inconsapevolmente ruba la scena con ardore e coraggio, chi è Carla Capponi? Qual è stato il suo ruolo all’interno di questa vicenda? E quali sono state le altre donne della Resistenza romana?

Mi è sembrato di capire leggendo e studiando le donne dei Gap, ascoltando le loro voci che sono differenti dalle donne partigiane del nord. Queste ultime, come è stato da più parti sostenuto, avevano un ruolo subalterno che nulla toglie al loro coraggio e al loro eroismo, ma che fa capire quali fosse il rapporto uomo -donna anche in un periodo così fecondo di cambiamenti. Le gappiste romane  erano donne colte, agivano in piccoli gruppi – due tre persone – o da sole. Di fatto erano più autonome, più libere. Non si limitavano ad accompagnare gli uomini, organizzavano le loro azioni  anche se spesso gli uomini non approvavano pienamente. Questo mi ha molto colpito.

Un romanzo corale, i protagonisti sono i ragazzi dei Gruppi di azione patriottica, c’è qualcuno tra questi che hai amato particolarmente?

Scrivendo questo libro ho avuto molti innamoramenti. Ho trovato splendide le donne, Carla, Maria Teresa, Lucia. Sono rimasta affascinata da una figura come quella di Carlo Salinari, letterato illustre che diventa capo dei Gap, dalla tormentata figura intellettuale di Franco Calamandrei. Potrei continuare… ognuno di loro aveva qualcosa da dirmi. E io ho cercato di ascoltarli fino in fondo.

6) Nel libro appare per poche pagine, eppure la sua aura ha lasciato il segno anche nel libro. Da pugliese, da terlizzese adottivo devo chiederlo necessariamente. Vuoi dirci qualcosa su Gioacchino Gesmundo?

Mi è dispiaciuto non potere raccontare nel mio romanzo  più diffusamente di Gioacchino Gesmundo, vittima delle Ardeatine e figura di riferimento morale e intellettuale per i giovani di cui parlo. Era per loro un maestro, nel senso più nobile di questa parola. L’uomo il cui esempio era da seguire sempre, nella lotta, ma anche nella riflessione, nella critica. Di cui tutti si fidavano. Fiducia ben riposta. Quando Gesmundo fu preso dai nazisti subì atroci torture ma non tradì nessuno dei suoi compagni. È una figura su cui c’è ancora tanto da indagare e da scrivere.

Gabriele Torchetti

Gabriele Torchetti: gattaro per vocazione e libraio per caso. Appassionato di cinema, musica e teatro, divoratore seriale di libri e grande bevitore di Spritz. Vive a Terlizzi (BA) e gestisce insieme al suo compagno l’associazione culturale libreria indipendente ‘Un panda sulla luna‘.

Intervista a Fabio Stassi per “Bebelplatz. La notte dei libri bruciati” (Sellerio), di Rita Mele

Scrittore apprezzato dalla critica e dal pubblico, legato da dodici anni a Sellerio; bibliotecario di professione come Borges o Alberto Manguel, Fabio Stassi, classe 1962, una vita letteralmente vissuta tra i libri, con “Bebelplatz” non solo racconta uno dei momenti più bui della Storia del Novecento (il titolo fa riferimento alla piazza di Berlino in cui il 10 maggio 1933 vennero dati alle fiamme migliaia di libri), ma anche il dolore personale per il rogo di migliaia di volumi di autori cari, considerati “degenerati” dai nazisti. Bebelplatz è un libro composito e stimolante che si interroga sul senso della Letteratura, dei Libri e della Cultura; un libro necessario che è piaciuto tantissimo a noi del Randagio e alla nostra Rita Mele che ha avuto la fortuna di poter fare qualche domanda all’autore.

‘Bebelplatz’ è un romanzo che ci riporta a un capitolo oscuro della storia, la notte in cui i nazisti bruciarono i libri. Cosa l’ha spinta a rievocare questo evento, e perché proprio ora?

Grazie per questa domanda e grazie anche per l’uso della parola “romanzo”. Io credo che sia anche questo Bebelplatz. E’ un romanzo ed è anche altre cose per me. È un “libro ornitorinco”, fatto di parti diverse. È un libro di viaggio, un reportage, è un saggio storico, è una resa dei conti, è un romanzo, appunto, è un memoir. Per scriverlo ho usato tutto quello che potevo e che negli anni ho cercato di imparare a fare. Nasce da una crisi di identità. Durante la pandemia, come molti, come forse tutti noi, ero caduto in uno stato di smarrimento. Per la prima volta mi sono sentito, forse più che mai, ho capito di essere un orfano del ‘900, di un altro secolo, di altri valori anche, di un’altra letteratura. La pandemia aveva squarciato il fondale, aveva squarciato il teatro. La realtà era tornata con tutta la sua drammatica pressione. E le conseguenze le vediamo ancora oggi: il ritorno della guerra in Europa, l’instabilità politica, il ritorno dei populismi, certe parole d’ordine, i fantasmi del passato. Ecco, per uscire da questa crisi d’identità, mi sono chiesto: “A quale letteratura appartengo? A quale letteratura marchiata da un marchio d’infamia come dicevano i nazisti? A quale idea di mondo?” E così ho cominciato questo che è stato un vero e proprio viaggio reale in molte città della Germania, ma anche un viaggio interiore.

Quali differenze ha trovato tra le città italiane e quelle tedesche? E come si inserisce il tema della memoria in questo contesto?

Io vivo in una città, Viterbo, a cento chilometri da Roma, che durante la guerra è stata in gran parte bombardata. Le città italiane hanno memoria di quello che è successo anche nel loro tessuto urbano, nei monumenti, nella ricomposizione di certi quartieri. Ma sono state soprattutto le città tedesche che ho visitato a impressionarmi. Conoscevo un po’ la Germania, ma in questo viaggio l’ho guardata con occhi diversi e mi sono reso conto che sono città vicarie, sostituite ad altre città. A Colonia ho visitato un museo che nelle fondamenta riporta la distruzione che quel luogo aveva subito e ti danno delle foto su come era quel quartiere. Poi esci per strada e provi a fare un confronto e non c’è più niente, è impossibile orientarsi. C’è un sito in cui alcune persone sono andate a fotografare le piazze in cui sono stati bruciati i libri e, se confronti le vecchie foto con quelle di adesso, i luoghi sono irriconoscibili, sono stati completamente ricostruiti. La domanda è forse sulla memoria, anche sulla memoria urbana. Viviamo un momento delicato perché la memoria umana, ossia la memoria diretta dei testimoni, è praticamente sparita. Qualche anno fa uscì un libro di storia, si intitolava “L’era del testimone” ed era un libro importante. Noi viviamo nell’epoca in cui sono ormai scomparsi i testimoni diretti della guerra e di tutte le tragedie di quel periodo storico, ma ne resta memoria nei luoghi. Ed è una memoria che va interrogata, che va indagata. E anche per questo ho intrapreso il mio viaggio.

Nel romanzo, lei dà voce a scrittori e intellettuali che hanno subito la censura e la persecuzione. Qual è il ruolo della letteratura in tempi di crisi, e come può aiutarci a preservare la memoria?

Io credo che il lettore sia il vero detective. In fondo il romanzo moderno nasce raccontando le avventure di un lettore che è Don Chisciotte. Tra l’altro questo è il primo libro in cui uso la prima persona, non avevo mai detto “io”. Per questo, forse, è anche un romanzo. Io sono un lettore che segue le tracce, che segue la pista, che va alla ricerca dei segni che hanno lasciato questi scrittori perseguitati dal fascismo. E cerco di riassumere e di unire i fili che li legano. E c’è una coerenza, c’è un comune discorso sulla libertà, da Pietro Aretino a Maria Volpi; c’è in Giuseppe Antonio Borgese un discorso sull’utopia, sul fatto che l’umanità è a un bivio: o si dà una Costituzione mondiale o non sopravvive; c’è un discorso sull’antimperialismo, sull’anticolonialismo portato avanti soprattutto da Salgari; c’è un antifascismo radicale in Ignazio Silone; e c’è una denuncia del patriarcato, un’affermazione della libertà della donna in Maria Volpi. Ecco, questi cinque scrittori hanno composto per me un’idea di mondo che è quella a cui appartengo. Oggi vedo che, come dicevo prima, le stesse parole d’ordine risuonano, con i medesimi vocaboli tali e quali. Quando Goebbels diceva degli intellettuali che sono infestanti parassiti che occupano le strade della città, sembra di risentire certe interviste. Il ruolo della letteratura è di preservare la memoria e di usare la memoria per criticare il presente. Un Cancelliere cinese di 2000 anni fa aveva detto: “chiunque usi la memoria per criticare il presente sarà giustiziato insieme alla sua famiglia”. Ecco, la letteratura usa la memoria, l’immaginazione, la fantasia, la ragione, soprattutto per criticare il presente e per impedire, come diceva Elsa Morante, la disintegrazione della coscienza umana.

‘Bebelplatz’ è un romanzo storico, ma anche una riflessione sul potere delle parole e sulla loro capacità di sopravvivere al tempo. Qual è il messaggio che vuole trasmettere ai lettori di oggi, in un’epoca in cui la disinformazione e la manipolazione sono all’ordine del giorno?

C’è un proverbio spagnolo che dice: “la ribellione si impara leggendo”. Ecco, io penso che leggere è sempre un atto d’amore ed è anche sempre un atto di disagio e d’imbarazzo per il presente, per il mondo in cui viviamo e per le tante ingiustizie a cui spesso in maniera impotente assistiamo. Credo che sia un modo per ragionare con la propria testa, per cercare di essere liberi e di educare, magari anche sbagliando, il proprio spirito critico di fronte a questa invasione di informazioni spesso manipolate. Di fronte a questa imposizione da parte di un potere di un pensiero unico, la letteratura sarà sempre dalla parte del pensiero divergente e impura. Ed è dal lato della devianza.

Nei prossimi giorni lei sarà a Bolzano, la città in cui vivo, che, come tutto il Sudtirolo, ha vissuto periodi storici complessi, segnati da cambiamenti politici e culturali. Che cosa rappresenta questa terra per lei e quali legami ha con la sua cultura e la sua storia?

Sono venuto diverse volte a Bolzano, sempre per incontri letterari. Attraverso mia moglie ho conosciuto la montagna. E ricordo ancora la prima volta che andai in Trentino-Alto Adige, la grande, stupefacente impressione che ne ricavai. E da allora cerco di ritornarci quasi ogni estate. E ogni volta che vengo da quelle parti mi sento bene. Il paesaggio, la vicinanza delle montagne, le montagne mi hanno sempre comunicato un enorme senso di dignità. E un’idea di relazione tra le persone corretta, misurata, rispettosa. Ecco, pur essendo siciliano (ma venendo da un sud… ma anche il Sud Tirolo porta questa piccola parola nel nome, che per me più che un’indicazione geografica, è un’idea di mondo)… pur essendo siciliano, dicevo, preferisco la montagna al mare. E quindi ogni volta torno molto volentieri dalle vostre parti, che oltretutto sono luoghi carichi di storia che mi piace indagare.

Qual è secondo lei, oggi, l’obiettivo politico culturale delle biblioteche? E quale il mandato professionale del bibliotecario?

A stilare le liste nere durante il nazionalsocialismo dei libri che sarebbero dovuti andare al rogo fu proprio un bibliotecario. E questa cosa naturalmente mi ha colpito e mi ha coinvolto perché questo è il mio mestiere. E il Bibliotecario nazista aveva tradito il mandato del nostro mestiere, che è appunto quello di difendere la memoria, di esserne custodi e, in qualche modo, ambasciatori. Ricordo un racconto di Gesualdo Bufalino che si intitola “Le visioni di Basilio ovvero la battaglia dei tarli e degli eroi” in cui si racconta la storia di un bibliotecario messo a salvaguardia degli ultimi libri sopravvissuti al cataclisma atomico dell’umanità in cima al Monte Athos. I libri vengono attaccati da una specie di tarli che si erano sviluppati dopo le ultime guerre. E direi che, in ogni epoca dell’umanità, c’è sempre un re dei tarli che vuole incenerire le biblioteche. I bibliotecari sono, appunto, i soldati semplici che cercano di difendere il patrimonio della nostra memoria. In questo caso Basilio è un monaco e quando i tarli arrivano sino in cima al Monte Athos, attaccano i libri e lui si rende conto che non avrebbe potuto più difenderli in alcun modo. Studiando però aveva scoperto che questi tarli sono golosi di miele. Allora si denuda, si cosparge il corpo di miele, aspetta che tutti i tarli entrati nella fortezza si depositino sul suo corpo e si getta da una rupe sul mare Egeo. Ecco, non dico che i bibliotecari devono arrivare a questi estremi, ma sicuramente la loro funzione è fondamentale. In più devono cercare di favorire la creazione di una comunità intorno alle biblioteche, che, per me, sono luoghi vivi come dei porti, luoghi pieni di voci, che sono anche le voci dei libri, le voci dei lettori, le voci dei bibliotecari.

Quale sarà il suo prossimo viaggio letterario?

Il mio prossimo viaggio letterario sarà un altro viaggio nella memoria, ma questa volta nella memoria personale. Avevo detto prima che in Bebelplatz ho usato per la prima volta nei miei libri l’ “io” ed è stato un processo di avvicinamento alla realtà e un togliersi le maschere, e un provare a dire le cose in prima persona, a chiamarle col loro nome. Ecco, mantengo molto pudore, ma il mio prossimo viaggio letterario sarà un viaggio nella mia infanzia, nei miei primi dieci anni, nella memoria di una famiglia di migranti da cui provengo, nelle sue lingue, nel suo destino ramingo per il mondo. E non sarà in prima, ma in seconda persona, in quanto penso che forse solo alla fine riuscirò a tornare alla prima persona, perché davvero credo che ci voglia tutta una vita prima di poter dire, di poter balbettare sottovoce un “io”.

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Fabio Stassi sarà a Bolzano martedì 15 aprile ospite della Biblioteca Provinciale Italiana.

Rita Mele

Rita Mele: barese, ma da molti anni vive a Bolzano. Giornalista, giurista, formatrice, psicologa, insegnante di yoga. Progetti per il futuro: ballare

Intervista a Nadia Terranova per “Quello che so di te” (Guanda, 2025), di Gabriele Torchetti

Nadia Terranova, messinese, è una delle voci più interessanti della narrativa italiana contemporanea. Già finalista del Premio Strega nel 2019 con “Addio fantasmi”, il suo ultimo romanzo “Quello che so di te”, edito da Guanda, in libreria dallo scorso gennaio, sta ricevendo ampi consensi di pubblico e di critica e ha già iniziato, proposto da Salvatore Silvano Nigro, il lungo percorso che speriamo lo porti alla serata finale del nostro più prestigioso premio letterario. Nadia Terranova, che ringraziamo per la disponibilità, è stata intervistata per gli amici del Randagio dal nostro Gabriele Torchetti.

Ciao Nadia e benvenuta a Il Randagio, “Quello che so di te” sviluppa tra i tanti temi il concetto bellissimo di mitologia familiare che ci riconduce a quasi cent’anni fa, quando una donna minuta e silenziosa varca la soglia di un manicomio, “un luogo di cui avrebbe parlato con un distacco sempre più irreale fino a non nominarlo più, come accade ai ricordi che abbiamo sciupato”. Scrivi che la chiami Venera, con l’accento sulla prima sillaba e che la incontri spesso in sogno, puoi dirci qualcosa in più su questa donna? 

Tutto quello che sapevo di Venera l’ho scritto. È difficile per me dire qualcosa di più. Posso dire però qualcosa di meno. Posso dire che quando ho cominciato a scrivere di lei, quindi nelle prime pagine del libro, lei era davvero soltanto una donna scontornata, ma la cui presenza era molto forte nella mia vita, molto insistente, quasi infestante. Non capivo perché. Poi ho capito alla fine che voleva soltanto essere raccontata.

Abbiamo una passione in comune, quella per i tarocchi, presenti anche in Trema la notte. L’archetipo della luna è probabilmente uno dei più difficili da interpretare, perché nei suoi simbolismi racchiude una molteplicità di chiavi di lettura che ho incontrato nel tuo romanzo. Leggendo il tuo libro ho pensato al principio creativo femminile: la maternità, all’emotività nelle sue molteplici sfumature. La luna però rappresenta anche l’inconscio, la notte (dunque quello che non si vede a occhio nudo) con i suoi segreti. Tua figlia si chiama Luna ed è molto presente tra le pagine di questo romanzo, così come sono presenti tutti i richiami dell’archetipo, anche quelli più nebulosi nella storia di Venera (tra l’altro nata sotto il segno del Cancro), di tua madre e di tutti i personaggi. E’ stata una mia sensazione o in qualche modo ti ha ispirato?

La luna per me è proprio il simbolo dell’energia femminile che sta per uscire, quindi è anche una gestazione continua. C’è del tormento, no? C’è anche un po’ di fatica nell’attesa che questa creatura esca dalle acque, che varchi la soglia del patriarcato rappresentato da questi cani che ululano, dalle torri. Però poi è l’attimo prima dell’esplosione dell’energia femminile. E quindi sì, è proprio la luna la Carta di tutto il libro. Per me è complicata perché il cancro è un segno complicato e però è stato molto interessante per me indagarlo.

Una mitologia familiare che racchiude una parola chiave, la memoria. C’è una memoria storica contenuta negli atti scritti e una memoria emotiva composta da ricordi, frammenti, sentimenti. Scrivi quello che sai di lei attraverso le poche notizie pervenute e dove non arrivi con le carte, con i documenti, intervieni con la tua scrittura. Hai avuto qualche difficoltà nel riempire i vuoti di questa storia?

Sai, le difficoltà ci sono quando stai facendo una ricostruzione storica. Ma se scrivi un romanzo, quella che è difficoltà è possibilità, perché ti apre un vuoto, una lacuna. Dove c’è una lacuna entri con l’invenzione, senza invenzione non c’è romanzo.

“Il verde degli alberi incombe dalla finestra, mia figlia mi guarda ma non mi vede. In quel momento, dentro quel preciso nulla, nell’isolamento dell’ospedale in cui ho appena partorito, capisco che non potrò mai più permettermi di fare. Impazzire.” Mi ha molto colpito questo incipit, la paura di un’ereditarietà oscura. Nel romanzo sviluppi lo stigma della follia. La scrittura ha plasmato in qualche modo i tuoi timori?

La scrittura ha dato una forma e quindi ciò che prima era una paura indefinita è diventata una paura scritta e come tutte le volte in cui si dà il nome a qualcosa, poi ho avuto meno paura.

La maternità scivola nella narrazione attraverso tantissime declinazioni, tu sei madre di Luna, la tragedia di Venera ha a che fare con una mancata maternità, ci sei tu figlia nel rapporto con tua madre. La cura e l’abbraccio riservato a Venera è commovente. Ti sei sentita un po’ sua madre in queste pagine?

È bello quello che dici. Sì, sono stata un po’ la madre di Venera, la madre della mia bisnonna. Che meraviglia!

I padri sono quasi totalmente estranei nei dibattiti, ma anche nella scrittura, che ruolo hanno gli uomini nella tua mitologia familiare?

In realtà, in questo libro c’è spazio per i padri; c’è stato spazio per me per capirli per raccontarli. Senza la differenza anche dei ruoli non ci sarebbero state le storie delle donne quindi, ecco, io ho abbracciato anche loro. 

Tra un capitolo e un altro, durante la lettura ho ascoltato “Terra ca nun senti” l’ultimo disco live di Carmen Consoli. Canzoni che raccontano la Sicilia, con note, profumi, paesaggi, memorie. Una terra meravigliosa ma nello stesso abbandonata e abbruttita dall’incuria politica e sociale. La Sicilia è sempre presente nelle tue narrazioni, che ruolo ha nella tua scrittura? E più in generale nella tua vita?

Amo Carmen Consoli, amo la musica siciliana, amo “Terra ca nun senti”. Sono stata a sentirla, tra l’altro, dal vivo a Pompei, pensa, all’anfiteatro. E in quella sera, eccezionalmente, c’erano due ospiti speciali: il fratello di Peppino Impastato e Donatella Finocchiaro che leggeva proprio testi di Rosa Balistreri. E’ stato splendido! Sì, la Sicilia è parte del mio immaginario e quindi della mia scrittura.

Ultima domanda, di consueto chiediamo un consiglio di lettura. Questa volta voglio farti una domanda un po’ più mirata, hai scritto le prefazioni delle ripubblicazioni dei libri di Alba de Céspedes (per Cliquot), perché dovremmo leggere i suoi libri e da quale ci consiglieresti d’iniziare?

Per quello che riguarda Alba de Céspedes, sì, ho scritto appunto non soltanto le prefazioni di Cliquot, ma anche quella per Mondadori di “Quaderno proibito”. Consiglio di cominciare da “Quaderno Proibito” e poi andare in tutte le direzioni. Secondo me Alba De Céspedes è la scrittrice del ‘900 più contemporanea che abbiamo. La più mimetica, che più è riuscita a riprodurre, a restituirci la voce delle donne, delle casalinghe, delle impiegate, delle intellettuali. È stata straordinaria nell’indossare le voci delle altre. Ecco perché leggerla

Gabriele Torchetti

Gabriele Torchetti: gattaro per vocazione e libraio per caso. Appassionato di cinema, musica e teatro, divoratore seriale di libri e grande bevitore di Spritz. Vive a Terlizzi (BA) e gestisce insieme al suo compagno l’associazione culturale libreria indipendente ‘Un panda sulla luna‘.

Intervista a Michele Ruol per “Inventario di quel che resta dopo che la foresta brucia” (TerraRossa, 2024), di Gabriele Torchetti:

“Per la prima volta segnalo un romanzo ai giurati del Premio Strega. Lo faccio, in primo luogo, per condividere con loro l’emozione che ho provato nel leggere le pagine di Michele Ruol. Il romanzo è il racconto del vuoto lasciato nella vita di due genitori, Padre e Madre, dalla morte improvvisa dei loro due figli, Maggiore e Minore.”

Il virgolettato è parte della motivazione con la quale Walter Veltroni ha proposto “Inventario di quel che resta dopo che la finestra brucia” per il Premio Strega 2025.

E mai segnalazione fu più azzeccata, perché l’esordio letterario di Michele Ruol per Terrarossa è un’opera rara nel panorama letterario contemporaneo. L’autore, infatti, reinventando il punto di vista narrativo, propone al lettore una prospettiva inedita e affascinante: sono gli oggetti che raccontano.

Gabriele Torchetti, il nostro libraio sempre attento alle novità folgoranti, ha intervistato per noi Michele Ruol, che ringraziamo per la disponibilità.

Ciao Michele e benvenuto a Il RandagioInventario di quel che resta dopo che la foresta brucia è un libro fuori da ogni schema letterario, almeno qui in Italia, un romanzo costruito attraverso un vero e proprio inventario. Una casa abbandonata, stanze vuote, silenzio: sono gli oggetti della casa a parlare e a comporre tassello dopo tassello la storia di una famiglia, perché hai scelto di raccontare questa storia proprio attraverso gli oggetti?

Ciao, e grazie per l’ospitalità. Sono partito dagli oggetti perché la storia che racconto è in qualche modo incandescente: avevo bisogno di allontanarmi un po’, di guardarla da quella che Mazzacurati in un suo film chiama la giusta distanza. Gli oggetti per me sono stati un filtro attraverso cui ricostruire la vicenda: come un archeologo che utilizza vasi, monete e altri reperti per ricostruire la storia di civiltà perdute, anch’io mi sono messo in ascolto della vita e delle storie che continuavano a emanare. 

    Anche gli oggetti apparentemente più insignificanti hanno il potere di accendere un ricordo, un momento di vita, di gioia o dolore. Qual è stato il tuo criterio di scelta nella stesura dell’inventario?

    Certo, questa è la cosa bella degli oggetti, ovvero il fatto che il loro valore affettivo sia completamente scollegato da quello economico. Ognuno di noi sa qual è quella cosa a cui non rinuncerebbe mai, e questo succede perché si vengono a creare dei fili – sottili ma visibili – che collegano gli oggetti a particolari momenti della nostra vita. A volte questi fili vanno oltre, e ci riconnettono con persone che non ci sono più, o ci uniranno a persone che verranno dopo di noi. Ho costruito così questo inventario, cercando questi fili e seguendoli fino agli oggetti a cui erano collegati.

    Madre, Padre, fratello Maggiore e fratello Minore, perché hai scelto di non dare un nome proprio ai protagonisti del romanzo?

    Da una parte perché preferivo dei nomi universali, che ci riguardassero tutti, ma c’è dell’altro. Quelli che ho scelto infatti non sono solo dei nomi comuni, ma nomi che indicano dei ruoli, all’interno della famiglia e della società. Mi interessava provare a raccontare il cortocircuito e lo spaesamento che si innesca quando il nome – il ruolo – che ci definisce viene improvvisamente a mancare.

    Sappiamo già dall’inizio che questa famiglia è travolta e distrutta da una tragedia, Maggiore e Minore muoiono in un incidente stradale. Il tuo libro è potente, drammatico, eppure è un romanzo che concede la possibilità di una speranza. Che cos’è questa foresta che brucia? E come si può sopravvivere dopo che quello che ami di più è distrutto per sempre?

    Mi fa piacere che tu lo metta in evidenza, perché quello che ho provato a raccontare è proprio questo, la luce che filtra anche nel dolore più impenetrabile. La foresta che brucia è una metafora che il personaggio di Madre fa propria: una foresta in fiamme è persa per sempre, dal momento che una identica a quella che c’era non tornerà. Eppure Madre, a distanza di anni, si ritrova a camminare in quella che era la foresta bruciata, e scopre una varietà di nuove specie arboree che la sorprende: è la realizzazione che la vita, intesa in senso biologico, è in qualche modo inarrestabile e ci trascina oltre, anche attraverso lutti e dolori che non avremmo mai voluto affrontare.

    Quando ho finito di leggere il tuo romanzo inconsapevolmente ho pensato a Ricordi? un film di Valerio Mieli, nel film il regista analizza una storia attraverso i ricordi dei due protagonisti, ricordi divergenti e mutevoli. Un po’ ho pensato al rapporto di coppia tra Padre e Madre, entrambi vivono (prima e dopo la tragedia) le medesime situazioni con stati d’animo ed emozioni, almeno in apparenza, diametralmente opposte. Puoi dirci qualcosa in più su questo?

    Questo è un aspetto particolarmente interessante: un medesimo evento non ha gli stessi effetti sulle persone che lo vivono, e questo perché abbiamo tutti diversi vissuti, diversi strumenti emotivi e diverse risorse. Inventario di fatto è il percorso di una coppia che affronta un lutto con tempi e modi radicalmente differenti, e proprio per questo all’inizio si disgrega. Il dolore separa, non unisce, e Madre e Padre hanno bisogno di tempo per ritrovarsi, prima singolarmente e poi come coppia.

    A proposito di ricordi, che ruolo ha la memoria nella tua narrazione?

    Per me è una sorgente di immagini: quando scrivo parto prevalentemente da quelle – una luce, un dettaglio, una sensazione – e intorno a quella immagine, spesso attinta dal ricordo, invento poi scene e personaggi.

    Sei drammaturgo e lavori da tanti anni per il teatro, prova a immaginare Inventario di quel che resta dopo che la foresta brucia in scena, cosa vedi lì qui sul palco? 

    È un progetto a cui sto lavorando e che spero di poter realizzare. Si tratta di una bella sfida, perché una delle particolarità di Inventario è che i suoi personaggi non sono mai in scena. Drammaturgicamente è come se avessimo la scenografia, ma non gli attori. Per portarla in scena bisognerebbe quindi creare una sorta di negativo del libro, ovvero trovare il modo di recuperare la presenza umana, senza però perdere la magia degli oggetti.

    Il tuo è un romanzo d’esordio è stato letteralmente acclamato da critica e pubblico e sta collezionando premi su premi (Premio Venetarium Labomar, Premio Megamark, Premio Giuseppe Berto, proposto da Walter Veltroni per il Premio Strega), come stai vivendo questo successo? In qualche modo influirà nella scrittura del tuo prossimo libro?

    Lo vivo con continuo stupore. Quando il libro è uscito onestamente non avevo molte aspettative, ero felice che il libro fosse uscito con una casa editrice che stimavo, non mi aspettavo altre gratificazioni. Quindi ecco, prendo tutto quello che sta arrivando con meraviglia e gratitudine, perché senza la tenacia e l’entusiasmo che ci sta mettendo TerraRossa dubito sarebbe successo. Questo ovviamente poi avrà un riflesso sul prossimo libro che scriverò, almeno in termini di aspettative: per quanto mi riguarda ripartirò da zero, come se fosse un secondo primo libro.

    Solitamente chiudo la chiacchierata chiedendo all’autore un consiglio di lettura, in questo caso voglio fare un’eccezione (non mi odiare). Facciamo un gioco, se tu dovessi presentarti a qualcuno per far conoscere chi sei, la tua storia, da quale oggetto inizieresti?

    Comincerei da un oggetto che non è un oggetto, un essere vitale e silenzioso, che nel libro ha un ruolo chiave: la pianta di corbezzolo – una pianta speciale per la sua capacità di sopravvivere agli incendi, mantenendosi viva sotto la cenere.

    Gabriele Torchetti

    Gabriele Torchetti: gattaro per vocazione e libraio per caso. Appassionato di cinema, musica e teatro, divoratore seriale di libri e grande bevitore di Spritz. Vive a Terlizzi (BA) e gestisce insieme al suo compagno l’associazione culturale libreria indipendente ‘Un panda sulla luna‘.

    Intervista a Elvio Carrieri per “Poveri a noi” (Ventanas, 2024), di Gabriele Torchetti

    Quando un ventenne al suo primo romanzo viene proposto da Valerio Berruti al Premio Strega, il lettore selvaggio s’incuriosisce e il Randagio corre a cercarlo. Elvio Carrieri, barese del 2004, scrittore e musicista, ha pubblicato “Poveri a noi” con Ventanas, un lavoro scritto in una settimana, un capitolo ogni notte, mentre nell’estate 2023 sosteneva l’esame di maturità. Gabriele Torchetti, il libraio della nostra libreria preferita, l’ha intervistato per i nostri lettori.

    Ciao Elvio e benvenuto a Il Randagio. Hai poco più di vent’anni, hai un background come musicista e poeta, com’è avvenuto il passaggio alla narrativa? Ho letto che hai scritto Poveri a noi in una sola settimana, un capitolo a notte. Questa cosa fa pensare a una vera e propria emergenza comunicativa, è così?

    Il passaggio alla narrativa è arrivato per sana e meravigliosa coercizione, come buttarsi in acqua senza saper nuotare. È avvenuto perché c’è chi mi ha sfidato dopo aver letto e pubblicato alcuni miei versi a confrontarmi con il mondo esterno, quel qualcuno è lo scrittore Francesco Forlani, che ringrazierò sempre piano piano saldando il conto di bottiglie di vino che gli devo. Forlani dopo mesi di pezzi di prosa commissionati, dall’inchiesta al reportage, mi ha lanciato la sfida del boss finale: hai fatto la maturità, ora sai fare un romanzo di novanta cartelle in otto giorni? E io l’ho fatto perché per una volta ho agito in conformità alla mia età anagrafica: con incoscienza. È nato, di fondo, un libro incosciente. E infatti rivestiti i miei panni senili appena ci ho rimesso mano l’ho rovinato, menomale che ho avuto un editing. Altro che emergenza comunicativa…

    Noi lettori sfegatati e boomer aspettiamo con ansia le proposte degli amicidella domenica per il Premio Strega, è stata una piacevole sorpresa trovare nella rosa dei titoli il tuo Poveri a noi (edizioni Ventanas). Valerio Berruti tra le parole usate per proporre il tuo libro ha scritto: “un libro profondo per le sensazioni che riesce a risvegliare, per l’ironia e il sarcasmo a volte snobistico dei dialoghi ma anche per la speranza che la cultura e le idee possano salvarci”, ti ci ritrovi in queste motivazioni?

    Mi ritrovo molto di più in un altro aggettivo utilizzato da Berruti che mi ha lusingato: implacabile. Quando parla di lingua implacabile io non posso far altro che darmi una pacca sulla spalla. Il plot di Poveri a noi si snoda tanto sulle idee, perché è a suo modo un romanzo di idee (e si noti bene, non di messaggio o morale), quanto sulla lingua. Un barese cinico violento senza sottotitoli volutamente straniante, questo era il tentativo, anzi direi che era l’inevitabile. Mi piace molto anche il ritorno di un aggettivo che era stato già usato per parlare di Poveri e mi aveva fatto sogghignare: snobistico. Valerio Berruti ha centrato, poco da dire se non un grande grazie.

    Poveri a noi ha un arco temporale di vent’anni, tutto ha inizio nel cortile di una scuola media nella periferia barese, mentre Plinio viene massacrato di botte da un compagno fascistello, Libero assiste inerme alla brutalità dei fatti. I due protagonisti sono dei ragazzini che successivamente diventano amici, il loro è un rapporto basato sulla protezione reciproca, ma nello stesso tempo soffocato dal senso di colpa di Libero. A distanza di quasi vent’anni continua a rimpiangere il suo mancato intervento in difesa dell’amico. Puoi dirci qualcosa in più su questi due personaggi, chi sono e come evolve il loro rapporto nel corso degli anni?

    Si tratta dello stesso personaggio: da una parte l’inazione e la passività e dall’altra il suo svolgersi, il dato fisico che riporta le conseguenze del non agire, del non saper agire. Da una parte Libero, professore che si narra e narra la sua colpa eterna e nevrotica, dall’altra, sempre accanto a lui come una condanna, sto corpo malmenato dell’amico Plinio che si porta appresso. Non è un caso che la descrizione del corpo di Plinio torni sempre per tutto il romanzo come una sorta di leitmotiv della bruttezza. È iperbolico, è grottesco, e genera un senso di colpa altrettanto iperbolico e grottesco. Ma si tratta dello stesso personaggio scisso in due, due che uniti e ricomposti suscitano solo un forte sentimento di pietà.

    Nel tuo libro c’è anche spazio per l’amore, quello tra Libero e Letizia. Devo ammettere che ci sono battute (a volte cattivelle) che mi hanno fatto decisamente ridere. Puoi dirci qualcosa in più su questo personaggio femminile e sulla dicotomia ricorrente cittadino/paesano?

    Si tratta del personaggio di Poveri più odiato e più amato. Due ragazze in una scuola dove ho parlato di recente si sono scannate su Letizia e in alcuni incontri non mi hanno risparmiato da velate accuse di mansplaining o in generale di poca clemenza nei confronti dei personaggi femminili. Ma io sento queste cose e gongolo. Letizia in narratologia si direbbe un personaggio a funzione motrice, senza di lei l’azione non parte, e Libero rimane fermo a narrare sé stesso in questo uroboro di lettere e colpa. Ma è anche (e questo non mi è stato perdonato) un personaggio a funzione di specchio, quello sul quale vengono scaricate le nevrosi degli altri e che dunque si è meritato un minore approfondimento psicologico. Specchio e motore dell’azione, Letizia è nella mia mente fantasticante un corrispettivo dell’Anna soror virgiliana, non direi una citazione ma una bella coincidenza a posteriori. Questo la salva anche dalla condanna di tutto il libro: lo schifo interiore di ogni attore per qualche motivo non tocca lei, che rimane sullo sfondo come unico personaggio realmente positivo in un mare di merda. Il suo essere paesana e dunque oggetto di scherno da parte dei personaggi metropolitani mi è servito a trattare uno dei grandi temi di Poveri, cioè l’odio che ancora vige e sempre vigerà tra urbe e contado.

    A proposito di città, Bari è sicuramente comprimaria nella tua narrazione. Il tuo è un ritratto nitido e amaro, distante anni luce dalla narrazione fiabesca della Puglia e del nuovo trend “Bari”. Innanzitutto ho molto apprezzato il fatto che tu abbia oltrepassato i confini (altoborghesi) del centro al di là della stazione ferroviaria. Qual è il ruolo che gioca la città nel libro e nel tuo privato?

    Credo che l’unico tratto autobiografico di Poveri sia nel rapporto con Bari, nel senso che gioca nel mio privato esattamente quello che gioca nel libro: il rimpianto e anche qui un forte senso di colpa. Mettere in prosa la storia tragica delle permute del murattiano raccontatami da mio nonno è stato utile per riappacificarmi con lo schifo urbanistico e architettonico che vedo ogni giorno passando per le vie del centro, per farmi sentire in fondo che qui nasco qui muoio e a questo luogo appartengo. Insomma per farmi sentire un provinciale, proprio così. Questa città non mi molla, ma grazie a Poveri a noi l’ho raccontata nel suo apparato fallimentare e corrotto, altro che trend, e non c’è stato neanche bisogno di tirare troppo in mezzo la malavita, bastava la storia architettonica a parlare da sé come metafora di autodistruzione consapevole.

    A proposito di Bari, ogni capitolo si apre con una parola chiave rigorosamente in dialetto: Trmòn, Prfssò e via dicendo. Come mai questa scelta? Senza addentrarci troppo nell’elenco, parliamo soltanto di Trmòn, qual è la sua presunta etimologia e perché sei partito proprio da questa parola?

    Partire da Trmòn vuol dire sfidare subito il rischio macchiettistico del folklore come prodotto confezionato per far ridere e strizzare l’occhio a certa prosa di tendenza. Ho dedicato il primo capitolo a questa parola per semplici esigenze affettive: è una delle parole più riconoscibili del nostro dialetto e soprattutto tra le prime che ho imparato a pronunciare correttamente, con questa o chiusa che si apre più sali geograficamente e che scendendo verso il Salento inizia a scomparire dai radar insieme a tutte le altre lettere. L’etimologia farlocca che riporto è il primo esempio della strategia di lingua che applico in tutto il libro. La contraddizione stilistica e lessicale, la convivenza di estremi opposti nei registri fanno sì che un termine così brutale venga riportato alle grazie di Nicolò Piccinni e della sua corte francese elegantissima, che in assenza di cortigiane doveva sollazzarsi “in altro modo-autrement” (da cui trimone, l’atto di masturbazione maschile), durante la trionfale visita di ritorno a Bari dalla Francia, decisione voluta dal maestro in segno di rispetto verso la sua città d’origine.

    Ho letto un tuo post che mi ha fatto molto ridere, hai scritto chele interviste sono qualcosa di democristiano e allora torniamo un attimo al libro e in qualche modo al “democristiano”, c’è una figura che viene citata più di una volta, un cameo inconsapevolmente irriverente, quello dell’assessore alla cultura. La tua è una critica impietosa al sistema, secondo te qual è la visione politica, sociale, culturale che manca?

    L’assessore alla cultura, un altro leitmotiv di Poveri a noi. In questo caso se il corpo di Plinio era il leitmotiv della bruttezza l’assessore sarà quello della mediocrità culturale? Non necessariamente, perché ti dico pure che quando ho scritto il romanzo l’assessore alla cultura lo stimavo. Certo in Poveri non può che risuonare come monito a ciò che oggi è davvero evidente: la cultura o quello che intendiamo per cultura non dovrebbe avere assessori, non dovrebbe perché non è una cosa da amministrare, non è una cosa che va sempre in accordo con la politica. Neanche l’antropologo riesce ancora a dirci cos’è effettivamente ‘sta cultura e noi invece ci piazziamo subito gli assessori. Per me è un cortocircuito da cui non si riesce a venir fuori, e allora io direi che se proprio la vogliamo amministrare ‘sta cultura sarebbe il caso di fare un reel in meno e formarsi di più in qualunque altro modo, magari interloquendo con chi se ne occupa davvero. È triste prendere atto di quanta arte in Puglia non venga valorizzata e finanziata mentre i fondi si indirizzano verso chi sfrutta il neoumanesimo tiktokiano, roba da uscire pazzi, certamente più remunerativa e strategica rispetto ai nostri poeti, che ci sono e sono vivissimi. Ma la cultura non è affar mio, mi occupo di altro per fortuna.

    Nonostante tu abbia poco più di vent’anni, sei riuscito a scrivere una nuova commedia all’italiana, perché il libro è arguto, divertente e nello stesso tempo lascia una nota amara al palato. Chi sono questi Poveri a noi?

    Ti ringrazio per il complimento. Poveri a noi sono quelli che come i miei personaggi non sono e non saranno mai generazionali, non edificheranno moralmente mai alcun lettore o alcuna lettrice, non diranno come comportarsi e non indicheranno mai il bene rispetto al male ma anzi sguazzeranno nell’ambiguità etica e concettuale, non useranno le lettere come strumento di posizionamento sociale ma le bestemmieranno e le benediranno ogni giorno, in definitiva non fungeranno mai da specchio.

    Chiudiamo con il consueto consiglio di lettura, sei entrato nella scuderia di Ventanas, una casa editrice che pian piano sta proponendo titoli molto interessanti. Hai qualche suggerimento da darci?

    Leggete Il commerciale di Rubens Shehu, un vero libro implacabile.

    Gabriele Torchetti

    Gabriele Torchetti: gattaro per vocazione e libraio per caso. Appassionato di cinema, musica e teatro, divoratore seriale di libri e grande bevitore di Spritz. Vive a Terlizzi (BA) e gestisce insieme al suo compagno l’associazione culturale libreria indipendente ‘Un panda sulla luna‘.