“Epigenetica”: la corsa liberatoria di una donna
Scientifico, minuzioso, organolettico. “Epigenetica” è un romanzo intenso, quanto spalancato, smanettato e trascinante. I traumi si raccontano con naturalezza e argomentazione tecnica. L’autrice, Cristina Battocletti, non edulcora, non fa sconti e neppure giustifica o tenta di riequilibrare fatti ed intenzioni. Il dolore comunica con tutta la sua carica batterica, la quale entra, di prepotenza, nella gola di chi legge. Senza nessuna lagnanza. Il pietismo non esiste. È un romanzo puro, nudo, che rivela, tramortisce, provoca un leggerissimo disgusto. Il lettore consapevole ne fa tesoro. Siamo traumi, feti sgangherati, galleggianti in pozzanghere meravigliosamente putride. Latrine parlanti. Soffochiamo tra mille cordoni, da ingenui portatori di ferite, atavicamente aperte e purulenti, endemicamente infette. Generazioni di sentimenti, emozioni, abusi, censure, fallimenti, lutti, nostalgie e soprattutto abbandoni, ci schiacciano. Il respiro viene fuori a fatica. La fecondazione è trasmigrazione di vissuti, più o meno consumati, che destina, condiziona, condanna, senza misericordia alcuna. “Epigenetica”, edito da La Nave di Teseo, è il romanzo per chi volesse coraggiosamente sapere, senza l’insopportabile danza delle banalità, del posizionamento convenzionale, del come amare. Ne viene fuori la corsa liberatoria di una donna, che ha patito e fatto patire, ma non vuole pena né redenzione. Una narrazione architettata tra passato e presente. Chi eravamo e chi sono.

Cos’è l’epigenetica
Afferma, con tono cordiale e autorevole, il professore Carlo Vendramini: «Si chiama epigenetica e studia le modificazioni che non riguardano direttamente la sequenza del DNA ma la sua struttura, cioè la sua forma tridimensionale, il modo in cui i geni si esprimono (…) È una disciplina che studia le interazioni – si legge più avanti – tra fattori genetici e sviluppo embriologico. I processi epigenetici non avvengono solo durante la gestazione, ma anche nel corso della vita adulta, e su di essi hanno influenza il caso, l’ambiente e crediamo, la volontà del singolo». Esiste, come era ovvio supporre, una eredità emotiva: la capacità di assorbire un dolore non diretto, ma remoto, magari neanche mai esplicitamente espresso. Le esperienze che viviamo lasciano una traccia scritta in chi viene dopo, è successo con i nostri progenitori. Maria, saluta Vendramini sbattendo la porta. Vuole cercare il figlio che ha abbandonato e che adesso, vive per strada. Tuttavia, quanto segue è la dimostrazione laboratoriale di quanto questa teoria sia vera.
Maria: una vita di morsi
La protagonista è stata sbranata da lupi e vita tante volte. Nessun giudizio, riserva un racconto lontano dalle valutazioni di comodo. I morsi sono lì, si possono vedere. Di sua madre, agli occhi del mondo eretica e irresponsabile, ci racconta: «La mamma era eccezionale, estrema, speciale, tremenda, straordinaria. In una parola, terrificante». Eppure, nonostante gli allontanamenti istituzionali e la comparsa di nuove e più accudenti figure, per Maria la madre, nel suo disordine, rimane: «La più soffice forma di tenerezza». Le riserva questi aggettivi: «Vera, innocente, lucida, setosa, tragica». Quella che si abbatte, di pagina in pagina, è la scomunica delle madri, che sanno amare, ma naufragano. Ci confida la protagonista, ormai mamma di Emanuele: «Sentivo in me il fuoco della maledizione della mamma, la figlia di una mamma che non può abbandonare i suoi figli e li abbandona a sua volta». Il guaio è sempre uno, la nota dolente di tutti gli umani: avvertire di essere stati cuccioli non voluti. L’indesiderato ci dispera, come anime purganti. Ed ecco che l’erotismo può diventare conseguenza di tutto questo: «Facevo sesso all’ingrosso per trattenere in mezzo alle gambe tutti quelli che conoscevo, perché nessun organismo vivente mi abbandonasse più». Riflettiamo: sono dinamiche che si fiutano, talvolta a pelle, in milioni di persone.
Amo chi mi abbandona
La ferita d’abbandono è un puparo, si diventa marionette e si finisce per amare quanti hanno l’aria di allontanare, ignorare. La celebre rincorsa verso un traguardo che, continuamente, si sposta, facendoci battere con la testa in avanti. «Amavo follemente quel ragazzo perché la vita mi aveva insegnato ad amare solo chi mi abbandonava e mi sviliva. (…) – È la protagonista giovane che parla, alla sua prima volta – Gli bastò prendermi due volte i fianchi e far salire le dita all’altezza del seno. Mi bastò pensare che fosse amore. Mi bastò così poco». E il sesso con Giovanni diventa il nutrimento di una ferita, dalla quale esce un bel po’ di pus: «Perché alla fine dei nostri rapporti mi prendeva la vertigine di un lattante che finisce la poppata, sazia di tutto, senza pensieri e senza malanimi». La sazietà dura molto poco, poiché il puparo, la ferita, ha sentenziato: in pace non si può stare. E l’eczema, come lo definisce Maria, ricompare. Esistono, poi, scene di sesso narrate come fossero resoconti scientifici.
Le parti
Quello che attira di “Epigenetica” è il racconto della maternità, ancora oggi trattata con poca lucidità. L’amore per i figli non si scansa dai traumi e dalle mancanze, spesso rimarca tutti i rigetti ricevuti. «La mamma – questo Maria lo afferma con nettezza – è l’unica creatura che io abbia mai amato fino in fondo. Ha fatto dei figli perché il fisico non gliel’ha impedito, rispondendo all’impulso di uno spermatozoo, al sussulto di un ovulo». Ce la ritrae con una delicatezza artistica. Il lettore immagina una principessa orientale. Emanuele, invece, il figlio che Maria, scrittrice nella vita, ha volutamente perso di vista, le dice, alle battute finali: «Tu sei una donna con tante difficoltà, che ha avuto un figlio e che non è riuscita a governare. E io sono questo figlio. Ognuno nella vita riveste una sua parte». È vero, sembra una risposta anonima, suggerita dallo psicologo. Eppure, annuncia l’esplosione di un “Mamma”! Sonoro. Emanuele è un poeta. I suoi aquiloni sono letteratura. Pura epigenetica.
Rosanna Pontoriero

Rosanna Pontoriero: giornalista pubblicista nata a Tropea il 20 aprile del 1996. Laureata in Lettere all’Università della Calabria. Ha collaborato e collabora con siti e quotidiani in diversi ambiti. Scrive per il Quotidiano del Sud – L’altra voce dell’Italia. Ha pubblicato nel 2022 il primo romanzo “Melina e la Finestrella sull’orto” per Scatole Parlanti; nel 2023 “Mamma d’un Comunista” e nel 2025 “La mercante di via del Brasco” per Edizioni Dialoghi. Moderatrice in eventi e rassegne.


