Il 28 giugno 1914 a Sarajevo uno studente diciannovenne, Gavrilo Princip, nazionalista serbo, sparò due colpi di pistola contro l’Arciduca Francesco Ferdinando e la moglie Sofia.
Entrambi morirono. Lui era l’erede al trono.
Un mese dopo, inaspettatamente, scoppiò la prima guerra mondiale.
Nel patriottismo enfatico delle nazioni in guerra, tra le fanfare e articoli assai retorici si levarono voci contro quella follia: tra di loro quella dello scrittore austriaco Stefan Zweig.
Progressista, pacifista convinto fino al 1939, Zweig era già uno scrittore noto anche se la sua fama crescerà negli anni successivi fino a diventare l’autore di lingua tedesca più letto e tradotto insieme a Thomas Mann.

Assai riservato, di modi gentili, distinto Zweig era nato nel 1881. Suo padre era un ricchissimo industriale tessile dedito però ad una vita sobria e amante del pianoforte.
Sua madre discendeva da una famiglia di banchieri ed era nata ad Ancona.
Erano ebrei ma fortemente contrari al sionismo. E Zweig fu un europeista e un fautore dell’unione europea.
Alcuni suoi libri saranno bruciati nel rogo nazista di Berlino nel 1933.
Fin da adolescente manifestò una passione per la letteratura e il teatro.
Non voleva essere l’erede della ditta paterna che lascerà al fratello, si laureò in filosofia e trascorse la giovinezza viaggiando, scrivendo moltissimo, soggiornando in rinomate località, frequentando bohémien, non avendo mai una fidanzata ma passeggere amanti, sartine, operaie, aspiranti artiste finché nel 1912 non ricevette una lettera da una sconosciuta: una sua ammiratrice letteraria che l’aveva intravisto un paio di volte a Vienna, capitale del multietnico e cosmopolita impero austro ungarico, dove vi era una vivace vita culturale, caffè con orchestrine e verdissimi parchi.
La lettera colpì Zweig che scoprì infine che lei si chiamava Friderike Maria von Winternitz. Era una giovane donna intelligente, scrittrice, infelicemente sposata con un funzionario statale aristocratico. Proveniva da una colta famiglia ebrea ma era diventata cattolica e aveva due figlie piccole.
Adorava la letteratura francese e aveva studiato pedagogia e psicologia
Tra di loro nacque un’amicizia e poi una relazione sentimentale ma si poterono sposare solo nel 1920, dopo il divorzio di lei.
Nel 1922 lui aveva scritto un racconto che aveva avuto un gran successo, intitolato “Lettera da una sconosciuta (Brief einer Unbekannten)”.
Era una storia che coglieva l’atmosfera dell’epoca: quella di una ragazza povera che si innamora di un uomo che ha dodici anni più di lei. Tutto li separa: lei è un’adolescente sognatrice e timida che indossa un abito di sua madre rattoppato, lui uno scrittore venticinquenne affascinante, garbato e bon vivant.
Ma la forza del racconto risiede non solo nello stile assai scorrevole e coinvolgente o nella descrizione di una ossessione amorosa ma bensì nel tema del “non essere visti”. Nonostante le tre notti d’amore che trascorreranno insieme quando lei sarà adulta lui non la “vede”: non le chiede neppure il nome, non sa nulla di lei e non gli interessa saperlo.
E probabilmente fu questa la ragione del grande successo del racconto oltre alla trama scandalosa, egli aveva colto una sofferenza diffusa: quante (e quanti) si sono sentiti “non visti” da qualcuno a cui tenevano?
Nel racconto “Ventiquattro ore nella vita di una donna” (1927) egli narrava invece di un gruppo di turisti cosmopoliti che si annoiano sulla costa francese finché non giunge inaspettamente un bellissimo ragazzo. Gentile, affabile in due giorni egli sconvolge il cuore di una signora borghese, sposata con uno sbiadito capitalista e fuggono insieme.
Su di lei ricade lo stigma sociale.
Solo un distinto giovanotto – l’io narrante – la giustifica.
Ciò attrae l’attenzione di un’anziana donna inglese, garbata e riservata che lo sceglie come “presenza”, in privato, per raccontargli una storia accaduta trent’anni prima.
Ella non ha bisogno di un interlocutore ma soltanto di qualcuno che la ascolti.
Il racconto della donna inglese non è solo una vicenda accaduta in un lontano giorno di pioggia, uno sconquasso del cuore, un senso di colpa mai lenito ma la storia di quanto un segreto possa corrodere l’anima e di quanto potere possa acquistare “il non detto”.
E questa ritrosia a farsi conoscere sarà anche un tratto caratteristico dello scrittore. Si vede anche nel suo sguardo, immortalato dai fotografi, qualcosa di trattenuto.
Stefan Zweig aveva periodi di scoraggiamento e di “umor nero” in cui era sostenuto emotivamente da Friderike e si gettava a capofitto nel lavoro.
Conobbe ed ebbe anche una corrispondenza epistolare con Sigmund Freud che abitava a Vienna e qualcuno ha fatto l’ipotesi che Zweig fosse stato un suo paziente, anche se non ci sono documenti storici per affermarlo.
Spesso al centro dei suoi racconti vi è un episodio sessuale che causa sentimenti ed emozioni contrastanti, rompe un equilibrio fittizio, costringe a guardare in faccia la verità, fa esplodere un conflitto tra il Super Io e l’Es.
Zweig non ha nulla di morboso, scrive con grande abilità e maestria, senza mai scadere di tono. Descrive stati d’animo, piccoli dettagli, coinvolge il lettore nella vicenda che narra.

“Sovvertimento dei sensi” (Verwirrung der Gefühle) è un racconto lungo del 1927 e il più bello scritto sull’omosessualità maschile. In realtà il titolo originale significa “Confusione dei sentimenti” ed è molto più appropriato.
Un giovane ingenuo e scapestrato, Roland, viene mandato a studiare in una cittadina del centro della Germania. Qui rimane ammaliato dalla capacità di trasmettere il sapere di un maturo professore appassionato di Shakespeare.
Roland lo mitizza: Zweig segue con grande sensibilità gli stati d’animo mutevoli del ragazzo e del professore.
Il professore ha una moglie per certi versi irritante, sarcastica.
Roland percepisce che dietro ai comportamenti dell’uomo si cela un segreto. Anche qui torna il tema di un segreto che solo un elemento inaspettato e decisivo (spesso di natura amorosa) può far emergere.
La cosa che colpisce è che Zweig si avvicina al tema dell’omosessualità con una comprensione e naturalezza diversa dagli accenni precedenti di André Gide, Proust, Musil e Thomas Mann che erano pervasi da un opprimente senso di colpa.
“Bruciante segreto” (Brennendes Geheimnis) è invece un racconto di una sessantina di pagine ambientato nel 1911 in una località alpina della Svizzera. Un bambino dodicenne, Edgar, sensibile e di fragile costituzione salva la madre dalla corte serrata di uno sgradevole barone. Il racconto è anche un atto di accusa verso il modo in cui erano trattati i bambini: la grande severità, l’ipocrisia degli adulti, le loro menzogne, i loro silenzi.
La scena in cui il bambino fugge e prende il treno ritrovandosi in una carrozza di terza classe anziché di prima, circondato da muratori italiani esausti e povera gente, acquisendo coscienza che esistono altri mondi oltre al suo è una delle pagine più belle scritte da Zweig.
Egli fu uno dei molti intellettuali che si opposero al nazismo. Klaus Mann gli propose di collaborare ad una rivista letteraria antifascista da lui fondata ad Amsterdam: Die Sammlung” (La Raccolta) finanziata dalla scrittrice svizzera Annemarie Schwarzenbach.
Zweig accettò ma poi venne sconsigliato da varie parti. Per la rivista scrissero Benedetto Croce, Bertolt Brecht, Ernest Hemingway e altri.
Zweig sperava nella pace oltre ogni ragionevolezza. Klaus Mann era più lungimirante di lui come dimostrano i suoi bellissimi articoli politici.
Rimasero sempre amici e Mann lo citò nel saggio del 1939 “Escape to Life. Deutsche Kultur im Exil” (Fuga verso la vita. La cultura tedesca in esilio).
Anche Joseph Roth era amico di Zweig e lo aveva avvertito fin dal 1933 in una lettera: “Tutto porta ad una nuova guerra. Io non do più un soldo per la nostra vita. Si è riusciti a far governare la barbarie. Non si illuda”.

sembrava il più “fortunato” tra gli autori di quella che sarà chiamata “letteratura dell’esilio” (Exilliterature).
Gli artisti tedeschi e austriaci erano guardati ovunque con diffidenza, sospetto, non riuscivano a far pubblicare i loro libri che erano proibiti nel Terzo Reich, vivevano in povertà. Jacob Wassermann, Ernst Toller, il filosofo Walter Benjamin si suicidarono. E, nel dopoguerra, anche Klaus Mann.
Stefan Zweig era amico anche di Hermann Hesse, autore del famoso “Siddharta”, che dal 1919 aveva scelto di vivere in Svizzera, più interessato alla spiritualità indiana e alla psicoanalisi.
Aveva conosciuto anche il poeta Rainer Maria Rilke, Franz Werfel, Albert Einstein, Gustav Mahler, Maksim Gorkij, lo scultore Rodin, il poeta Paul Valéry e quando era dodicenne Johannes Brahms lo aveva simpaticamente salutato dandogli un colpetto su una spalla.
Nel tempo Zweig si dedicò a scrivere, oltre che racconti, romanzi, commedie e poesie, anche numerose biografie storiche accurate e piacevoli su Stendhal, Balzac, Montaigne, Kleist, Hölderlin, Dostoevskij ma anche Maria Antonietta, Casanova e altri.
Collezionava centinaia di manoscritti, libri pregiati, spartiti autentici di Mozart, Beethoven, Schubert.
Aveva acquistato una grande villa vicino a Salzburg in Austria ma a metà anni ’30 il matrimonio con Friderike andò in frantumi. Non si sanno le ragioni ma nel 1938 otterranno il divorzio pur rimanendo sempre amici.
Nel 1946 Friderike pubblicò un libro autobiografico intitolato “Sposata con Stefan Zweig”.
Nel 1940 egli aveva sposato Lotte Altmann, nata nel 1908 a Kattowitz (oggi Katowice in Polonia) ma allora facente parte dell’Impero tedesco.
Lotte era una ragazza di famiglia borghese che viveva a Londra, ex segretaria dello scrittore. Sembrava una ragazza fragile ma al tempo stesso instancabile, ammalata di asma. A Friderike parve che aveva qualcosa delle donne di Dostoevskij e i lettori sanno quanto imprevedibili esse siano.
Con lei Zweig visse a Londra, viaggiò negli Stati Uniti ed infine si rifugiarono a Pétropolis, una città nel sud del Brasile a più di 800 metri di altezza.
La sua situazione economica, avendo lasciato l’Europa, era cambiata in peggio.
Zweig ascoltava alla radio, sempre più oppresso, le vittorie tedesche: ora molti temevano, a ragione, la fine dell’Europa.
La prima sconfitta tedesca sarebbe arrivata solo nell’estate del 1943 a Stalingrado (oggi Volvograd) in Unione Sovietica.
La “Novella degli scacchi (Schachnovelle)”, ultima opera dello scrittore nel 1941, narra di un partita, decisa casualmente su una nave da crociera, tra il campione del mondo di scacchi, un ex contadino presuntuoso e limitato, e un distinto viennese. Egli era stato prigioniero dei nazisti, in isolamento totale. Aveva rubato un libro dalla tasca del cappotto di un militare, era un manuale sul gioco degli scacchi. Lo aveva imparato a memoria e poi aveva organizzato, per sopravvivere alla disperazione, partite a scacchi mentali “contro sé stesso” in cui cioè giocava sia per i bianchi sia per i neri. Un metodo “schizofrenico”, scriveva Zweig.
Il 22 febbraio 1942 egli scrisse una gentile, affettuosa lettera a Friderike dove faceva comprendere che non sarebbe vissuto a lungo.
Il 23 la domestica trovò lo scrittore e Lotte deceduti, distesi sul letto. Lui indossava una camicia, dei pantaloni e una cravatta, lei una veste da camera.
Lei lo abbracciava.
Come accertato dal medico, Zweig era deceduto prima di lei. Lui non aveva ucciso la moglie. Avevano ingerito insieme un farmaco, che, ad alte dosi, era assai tossico.
Si pensò anche ad un doppio omicidio compiuto da sicari di Berlino ma lui aveva lasciato una lettera di congedo.
In un’altra chiedeva che i loro vestiti fossero dati ai poveri e che la cameriera fosse pagata per altri due mesi.
Le macabre fotografie dei loro corpi fecero il giro del mondo.
Lui aveva 60 anni, lei solo 34.
Non mancavano precedenti simili: dal poeta e drammaturgo di talento ma assai labile emotivamente Heinrich von Kleist (sul quale Zweig aveva scritto una biografia) che in un freddissimo giorno d’inverno del 1811 si era suicidato insieme alla delicata ed ammalata Henriette Vogel innamorata di lui al famoso “dramma di Mayerling” del 1889 nel quale si era suicidato il bel arciduca Rodolfo D’Asburgo – Lorena, erede al trono austriaco e tossicomane insieme alla baronessina Maria von Vetsera.
Due giorni dopo Thomas Mann da Santa Monica in California scrisse ad un’amica che temeva che dietro al suicidio Zweig ci fosse uno scandalo sessuale e che lui “era vulnerabile da questo punto di vista” (nota 1).
Non è noto a cosa Thomas Mann potesse alludere.
Eppure la frase di Thomas Mann acquista un senso leggendo “Il mondo di ieri. Ricordi di un europeo” il testo autobiografico ma anche sociologico che Zweig aveva composto nel 1940 e che venne pubblicato postumo.
Nonostante i dolori vi emerge un umanista non vinto, il suo stile è scorrevole, sobrio, le sue idee, sensate e razionali, non collimano con un doppio suicidio tanto disperato.
Sembra davvero che un elemento nuovo e disturbante, oltre al resto, potesse aver turbato i due coniugi tanto da condurli all’autodistruzione.
Angoscia esistenziale, una forte depressione, le dittature, l’esilio, lo spaesamento, la seconda guerra mondiale, problemi privati, folie à deux – tutto è stato preso in considerazione per spiegare questo doppio suicidio che resta un mistero.
Ma al di là di ogni cosa, la tragica fine di Zweig e Lotte non può non suscitare compassione.
…….
Nota 1) Lettera di Thomas Mann a Agnes E.Meyer (1942) in “Thomas Mann, Agnes E.Meyer: Briefwechsel 1937 – 1955”.
Klaus Mann raccontò di aver incontrato Zweig a New York pochi mesi prima del suicidio: aveva un aspetto insolitamente trasandato, lo sguardo distratto, la barba non rasata.
Lo aveva avvicinato e lo scrittore: “aveva sussultato come un sonnambulo che sente chiamare il proprio nome. Un secondo dopo si era ricomposto ed era di nuovo in grado di sorridere, chiacchierare e scherzare, affabile e vivace come sempre: l’uomo di lettere urbano ed elegante, un po’ troppo mellifluo, un po’ troppo accattivante, che parlava con l’accento nasale dei viennesi (…)”.
Bibliografia:
Zweig I capolavori (ed.Garzanti)
Varie novelle in edizioni Adelphi
Varie biografie storiche scritte da Zweig edizioni Castelvecchi
Sono stati pubblicati recentemente vari epistolari di Zweig.
Oliver Matuschek Three Lives. A biography of Stefan Zweig (London).
Klaus Mann e Erika Mann Escape to Life. Deutsche Kultur im Exil (ed.tedesca)
Nota:
Su Zweig e l’Italia si può consultare liberamente sul web un testo interessante: “Zweig italiano, Italia zweighiana. Studi e prospettive recenti” di Diana Battisti (Università degli Studi di Firenze).
Su di lui sono stati realizzati due film: “Lost Zweig” regia di Sylvio Back (Brasile 2002) e
“Vor der Morgenröte” (Prima dell’alba), conosciuto anche come “Farewell to Europe”, diretto da Maria Schrader.
Nel 1948 il regista austriaco Max Ophüls realizzò un film a Hollywood dal racconto “Lettera da una sconosciuta” interpretato da Joan Fontaine e Louis Jourdain.
Anche su altre novelle di Zweig sono stati realizzati dei film.
Lavinia Capogna*

*Lavinia Capogna è una scrittrice, poeta e regista. È figlia del regista Sergio Capogna. Ha pubblicato finora otto libri: “Un navigante senza bussola e senza stelle” (poesie); “Pensieri cristallini” (poesie); “La nostalgia delle 6 del mattino” (poesie); “In questi giorni UFO volano sul New Jersey” (poesie), “Storie fatte di niente” , (racconti), che è stato tradotto e pubblicato anche in Francia con il titolo “Histoires pour rien” ; il romanzo “Il giovane senza nome” e il saggio “Pagine sparse – Studi letterari” .
E molto recentemente “Poesie 1982 – 2025”.
Ha scritto circa 150 articoli su temi letterari e cinematografici e fatto traduzioni dal francese, inglese e tedesco. Ha studiato sceneggiatura con Ugo Pirro e scritto tre sceneggiature cinematografiche e realizzato come regista il film “La lampada di Wood” che ha partecipato al premio David di Donatello, il mediometraggio “Ciao, Francesca” e alcuni documentari.
Collabora con le riviste letterarie online Il Randagio e Insula Europea.
Da circa vent’anni ha una malattia che le ha procurato invalidità.

