Intervista a Enrico Gamba per “Se sei qui non è per caso. Viaggio dalla mente all’anima” (Bompiani, 2026), di Lavinia Capogna

Enrico Gamba, la mindfulness è un percorso

Se apriamo un manuale di storia della psicologia incontriamo nelle prime pagine colui che viene considerato il primo psicologo, Wilhelm Maximilian Wundt, un signore con la barba, gli occhiali e un’aria intelligente che nel 1879 aprì il primo laboratorio di psicologia sperimentale a Leipzig in Germania ma in realtà il desiderio di conoscere se stessi e di superare disagi e problematiche (o malattie) ha una storia millennaria.

Già nelle poesie degli antichi greci o nella filosofia di Socrate si trovano queste aspirazioni.

“Eppure gli uomini vanno ad ammirare le vette dei monti, le onde enormi del mare, le correnti amplissime dei fiumi, la circonferenza dell’oceano, le orbite degli astri, mentre trascurano se stessi” notava Sant’Agostino nel 400 d.C.

Anche Amleto di Shakespeare è un personaggio assai complesso e così Don Chisciotte di Cervantes (e nelle sue novelle lo stesso Cervantes inventò un dottore che aveva paura di essere di vetro e perciò non voleva essere sfiorato). Si potrebbe poi passare, facendo un brevissimo excursus, dalle raffinatissime psicologie dei personaggi di Lev Tolstoj o a quelle di Dostoevskij, che hanno interessato anche Freud, fino a Italo Svevo.

La psicologia è una scienza con le sue teorie, i suoi esperimenti, i test, le diverse scuole, i suoi campi di indagini specifici, la sua parte umanistica e quella collegata allo studio del cervello che ha aperto nuove frontiere.

Oltre ai libri di studio, ai testi strettamente tecnici esistono saggi che possono essere letti anche dai non addetti ai lavori.

Tra questi ci sono volumi molto importanti: pensiamo alle opere di Erich Fromm, al prezioso saggio biografico di Viktor Frankl, all’intelligenza emotiva di Daniel Goleman, alle persone altamente sensibili di Elaine Aron, a quelli migliori dedicati alle donne – solo per citarne alcuni.

Nella sua storia, ancora relativamente recente ma densa di avvenimenti la psicologia ha dovuto affrontare anche critiche. Ci sono ancora persone che pensano che solo “i matti” dovrebbero fare una psicoterapia. Non è così.

Enrico Gamba è uno psicologo psicoterapeuta che ha un luminoso e confortevole studio a Milano, un’ampia esperienza ed è autore, finora, di due libri: “ONE 365 – Un insegnamento al giorno per un’esistenza eccezionale” e – appena pubblicato da Bompiani – “Se sei qui non è per caso. Viaggio dalla mente all’anima“, un libro ricco di spunti di riflessione, stimolante, sincero. Racconta, in uno stile scorrevole, mai ingarbugliato anzi chiarissimo la società attuale da un punto di vista psicologico con incursioni anche nella sociologia, la filosofia, i testi sacri Indiani, l’epigenetica, le costellazioni familiari, il vissuto di alcuni pazienti e soprattutto la mindfulness di cui Gamba è un grande praticante ed esperto.

Egli delinea una società che ha conosciuto enormi cambiamenti in poco tempo, che ha raggiunto possibilità prima impensate, ma in cui i progressi scientifici e tecnologici non sono andati di pari passo con quelli emotivi e spirituali.

Una società in cui è possibile comunicare in un minuto con qualcuno che vive nell’isola più sperduta del Pacifico ma nella quale la maggior parte delle persone si sentono estremamente sole, ansiose, svuotate.

Come ci dicono le statistiche i malesseri psicologici (da lievi a gravi) sono purtroppo aumentati in modo esponenziale. 

Il libro di Gamba non promette facili ed illusorie soluzioni ma propone un percorso. La mindfulness è infatti un percorso, una “strada” e la strada si fa andando, come scriveva il poeta Antonio Machado. 

Vuoi raccontarci come la meditazione usata da millenni dai monaci tibetani e dagli yogi indiani sia diventata la mindfulness, un valido e riconosciuto strumento della psicologia?

Se guardiamo alla storia, la meditazione nasce come pratica esperienziale, non come tecnica. Per millenni i monaci tibetani e gli yogi indiani l’hanno utilizzata come via di conoscenza di sé, di addestramento della mente e di trasformazione interiore. Non era qualcosa da “ottenere”, ma uno stato da coltivare: la capacità di stare presenti a ciò che accade, dentro e fuori.

Il passaggio verso la mindfulness avviene quando questo sapere antico incontra lo sguardo della scienza occidentale. A partire dagli anni ’70, soprattutto grazie al lavoro di Jon Kabat-Zinn, si è compreso che il cuore di quelle pratiche poteva essere estratto dal contesto religioso e proposto in modo laico, accessibile e rigoroso. Non si è trattato di snaturare la meditazione, ma di tradurla in un linguaggio comprensibile alla psicologia e alla medicina.

La mindfulness nasce proprio qui: dall’incontro tra tradizione contemplativa e metodo scientifico. È la stessa attenzione consapevole coltivata dagli yogi e dai monaci, ma osservata, studiata e validata attraverso la ricerca. Oggi sappiamo, grazie alle neuroscienze, che questa pratica modifica il funzionamento del cervello, del sistema nervoso e della regolazione emotiva. Non è più solo una “filosofia di vita”, ma uno strumento clinico efficace per stress, ansia, depressione, dolore cronico e molto altro.

In fondo, ciò che è cambiato non è la sostanza, ma il contesto. La mindfulness è la meditazione che ha imparato a parlare il linguaggio della psicologia moderna, senza perdere la sua anima. È un ponte tra Oriente e Occidente, tra esperienza interiore e conoscenza scientifica, che ci ricorda una verità semplice e rivoluzionaria: imparare a stare presenti può trasformare profondamente il modo in cui viviamo, soffriamo e ci prendiamo cura di noi stessi.

Nel tuo libro hai raccontato alcune cose di te assai private: incertezze giovanili, un viaggio in India, incontri singolari, sincronie junghiane, sogni. Credo che questo possa aiutare a vedere un terapeuta non solo come “un distaccato medico della mente” ma anche come un essere umano. Che ne pensi?

Sì, ed è esattamente il motivo per cui ho scelto di raccontare anche la mia storia.

Non perché sia “speciale”, ma perché è vera. È la mia. E perché ciò che mi è accaduto – le incertezze, i passaggi difficili, quel viaggio in India, gli incontri singolari, i sogni, le sincronie che Jung avrebbe chiamato “messaggeri dell’inconscio” – mi ha trasformato. Mi ha portato, passo dopo passo, a comprendere ciò che oggi sento importante trasmettere a chi attraversa momenti simili a quelli che ho attraversato io.

Credo che vedere un terapeuta solo come un “medico della mente” distaccato e neutrale sia un’immagine incompleta, e a volte persino dannosa. La cura non passa solo dalla competenza, ma anche dalla presenza. E la presenza è umana: fatta di ferite integrate, di consapevolezza conquistata, di vulnerabilità che non chiede di essere esibita, ma che può diventare un ponte.

Nel lavoro terapeutico possiamo offrire conoscenze, strumenti, intuizioni. Ma spesso ciò che davvero “sposta” qualcosa nell’altro è l’esempio: la testimonianza silenziosa che si può attraversare la notte e uscirne con uno sguardo più vero. Raccontare alcuni frammenti della mia vita nel libro è stato un modo per dire: non sei strano, non sei rotto, non sei solo. E soprattutto: si può trasformare il dolore in senso.

E poi c’è un’altra cosa. Le sincronie, i sogni, certi incontri… non li ho messi per creare fascino narrativo, ma perché fanno parte della realtà psichica di molte persone. Tante volte i pazienti vivono esperienze interiori profonde e non le raccontano per paura di essere giudicati o patologizzati. Dare loro dignità, con rispetto e misura, significa anche aprire uno spazio sicuro: uno spazio in cui l’essere umano può essere intero, non solo “corretto”.

Quindi sì: se il lettore, grazie a questo, riesce a vedere il terapeuta come un essere umano, allora il libro sta già facendo una parte del suo lavoro. Perché la relazione, prima di tutto, è un incontro tra due umanità. E da lì può iniziare davvero il cambiamento.

Secondo te, esistono ancora pregiudizi verso le psicoterapie nonostante la loro efficacia, se ben eseguite, sia stata ampiamente provata?

Sempre meno, nella mia percezione. E questo è un segnale molto bello: la psicoterapia sta diventando sempre più associata non solo alla “cura” di un disagio, ma a una scelta di maturità, di responsabilità verso se stessi, a un desiderio genuino di crescere e conoscersi.

Detto questo, i pregiudizi non sono spariti del tutto: spesso hanno solo cambiato forma. Per alcune persone andare in terapia è ancora sinonimo di “avere qualcosa che non va”, quasi fosse un marchio. Per altre è vista come un lusso, o come un parlare infinito senza risultati. E poi c’è un’idea molto radicata, soprattutto nella nostra cultura, che “bisogna farcela da soli”, stringere i denti, andare avanti. Come se chiedere aiuto fosse una debolezza, invece che un atto di lucidità.

Qui secondo me è fondamentale un passaggio: la psicologia non nasce soltanto per “curare la mente” come se la società producesse automaticamente persone serene e integrate. La psicologia serve anche — e direi soprattutto — a migliorare la qualità della vita. A riconoscere i modelli appresi, familiari e sociali, che spesso ci portiamo dentro senza averli mai davvero elaborati. A trasformare automatismi, paure, copioni relazionali che creano sofferenza anche quando, fuori, sembra “andare tutto bene”.

Quindi sì: la psicoterapia è certamente uno strumento clinico per la patologia, quando c’è. Ma è anche uno strumento di prevenzione, di crescita, di educazione emotiva. E questo ha un impatto non solo individuale: più persone imparano a conoscersi, a regolare le emozioni, a comunicare meglio, meno violenza invisibile produciamo nelle relazioni, nelle famiglie, nei luoghi di lavoro. In questo senso la psicoterapia è anche un investimento sociale.

E forse è proprio questo che sta cambiando: la consapevolezza che stare meglio non è un colpo di fortuna. È una competenza. E, quando la terapia è ben condotta, può diventare uno dei percorsi più concreti e scientificamente fondati per svilupparla.

Ho letto il libro di Tucker e alcuni di Brian Weiss, di cui hai seguito un master, da te citati e trovo interessante questa apertura da parte di uno scienziato verso la spiritualità, elemento che è presente anche nel fisico Federico Faggin e altri. Pur rispettando le credenze di tutti, un accentuato materialismo scientifico non potrebbe ridurre le possibilità di apprendere e di ampliare le conoscenze?

Come ho scritto nel libro, la scienza per essere davvero scienza non deve mai trasformarsi in un dogma. Perché nel momento in cui diventa un sistema chiuso di credenze – anche se si chiama “materialismo” – smette di essere ricerca e diventa ideologia.

La grande avventura della conoscenza umana è sempre stata legata agli strumenti di osservazione che l’essere umano ha saputo sviluppare. Per secoli non abbiamo “visto” i batteri, non perché non esistessero, ma perché mancava il microscopio. Non potevamo misurare certe onde, non perché fossero fantasie, ma perché mancavano strumenti e modelli. In questo senso, è ragionevole pensare che possano esistere fenomeni che oggi trascendono l’esperienza comune e che non riusciamo ancora a descrivere con criteri oggettivi semplicemente perché non abbiamo ancora mezzi adeguati per osservarli e studiarli.

È qui che la psicologia diventa, inevitabilmente, una “scienza di confine”. Da un lato tende – giustamente – alla rigorosità: replicabilità, metodo, verificabilità. Dall’altro, però, lavora con la materia più complessa che esista: l’esperienza soggettiva, la coscienza, il significato, il vissuto. E nel vissuto delle persone, soprattutto in ambito clinico, accadono talvolta esperienze interiori che non rientrano in una mappa concettuale già consolidata: sogni trasformativi, sincronie, percezioni sottili, stati di coscienza non ordinari. Possiamo liquidarli come “niente”, oppure possiamo fare ciò che la scienza, nella sua forma migliore, ha sempre fatto: osservare, raccogliere, documentare, sospendere il giudizio e continuare a indagare.

Ed è qui che la tua domanda è centrata: un materialismo scientifico accentuato, quando diventa l’unica lente ammessa, rischia di ridurre le possibilità di apprendere. Non perché “la spiritualità” debba essere accettata come verità, ma perché l’apertura mentale è un prerequisito del metodo scientifico stesso. La scienza cresce quando sa dire: “Non lo so ancora” senza trasformare quell’ignoranza in negazione.

A me piace una posizione molto semplice: rispetto totale per le credenze di tutti, e al tempo stesso un atteggiamento esplorativo. Non credulità, non rifiuto. Curiosità rigorosa. È quello che vedo in alcuni studiosi che citi: non stanno dicendo “è tutto dimostrato”, ma stanno dicendo “forse il reale è più vasto di ciò che oggi sappiamo misurare”.

E forse la sintesi più sana è questa: tenere insieme due qualità che raramente convivono — umiltà e coraggio. Umiltà nel non pretendere certezze dove non ci sono. Coraggio nel non chiudere la porta a ciò che ancora non sappiamo spiegare. Perché, se è vero che la scienza deve essere rigorosa, è altrettanto vero che deve restare viva. E ciò che resta vivo, per definizione, continua a fare domande.

Vorresti dare un consiglio a chi oggi si sente smarrito, soprattutto ai ragazzi e alle ragazze?

Direi questo.

Se è vero che la scienza non ha ancora risposte definitive sul senso dell’essere umano, della mente e della coscienza, è altrettanto vero che ciascuno di noi ha un’opportunità enorme: imparare a rivolgere lo sguardo verso di sé.

E oggi questo è forse l’atto più rivoluzionario che un ragazzo o una ragazza possano compiere.

A chi si sente smarrito direi innanzitutto: non c’è nulla di sbagliato in te. Viviamo in un tempo che ci chiede continuamente di essere altrove, di performare, di confrontarci, di adattarci. È naturale sentirsi persi quando nessuno ci ha mai insegnato come funzioniamo dentro.

Il mio consiglio è imparare ad ascoltarsi. Imparare a prendere coscienza di ciò che accade dentro di noi: riconoscere le emozioni, dare loro un nome, comprendere i pensieri invece di esserne travolti, distinguere ciò che ci nutre da ciò che ci intossica. Queste non sono abilità “accessorie”, sono competenze fondamentali per vivere.

Pratiche come la mindfulness servono esattamente a questo: a sviluppare una presenza interiore stabile, una sorta di radicamento profondo. Quando manca questo radicamento è facile sentirsi sballottati, confusi, in balìa di tutto. Quando invece iniziamo a conoscerci, a sentirci, a stare con ciò che c’è, lentamente qualcosa si organizza dentro.

Per questo diffondo la consapevolezza da tanti anni: non come moda, non come tecnica miracolosa, ma come allenamento umano di base. È naturale sentirsi in difficoltà se non sappiamo come funzioniamo. È naturale perdersi quando non abbiamo radici interiori sufficienti a sostenerci.

E allora il messaggio è questo: il percorso su di sé non è qualcosa da fare solo “quando si sta male”. È un cammino che ciascuno di noi, prima o poi, è chiamato a fare non per correggersi, ma per vivere bene. Per abitare la propria vita con più lucidità, verità e gentilezza verso se stessi. E questo, soprattutto oggi, è un dono immenso.

Lavinia Capogna*

*Lavinia Capogna è una scrittrice, poeta e regista. È figlia del regista Sergio Capogna. Ha pubblicato finora otto libri: “Un navigante senza bussola e senza stelle” (poesie); “Pensieri cristallini” (poesie); “La nostalgia delle 6 del mattino” (poesie); “In questi giorni UFO volano sul New Jersey” (poesie), “Storie fatte di niente” , (racconti), che è stato tradotto e pubblicato anche in Francia con il titolo “Histoires pour rien” ; il romanzo “Il giovane senza nome” e il saggio “Pagine sparse – Studi letterari” .

E molto recentemente “Poesie 1982 – 2025”.

Ha scritto circa 150 articoli su temi letterari e cinematografici e fatto traduzioni dal francese, inglese e tedesco. Ha studiato sceneggiatura con Ugo Pirro e scritto tre sceneggiature cinematografiche e realizzato come regista il film “La lampada di Wood” che ha partecipato al premio David di Donatello, il mediometraggio “Ciao, Francesca” e alcuni documentari. 

Collabora con le riviste letterarie online Il Randagio e Insula Europea. 

Da circa vent’anni ha una malattia che le ha procurato invalidità.

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