“L’odio selettivo: la legge sull’antisemitismo e la gerarchia delle vittime”, di Vincenzo Franciosi

C’è un modo elegante, e dunque pericoloso, di imporre il silenzio: non proibendo le parole, ma alterandone il significato. Non dicendo “non puoi parlare”, ma stabilendo in anticipo che cosa, tra ciò che dici, sarà interpretato come odio.

La definizione dell’International Holocaust Remembrance Alliance (IHRA) di “antisemitismo” si colloca esattamente in questa logica: nasce per proteggere, ma per come è costruita e soprattutto per come viene impiegata finisce spesso per disciplinare. È una tecnologia del discorso prima ancora che un criterio morale. La parte iniziale della definizione, considerata in astratto, sembra persino ovvia: l’antisemitismo come “percezione” degli ebrei che può esprimersi come odio; e le sue manifestazioni retoriche e fisiche dirette contro persone, proprietà, istituzioni comunitarie e luoghi di culto. Fin qui, nulla da eccepire. Tutti i razzismi agiscono così: colpiscono corpi, simboli, memorie, spazi. Il problema comincia quando la definizione si correda di esempi “illustrativi” che dovrebbero aiutare a riconoscere il fenomeno e invece ne spostano il baricentro. È lì che la tutela si rovescia in immunità; ed è lì che la lotta all’odio rischia di diventare un dispositivo di governo del dissenso.

Gli esempi 1–6 e 11 appartengono a una costellazione chiara: incitamento alla violenza contro ebrei, stereotipi complottistici, responsabilità collettiva, negazionismo della Shoah, accusa di doppia fedeltà. Sono fenomeni storici riconoscibili; colpiscono ebrei in quanto ebrei; ricalcano strutture note dell’odio antiebraico moderno. La parte controversa è un’altra: i punti 7–10, quelli che toccano Israele. È qui che la definizione, anziché restare una griglia per distinguere l’odio razziale, entra nel campo minato della politica internazionale e vi porta strumenti concettuali impropri, perché elastici, indeterminati, facilmente convertibili in arma.

Per evitare equivoci, è utile riportare integralmente la formulazione di questi esempi, poiché è in essi che si concentra la torsione:

7) “Negare al popolo ebraico il diritto all’autodeterminazione, ad esempio sostenendo che l’esistenza dello Stato di Israele è un’impresa razzista”.

8) “Applicare doppi standard a Israele, richiedendogli un comportamento non atteso o non richiesto a nessun’altra nazione democratica”.

9) “Utilizzare simboli e immagini associate al tradizionale antisemitismo (ad esempio l’accusa di ‘deicidio’ contro gli ebrei o l’immagine del ‘libello di sangue’) per caratterizzare Israele o gli israeliani”.

10) “Fare confronti tra la politica contemporanea di Israele e quella dei nazisti”.

Il punto 7, “negare al popolo ebraico il diritto all’autodeterminazione, ad esempio sostenendo che l’esistenza dello Stato di Israele sia un’impresa razzista”, è già una dimostrazione del corto circuito. L’autodeterminazione non è un talismano: è un principio storico che convive con altri principi e non annulla, per definizione, le questioni di eguaglianza e di discriminazione. Trasformare l’accusa “Israele è razzista” in segnale di antisemitismo significa scambiare un giudizio politico e giuridico con un odio etnico. Si potrebbe, semmai, discutere quella tesi, contestarla, confutarla; ma farne un indicatore automatico di razzismo antiebraico è un salto concettuale. È la scorciatoia che un pensiero democratico dovrebbe respingere.

Il punto 8, quello dei “doppi standard”, è ancora più insidioso. “Doppio standard” è un’accusa che, in teoria, richiederebbe comparazioni, criteri espliciti, dimostrazione. Nella pratica, funziona diversamente: non confuta, insinua. Non discute i fatti, interroga la coscienza. Serve soprattutto a spostare il discorso dal contenuto all’intenzione dell’oratore: non “quello che dici è falso”, ma “lo dici perché sei prevenuto”. Con un colpo solo, la critica politica viene delegittimata e l’attenzione morale trasformata in sospetto. A quel punto qualunque dissenso diventa colpevole, perché non esiste un universo in cui ogni attore politico venga criticato con la stessa intensità, lo stesso spazio mediatico, lo stesso tempo. La politica non è contabilità morale. “Doppio standard”, se diventa criterio operativo, è un dispositivo perfetto di censura morbida: non serve dimostrare antisemitismo, basta attribuire un movente.

Il punto 9, quello relativo all’uso di simboli e immagini dell’antisemitismo tradizionale per caratterizzare Israele, contiene un nucleo sensato: quando riemergono figure storiche come il libello di sangue o la demonizzazione teologica dell’ebraismo, siamo davanti a una continuità riconoscibile dell’odio. Ma anche qui la definizione apre una porta: se manca una competenza storica nel riconoscere quelle immagini, qualunque metafora forte può essere trascinata dentro il perimetro dell’odio. E una volta che la rete si allarga, diventa rete a strascico: non protegge più dalle immagini razziste, assorbe la polemica politica in quanto tale.

Infine il punto 10, quello sui paragoni con i nazisti, è emblematico del clima emotivo in cui la definizione opera. Ma trasformare il paragone in prova morale di antisemitismo significa costruire un tabù che non riguarda più l’odio antiebraico, bensì l’intangibilità di uno Stato. Una definizione che pretende di riconoscere l’odio non dovrebbe automatizzare i giudizi: dovrebbe distinguere, verificare, contestualizzare. Altrimenti finisce per sacralizzare uno Stato non per le sue virtù democratiche, ma per la potenza simbolica del trauma europeo. Il cuore della questione sta qui: nei punti 7–10, la definizione opera una sovrapposizione quasi continua tra popolo ebraico e Stato di Israele. È il passaggio più assurdo e più pericoloso, perché produce un cortocircuito che finisce per essere, in un senso serio e non polemico, paradossalmente antiebraico. Una definizione nata per proteggere gli ebrei incorpora così una premessa tipica dei dispositivi razzisti: l’idea di un soggetto collettivo ebraico unitario che si identifica organicamente con uno Stato e ne assume la rappresentanza. Proprio questo meccanismo – la collettivizzazione essenzialista – è stato storicamente un motore dell’odio antiebraico: ridurre gli ebrei a un corpo unico, dotato di volontà comune, e dunque responsabile “in quanto tale”. Fondendo popolo e Stato, la definizione costruisce le condizioni perfette per due esiti simultanei: la criminalizzazione della critica politica a Israele, e l’esposizione simbolica degli ebrei alla responsabilità delle azioni di uno Stato. In altri termini, non separa l’odio dalla critica, li confonde, e confondendoli, non riduce l’odio, ma lo ristruttura e lo rende più manipolabile.

Tutto questo accade mentre in Palestina si consuma un genocidio: bombardamenti, fame, assedio, punizione collettiva, deportazioni, disumanizzazione. In questo contesto, l’uso politico dell’accusa di antisemitismo diventa un’operazione moralmente intollerabile: serve a rovesciare la realtà, a spostare l’attenzione dal crimine all’accusatore, e a trasformare la denuncia in colpa. Non è un’astrazione, ma una dinamica concreta che ha inquinato università, teatri, giornali, piazze. Si parla meno di ciò che accade e più di ciò che “si può dire”. È la sostituzione della verità con il protocollo.

Qui emerge un secondo paradosso, altrettanto rivelatore: oggi molti ambienti dell’estrema destra, eredi culturali del razzismo nazi-fascista europeo, sono filoisraeliani. Non perché abbiano scoperto l’antirazzismo, ma perché riconoscono in Israele ciò che ammirano: lo Stato identitario, la militarizzazione permanente, l’idea di confine come destino, la gerarchia delle appartenenze, la violenza come linguaggio politico. L’estrema destra non ama gli ebrei, ama la forma dello Stato che vede come proprio ideale, e così può riciclarsi come “difensore contro l’antisemitismo” mentre resta xenofoba e autoritaria. Proclamarsi filoisraeliani diventa un certificato di rispettabilità. È una mutazione cinica, ma perfettamente coerente.

In questo quadro, parlare di una legge “contro l’antisemitismo” che isoli l’odio antiebraico come categoria autonoma non è un atto neutro, ma una scelta di potere. È qui che si colloca il ddl Delrio, promosso dall’area “riformista” del Partito Democratico, in un gesto che appare tanto più inquietante quanto più risulta sovrapponibile, per logica e direzione, a proposte analoghe provenienti dalla destra radicale. Non importa il lessico benevolo (prevenzione, educazione, osservatori, monitoraggi, deleghe sul digitale) perché l’effetto istituzionale è già scritto: la creazione di una cornice pubblica di interpretazione in cui la critica a Israele può essere resa sospetta per definizione.

Un elemento decisivo, spesso rimosso nel dibattito pubblico, è che il ddl Delrio incontra una contrarietà netta anche da parte di intellettuali italiani di origine ebraica. Anna Foa, storica che ha dedicato studi fondamentali alla storia dell’ebraismo e delle persecuzioni, ha espresso un dissenso esplicito, denunciando la torsione per cui la tutela contro l’odio antiebraico finisce per trasformarsi in un dispositivo di protezione politica dello Stato di Israele e di compressione della critica. E non si tratta di una posizione isolata: un appello pubblico sottoscritto da studiosi e scrittori, tra cui numerosi firmatari di origine ebraica, ha contestato la stessa impostazione, rifiutando l’idea che l’odio antiebraico debba diventare un’eccezione normativa separata dal resto dei razzismi e segnalando il rischio di una deriva censorio-identitaria proprio nel momento in cui la libertà di parola e di ricerca dovrebbe essere difesa con maggiore rigore.

Il punto decisivo, però, non è soltanto la questione Israele. È la questione dell’eguaglianza. Una legge che considera l’odio antiebraico come fenomeno “a sé”, distinguendolo strutturalmente dal razzismo contro arabi, rom, africani, migranti in genere, produce una gerarchia delle vittime. E una gerarchia delle vittime è razzismo istituzionalizzato: non perché difende gli ebrei, che devono essere difesi come chiunque, ma perché stabilisce che alcune discriminazioni meritano un trattamento speciale mentre altre restano normalizzate, tollerabili, periferiche. È il contrario dell’articolo 3 della Costituzione: l’uguaglianza come principio universale, non come eccezione selettiva. Un antirazzismo che funziona per eccezioni non è antirazzismo: è amministrazione politica delle vittime.

C’è infine un dettaglio linguistico, che dettaglio non è. “Antisemitismo” è un’aberrazione terminologica: i semiti non sono solo gli ebrei. Semiti sono gli arabi (quindi anche i palestinesi) e storicamente fenici, aramei, cananei, assiri, accadi e tanti altri popoli del Vicino Oriente antico. Il termine nasce in un’Europa ottocentesca che cercava etichette pseudoscientifiche per nobilitare l’odio antiebraico. È diventato un tecnicismo storico e in certi contesti può restare tale; ma oggi, come parola sacra, agisce da strumento ideologico. Sarebbe più corretto dire antiebraismo, o odio antiebraico. Chiamare le cose col loro nome significa anche impedire che una parola venga monopolizzata per costruire immunità.

Odio antiebraico è ciò che colpisce gli ebrei in quanto ebrei: violenza, stereotipi, responsabilità collettive, negazionismo. Critica politica è ciò che colpisce uno Stato, un governo, una legge, un esercito, una prassi. Il principio democratico è altrettanto semplice: nessuno Stato è sacro, nessuna istituzione è intoccabile; sacra è la dignità delle persone. Separare popolo e Stato non è una concessione, ma il requisito minimo per non ricadere nella logica del razzismo. Confonderli, come fa la definizione dell’IHRA nella sua parte più controversa, significa creare le condizioni della censura e, insieme, alimentare il risentimento che il razzismo sfrutta sempre.

Per questo il ddl Delrio va respinto non perché “combatte l’odio”, ma perché lo fa nel modo peggiore: trasformando un concetto storico in una tecnologia politica di controllo del discorso, e creando un’eccezione privilegiata che frantuma l’uguaglianza. È un errore democratico prima ancora che un errore teorico.

In conclusione, questo disegno di legge va contrastato non perché minimizzi l’odio antiebraico, ma perché lo separa, lo assolutizza e lo trasforma in un’eccezione, inaugurando una gerarchia delle discriminazioni. Uno Stato che seleziona quali razzismi meritino un trattamento speciale e quali no, non sta combattendo il razzismo: lo sta amministrando. E una Repubblica fondata sull’uguaglianza non può permettersi una legge che, nel nome dell’antirazzismo, finisce per tradire l’articolo 3 e legittima l’idea più pericolosa di tutte: che esistano vittime più degne di altre.

Vincenzo Franciosi

Vincenzo Franciosi è professore associato di Archeologia Classica. Ha scavato in vari siti dell’Italia meridionale quali Fratte (SA), Buccino (SA), Montescaglioso (MT), Pompei (NA). Ha pubblicato studi sulle importazioni ceramiche corinzie di età geometrica nell’isola d’Ischia e sulle loro imitazioni locali; sulla ceramica figurata attica del V sec. a.C.; sull’urbanistica pompeiana e sugli scavi dell’insula VII, 14 a Pompei; sul culto della Mefite in Valle d’Ansanto; sulla statuaria arcaica in marmo dall’Acropoli di Atene; sulla statuaria in bronzo dalla Villa dei Papiri ad Ercolano; sulla statuaria policletea. È stato insignito, per l’insieme degli studi e delle indagini condotti nel campo dell’Archeologia Classica, del Premio Anassilaos 2020-21 (XXXII-XXXIII) “Arte, Cultura, Economia, Scienze” – Premio Μνήμη per l’Archeologia, Reggio Calabria, 13 Novembre 2021.

“L’homo sapiens neanderthalensis e l’applicazione del diritto: la crisi di effettività del diritto internazionale contemporaneo”, di Vincenzo Franciosi

Affermare che l’homo sapiens neanderthalensis applicasse il diritto con maggior rigore rispetto ai “sapientes sapientes” contemporanei non è una provocazione gratuita, ma una constatazione funzionale. L’aggressione militare degli Stati Uniti al Venezuela, accompagnata dalla sua rivendicazione pubblica attraverso un post presidenziale, offre un esempio quasi didattico di regressione non soltanto giuridica, ma anche antropologica e simbolica: il ritorno a un ordine in cui la forza precede la norma e la sospende in condizioni di sostanziale impunità.

Nelle società arcaiche (verosimilmente anche tra i Neanderthal) la norma non era separabile dalla sopravvivenza del gruppo. Il tabù, il giuramento, il confine rituale non erano enunciati astratti, ma dispositivi vitali. La loro violazione produceva una sanzione certa e immediata, perché metteva in pericolo l’equilibrio collettivo. In questo senso, quel “diritto neanderthaliano” risultava meno sofisticato sul piano concettuale, ma infinitamente più efficace su quello della responsabilità.

Il diritto internazionale contemporaneo, codificato nella Carta delle Nazioni Unite, vieta in modo esplicito l’uso della forza e proclama l’eguaglianza sovrana degli Stati. Tuttavia, esso nasce strutturalmente privo di strumenti effettivi di coercizione. Quando una potenza egemone viola la norma, gli organi competenti rinunciano (di fatto) a intervenire. L’attacco al Venezuela, privo di un mandato del Consiglio di Sicurezza e non riconducibile alla legittima difesa immediata, rende evidente questa asimmetria costitutiva.

In questo quadro, il post con cui Donald Trump annuncia l’operazione assume un valore che va ben oltre la cronaca. Non è un semplice comunicato, ma un atto linguistico sovrano, nel quale la dichiarazione sostituisce la procedura, il fatto compiuto prende il posto del giudizio e la narrazione del vincitore soppianta la legalità. Trump vi afferma non solo l’uso della forza, ma anche la cattura del presidente venezuelano Nicolás Maduro e di sua moglie, presentata come esito “positivo” di un’operazione coordinata con le forze dell’ordine statunitensi.

Colpisce, in questo testo di poche righe, non soltanto la rivendicazione esplicita dell’aggressione, ma la qualità del linguaggio impiegato. Trump chiama Maduro President. Lo fa senza esitazioni, senza virgolette, senza cautele. È un dettaglio solo in apparenza marginale. Chiamare qualcuno “Presidente” significa riconoscerlo come titolare di una sovranità, come capo legittimo di uno Stato; significa, implicitamente, ammettere che l’azione militare è stata condotta contro un’autorità statale riconosciuta, e non contro un’entità priva di status giuridico.

Il testo merita di essere letto integralmente, perché è nel linguaggio stesso che si consuma la contraddizione:

The United States of America has successfully carried out a large scale strike against Venezuela and its leader, President Nicolas Maduro, who has been, along with his wife, captured and flown out of the country. This operation was done in conjunction with U.S. Law Enforcement. Details to follow. There will be a News Conference today at 11:00 A.M., at Mar-a-Lago. Thank you for your attention to this matter! President Donald J. Trump

La traduzione italiana rende ancora più evidente l’inconsapevole legittimazione dell’avversario:

Gli Stati Uniti d’America hanno portato a termine con successo un attacco su larga scala contro il Venezuela e il suo leader, il Presidente Nicolás Maduro, il quale è stato, insieme a sua moglie, catturato e fatto uscire dal Paese. Questa operazione è stata condotta in coordinamento con le forze dell’ordine statunitensi. Seguiranno ulteriori dettagli. Oggi alle ore 11:00 si terrà una conferenza stampa a Mar-a-Lago. Grazie per l’attenzione dedicata a questa vicenda! Presidente Donald J. Trump

Non è ancora necessario formulare un giudizio definitivo sull’autore del post. È sufficiente, per ora, registrare una frattura: la parola, che nelle società arcaiche fondava e vincolava, appare qui usata senza piena percezione del suo peso simbolico e giuridico. Il linguaggio non accompagna l’azione, ma la espone e, a un certo punto, la contraddice.

Il paradosso è evidente. Mentre la forza pretende di negare la sovranità altrui, il linguaggio la ristabilisce. Non per calcolo, ma per inconsapevolezza. È il segno di un potere che non domina più neppure i propri strumenti simbolici. In questo senso, il confronto con il diritto arcaico diventa inevitabile. Là dove la violazione della norma comportava una sanzione immediata perché minacciava la sopravvivenza della comunità, oggi la violazione più grave del diritto internazionale viene assorbita in una sequenza comunicativa, neutralizzata dall’inerzia e dall’assenso tacito degli alleati. L’Unione Europea, come spesso accade, completa questo quadro di regressione. Invoca il diritto internazionale come valore astratto, ma ne accetta la sospensione concreta quando è violato dal potente di turno. In questo modo, la norma perde ciò che nelle società arcaiche la rendeva efficace: la sua indisponibilità, cioè la sua sottrazione all’arbitrio del potere.

Alla fine, ciò che colpisce non è soltanto la violenza dell’atto, ma la povertà dell’uomo che lo annuncia (per di più un miliardario). Nel chiamare Presidente colui che dichiara di aver catturato, Trump conferisce con una parola ciò che pretende di negare con la forza: legittimità, sovranità, diritto. È il linguaggio stesso a tradirlo. Là dove le società arcaiche sapevano che la parola vincola e impegna, il potere contemporaneo parla senza comprendere, agisce senza sapere, legittima senza volerlo. Se questo è il grado di coscienza simbolica del sovrano globale, allora sì: quella neanderthaliana — rozza ma responsabile, elementare ma vincolante — appare oggi come una forma più alta di civiltà giuridica. Perché almeno conosceva il peso delle parole e il prezzo delle violazioni.

Vincenzo Franciosi

Vincenzo Franciosi è professore associato di Archeologia Classica. Ha scavato in vari siti dell’Italia meridionale quali Fratte (SA), Buccino (SA), Montescaglioso (MT), Pompei (NA). Ha pubblicato studi sulle importazioni ceramiche corinzie di età geometrica nell’isola d’Ischia e sulle loro imitazioni locali; sulla ceramica figurata attica del V sec. a.C.; sull’urbanistica pompeiana e sugli scavi dell’insula VII, 14 a Pompei; sul culto della Mefite in Valle d’Ansanto; sulla statuaria arcaica in marmo dall’Acropoli di Atene; sulla statuaria in bronzo dalla Villa dei Papiri ad Ercolano; sulla statuaria policletea. È stato insignito, per l’insieme degli studi e delle indagini condotti nel campo dell’Archeologia Classica, del Premio Anassilaos 2020-21 (XXXII-XXXIII) “Arte, Cultura, Economia, Scienze” – Premio Μνήμη per l’Archeologia, Reggio Calabria, 13 Novembre 2021.

“Da Wotan ad Atreju: miti impoveriti e responsabilità negate”, di Vincenzo Franciosi

Da Wotan ad Atreju non è soltanto una traiettoria simbolica, ma la misura di un impoverimento. Il passaggio da un mito tragico, ambiguo e colto a un evento politico-mediatico contemporaneo segnala una trasformazione profonda dell’immaginario dell’estrema destra: non più appropriazione, per quanto distorta, di tradizioni complesse, ma consumo di immagini semplificate, moralmente rassicuranti, funzionali all’innocenza.

Il neofascismo contemporaneo non ha più bisogno di divinità complesse né di fondazioni mitiche esigenti. Ha bisogno di innocenza. Un’innocenza preventiva, armata, impermeabile alla storia e alle sue categorie fondamentali: colpa, complicità, responsabilità. È in questo orizzonte simbolico degradato che vanno lette non solo le scelte culturali, ma anche le reazioni politiche più recenti, incapaci di distinguere tra atto materiale e responsabilità strutturale.

Il recente episodio che ha visto il ministro della Difesa Guido Crosetto reagire con veemenza all’accusa di complicità in crimini contro l’umanità, dichiarando di non aver “mai ucciso nessuno” e minacciando querele contro chi parlava di genocidio, è rivelatore non tanto per il tono, quanto per la struttura concettuale che mette in luce. Una questione giuridica e politica viene ridotta a un’offesa personale, così da poter essere respinta come diffamazione. L’accusa non viene discussa, ma deformata; non viene confutata, ma sostituita con un’altra, più facile da smentire.

Eppure, nel diritto internazionale, la complicità non coincide con la commissione materiale del crimine. La Convenzione per la prevenzione e la repressione del crimine di genocidio include l’obbligo di prevenzione e la punibilità della complicità; la giurisprudenza della Corte Internazionale di Giustizia ha chiarito che uno Stato può essere responsabile anche per assistenza, sostegno o omissione, quando contribuisca alla prosecuzione di crimini gravi in un contesto di rischio noto. Richiamarsi all’assenza di un coinvolgimento diretto non risolve il problema: lo elude. Ma questa elusione non è soltanto giuridica. È mitologica.

Il neofascismo storico, pur nella sua violenza ideologica, si muoveva ancora entro un orizzonte simbolico relativamente complesso. La mitologia norrena, largamente sfruttata (e già allora semplificata) nella Germania nazista, non era un repertorio elementare. Politeista, tragica, attraversata dal destino, dal sacrificio e dalla colpa, essa non offriva alcuna innocenza facile. Wotan non è un dio puro, ma una figura ambigua, ingannatrice, sapiente e colpevole, destinata alla sconfitta; il Ragnarök non promette redenzione, ma rovina. È un universo che non assolve.

Tutto questo è oggi impraticabile. Non perché sia stato superato, ma perché è troppo complesso. Richiede lettura, interpretazione, familiarità con il tragico e con il limite. I neofascisti contemporanei non hanno alcun rapporto reale con questo patrimonio: l’Edda poetica e l’Edda prosaica sono loro del tutto ignote; Snorri Sturluson è un nome senza contenuto, quando non del tutto sconosciuto. A stento il loro orizzonte simbolico arriva a Edda Mussolini in Ciano: non una tradizione mitologica, ma un album di famiglia.

Anche il mito di Roma risulta oggi inutilizzabile. Roma implica diritto, istituzioni, conflitto civile, integrazione dello straniero, universalismo imperiale. Non è un mito di purezza, ma di contaminazione. Il fascismo storico ne fece una scenografia; il neofascismo contemporaneo non è più nemmeno in grado di sostenerne la complessità simbolica.

Questa regressione trova una rappresentazione quasi paradigmatica in una figura pubblica assunta qui come  compendio di un neonazifascismo macchiettistico. Il riferimento a immaginari estremisti ridotti a gesto, travestimento o provocazione, fino a episodi pubblicamente documentati di mimesi esplicita di simbologie delle SS (pur nella consapevolezza della sua natura provocatoriamente goliardica), non rinvia a una mitologia, neppure deformata, ma alla sua caricatura. Non c’è profondità simbolica né mito fondativo, ma soltanto la riproduzione superficiale di segni svuotati, buoni per il consumo mediatico e per l’identificazione “tribale”. È il punto terminale dell’impoverimento: quando il mito non viene più strumentalizzato, ma semplicemente indossato. A questo svuotamento simbolico si aggiunge un ulteriore passaggio decisivo: dalla lettura alla visione. Molti non leggono più neppure Tolkien o Ende (unici autori citati dagli attuali neofascisti); ne consumano le versioni cinematografiche. Il film elimina ambiguità, accelera il conflitto, estetizza la violenza e riduce la complessità morale a una contrapposizione binaria. Resta un mito già digerito, emotivamente rassicurante, politicamente innocente. Epica senza responsabilità, mito senza pensiero. Un universo perfetto per chi rifiuta la storia reale, fatta di corresponsabilità e di colpa.

È in questo contesto che si comprende il ricorso ossessivo alle cosiddette “radici giudaico-cristiane”. Non come tradizione teologica, infinitamente più complessa e problematica, ma come teologia politica semplificata: elezione, terra promessa, nemico assoluto, violenza sacralizzata. Qui il mito diventa finalmente funzionale. Non c’è tragedia, non c’è ambiguità, non c’è colpa. C’è un popolo “innocente” per definizione, una violenza sempre preventiva, un nemico disumanizzato. È un immaginario che consente di esercitare il potere violento sentendosi moralmente puri. In questa cornice, lo “Stato ebraico” di Israele diventa un modello simbolico per l’estrema destra occidentale: Stato etnico, militarizzato, fondato sull’apartheid, legittimato da una narrazione sacra e perennemente assolto in nome della sicurezza. Non si tratta di adesione storica o culturale, ma di identificazione immaginaria: ciò che il neofascismo vorrebbe essere, senza dichiararlo apertamente.

La dichiarazione di Crosetto ad Atreju si iscrive perfettamente in questo quadro. “Non ho mai ucciso nessuno” non è una difesa: è una dichiarazione di innocenza mitica. È il rifiuto stesso della categoria di complicità, che presuppone responsabilità indiretta, consapevolezza del contesto, partecipazione strutturale. Quando un’accusa giuridica viene trasformata in un’offesa personale e il confronto sui fatti viene sostituito dalla minaccia giudiziaria, non siamo di fronte a un equivoco, ma a una strategia culturale: cancellare la complessità per preservare l’innocenza.

Il percorso che va da Wotan ad Atreju non racconta una continuità, ma una perdita. Perdita della tragedia, della complessità, della consapevolezza che il potere non è mai innocente e che la violenza, anche quando delegata, genera sempre responsabilità. Il neofascismo contemporaneo non vive di miti antichi, ma vive della loro riduzione. E proprio per questo non produce tragedia, ma assoluzione; non responsabilità, ma vittimismo; non politica, ma moralismo armato.

Miti impoveriti e responsabilità negate: non come slogan, ma come diagnosi.

Vincenzo Franciosi

Vincenzo Franciosi è professore associato di Archeologia Classica. Ha scavato in vari siti dell’Italia meridionale quali Fratte (SA), Buccino (SA), Montescaglioso (MT), Pompei (NA). Ha pubblicato studi sulle importazioni ceramiche corinzie di età geometrica nell’isola d’Ischia e sulle loro imitazioni locali; sulla ceramica figurata attica del V sec. a.C.; sull’urbanistica pompeiana e sugli scavi dell’insula VII, 14 a Pompei; sul culto della Mefite in Valle d’Ansanto; sulla statuaria arcaica in marmo dall’Acropoli di Atene; sulla statuaria in bronzo dalla Villa dei Papiri ad Ercolano; sulla statuaria policletea. È stato insignito, per l’insieme degli studi e delle indagini condotti nel campo dell’Archeologia Classica, del Premio Anassilaos 2020-21 (XXXII-XXXIII) “Arte, Cultura, Economia, Scienze” – Premio Μνήμη per l’Archeologia, Reggio Calabria, 13 Novembre 2021.

“Filosofia in uniforme?”, di Vincenzo Franciosi

La polemica esplosa intorno alla richiesta del Ministero della Difesa di attivare un corso universitario di filosofia riservato ai militari presso l’Università di Bologna non è un incidente marginale né un conflitto locale. È il sintomo di qualcosa di ben più profondo: una tensione crescente tra l’autonomia dell’università e la volontà di alcuni apparati dello Stato di appropriarsi delle scienze umane per plasmarle a fini di legittimazione.

Che un’università pubblica abbia rifiutato di organizzare un corso chiuso, cucito su misura per un corpo armato, rientra perfettamente nella sua funzione istituzionale: difendere la propria libertà didattica e la natura pubblica del sapere. Invece il ministro della Difesa, Guido Crosetto, ha reagito con un attacco violento e sproporzionato, accusando l’ateneo di ideologismo, mancanza di senso dello Stato, persino di irresponsabilità. Una “sparata”, non trovo parola più adatta, che rivela un’idea distorta e pericolosa del rapporto tra potere esecutivo e autonomia accademica.

Per capire perché questo episodio sia così inquietante, occorre riflettere sul nodo centrale: la filosofia e l’apparato militare non sono due universi che possono convivere armonicamente. La filosofia non è un modulo di formazione professionale, né un camice morale che si indossa per nobilitare un mestiere. È un sapere critico, che interroga le strutture del potere, smaschera la retorica della violenza legittima e mette costantemente in discussione l’obbedienza, la sovranità, le narrazioni ufficiali. È un luogo di esposizione al dubbio, alla contraddizione, alla libertà interiore.

Le forze armate sono, per struttura, l’esatto contrario: un dispositivo che richiede disciplina, gerarchia, compattezza, sospensione del giudizio individuale. Il loro fine istituzionale è l’esercizio della violenza legittima dello Stato. In nessun momento della vita militare, né nella formazione né nell’azione, c’è spazio per la dialettica del pensiero come forma di liberazione. L’obbedienza è un valore, non un problema; la gerarchia è un principio, non un oggetto di discussione. L’ordine non si discute: si esegue.

È evidente che un sapere come la filosofia, se preso sul serio, è incompatibile con la logica dell’apparato armato. O si neutralizza il pensiero critico, o si mette in crisi l’istituzione militare. I corsi ad hoc servono proprio alla prima operazione.

Molte delle giustificazioni circolate in questi mesi parlano di “umanizzare” i militari, di renderli più consapevoli, più attenti ai diritti, più sensibili ai valori democratici. Ma questa retorica, apparentemente nobile, è profondamente ingannevole. La filosofia non nasce per umanizzare la violenza: nasce per smascherarla. Usarla come strumento di legittimazione morale di un apparato fondato sull’obbedienza e sulla forza significa rovesciarne la funzione. Un apparato armato non diventa più umano perché alcuni suoi membri ascoltano lezioni di filosofia, ma rimane ciò che è: un dispositivo che necessita, per funzionare, di ridurre il nemico a figura astratta, di sospendere la piena riconoscibilità dell’altro come persona, di trasformare l’obbedienza in virtù. Le scienze umane non mutano questa natura. Al massimo, la velano sotto un linguaggio colto.

Perché allora gli alti gradi militari insistono tanto su percorsi umanistici dedicati? Le ragioni sono strutturalmente politiche. Da un lato, c’è un bisogno di legittimazione simbolica: un ufficiale che può esibire crediti o titoli ottenuti in una prestigiosa università pubblica appare immediatamente più autorevole, più colto, più “civile”. È un capitale d’immagine che fa comodo. Dall’altro, c’è la volontà di costruire una nuova élite in uniforme, capace di muoversi con disinvoltura nei contesti civili, nei media, nella diplomazia. Una élite culturalmente presentabile, ma pienamente integrata nella logica gerarchica.

E poi, forse l’aspetto più decisivo, l’apparato militare cerca cultura, ma solo in forma controllata. Il contatto reale con il pensiero filosofico è pericoloso; genera dubbi, incrina certezze, apre conflitti interiori. La filosofia autentica non addestra: disobbedisce, insegue domande radicali, mette in crisi. È un rischio troppo grande.

Per questo i vertici militari non chiedono ai loro ufficiali di frequentare i normali corsi universitari insieme agli studenti civili. Chiedono percorsi separati, filtrati, schermati. Un ambiente sotto controllo, in cui i temi più critici possono essere modulati, attenuati, elusi. Dove non ci siano discussioni imprevedibili, né studenti disposti a dire ciò che un apparato armato non vuole sentirsi dire.

Il punto è proprio questo: il vero pericolo, per le forze armate, è il confronto con gli studenti civili.
Perché in un’aula universitaria reale l’ufficiale può trovarsi faccia a faccia con chi è pacifista o antimilitarista, con chi mette in discussione l’autorità statale, con chi non accetta come naturali parole come “nemico” o “missione”, con chi rifiuta la retorica dell’obbedienza come valore assoluto, con chi proviene da zone di guerra (si pensi, ad esempio, agli studenti palestinesi che sono riusciti ad arrivare in Italia con una borsa di studio universitaria).

In quel confronto il pensiero critico non è più astratto, ma diventa vivo, conflittuale. Ed è lì che l’istituzione militare vacilla. La filosofia non è più un ornamento: torna a essere pericolosa. La filosofia genera domande a cui la logica dell’uniforme non può rispondere senza incrinarsi: perché obbedire? che cos’è un dovere? che cosa legittima la violenza? cosa significa uccidere in nome dello Stato? I corsi ad hoc nascono precisamente per evitare tutto questo: non proteggono l’università dai militari, ma proteggono i militari dall’università.

Il comportamento degli atenei che hanno accettato di discuterne è stato spesso giustificato con formule generiche: Terza Missione, innovazione formativa, dialogo con il territorio, allineamento agli standard internazionali, formazione continua della Pubblica Amministrazione. Ma sono argomenti fragili. La Terza Missione riguarda la società civile, non i corpi armati. L’innovazione non consiste nel costruire percorsi chiusi per una categoria privilegiata. L’internazionalizzazione non giustifica la sospensione dei principi fondamentali dell’università. E la formazione dei dipendenti pubblici non può essere un alibi per trasformare la filosofia in un’appendice dell’apparato militare.

In questo contesto, la reazione di Crosetto all’Università di Bologna è stata particolarmente grave. Non perché un ministro non possa esprimere un’opinione, ma perché ha attaccato l’ateneo come se esso dovesse obbedienza alle forze armate. Ha insinuato che il rifiuto del corso fosse un tradimento dello Stato, una mancanza di senso civico. È l’affermazione implicita, ma chiarissima, che l’università debba servire l’apparato militare, non interrogarlo; che la cultura debba collaborare con la forza, non criticarla, che la filosofia debba legittimare, non disturbare. Un ministro della Difesa che rimprovera un’università pubblica perché non vuole piegare la propria offerta formativa a una richiesta delle forze armate compie un gesto che, in una democrazia matura, dovrebbe essere riconosciuto come profondamente inaccettabile. È un segnale sinistro, anzi, “destro”, soprattutto perché attacca proprio ciò che distingue una democrazia da uno Stato autoritario: il primato del sapere critico sul potere esecutivo, la libertà dell’università, la separazione tra cultura e apparato armato. Il nodo non riguarda solo un corso di filosofia, ma riguarda la domanda fondamentale: che cosa deve essere l’università? Un luogo di pensiero libero, aperto, conflittuale, dove civili e militari, se lo desiderano, studiano insieme da pari? Oppure un fornitore di servizi culturali da cui il potere può comprare legittimazione morale? La risposta, se vogliamo difendere la democrazia, dovrebbe essere evidente. L’università non può e non deve proteggere i militari dalla filosofia. E la filosofia non deve e non può essere messa in uniforme.

Vincenzo Franciosi

Vincenzo Franciosi è professore associato di Archeologia Classica. Ha scavato in vari siti dell’Italia meridionale quali Fratte (SA), Buccino (SA), Montescaglioso (MT), Pompei (NA). Ha pubblicato studi sulle importazioni ceramiche corinzie di età geometrica nell’isola d’Ischia e sulle loro imitazioni locali; sulla ceramica figurata attica del V sec. a.C.; sull’urbanistica pompeiana e sugli scavi dell’insula VII, 14 a Pompei; sul culto della Mefite in Valle d’Ansanto; sulla statuaria arcaica in marmo dall’Acropoli di Atene; sulla statuaria in bronzo dalla Villa dei Papiri ad Ercolano; sulla statuaria policletea. È stato insignito, per l’insieme degli studi e delle indagini condotti nel campo dell’Archeologia Classica, del Premio Anassilaos 2020-21 (XXXII-XXXIII) “Arte, Cultura, Economia, Scienze” – Premio Μνήμη per l’Archeologia, Reggio Calabria, 13 Novembre 2021.

L’università sotto tutela: dal controllo tecnocratico al dominio governativo, di Vincenzo Franciosi

L’università italiana si trova oggi di fronte a una trasformazione che mette in questione la sua stessa ragione d’essere come istituzione libera e critica, in una parola democratica. Il progetto di riforma dell’assetto di governo universitario (mi rifiuto di utilizzare l’osceno termine governance), discusso in questi mesi e anticipato il 16 ottobre 2025 dal quotidiano il manifesto con un articolo di Luciana Cimino dal titolo eloquente Le mani del governo sugli atenei, rappresenta un salto di qualità nel lungo processo di subordinazione dell’università al potere politico. L’inserimento di membri nominati dal Ministero nei Consigli di amministrazione, la possibilità per il Governo di imporre “linee generali” vincolanti alle politiche degli atenei, la prolungata e condizionata permanenza in carica dei rettori e il pieno controllo ministeriale sull’ANVUR costituiscono tasselli di un disegno coerente: riportare l’università nell’alveo dell’obbedienza governativa. 

Questa svolta non nasce dal nulla, ma è l’esito logico di una deriva avviata ormai da vent’anni, quando, sotto la retorica della “valutazione” e della “meritocrazia”, venne istituita l’ANVUR (Agenzia Nazionale di Valutazione del Sistema Universitario e della Ricerca). Creata nel 2006 ed entrata in funzione nel 2010, l’agenzia si è presentata come un organo “indipendente”, ma in realtà strutturalmente subordinato al Ministero, che ne nomina i vertici e ne definisce gli indirizzi. Con i suoi algoritmi e le sue classifiche, ha imposto una visione economicista e produttivista della ricerca, fondata su indici bibliometrici, impact factor e su un’idea di “qualità” ridotta a quantità di pubblicazioni. È così che la valutazione, anziché incentivare il merito, ha introdotto una burocrazia del consenso, omologando i linguaggi scientifici, punendo la lentezza del pensiero e disincentivando ogni forma di sperimentazione critica. L’università è stata progressivamente svuotata della sua autonomia interna e culturale, mentre i docenti, anziché liberi studiosi, sono stati spinti a diventare funzionari della produzione accademica, intenti a compilare schede e a inseguire punteggi.

Il sistema ANVUR ha dunque rappresentato il primo passo verso la neutralizzazione del sapere: un controllo tecnocratico mascherato da modernizzazione.

La storia dell’ANVUR, dall’origine nel 2005 fino a oggi, è un esempio della capacità del potere politico italiano di mantenere una linea di continuità perfetta dietro l’alternanza apparente dei governi di centro-destra, centro-sinistra e dell’attuale di estrema destra. Su questo terreno è esistito un consenso trasversale intorno all’idea che l’università dovesse essere valutata, disciplinata e controllata secondo criteri amministrativi esterni alla comunità scientifica. Il primo passo avvenne, durante il terzo governo Berlusconi, con la legge Moratti del 2005, che delegò al governo la creazione di un’agenzia nazionale per la valutazione. Dietro il linguaggio modernizzatore e la retorica dell’efficienza si celava già una visione aziendalista: la ricerca non più come ricerca di verità, ma come prestazione misurabile. La successiva attuazione della legge, nel 2006, durante il secondo governo Prodi con Fabio Mussi al Ministero dell’Università e della Ricerca Scientifica, non modificò la sostanza del progetto: l’agenzia fu istituita formalmente con il Decreto legislativo 262, conservando la stessa logica di fondo, ovvero la sottrazione del giudizio scientifico alla comunità accademica per affidarlo a un organo centralizzato, tecnicamente dipendente dal Ministero. Che fosse un governo di centrosinistra non cambiò nulla, dal momento che la “valutazione” divenne un dogma condiviso, una parola intoccabile che bastava a giustificare ogni riduzione di autonomia.

Il passo decisivo si compì nel 2010, sotto il quarto governo Berlusconi e con Mariastella Gelmini al Ministero. Con il D.P.R. 76/2010 e la legge 240/2010, l’ANVUR fu finalmente resa operativa: i membri del consiglio direttivo venivano nominati dal governo, le valutazioni della ricerca (VQR) divennero condizione per i finanziamenti e la carriera dei docenti venne legata ai parametri fissati dall’agenzia. Da organo tecnico “autonomo”, l’ANVUR si trasformò in strumento di controllo ministeriale. Il linguaggio dell’efficienza nascondeva ormai una vera gerarchia amministrativa: chi non produceva secondo i criteri fissati dall’alto, semplicemente spariva dal sistema. Da allora, nessun governo ha rimesso in discussione questo assetto. I governi Monti, Letta, Renzi, Gentiloni, tutti di area moderata o “riformista”, hanno consolidato e perfezionato la macchina burocratica, introducendo nuove procedure di valutazione e accreditamento e facendo della “qualità” un meccanismo premiale che in realtà ha accentuato le disuguaglianze tra atenei e discipline. Neppure i due governi Conte hanno alterato la logica del sistema, né il primo, “populista”, né il secondo, con Gaetano Manfredi ministro, anzi, la subordinazione ai parametri ANVUR si è fatta ancora più pervasiva. E oggi, con il governo Meloni, quel controllo si compie nel modo più diretto e ideologico. L’attuale governo di estrema destra non fa che raccogliere i frutti di un processo che centrodestra e centrosinistra hanno pienamente legittimato, trasformando una macchina di valutazione in uno strumento politico. In questa prospettiva, l’ANVUR non appare come un incidente, ma come la chiave di volta di un progetto ventennale, ovvero quello di svuotare progressivamente l’università della sua autonomia, prima con il linguaggio della modernità, poi con quello della disciplina, infine con quello della fedeltà. Ogni governo ha contribuito a un tassello della stessa costruzione: la conversione del sapere in amministrazione e la riduzione della cultura a funzione del potere esecutivo. Non c’è stato bisogno di un’imposizione autoritaria dal momento che la neutralizzazione è avvenuta in nome del merito, dell’efficienza e della responsabilità, parole che, una volta interiorizzate, hanno reso superflua ogni resistenza.

Oggi, con la riforma affidata a Ernesto Galli della Loggia, si chiude il cerchio. Non più soltanto valutare, ma governare; non più misurare la produzione universitaria, ma indirizzarne i contenuti e sceglierne i dirigenti. Galli della Loggia, custode di una visione elitaria e autoritaria della cultura, interpreta il proprio ruolo come restaurazione dell’ordine, propugnando un’università disciplinata, depoliticizzata e funzionale all’ideologia del potere. Egli è divenuto il paradigma dell’intellettuale di regime, che scambia l’autorità del sapere con la subordinazione al comando e giustifica la perdita di libertà in nome dell’efficienza e del prestigio nazionale.

L’università non sarà più una comunità di ricerca autonoma, ma un’articolazione dell’esecutivo; i rettori, dipendenti dalla benevolenza ministeriale; i consigli di amministrazione, luoghi di fedeltà e non di competenza; i docenti, sempre più precarizzati e condizionati dalla logica dei finanziamenti “premiali”. In questa prospettiva, l’università smette di essere il luogo della libertà di pensare e diventa una struttura amministrata, dove l’unico sapere ammesso è quello conforme.

Il controllo governativo dell’università è dunque un attacco alla società nel suo insieme. Svuotare di autonomia le istituzioni del sapere significa indebolire la capacità critica del Paese, ridurre lo spazio del dissenso e formare generazioni di studenti addestrati all’obbedienza più che alla riflessione. Difendere l’università dal controllo governativo non è una rivendicazione corporativa, ma un atto di resistenza civile: significa difendere la libertà di pensiero, la pluralità delle idee e la possibilità, sempre più rara, di un sapere non asservito, ma indipendente.

Non è dunque corretto leggere la trasformazione dell’università italiana come una deviazione imprevista di un progetto nato in buona fede. La valutazione, così come fu concepita nella legge Moratti e realizzata attraverso l’ANVUR, non era un semplice strumento di miglioramento, ma il dispositivo originario di un nuovo regime del sapere, fondato sull’idea che la conoscenza debba rendere conto al potere. Già l’istituzione di un’agenzia “esterna”, incaricata di misurare la qualità della ricerca e di distribuire risorse in base a parametri quantitativi, implicava la sfiducia nella comunità scientifica e l’abbandono del principio cardine dell’università moderna: l’autonomia del giudizio tra pari. Dietro la retorica della trasparenza e della meritocrazia si nascondeva una visione profondamente autoritaria, quella di un sapere che deve essere controllato, verificato, normalizzato. L’ANVUR non è stata quindi un errore tecnico o una degenerazione burocratica, ma il primo atto di un disegno politico più ampio, volto a ridurre la libertà di ricerca a funzione dell’amministrazione pubblica e l’università a branca del potere esecutivo.

L’attuale progetto di riforma non fa che rendere esplicito ciò che era implicito, ossia il passaggio dalla sorveglianza tecnocratica alla direzione politica del pensiero. Si è partiti dal mito dell’oggettività numerica per giungere al commissariamento della cultura, dal linguaggio neutro della valutazione al linguaggio esplicito dell’obbedienza. È un percorso perfettamente lineare, il cui esito era scritto fin dall’inizio: la fine dell’università come luogo autonomo di conoscenza, e la sua riduzione a strumento di legittimazione del potere di governo.

Difendere oggi la libertà accademica significa riconoscere questa genealogia e rompere con l’illusione che la valutazione sia mai stata neutra. Solo restituendo alla ricerca il suo carattere intrinsecamente critico e al sapere la sua irresponsabilità verso il potere sarà possibile riaprire uno spazio di verità dentro un sistema che, da due decenni, tende a trasformare il pensiero in amministrazione e la conoscenza in obbedienza.

Vincenzo Franciosi

Vincenzo Franciosi è professore associato di Archeologia Classica. Ha scavato in vari siti dell’Italia meridionale quali Fratte (SA), Buccino (SA), Montescaglioso (MT), Pompei (NA). Ha pubblicato studi sulle importazioni ceramiche corinzie di età geometrica nell’isola d’Ischia e sulle loro imitazioni locali; sulla ceramica figurata attica del V sec. a.C.; sull’urbanistica pompeiana e sugli scavi dell’insula VII, 14 a Pompei; sul culto della Mefite in Valle d’Ansanto; sulla statuaria arcaica in marmo dall’Acropoli di Atene; sulla statuaria in bronzo dalla Villa dei Papiri ad Ercolano; sulla statuaria policletea. È stato insignito, per l’insieme degli studi e delle indagini condotti nel campo dell’Archeologia Classica, del Premio Anassilaos 2020-21 (XXXII-XXXIII) “Arte, Cultura, Economia, Scienze” – Premio Μνήμη per l’Archeologia, Reggio Calabria, 13 Novembre 2021.