Intervista a Matteo Paoloni per “Le impercettibili oscillazioni” (Hacca, 2025), di Gabriele Torchetti

E’ uscito il 28 novembre scorso l’ultimo romanzo di Matteo Paoloni – classe 1986, editor, ghostwriter, fondatore e direttore editoriale di Revolver Edizioni – e il nostro amato libraio, Gabriele Torchetti del Panda sulla Luna, sempre attento a segnalarci nuove chicche, ha voluto intervistare l’autore de “Le impercettibili oscillazioni” per gli amici del Randagio.

Un libro non si giudica dalla copertina, lo sappiamo. Ma guardando quella di Le impercettibili oscillazioni sembra di essere già dentro il libro. Quanto il lavoro grafico di Maurizio Ceccato è corrispondente alla trama e a quello che accade nel romanzo?

Quando ho visto per la prima volta la copertina di Maurizio Ceccato è successo qualcosa di bizzarro. Ho avuto la sensazione di aver capito davvero, finalmente, il libro che avevo scritto. L’immagine di una casa sospesa, isolata, da cui l’acqua scorre via come se stesse cedendo una diga, restituisce visivamente uno dei nuclei centrali del romanzo: l’idea di isola, di separazione. L’essere tagliati fuori dal resto del mondo pur restandoci fisicamente dentro. Il lavoro di Maurizio mi ha fatto scoprire che nel libro c’è lo stesso concetto di filtrazione, di sgocciolamento. Quel non riuscire a mantenere qualcosa al proprio posto provocando senza volerlo un effetto enorme come una cascata. La forza evocativa sta anche nel contrasto tra il titolo e l’immagine, credo. Le impercettibili oscillazioni rimanda a movimenti minimi, quasi invisibili, mentre la cascata è un elemento di potenza dirompente. A mio avviso è proprio in questa frizione che la copertina diventa efficace e riesce a raccontare quello che accade nel libro. Dietro moti interiori apparentemente lievi, si nascondono crepe enormi.

Nel tuo romanzo il protagonista saluta genitori, amici, nemici e Marta, la ragazza che ha amato, come se tracciasse mappa di addii prima di una partenza importante. Quanto ti interessava esplorare questa fase di separazione e come hai reso ciascun rapporto unico e significativo?

Il romanzo nasce dall’idea per cui, prima di ogni cambiamento radicale, ci sia una specie di inventario affettivo. Il protagonista senza nome di questa storia infatti non parte subito, anche se, dato che comunque stiamo parlando di una fuga, per lui sarebbe indubbiamente più facile. In fondo potrebbe sparire e basta, un po’ come ha fatto Massi, il personaggio misterioso che lo ha preceduto. Lui invece decide che prima dello squarcio definitivo deve attraversare una serie di incontri che sono, di fatto, degli addii in piena regola. Addii mai solenni, mai risolutivi, questo sì, e anzi spesso sbilenchi e interrotti, frustranti. Ma comunque necessari per andarsene in pace. Anche se poi non c’è nulla di davvero pacificato in questi saluti, perché i rapporti che raccontano non lo sono mai stati fino in fondo. Inoltre, se ci fai caso, gli incontri avvengono sempre a due, senza testimoni. Questo per me era l’aspetto più importante mentre scrivevo, perché così facendo si eliminava ogni possibilità di uno sguardo esterno che potesse contraddire ciò che il protagonista vedeva e sentiva. Per lui infatti è essenziale che la realtà passi attraverso la sua interpretazione, anche quando è instabile o irrimediabilmente compromessa. È questo che sta cercando, dopotutto: una versione del mondo che gli appartenga. 

Quali eventi o ricordi contribuiscono al senso di inquietudine e disagio interiore del protagonista, e queste oscillazioni emotive riflettono più una fuga dalla realtà o una spinta verso un riscatto personale?

L’inquietudine del protagonista nasce da una stratificazione di ricordi e di eventi (il proiettore che ha sempre dentro alla testa): l’amicizia con Massi, un ricovero coatto in un reparto psichiatrico, la solitudine della madre, l’allontanamento del padre, il rapporto disfunzionale con la sua ragazza, il senso di fallimento che accompagna l’età adulta quando le promesse della giovinezza non vengono mantenute. Le oscillazioni emotive non sono né una fuga dalla realtà, né un percorso lineare verso il riscatto. Per come la vedo io, sono piuttosto una condizione permanente. Il protagonista è sospeso tra il desiderio di sparire e quello di essere visto, tra la tentazione di mollare tutto e la necessità di restare. Vive in questo limbo, e questo limbo non è passeggero. In tal senso, il romanzo non offre una soluzione, ma una presa di coscienza.

Matteo, puoi parlarci del ruolo che hanno i suoi genitori in questa storia, la loro separazione ha distorto in qualche modo i ricordi dell’infanzia e la sua percezione di “casa”?

I genitori in questa storia (ma forse in tutte le storie) sono centrali perché rappresentano due modi diversi di abitare il passato. La loro separazione ha inevitabilmente deformato i ricordi dell’infanzia, rendendo la casa un luogo instabile, mai del tutto sicuro. La madre è associata a una dimensione più emotiva, fragile, spesso soffocante. Il padre a una presenza intermittente, più distante ma non per questo meno ingombrante (dopotutto, è lui ad averlo introdotto alla musica, che è forse l’elemento più significativo della sua vita). Il protagonista, nella sua confusione emotiva, non sa più dove collocare i ricordi, e spesso non capisce più se appartengano a un tempo felice o se siano stati riscritti dal dolore. È questa ambiguità, senza dubbio, uno dei cuori pulsanti del libro.

Apparentemente Marta è la figura meno conciliante nella tua narrazione, mette il protagonista con le spalle al muro. In che modo il suo ruolo influenza o determina le sue scelte?

Marta è la figura meno conciliante perché è l’unica che non concede al protagonista alibi. Non lo rassicura, non lo protegge, non lo assolve. In questo senso è una presenza scomoda, ma è anche il suo unico, vero contatto con la realtà. Per il resto lui è disancorato. Un’isola alla deriva. Il ruolo di Marta è quello di metterlo davanti alle conseguenze delle proprie scelte o delle proprie non-scelte. Per lei infatti la sua malattia mentale non è mai una scusa, uno scudo protettivo dietro il quale nascondersi. Mi sembrava un punto di vista interessante da esplorare. La normalizzazione estrema del disagio psichico, l’assenza assoluta di paternalismo medico, in un certo senso. E poi mi piaceva l’idea di questa ragazza estremamente fragile che davanti a lui diventa forte, quasi come una statua. Anche se poi è soltanto una statua di sabbia.

Questa è una domanda mia personale, legata ai miei gusti da lettore. Se non ci fosse stato Pier Vittorio Tondelli probabilmente non ci sarebbe stata la gioventù cannibale. Durante una notte di un ricovero del protagonista, Marta legge nella sala d’attesa di un ospedale “Fluo – storie di giovani a Riccione” di Isabella Santacroce. Come mai hai scelto proprio questo libro? Cosa ha significato per te inserirlo in quel frangente narrativo?

La scelta di Fluo non è casuale. Quel libro, e più in generale l’immaginario legato a Isabella Santacroce, rappresentano un’idea di giovinezza estrema, esposta, iperemotiva, che per me è stata importante come lettore. Inserirlo in una sala d’attesa di un ospedale, durante un momento di sospensione e fragilità, significava creare un corto circuito: un testo che parla di eccesso vitale letto in un luogo dove il corpo è vulnerabile, fermo, in attesa. È anche un omaggio a una stagione letteraria che ha segnato profondamente il mio modo di leggere e di pensare la scrittura. Insomma, mi andava di inserirlo, in qualche modo.

Hai pubblicato con Hacca Edizioni e sei direttore editoriale di Revolver, una realtà editoriale giovane e indipendente. Pur con approcci diversi, quali punti in comune vedi tra le due realtà in termini di focus editoriale. Come affrontare la sfida di far scoprire nuovi lettori a case editrici lontane dai circuiti del mainstream? 

Hacca e Revolver sono due realtà piuttosto diverse – per storia, struttura e ambizioni – ma che condividono un’attenzione (e un’ossessione) molto simile verso la scrittura e i testi. In entrambi i casi il focus non è sull’inseguimento del mercato, ma sulla costruzione di un catalogo coerente, riconoscibile, con un progetto di ricerca linguistica che nel tempo possa generare fiducia nei lettori. Per le case editrici indipendenti la sfida è tutta qui: prima di tutto farsi scoprire, dopodiché, e forse questa è la parte più difficile, sopravvivere senza snaturarsi. È un lavoro fatto di cura, di continuità, di passaparola, spesso di tentativi a vuoto. I nuovi lettori non si conquistano con un singolo titolo forte, ma mostrando una visione e un’idea di letteratura che, libro dopo libro, riesca a creare una comunità. È un lavoro lento e spesso invisibile (e sicuramente mal pagato), ma a mio avviso è anche l’unico che abbia davvero un senso.

Gabriele Torchetti

Gabriele Torchetti: gattaro per vocazione e libraio per caso. Appassionato di cinema, musica e teatro, divoratore seriale di libri e grande bevitore di Spritz. Vive a Terlizzi (BA) e gestisce insieme al suo compagno l’associazione culturale libreria indipendente ‘Un panda sulla luna‘.

Intervista a Barbara Baraldi per “Gli omicidi dei tarocchi” (Giunti, 2025), di Gabriele Torchetti

Oggi il Randagio incontra Barbara Baraldi che, con il suo ultimo lavoro, “Gli omicidi dei tarocchi” edito da Giunti, si conferma una delle regine indiscusse del thriller italiano. Ambientato in una Trieste magica e minacciosa, il romanzo segue la commissaria Emma Bellini alle prese con un misterioso serial killer che lascia sulle scene del crimine tarocchi creati a mano da Maia, sorella di Emma, artista ed esperta di esoterismo. La trama, che oscilla tra l’indagine razionale condotta da Emma e quella basata sull’occulto e sui tarocchi portata avanti da Maia, obbligherà le due sorelle, che non si frequentavano da anni, a confrontarsi con un passato doloroso pur di fermare l’assassino. Con una scrittura tagliente Baraldi, che peraltro è curatrice editoriale di Dylan Dog, ci regala un noir psicologico che fonde magistralmente suspense e introspezione, un thriller che ha “catturato” il nostro libraio di fiducia Gabriele Torchetti, che l’ha intervistata per noi.

Ciao Barbara, benvenuta al Randagio. Da appassionato di arcani e thriller, il tuo ultimo romanzo pubblicato da Giunti, Gli omicidi dei tarocchi, mi ha letteralmente catturato: non riuscivo a staccarmi dalle pagine. Ci racconti com’è nata questa storia e da dove ti è venuta l’ispirazione?

L’idea è sbocciata durante una conversazione con i miei editor Giunti, Nicoletta Verna e Antonio Franchini. Ci siamo incontrati al bar sotto la redazione milanese della casa editrice per una chiacchierata informale, durante la quale è uscita la mia passione per i tarocchi, che mi hanno sempre affascinato sia come strumento di conoscenza che dal punto di vista artistico. E poi… da un po’ di tempo c’era un libro seduto sulla mia libreria “esoterica”, che aspettava solo di essere letto. Un regalo di una cara amica: La via dei Tarocchi di Jodorowsky-Costa. Mi sono buttata a capofitto nella lettura e fin dalle prime pagine ha ribaltato la concezione che avevo dei Tarocchi: da strumento di divinazione a mezzo per conoscere se stessi, in una sorta di auto-analisi.

Emma e Maia Bellini sono protagoniste assolute, due sorelle agli antipodi: Emma è un’investigatrice lucida e metodica, Maia un’artista fragile ed emotiva. Qual è il loro rapporto? Come hai costruito il dualismo tra questi due personaggi così apparentemente distanti fra loro?

Sono da sempre interessata al tema della dualità, del doppio, sia in arte sia in letteratura. Le due protagoniste si sono affacciate alla mia mente fin da subito e ho lavorato alle loro caratteristiche per contrapposizione. Maia ha un temperamento artistico, è intuitiva, bravissima a prendersi cura degli altri, ma mette se stessa sempre in fondo alla lista delle priorità. Emma è una commissaria dal pensiero pragmatico, apparentemente tutta d’un pezzo, ma tende a reprimere le proprie emozioni, e questo si rivela una debolezza nel modo che ha di rapportarsi con gli altri. Da qui ho sviluppato la trama investigativa seguendo due metodi differenti, proprio a seconda della personalità della protagonista che si trova a indagare: l’una attraverso il metodo deduttivo tipico del mystery all’inglese e l’altra attraverso il metodo intuitivo, legato ai tarocchi e all’inconscio. Non è un caso se Narciso e Boccadoro – incentrato sul tema del dualismo dell’animo umano – è uno dei romanzi che più ho riletto durante l’adolescenza.

Nel romanzo i tarocchi non sono semplicemente uno strumento divinatorio, diventano una chiave per esplorare l’inconscio, per leggere il presente piuttosto che il futuro. Come sei arrivata a questa idea e in che modo hai integrato questo approccio nel percorso dei tuoi personaggi?

È un’interpretazione che segue il metodo Jodorowsky, che associa gli arcani agli archetipi junghiani. I riferimenti del romanzo sono dunque più legati alla psicanalisi che alla divinazione. Del resto, sono convinta che viviamo in un costante presente e il futuro lo costruiamo un passo alla volta tramite le nostre scelte. Come dice uno dei personaggi, “tutto ciò che è dentro i tarocchi è già dentro di te”. È una frase in cui mi ritrovo, anche perché per natura tendo a far caso ai simboli che mi circondano, e quando capita una coincidenza il mio pensiero va subito a Jung e alla sincronicità. A guidarmi, talvolta, sono state proprio le letture che ho fatto ai personaggi, adoperando i tarocchi di Marsiglia.

Trieste ha un’atmosfera particolare, a cavallo tra culture diverse. Perché hai scelto proprio questa città come ambientazione?

Svevo la chiamava la “città del vento”. Per Umberto Saba: “Trieste ha una scontrosa grazia. Se piace, è come un ragazzaccio aspro e vorace, con gli occhi azzurri e mani troppo grandi per regalare un fiore”. È una città letteraria, misteriosa, che mi ha affascinato sin dalla prima volta che l’ho visitata.

Sei la curatrice editoriale di Dylan Dog, personaggio iconico del fumetto e della cultura pop italiana (creatura di Tiziano Sclavi). Senti una responsabilità nel portare avanti un progetto così importante? E come immagini il suo futuro?

Credo che se mi fermassi troppo a pensare alla responsabilità di portare avanti un personaggio iconico come Dylan Dog, che del fumetto ha fatto la storia, mi tremerebbero i polsi. Per fortuna sono una persona pragmatica, quindi tendo a concentrarmi sul lavoro, a testa bassa, cercando di fare ogni giorno del mio meglio. Il focus è di proporre ogni mese storie imprevedibili, scritte con la voglia di entusiasmarsi (e di entusiasmare i lettori), all’insegna della varietà, sperimentando sia a livello di narrazione che di resa grafica, abbracciando tutte le sfumature dell’orrore, che rimane a oggi il genere che più di ogni altro ci permette di relazionarci con il nostro inconscio e con le nostre paure più profonde. Il futuro prossimo su Dylan lo stiamo letteralmente scrivendo (e disegnando): si avvicinano le celebrazioni del quarantennale. Quello che posso dirvi è “aspettatevi l’inaspettato”.

Gabriele Torchetti

Gabriele Torchetti: gattaro per vocazione e libraio per caso. Appassionato di cinema, musica e teatro, divoratore seriale di libri e grande bevitore di Spritz. Vive a Terlizzi (BA) e gestisce insieme al suo compagno l’associazione culturale libreria indipendente ‘Un panda sulla luna‘.

Intervista a Alessandra Minervini per “Stellario” (Revolver Edizioni, 2025), di Gabriele Torchetti

Oggi abbiamo il piacere di conoscere un po’ più da vicino Alessandra Minervini, che da pochi giorni è in libreria con il suo ultimo lavoro “Stellario“, pubblicato da “Revolver”, interessante e coraggiosa realtà editoriale del gruppo “Tabula Fati”. “Stellario” è una raccolta di diciassette racconti dove, come lei stessa dice, “l’aspetto più in comune tra tutti è la manifestazione dell’impossibile nel quotidiano”. Alessandra Minervini, editor e critica letteraria per Repubblica Bari, tiene corsi di scrittura e ha alle spalle un’ampia attività, che va dal romanzo “Overlove” del 2016 ai manuali “Scrivere Storie Fantastiche” (2023) e “Una storia tutta per sé” (2021), nonché ad una guida su Bari del 2020 e ad un volume “A Bari con Lolita Lobosco” (2024) della fortunata collana “Passaggi di dogana” proposta da Giulio Perrone. L’intervista da cui emerge il ricco bagaglio culturale e creativo di Alessandra Minervini è di Gabriele Torchetti.

 Sotto tutto questo sporco il pavimento è davvero pulitissimo”, Stellario inizia con questa citazione di Lydia Davis, come mai questa scelta così specifica? 

Questa citazione è “palindroma” rispetto al carattere dei personaggi. È una frase che tutti loro potrebbero pronunciare nei racconti e sembrare tutti credibili. Ma non solo. È una citazione “palindroma” nel senso che tutti i personaggi possono rappresentare lo sporco sotto cui il pavimento è pulito. Ovvero, i personaggi di Stellario non sono positivi o negativi in maniera unilaterale, sono contradditori, sono fragili e sono una cosa e il suo contrario. Sono punti di vista sulle relazioni umane e in quanto tali passano dalla sporcizia alla pulizia senza accorgersene. Poi, senza dubbio, il motivo per cui amo questa citazione è perché amo senza ritegno Lydia Davis, maestra americana contemporanea delle storie brevi sull’umanità. Inarrivabile. Il mio è un omaggio esplicito al suo talento.

In Stellario l’oggetto sacro a forma di stella diventa una potente metafora dell’incontro – e talvolta dello scontro – tra umano, divino, disumano e impossibile. Quello che colpisce è come la tensione emotiva accomuni esistenze così diverse, qual è il filo invisibile che collega i protagonisti tra loro?

Il filo invisibile è appunto invisibile. Le situazioni dei racconti sono sempre molto diverse. Forse l’aspetto più in comune tra tutti è la manifestazione dell’impossibile nel quotidiano. Penso a Il venerdì sono sempre innamorata oppure Superlife. Racconti sull’infanzia “impossibile” eppure più diffusa di ciò che sembra. Tutti i racconti sono immersi nella realtà ma chi li abita è un ospite inatteso e surreale della stessa. La realtà è reale intorno a loro ma i loro sono fuori dal comune. A me interessa tutto ciò che è fuori dal comune. Questa natura anticonvenzionale dei personaggi di Stellario, tragica e divertentissima, unisce i fili delle loro vite.

“Il blues cambia forma nella bocca di chi ascolta il blues. Nella mia sa di mandorla” è il bellissimo incipit del racconto Femminile Futuro. Ma il blues è anche una musica che racchiude denuncia e dolore, qual è il ritmo che hai voluto dare a questa storia? 

Il non detto. Questo racconto in particolare, ma non solo anche Dillo a tua sorella oppure Dall’altra parte del mare, sono racconti la cui prima apparenza è l’incompiutezza. Non incompletezza, però. Le storie brevi sono incompiute ma non incomplete. Chi dice tutto in una storia breve rompe il patto con il lettore. Nessuno che io sappia porta a compimento le storie brevi che scrive. Chi lo fa? Carver non lo fa, Salinger non lo fa, Paley non lo fa. Lydia Davis non lo fa. La scrittura breve è la manifestazione, attraverso il simbolico, del non detto. In Femminile Futuro racconto il dolore di due ragazze che si trovano in maniera grottesca a combattere contro la violenza in città a scapito: un dolore del genere che “compiutezza” può avere? Io credo che l’immagine di una percezione sensoriale sia l’unica cosa che possa mostrare l’orrore delle violenze che le due hanno subito. Vivono in un continuo contrasto con il ritmo naturale della vita quotidiana, dove tutto perfino i sapori più semplici sono alterati per sempre.

Il protagonista del racconto La puzza di lavoro vorrebbe che la sua esistenza somigliasse al film Lost in translation di Sofia Coppola, puoi dirci qualcosa in più?

Quando ho pensato ai personaggi e alla storia di questo racconto, che in una prima versione si intitolava RogerMoore, l’emozione che provavo nel processo creativo, che mi ha obbligato a metterla a confronto diretto con i personaggi, è l’introversione. Volevo scrivere una storia dove due personaggi si amano dentro un’introversione patologica, determinata a volte da congiunture drammatiche altre da una vita troppo facile. Lost in translation è uno dei film più belli di Sofia Coppola, nel cui cinema l’introversione è spesso un tema preminente manifestato dall’opposto: un eccesso di istrionismo che svela un profondo disagio percettivo. I due protagonisti del film e del mio racconto sono in modi diversi lost in translation, si amano senza una reale affinità, almeno non percepibile a livello superficiale. C’è una lingua segreta che li unisce come siamesi destinati a restare uniti anche nella distanza siderale della paura di non riuscire a capirsi mai davvero.

Nel libro ci sono scene di sesso esplicito, è difficile per un’autrice scrivere liberamente di sessualità? Hai avuto reticenze o dubbi durante il processo creativo?

Mi ricordo che quando frequentavo la Scuola Holden mi dissero che ero molto brava a scriverne e quindi smisi praticamente all’istante di farlo. Probabilmente perché mi vergognavo. Poi è accaduto altre volte, ma non ho mai fatto leggere nulla. Poi è arrivato Stellario. Credo sia il punto più alto della percezione sessuale del corpo e del godimento, che ho raggiunto scrivendo. Me ne sono resa conto soltanto a processo creativo finito. E invece di cancellare, per certi versi senza volerlo, ho proseguito cavalcando il desiderio dei personaggi. Cosa è cambiato? Non lo so. Adesso viene facile citarla, ma io come lettrice devo molto a Modesta de L’arte della gioia di Goliarda Sapienza. Cosa sarebbe quel romanzo senza il piacere dei corpi narrati? Fu proprio leggendo lei, 20 anni fa, sempre alla Holden, che non mollai tutto quando mi dissero che scrivevo in maniera troppo esplicita di corpi. Fu grazie a lei che pensai: esistono altre strade per raccontare l’universo femminile e io voglio percorrerle. Tantissimi anni dopo ho divorato i libri di Winterson, Yuknavitch e ho sempre avuto a portata di mano i romanzi di Rossana Campo che, senza che io potessi mai immaginarlo, oggi la considero la dea ex machina dei racconti di Stellario (compresi i più espliciti). Del resto il corpo scrive le storie più di quanto crediamo. Specie se scriviamo di sentimenti. E io scrivo e voglio scrivere d’amore, compresa la sua assenza.

Il Randagio è una rivista letteraria, rimaniamo in tema: Stellario contiene dei racconti nati in forma embrionale per altre riviste (Effe Rivista, Cadillac, Crack Rivista, Risme, Progetto Apri). In Italia la lettura è in calo, come pensi possano evolvere le riviste letterarie? Hanno ancora un impatto significativo sulla scena culturale e sui potenziali lettori?

Se dovessi atteggiarmi a scrittrice matura, cosa che ovviamente non mi sento e mai mi sentirò, ti risponderei come una scrittrice matura. E cioè che io provengo dalle riviste letterarie, per cui sarei stupida a dire che non sono importanti per chi legge. E in parte è così. Se non avessero selezionato un racconto dal titolo “Dove chi entra urla” per la storica rivista Colla, non avrei più mandato niente per chissà quanti anni. Perciò le riviste letterarie sono importanti nel momento in cui, senza alcun interesse personale, danno spazio a chi ha qualcosa da dire con una voce se non unica, certamente personale. Guai se le riviste letterarie diventassero come la maggior parte delle case editrici italiane, attente solo al livellamento delle storie pubblicate. È importante quindi il lavoro, nella maggior parte dei casi volontario, che fanno queste redazioni. La possibilità di far incontrare ai lettori storie che altrove fanno fatica a essere pubblicate. Quelle da cui provengo, e non solo, hanno il merito di concedere a chi legge e a chi scrive prospettive diverse, punti di vista mai per forza univoci. Le riviste letterarie di impatto sono quelle che fanno parte di una riserva indiana dove ancora contano il talento e la passione.

Lavorare da editor richiede competenze specifiche e un occhio critico nei confronti dei testi. Hai mai difficoltà nel trovare un equilibrio tra visione critica e libertà creativa?

 La mia difficoltà viene dalla mia vita di lettrice. Leggo tanto e bene, inutile fingere che non sia così. E spesso il confronto con quel bene è parecchio autosabotante. Invece, il lavoro di editor ha più a che fare con l’essere che con il divenire. Molto più che scrivere, probabilmente. Ho visto autori e autrici fiorire e diventare scrittori e scrittrici. Difficilmente succede il contrario per chi fa l’editor. L’editor è. Editor si nasce. Questo vuol dire che esistono delle competenze primigenie (fiducia, attenzione e cura del prossimo) che facilitano senz’altro la ricerca di un equilibrio. Sono abilità connaturate. Posso stare senza scrivere, anzi senza pubblicare, ma non senza curare le storie altrui. È come avere un arto in più che ha bisogno di attivarsi sempre. Attivarlo, poi, su me stessa è solo il vantaggio finale. È vero che io sono molto critica con me stessa, ma è anche vero che soltanto così quando consegno un testo a qualcuno perché lo pubblichi so che è l’unica versione possibile dello stesso. Per cui è estenuante, ma dopo tanti anni è un privilegio naturale a cui sono grata.

Gabriele Torchetti

Gabriele Torchetti: gattaro per vocazione e libraio per caso. Appassionato di cinema, musica e teatro, divoratore seriale di libri e grande bevitore di Spritz. Vive a Terlizzi (BA) e gestisce insieme al suo compagno l’associazione culturale libreria indipendente ‘Un panda sulla luna‘.

Intervista a Eva Milella per “La versione di Mati” (Fandango Libri, 2025), di Gabriele Torchetti

 “La versione di Mati” è una commedia brillante e acuta che racconta la storia di una famiglia sui generis attraverso gli occhi di Mati, una bambina undicenne cresciuta da una madre psicoterapeuta anticonformista e una nonna che “si fa chiamare Totti e va ai party in tacco 12”. Eva Milella, barese, autrice televisiva, podcaster, stand up comedian, riprende e approfondisce nel romanzo alcune delle tematiche (dinamiche familiari, maternità, rapporti tra generazioni) già trattate nel format YouTube “MALAMAMMA” e nella community “Stappamamma”. L’ha intervistata per gli amici del Randagio il nostro Gabriele Torchetti.

Ciao Eva e benvenuta alla rivista letteraria Il Randagio! Sei diventata celebre sul web con il format YouTube “MALAMAMMA”, con i tuoi video ironici e dissacranti hai spiegato come si sopravvive ai figli. Sono passati un po’ di anni da quell’esperienza e dalla scrittura “teatrale” sei approdata alla narrativa. Com’è avvenuto questo passaggio?

Direi che è stato un passaggio quasi fisiologico. Dopo anni passati a scrivere per la scena, la televisione e storytelling per varie realtà e soprattutto non trascurando mai la predisposizione a pensare con la testa dell’attrice (tempi, battute, pause), ho sentito il bisogno di rallentare e ascoltare meglio le storie che volevo raccontare. La narrativa mi ha permesso di scavare di più, di mollare la necessità della battuta a effetto per concentrarmi su cosa muove davvero i miei personaggi. E poi diciamolo: i figli crescono, dormono (ogni tanto), e a quel punto puoi anche scrivere un romanzo.

La versione di Mati (Fandango libri) è il tuo ultimo libro. Una commedia esilarante e tutta al femminile. Chi sono le protagoniste di questa storia e quanto c’è di biografico nel tratteggio dei personaggi?

Mati è una ragazzina di 11 anni che ha una madre un po’ troppo perfettina e una nonna che si fa chiamare Totti e va ai party in tacco 12. È una commedia, sì, ma con dentro anche tutte le mie domande (e anche qualche risposta parziale) sulla maternità, sull’educazione, sui ruoli che ci costruiamo addosso. C’è del biografico? C’è sempre. Non racconto la mia vita, ma ci metto dentro le mie ossessioni, le mie risate, i miei inciampi. E un po’ di burraco.

Mati a soli 11 anni vive come una piccola guru: pensa sempre prima di parlare, mangia verdure crude, è esperta di yoga, mansplaining, femminismo e tanto altro ancora. Tutti sani insegnamenti ricevuti da sua madre, con un però di fondo: è stata una mia sensazione o l’estate “sbagliata” e meno educativa in qualche modo le restituisce la spensieratezza della sua età?

Assolutamente sì. Mati è cresciuta con un manuale di istruzioni: mangia sano, respira, analizza tutto. Ma è proprio quando finisce in un’estate “scorretta”, dove nessuno la controlla, che comincia davvero a capire chi è. A volte è proprio il caos che ci riporta a noi stessi. E anche i gelati. E le bugie.

Veniamo proprio ad Alba, personaggio che sembra uscito da un film di Woody Allen. Puoi dirci qualcosa in più su questa donna apparentemente rigida e schematica?

Alba è una madre modello, ma anche una donna piena di ansie sotto controllo. È precisa, è performante, è terapeuticamente irreprensibile. Ma dietro la sua compostezza c’è il terrore di sbagliare, di non essere all’altezza. Alba è la madre che vorrebbe sempre fare bene – e questo la rende sia tenera che un po’ esasperante. Come tutte noi, forse.

Non poteva mancare una domanda su Totti, la nonna Antonia che non vuole essere chiamata nonna. Bionda, elegante e leziosa, campionessa di tacchi, passa il suo tempo tra apericena e feste di gala e il Circolo (covo di serpenti). Un personaggio decisamente sopra le righe ma che ha sicuramente delle sorprese in serbo per chi legge

Totti è il mio omaggio a tutte quelle donne che si rifiutano di diventare invisibili. Bionda, elegante, giudicante e un po’ sopra le righe, vive il suo ruolo di “nonna” come una minaccia al suo ego. Ma sotto la superficie c’è una donna ferita, generosa, e molto più in contatto con la realtà di quanto voglia ammettere. È quella che ti sorprende sempre quando pensi di averla incasellata.

Da giocatore accanito ho riso tantissimo su tutte le situazioni rocambolesche che si intersecano con il gioco del burraco.

Fondamentale! È il campo di battaglia delle relazioni. Le partite sono il momento in cui si dicono verità che altrove non uscirebbero. E poi è anche un modo per ridere delle piccole vendette, delle alleanze strane, degli scivoloni comici che succedono quando le carte girano nel modo sbagliato. O giusto.

Ho assistito al SalTo a un incontro appassionato che hai tenuto anche con studentesse e studenti che hanno più o meno l’età di Mati, quanto è difficile avere una scrittura che abbracci generazioni così diverse?

È una sfida bellissima. Mati parla anche a chi ha 11 anni perché non è mai trattata con condiscendenza. Ma parla anche alle madri, alle nonne, a chi è passato per la preadolescenza e se ne porta ancora addosso le cicatrici e le risate. Io credo che se sei sincera e scrivi con empatia, le storie trovano la strada. Anche tra generazioni che sembrano non avere niente in comune – a parte, magari, un’estate sbagliata.

Gabriele Torchetti

Gabriele Torchetti: gattaro per vocazione e libraio per caso. Appassionato di cinema, musica e teatro, divoratore seriale di libri e grande bevitore di Spritz. Vive a Terlizzi (BA) e gestisce insieme al suo compagno l’associazione culturale libreria indipendente ‘Un panda sulla luna‘.

Intervista a Marina Pierri per “Gotico salentino” (Einaudi, 2025), di Gabriele Torchetti

“Gotico salentino” è un romanzo che unisce la tradizione del gotico con l’attualità di tematiche come il transfemminismo, l’intersezionalità e il queer, raccontando la storia di Filomena, una “medium di provincia” che eredita una casa infestata nel Salento.
Marina Pierri, laureata in semiotica, studiosa di narratologia e cofondatrice del Festival delle Serie Tv, utilizza in questo suo primo romanzo una struttura epistolare e una scrittura che mescola l’italiano al dialetto di un Salento, aspro e cupo, dove gli spettri sono parte della vita quotidiana. Nell’intervista del nostro Gabriele Torchetti, la Pierri parla anche d’altro, dei suoi lavori precedenti, della Lila della Ferrante, della Serao e della Ortese, di Poe e delle sue autrici preferite del genere gotico e horror: Mary Shelley e Shirley Jackson. Su tutto questo la Puglia e la memoria di palazzi e campi assolati del Salento.

Ciao Marina e benvenuta a il Randagio, prima di tuffarci nel gotico salentino facciamo un passo indietro e torniamo a Lila (Giulio Perrone Editore), hai scritto “questo libro è il mio esorcismo”. Perché hai scelto di scrivere un saggio su una delle due protagoniste della tetralogia de L’amica geniale di Elena Ferrante? Il sottotitolo del libro è Attraverso lo specchio, qual è il riflesso finale che hai voluto lasciare ai tuoi lettori?

Potrà sembrare paradossale considerato il genere e la fama de L’amica geniale, ma io credo sia stata proprio Lila a condurmi per mano verso il mio primo romanzo. Lila è gotica: è lo spettro – erede del decadente e del misterioso di Matilde Serao, nonché del fantastico di Anna Maria Ortese – che si aggira su Napoli all’inizio e alla fine della tetralogia che, assecondando il movimento tipico della epopee, disegna e segue una spirale. Come la dea Ecate, dopo la sparizione di Tina Lila riceve doni oscuri dalla comunità del paese, al limite del sacrificio, e come fosse una medium ascolta le fondamenta della città, il passato impenetrabile e inconoscibile che tuttavia è in grado di interrogare tramite l’inquietudine che fa parte del suo corredo archetipico di personaggio. Del resto, ho maturato l’idea che vi sia un significato metanarrativo negli episodi di smarginatura di Lila: nel mio breve saggio la descrivo come glitch, come improvvisa percezione di precarietà del sistema-Rione che è in sé un teatro, una scenografia. Ho voluto scrivere di tutto questo perché sono laureata in semiotica, e pochi romanzi mi sono apparsi semioticamente più densi de L’amica geniale

Sei studiosa di narratologia, cofondatrice di FeST – Il Festival delle Serie TV che ora «rinasce» nel Milano Film Fest, insomma sei una vera e proprio esperta del linguaggio seriale e della sua continua evoluzione, a questo proposito mi vengono in mente le tue pubblicazioni per TlonEROINE – come le protagoniste delle serie TV possono aiutarci a fiorire, è un titolo eloquente che non richiede molte spiegazioni, la domanda è: come si sono evoluti i personaggi femminili seriali negli anni? E hanno contribuito in qualche modo alla causa femminista?

Certo, hanno contribuito enormemente, ma non c’è unidirezionalità: i movimenti femministi hanno informato e informano la scrittura di molte serie ed eroine, così come i movimenti femministi sono informati dalle serie e dalle loro eroine. Le storie per qualsiasi mezzo (romanzi, serie, film, videogiochi) non fanno altro che mostrare la strada verso la trasformazione e il cambiamento, ed è per questo che non solo le amiamo, ma ne abbiamo bisogno. La trasformazione è un lavoro sporco, non sempre ci accorgiamo di quanto leggere, guardare o giocare ci dia una mano a mettere in atto delle strategie utili a diventare chi desideriamo essere. In questo momento specifico, tuttavia, credo che il cinema e i videogiochi abbiano potenzialmente una marcia in più rispetto alle serie, che vivono un momento complicato dettato da una costellazione di fattori, primo tra tutti il test dei modelli di business dei vari broadcaster (mi riferisco a Netflix, Prime Video, AppleTv+, eccetera). Eroine, del resto, è un saggio di cinque anni fa, e credo oggi sarebbe possibile scriverlo, ma il vento di freschezza che lo ha ispirato ha cessato di spirare, ahinoi. Per il momento. Sì, credo sia una fase. Passerà. 

Gotico salentino (Giulio Einaudi Editore) segna un passo avanti nel tuo percorso di scrittrice. Com’è arrivata questa storia, quanto c’è di te in Filomena Quarta protagonista del romanzo e perché hai scelto di ambientare questa avventura in Puglia, nel Salento?

Una parte della mia famiglia è salentina; come racconto spesso, il mio trisavolo Giovanni Pasca è stato il primo concessionario delle terme di Santa Cesarea e ha fatto erigere uno straordinario palazzo eclettico nel quale non ho mai avuto il privilegio di entrare, perché è stato venduto all’asta dal mio bisnonno. Credo ci siano poche circostanze più inerentemente gotiche dell’aver perduto un gigantesco maniero ben prima che nascessi, lì dove la memoria degli antenati appare sigillata, o quasi sigillata. Peraltro, sono cresciuta in Salento e continuo a crescere in Salento. Forse per questo Gotico salentino è anche un romanzo generazionale, che spera di rappresentare i turbamenti di chi ha quarant’anni al di fuori delle retoriche un po’ usuali circa la «risoluzione» della propria vita. Le campagne assolate del Salento sono mutanti: nella notte si tramutano in un coacervo di rumori e ombre di complesso discernimento, ma soprattutto di indubbio fascino.

Come in tutti i gotici che si rispettano le ambientazioni sono molto importanti: un paesino nei pressi di  una palude, una vecchia casa decadente, una piccola comunità rurale sospesa tra presente e antiche credenze folkloristiche e superstizioni. Hai “studiato” o sono luoghi che in qualche modo ti appartengono?

Sono, da sempre, molto appassionata di genere. Il gotico è stato il mio ingresso nel genere quando ero davvero una bambina, proprio nella casa dei miei nonni dove ho letto per la prima volta La caduta della casa degli Usher di Edgar Allan Poe. Adoro anche la fantascienza, il fantasy, il giallo, il romance. Mi interessa la codifica del genere, di tutti i generi che sono costituiti da qualcosa di simile a mattoncini di Lego da combinare e ricombinare a proprio piacimento, sovvertendo i cosiddetti «luoghi comuni» propri di certe narrazioni, oppure rispettandoli. In Gotico salentino appaiono di proposito una pletora di elementi tipicamente gotici, alcuni dei quali da te menzionati. Aggiungerei un’enfasi su chi lavora alla e nella casa infestata, il gargantuesco tema della memoria famigliare degli avi, ovviamente gli spettri. Dopo Gotico, sempre per Einaudi, ho scritto una sorta di manuale di istruzioni del romanzo, che si intitola proprio Spettri. È un Quanto, dunque una pubblicazione unicamente digitale, ma lì ho provato a passare in rassegna i tipici tratti del gotico, specialmente di quello ottocentesco cui la mia storia si ispira più di tutto. 

A proposito di gotico e horror, Filo è una “medium di provincia” evoca fantasmi a sua insaputa: alcune presenze sono inquietanti altre invece decisamente confortanti. Vuoi dirci un po’ chi sono le co-protagoniste (vive e morte) di questa storia?

In Gotico ho evocato (in modo audace, suppongo!) le regine del genere, Mary Shelley e Shirley Jackson. Sono tra le mie scrittrici preferite, e ho condotto un lungo lavoro di documentazione biografica cercando di restituire loro una presenza attuale, sebbene nel romanzo appaiano nella forma di fantasmi (o fantasime, per meglio dire). Shelley e Jackson condividono, faccenda curiosa, alcune circostanze biografiche come la presenza di mariti difficili, ingombranti, spesso tirannici eppure amati, difficili da lasciare andare. E un atteggiamento verso la maternità che si è concretizzato in maniera diversa per l’una e per l’altra. Tra le co-protagoniste vive c’è Alba, la migliore amica di Filomena, su cui torna tra poco. 

I fantasmi del tuo romanzo non sono soltanto presenze dall’aldilà ma anche segreti e verità che portiamo dentro.

È sempre vero, nel gotico, o quasi sempre vero. In Spettri ho delineato la mia teoria della casa infestata come archivio, mutuando a mia volta una celebre teoria del filosofo Jacques Derrida – il cosiddetto mal d’archivio. In brevissimo, secondo Derrida ogni archivio è abitato da una pulsione di morte che si traduce in una resistenza all’ordine generato attraverso un criterio e interpretabile secondo una legenda. Per consultarlo, si chiede all’archivista. Ma nella casa infestata l’archivista esiste senza esistere, è lo spettro; nella casa infestata la memoria è ribelle e ambivalente, desidera e non desidera essere conosciuta e interpretata. Per questo la casa spaventa, si fa sentire, si rifiuta di scomparire così come chi non dovrebbe abitarla più da un pezzo, eppure la abita. La casa infestata è narcisista. Naturalmente, lo stesso Gotico salentino è fondato sul mal d’archivio. 

Il tuo è anche un romanzo epistolare, ogni capitolo si apre con una lettera destinata a una Dottoressa…

Sì, nella tradizione del gotico classico e del romanzo d’appendice. È una maniera per restituire l’immediatezza quasi diaristica dell’esperienza di Filomena nella Dimora Quarta, ma c’è anche un’altra ragione. Gotico richiede una notevole sospensione dell’incredulità, come tipico del genere, ma è radicato nell’archivio stesso, nella necessità di mettere ordine razionale nella propria vita; nel proprio passato, presente, e futuro. In questo senso, Filomena poteva essere una classica narratrice inaffidabile – ma non lo è. E non lo è perché è seguita, sebbene a distanza. Nelle prime bozze del romanzo la psicologa rispondeva, più tardi abbiamo optato per l’attuale silenzio oracolare (come lo descrive Filomena stessa) che lasciava maggiore spazio all’immaginazione. Ci sono anche altre ragioni per la presenza di una psicologa in Gotico, ma non voglio guastare l’eventuale piacere di leggere i ringraziamenti 

Veniamo a questioni che ci stanno a cuore, femminismo intersezionale e queer, sono presenti questi temi nella tua narrazione?

Parto dall’idea che non esista gesto non politico, e dunque non possa esistere un’arte non politica o separabile dall’artista. Gotico è un romanzo transfemminista e intersezionale perché il mio orientamento è transfemminista e intersezionale. Il gotico è un genere molto elitario: racconta di persone ricche e sospettose, vittime di invidia e rabbia sociale, in molti casi. Intersezionalmente, un lavoro sul privilegio nel gotico era inevitabile ed è un aspetto su cui mi sono concentrata molto, tra gli altri; l’ho fatto anche grazie all’aiuto della sensitivity reader Biancamaria Furci. C’è poi l’orientamento di genere: Filomena è bisessuale, il Santo è un uomo apertamente gay, Alba è una persona lesbica non binaria, Antonio contraddice i diktat del macho mediterraneo. Mary Shelley era probabilmente bisessuale e da qui origina il giro di vite fondamentale della trama del romanzo. Shirley Jackson aveva un rapporto oscuro e complicato con l’omosessualità, che tuttavia credo informi profondamente la sua scrittura. Insomma, sì, assolutamente sì: non sarei capace di scrivere nulla che non sia transfemminista, intersezionale e queer perché tutto quello che ho fatto e faccio si fonda sui medesimi pilastri. 

Gabriele Torchetti

Gabriele Torchetti: gattaro per vocazione e libraio per caso. Appassionato di cinema, musica e teatro, divoratore seriale di libri e grande bevitore di Spritz. Vive a Terlizzi (BA) e gestisce insieme al suo compagno l’associazione culturale libreria indipendente ‘Un panda sulla luna‘.