Silent Reading: breve storia di lettori r-esistenti, di Luciana Amato

I partecipanti ancora non sono arrivati. Le sedie, a seconda del luogo che ospiterà il Silent Reading sono disposte in cerchio, o in file ordinate, oppure restano al loro posto, intorno ai tavoli ancora caldi di chiacchiere e tazzine di caffè. I clienti abituali del locale entrano e si fermano un poco disorientati. Le locandine all’ingresso non le legge quasi più nessuno: oggi sono le notifiche a fare da bussola alla vita sociale. Eppure uno o due allungano il collo, incuriositi da un armeggiare inaspettato: segnalibri che si fanno segnaposti, lavagna a fogli mobili in bella vista, post-it colorati, penne, pile di libri, la musica più bassa del solito.

Un primo iscritto alla serata si affaccia timido sulla soglia. Non sa bene chi salutare, si limita a un cenno di cortesia. È la sua prima volta a un silent reading. Arriva preparato e infatti porta con sé l’unico oggetto necessario: un libro. Lo tiene in mano come fosse un lasciapassare.

Il lettore solitario per una sera ha deciso di unirsi a dei perfetti sconosciuti e “compiere atti di lettura in luogo pubblico”, come recitava la pubblicità su instagram dell’organizzatore. Cosa ci guadagnerà ancora non gli è chiaro, ma il nostro lettore solitario è animato da un certo grado di curiosità e per ora gli basta. Si siede e aspetta guardandosi intorno, si rituffa tra le pagine del suo libro. Piano piano arrivano gli altri iscritti e la stanza si riempie di voci, qualcuno scrive il titolo del libro che leggerà su alcuni post-it messi a disposizione, qualcuno si riconosce, un saluto, un «Anche tu qui?», sguardi complici di chi ha rubato un attimo per sé.

Alle 18.00 in punto si comincia. Gli orologi si sincronizzano: i corpi si sistemano sulle sedie, i telefoni vengono lasciati nelle borse, le dita scorrono sulle pagine. Da quel momento si legge in silenzio per un’ora. L’unica regola è questa, ma basta a generare un clima insolito: nessuno controlla le notifiche, nessuno scrolla lo schermo, nessuno usa la pausa per lavorare di nascosto. Che lo facciano per pudore o per atto di resistenza poco importa, tutti si concentrano solo sulle parole. Per sessanta minuti la stanza diventa una capsula del tempo intrisa di concentrazione condivisa.

A dominare è il rumore lieve della carta sfogliata. Ogni tanto un sospiro, un cambio di posizione, un’occhiata rapida al resto del gruppo: una collettività temporanea che non ha bisogno di parlare per sentirsi tale. Chi passa accanto alla sala rallenta il passo, colpito dalla calma inusuale di un gruppo che, pur riunito, non interagisce secondo nessun modello abituale.

Quando l’ora si conclude, i libri si chiudono lentamente. Lo scioglimento della quiete non è immediato: qualche secondo di sospensione, forse timidezza, poi i primi commenti — «Com’è andata?», «Lo avevo cominciato stamattina», «Mi serviva proprio», — e così per altri sessanta minuti che scorrono rapidamente fino all’orario pattuito. Infine la dispersione naturale verso l’uscita. Gruppetti  si intrattengono per una chiacchiera, altri corrono ad acchiappare un autobus. La promessa di ritrovarsi in quel momento condiviso che nella sua semplicità ha stupito, rallegrato, ha saputo generare un’aspettativa e un desiderio, quelle che si possono raccogliere e vivere solo tra le pagine dei libri, ma con qualcosa di più, qualcosa dettato dalla presenza, dalla condivisione off line. 

Perché sempre più persone scelgono di leggere insieme, in silenzio, anziché farlo da sole?

È una domanda semplice, ma al centro di un cambiamento sociale più ampio, che riguarda il bisogno di spazi condivisi in cui sia possibile concentrarsi senza distrazioni, rallentare il ritmo e recuperare una forma di presenza collettiva non mediata da una schermata.

Parlando con Manuela, sessant’anni, appena entrata in pensione, si capisce quanto questi incontri abbiano inciso su di lei. «Avevo smesso di leggere», racconta, «ma qui riesco a ritagliarmi un’ora tutta per me». Da quando partecipa ai silent reading di Trieste ha portato a termine un progetto personale: leggere tutta l’opera di Gabriel García Márquez. «Non pensavo di farcela. Invece, pagina dopo pagina, è successo. E un merito va anche a questi incontri: rubati agli impegni che fagocitano le giornate.» 

E così continuano Elena, Elisa, Cristina, Tiziana, Alberto, Andrea che potrebbero essere lettori di Trieste come di Milano, Zero Branco o Cosenza. C’è voglia di presenza reale, fuori dagli schermi dei social, voglia di vita vera e di appartenenza: i libri creano comunità tolleranti, dove leggere è una spinta interiore, individuale ma è la condivisione che ne amplifica il valore.

silent reading, le letture silenziose, da dove nascono? Ovviamente dagli Stati Uniti dove tutto sembra accadere sempre in anticipo e la gente è dotata di formidabili antenne per le nuove tendenze, le creano, le captano e le trasformano in fenomeni di costume. Ma non sarebbe onesto liquidare queste iniziative come delle vacue americanate, o degli incontri all’insegna della leggerezza, banali e senza l’approfondimento tipico di un gruppo di lettura o di una conferenza. In effetti i silent nascono da piccoli gruppo di amici, molto similmente ai gruppi di lettura nati nell’Ottocento presso salotti e case private. 

Lungi dall’essere un semplice esercizio di stile, il silent reading agisce come una palestra per l’attenzione: un ecosistema protetto dal rumore delle notifiche dove la capacità analitica ritrova spazio vitale e lo stress si scioglie nella pagina. Immergersi nella lettura senza distrazioni non significa solo allenare la mente o stimolare la creatività, ma riscoprire un legame profondo con le storie e, per osmosi, contagiare chi ci sta accanto con la stessa, silenziosa, urgenza di leggere. 

La genesi del fenomeno, come spesso accade per i movimenti culturali della contemporaneità, non è spettacolare ma quasi domestica. Negli anni Dieci del Duemila, in una Silicon Valley satura di schermi, nasce il Silent Book Club di San Francisco, fondato da Guinevere de la Mare e Laura Gluhanich: un luogo in cui leggere insieme senza dover dimostrare nulla, primo segnale di stanchezza digitale in un’epoca che iniziava a misurare le relazioni in una notifica.

Ma è nella frenetica New York che quell’intuizione si trasforma in movimento. Qui, il bisogno di quiete prende forma nel Silent Reading Party. L’atto fondativo è sorprendentemente semplice: giugno 2023, quattro amici salgono su un rooftop cercano calma e dichiarano guerra, almeno per un’ora, alla gabbia dello smartphone. Da quella micro-rivolta nasce Reading Rhythms, una comunità internazionale capace di generare liste d’attesa e di trasformare bar, biblioteche e terrazze in veri e propri raduni di disintossicazione digitale.

Questa è l’occasione per costruire una nuova comunità, un luogo dove l’assenza di parole diventa infrastruttura sociale: un collante che permette a sconosciuti di condividere uno spazio senza dover performare una versione brillante di sé, in quella che è in definitiva una riscoperta necessaria del piacere della lettura.

Una sorta di micro-ritiro urbano dove ci si siede gomito a gomito uniti da un tacito accordo di concentrazione condivisa. È una risposta culturale raffinata a un paradosso del nostro tempo: la solitudine digitale può essere curata attraverso una vicinanza fisica che valorizza l’interiorità, non l’esposizione.

Il successo dei Silent Reading non può essere pienamente compreso senza un confronto con i tradizionali gruppi di lettura. Mentre il gruppo di lettura classico è centrato sulla prestazione intellettuale – la necessità di aver letto lo stesso libro, di analizzarlo, di argomentare e sostenere la propria interpretazione – il silent reading si fonda sulla non-prestazione. Non c’è un testo comune né l’obbligo di conversare; l’unico requisito è la presenza e la concentrazione. Questo rende il silent reading molto più accessibile e meno intimidatorio, abbassando la soglia di accesso che spesso tiene lontani i lettori meno sicuri ma che, con il passare del tempo, diventano chiacchieroni e assidui frequentatori degli eventi. Questa forma di socialità si accosta, per certi versi, al modello degli speed date letterari o degli eventi di bookcrossing, che enfatizzano lo scambio rapido e leggero. Tuttavia, a differenza di questi, il silent non richiede l’esposizione immediata di sé o delle proprie idee. La lettura agisce come un filtro, permettendo alla comunità di formarsi non attraverso il chiasso delle opinioni, ma attraverso la mutazione in rito collettivo dell’atto intimo del leggere. È, in definitiva, una forma di attivismo passivo, una protesta silenziosa contro la pressione a essere visti e sentiti costantemente.

Attraversato l’Atlantico, il fenomeno trova in Italia un terreno fertile sviluppando però una traiettoria autonoma, soprattutto nelle città con una forte identità letteraria. Trieste, ad esempio, non poteva che accogliere questa novità. Il Trieste Book Party, nato nel febbraio del 2025 con l’obiettivo dichiarato di creare una nuova comunità di lettori, radica l’esperienza con un’identità itinerante: il Museo della Letteratura LETS, la libreria Minerva, lo storico Caffè San Marco o la birreria Taverna Ai Mastri D’Arme, per citare alcuni partner che accolgono mensilmente la comunità. Luoghi che non sono solo cornici, ma dispositivi di significato: qui la quiete condivisa ha un’eco culturale. Il format triestino replica la formula internazionale – lettura individuale, facoltativo scambio finale – ma ne accentua la dimensione conviviale, propone esperienze di contatto e dialogo con editori (come previsto nel 2026 a gennaio con Vita Activa Nuova e Utopia Editore).

Questo esempio locale, sommato alla diffusione nelle altre regioni italiane, conferma che i Silent Reading non sono un trend esotico, ma una risposta culturale all’inquietudine contemporanea. In Italia, il silent viene interpretato come un atto di resistenza urbana: un modo per riprendersi la città attraverso un gesto collettivo di quieta ostinazione. La scelta di chiostri, librerie storiche e caffè letterari sottolinea questa volontà: mettere il libro al centro di una rinnovata socialità.

Far vedere che i lettori esistono, resistono, si informano e scelgono non è un dettaglio marginale. È un segnale. Dopo anni di polemiche sullo stato dell’editoria, spesso concentrate sull’assenza o sulla presunta disattenzione del pubblico, qualcosa sembra essersi incrinato più in profondità: il patto. Quello implicito tra chi pubblica e chi legge.

Come osserva Francesco Quatraro in un recente e lucidissimo intervento, il sistema editoriale contemporaneo appare sempre più schiacciato da una dinamica distributiva che incentiva la sovrapproduzione e indebolisce il ruolo storico dell’editore come filtro e selezionatore. In questo scenario, anche il lettore si trova strangolato: sommerso da titoli, chiamato a orientarsi da solo, spesso accusato di non saper scegliere.

Ma forse proprio qui si apre uno spazio inatteso. Se il patto si è incrinato, resta un diritto fondamentale da esercitare: quello di scegliere i propri interlocutori. Non i libri “giusti”, ma le relazioni giuste. I progetti coerenti nel tempo, le idee editoriali riconoscibili, le persone dietro ai cataloghi.

silent reading, allora, non sono solo un modo per leggere insieme. Sono una risposta pacata ma concreta a un rumore di fondo che ha saturato il sistema. Un gesto minimo, ripetuto, che afferma una possibilità: ricostruire comunità di senso a partire dalla scelta, dalla presenza, dall’attenzione. E forse, proprio da lì, ricominciare a immaginare un altro modo di fare editoria: partendo da chi legge, da chi può fare la differenza.

 Luciana Amato

Luciana Amato, vive e lavora a Trieste. Dopo una formazione in Progettazione del Turismo Culturale e un master di specializzazione, ha lavorato per anni nell’organizzazione di eventi e nel settore alberghiero, in Italia e all’estero (Centro America, Finlandia, Inghilterra). Oggi si occupa di progettazione culturale, scrittura e comunità di lettori. Cura un blog e un profilo Instagram dedicati ai libri e organizza incontri di lettura e silent reading a Trieste, con l’idea che leggere insieme sia una forma di resistenza gentile. Collabora con realtà culturali locali e online e continua a dedicarsi alla scrittura creativa. 

Il Collettivo Bandelle e i Silent Reading Party – l’intervista di Rita Mele ad Alessia Dimiccoli

Il Collettivo Bandelle nasce nell’aprile di quest’anno a Bari dall’esperienza dei gruppi di lettura curati dall’ “attivista letteraria” Ilenia Caito, dove è emerso tra i partecipanti il desiderio di organizzare eventi che promuovessero la lettura in maniera meno convenzionale. In tal senso, il Collettivo ha deciso di proporre dei momenti di “Silent Reading Party“, una formula già sperimentata con successo a New York e che ha visto anche a Bari una partecipazione al di là di ogni più rosea aspettativa.

Incuriosita da alcuni articoli usciti anche sulla stampa nazionale (vedi, tra gli altri, Repubblica dello scorso 5 luglio), li ho contattati e ho intervistato Alessia Dimiccoli, componente del direttivo.

Ci spieghi in cosa consistono i Silent Reading Party e come si partecipa?

Partecipare ai nostri Silent Reading Party è veramente molto semplice: basta iscriversi sull’apposita piattaforma e portare all’appuntamento la lettura che si preferisce, un romanzo, un fumetto, una rivista, un libro d’esame, insomma, non c’è alcun tipo di restrizione. A differenza di quello che avviene per i gruppi di lettura, dove i partecipanti leggono preventivamente lo stesso libro e poi si incontrano per parlarne insieme, nei Silent Reading Party quello che si condivide è l’atto vero e proprio della lettura. Ci ritroviamo tutti insieme a leggere fisicamente nello stesso posto, condividendo lo spazio con altri lettori. E’ una condivisione silenziosa: lasciamo da parte lo smartphone per evitare ogni tipo di distrazione, ma anche per rivendicare in qualche modo il diritto ad essere offline, a non essere sempre performanti e reperibili. I nostri eventi iniziano con un momento di convivialità, un aperitivo o una merenda, che serve a far sì che i presenti, appassionati di lettura, si conoscano. E terminiamo la lettura silenziosa con un momento di condivisione guidato con maestria da Ilenia, durante il quale chi vuole può commentare liberamente quanto si è letto o raccontare le sensazioni derivanti da questo tipo di esperienza.

Come conciliate l’attivismo letterario con la vostra vita quotidiana e col vostro lavoro?

Non c’è una risposta univoca. Facciamo lavori veramente molto diversi e coltiviamo questa passione in maniera parallela alle nostre vite lavorative. Io personalmente faccio l’impiegata, ma c’è una componente che esercita la professione di medico, ci sono delle insegnanti e c’è un’altra impiegata come me. Discorso diverso per Ilenia Caito, che si occupa di attivismo letterario e di promozione della lettura da tantissimi anni, e per Alessia Ragno che si occupa di editoria, per le quali si tratta di un lavoro a tempo pieno.


Come il vostro attivismo letterario e i vostri gusti letterari possono contribuire a sensibilizzare l’opinione pubblica e a promuovere il cambiamento sociale?

Nel Collettivo Bandelle convivono gusti e interessi letterari talmente diversi tra loro che è veramente difficile anche solo riassumerli. C’è chi è appassionato per esempio di letteratura spagnola, o di poesia, o di graphic novel, o di silent book. E io credo che questa diversità sia fondamentale perché ci permette di non subire i nostri gusti letterari, e quindi di non volerli imporre agli altri. L’obiettivo è quello di coinvolgere quanti più lettori sia possibile. E non ci rivolgiamo solo ai cosiddetti lettori forti, ma l’obiettivo, sfidante direi, è quello di coinvolgere chiunque abbia un minimo di curiosità e di interesse per la lettura e che magari si trova a non poterlo coltivare per mancanza di voglia, di stimoli giusti o banalmente per mancanza di tempo.

Se poteste scegliere un libro per rappresentare il vostro collettivo quale sarebbe?

Come libro rappresentativo del collettivo mi viene in mente “La sovrana lettrice”, un piccolo romanzo, anzi un piccolo capolavoro di Alan Bennett. La storia è molto semplice. La sovrana, la regina Elisabetta, per una casualità si ritrova ad appassionarsi alla lettura così tanto che comincia a scrivere qualcosa di suo. Ed è un po’ quello che è successo ad ognuna di noi: ad un certo punto abbiamo capito che volevamo qualcosa in più e abbiamo dato vita a questa nuova realtà.


Qual è il vostro rapporto con i Social media e come li utilizzate per amplificare il vostro messaggio?

I Social hanno delle potenzialità innegabili da un punto di vista comunicativo e sono sicuramente uno dei mezzi di cui ci serviamo per dare risalto alle attività del collettivo e non solo; cerchiamo anche di farci conoscere come collettivo stesso e di far conoscere le persone che lo animano.

Avete mai collaborato con altri artisti o attivisti?

Coinvolgere, fare rete con altre realtà anche molto diverse dalla nostra è sicuramente linfa vitale per il collettivo. Al primo Silent Reading Party tra i partner avevamo una gastronomia, ma penso ovviamente anche a collaborazioni con realtà più affini alla nostra, quale può essere quella con la Feltrinelli di Bari dove teniamo la rassegna “I libri degli altri”, o ai “Presìdi del libro” con cui abbiamo organizzato l’ultimo Silent Reading Party. Crediamo che questa diversità sia efficace e che crei bellezza. Cerchiamo di coinvolgere scrittori e artisti. Ho accennato alla rassegna de “I libri degli altri” e vi anticipavo che nell’evento “Cose mai dette” avremo il piacere di ospitare diversi scrittori: Aurora Tamigio, Andrea Piva, Marcello Introna, Mavie Da Ponte… insomma, come dicevo all’inizio, cerchiamo di fare rete il più possibile, non solo con chi è simile a noi, ma anche con chi è molto diverso da noi.

Cosa pensate del panorama letterario attuale e del ruolo delle donne scrittrici?

E’ veramente difficile esprimere un’opinione che sia rappresentativa delle varie anime del collettivo sul panorama letterario attuale. Faccio però un paio di riflessioni sul tema. Quello che posso dire è che il panorama letterario siamo anche noi lettori. Acquistando i libri, scegliendo autori ed editori, contribuiamo alla creazione di questo scenario. E questo sicuramente fa parte della nostra responsabilità di fruitori di quella cosa bellissima che sono i libri. E poi faccio un’altra riflessione, spesso assistiamo a dinamiche nelle quali sembrano non riuscire ad emergere nuove voci. L’editoria tende a spingere su quei nomi e su quei tipi di narrazione che appaiono seguire per lo più solo per logiche commerciali. Penso per esempio alla narrazione del Sud che spesso viene portata avanti come luogo ameno, con paesini di casette bianche baciate dal sole, la vita lenta che rigenera… Mi piacerebbe che si desse più voce alla vera condizione del Meridione e a quegli autori che si impegnano a raccontarla. Sulle donne ci sarebbe veramente tantissimo da dire. Sicuramente c’è una parte del mondo dove le donne sono riuscite a prendersi almeno la famosa stanza tutta per loro. Esistono però ancora zone del mondo dove essere donna e sentire l’esigenza di scrivere e dire qualcosa è un problema. Credo che realtà come la nostra debbano dare il loro contributo per esempio nel ridare voce a quelle autrici che sono rimaste in sordina, dimenticate e non per loro demerito. E su questo abbiamo veramente novità importantissime in arrivo, che speriamo di condividere anche con con voi del Randagio.

Quali sono le vostre letture preferite?

Ci piacciono sicuramente quelle letture che ci danno degli spunti di riflessione. Che riescano a dare degli elementi ulteriori per guardare la realtà e per guardarla con una visuale più ampia. E poi non disdegniamo sicuramente le letture più leggere, quelle che magari ci fanno sorridere e accompagnano dei pomeriggi un po’ più spensierati.

C’è un messaggio che desiderate trasmettere alle nostre lettrici e ai nostri lettori?

Vi diciamo di continuare a leggere e di continuare a parlare di libri e, se avete piacere e voglia di supportarci anche da lontano, magari anche semplicemente seguendo le nostre pagine Social, Instagram e Facebook, ci trovate come “Collettivo Bandelle” e se passate da Bari, dalla Puglia, conosciamoci!

Come possiamo noi de Il Randagio sostenere e amplificare il vostro lavoro?

Intanto vi ringraziamo veramente tanto per questa opportunità che ci avete dato, di parlare del Collettivo Bandelle, di quello che facciamo, di chi siamo e spero che in futuro vogliate dare risalto alle iniziative e agli eventi che porteremo avanti. Abbiamo tantissime idee e speriamo di riuscire a realizzarle. La carica che ci dà anche il fatto di aver suscitato il vostro interesse per quello che facciamo è veramente grandissima.

Qual è il vostro sogno per il futuro del collettivo?

Il prossimo passo è quello di costituire giuridicamente l’associazione anche per intraprendere un dialogo con le Istituzioni e per poterle coinvolgere nelle attività che facciamo. Riteniamo che questa sia una questione importantissima e speriamo di poter continuare a parlare di libri e magari di coinvolgere sempre più persone che lettori ancora non sono, che non sanno che stanno per diventarlo.

Ringrazio tantissimo Alessia per le sue ricche e generose riflessioni, ma soprattutto per l’entusiasmo che traspare da ogni sua risposta. Penso di poter dire che sia lo stesso entusiasmo che anima il Randagio, che volentieri tornerà a parlare delle iniziative delle amiche del Collettivo Bandelle.

Rita Mele

Rita Mele: barese, ma da molti anni vive a Bolzano. Giornalista, giurista, formatrice, psicologa, insegnante di yoga. Progetti per il futuro: ballare