L’incipit è fulmineo e dà il tenore di tutto il libro – mi ricorda, mutatis mutandis, quello de “La signora Dalloway” di Virginia Woolf.
Parlo dell’inizio de “Il giardino dei fiori infelici” di Nicola Lucchi, vincitore del Premio Neo 2025.
Si tratta di storia che sfida la comprensione del lettore e che mi ha suscitato molte e fortissime emozioni, decantate piano piano, distillando un giudizio che non può che essere assolutamente positivo.
La vicenda narrata è quella di Lucas, un bimbo che nasce senza piangere e che, crescendo, sembra vivere nel mondo come un alieno: adattandosi, ma solo in superficie, al contatto sociale, ma senza comprenderlo intimamente e indossando una specie di maschera per sembrare “normale”.
La storia è a dir poco incredibile, per i temi trattati e per la modalità di scrittura così asciutta, essenziale, densa e pregnante.
Si tratta di una sorta di pellegrinaggio, una via crucis, ogni passo un grano, come i misteri dolorosi del rosario, dove il protagonista è accompagnato, oltre che da gendarmi, da don Raffaele, un sacerdote nato nel villaggio che si dimostrerà ben più di un testimone/confessore. Con lui Lucas intavolerà un dialogo quasi socratico sull’essenza del bene e del male: è lecito, in alcuni frangenti, uccidere? E le omissioni, il silenzio colpevole non grida vendetta al cospetto di Dio? Qual è il modo giusto per riparare un’ingiustizia?
Sì, perché Lucas, ha ucciso bambini innocenti: spariti nel corso degli anni, questo strano ragazzo ne mostra – ad una ad una – le sepolture.
La vera voce narrante di questa vicenda è la madre del protagonista, Olga, considerata la “scema” del villaggio, perché sente le voci dei morti: ed è questo espediente narrativo che dà a questa storia surreale la struttura di una matrioska: la madre narra la storia del figlio che narra quella delle sue vittime in un contrappunto di voci, descrittiva e di ampio respiro quella di Olga, precisa e freddamente chirurgica quella di Lucas.
Il cammino è impervio, il luogo è montuoso: si suda ad ogni passo e la fatica fisica diventa metafora di quella che porta alla comprensione di gesti così assurdi e crudeli.
L’autore semina sapientemente solo pochi indizi spazio-temporali: la storia sembra così sospesa in un’atmosfera rarefatta assumendo un valore universale – perché la morte esiste da sempre ed esisterà sempre.
Lucas è un disadatto? Un pluriomicida sociopatico? Perché ha spento delle vite innocenti – i cui fantasmi, che “sente” anche senza vederli, lo portano alla loro tomba.
E l’assassino racconta, passo dopo passo, la storia di ognuno, e il motivo per cui li ha uccisi verrà svelato proprio nelle ultime pagine, quando gli indizi, seminati lungo il percorso come briciole di pane, si comporranno per dar vita ad un quadro spaventoso, assurdo e dolorosissimo, nel quale anche don Raffaele troverà, finalmente, la sua collocazione.
Libro inquietante, scabro e potente questo di Nicola Lucchi, pieno di contraddizioni semantiche ed emotive che formano una storia a dir poco affascinante. Talmente affascinante che, leggendola, ho cercato un contatto per conoscerne l’autore
Prima di tutto chi è Nicola?
Sono una persona che ama scrivere. Ho iniziato a farlo alle scuole medie e non ho mai smesso, inseguendo il sogno di poterlo far diventare un lavoro. Posso dire di esserci riuscito, ma confesso di declinare la scrittura sotto varie forme. Sono uno sceneggiatore, mi occupo di scrittura per lo schermo, ma oltre al cinema la mia grande passione è la narrativa. È nei libri che credo, per ovvie ragioni, di poter dare il meglio di me e di poter essere più “sincero”.
Ad un certo punto della tua vita sei andato in America. Perché l’hai fatto e cosa ti ha lasciato umanamente ed artisticamente?
A Los Angeles ci sono andato per lavoro. Prima di dedicarmi a tempo pieno alla scrittura mi occupavo di videoproduzioni. Devo confessare di averci lasciato il cuore. Ci torno appena posso. Non è una città a misura d’uomo, è molto caotica, ci si può perdere facilmente, e lo dico in senso figurato, ovviamente. È una città postmoderna, carica di energie. Nonostante gli anni d’oro di Hollywood siano finiti da un pezzo, è una città nella quale ancora si può respirare qualcosa di quei tempi andati. Chi viene qui, nella maggior parte dei casi non lo fa per restarci, ma per trovarci un po’ di fortuna. Sono molto pochi quelli che la trovano. Los Angeles è una città cannibale che si nutre dei sogni delle persone, forse anche per questo la amo così tanto. Perché è una città spietata.
Raccontami un po’ de “Il giardino dei fiori infelici”…
“Il giardino dei fiori infelici” nasce da una sperimentazione. Dal desiderio di raccontare un uomo che compie gesti imperdonabili, ma con l’obiettivo di fare affezionare a lui il lettore, nonostante le sue azioni. Procedendo in questo gioco mi sono però gradualmente accorto che il vero protagonista della storia non è Lucas, ma sua madre. È lei che ci racconta della loro miseria e di ciò che la miseria ha partorito. È un romanzo cupo e crudele, che parla di povertà ed emarginazione, e che prova a indagare il concetto di colpa.
La tua produzione letteraria spazia da romanzo ai fumetti. Perché questa molteplicità di mezzi espressivi?
Semplicemente, mi piace raccontare storie, pertanto provo a sfruttare ogni mezzo che mi permette di farlo.
Com’è nato il tuo amore per il cinema e la tua collaborazione con le riviste?
L’amore per il cinema è nato quando ero adolescente. Mi piace credere di essermi innamorato di un film: “La bellezza del diavolo” (1950) di René Clair. Lo vidi da ragazzino, per pure caso, rientrando da scuola. Non credo sia stata davvero quella la scintilla che mi ha fatto appassionare al cinema, credo sia una cosa maturata col tempo, ma ricordo con piacere quella scoperta. Per quanto riguarda le riviste, invece, non mi interessa particolarmente l’universo della critica o delle recensioni, sono appassionato di storia del cinema. In particolare della storia di Hollywood. Tendo, quando possibile, a scrivere di questo, ma non è la mia prima attività.
Secondo te, che peso ha la letteratura per le nuove generazioni e come si potrebbe avvicinarle ad essa?
Per avvicinare i giovani ai libri credo sia prima indispensabile conoscere cosa li interessa. È importante aprire degli spiragli. Non credo sia possibile conquistare chiunque, ma sono certo si possa fare molto di più. Non è facile, ma iniziare partendo dagli interessi dei giovani o dalle loro emozioni ed esperienze di vita credo sia l’unica soluzione. Imporre a tutti di leggere sempre i soliti titoli non è il miglior modo per avvicinarli alla lettura. Serve fantasia anche in questo…
Dopo la tua ultima fatica, “Il giardino dei fiori infelici”, hai intenzione di prenderti una pausa o stai già lavorando a nuovi progetti?
Non riesco a prendermi una pausa dalla scrittura, non tanto perché si tratta del mio lavoro, ma perché è la mia più grande passione. La risposta, quindi, è che c’è già in programma altro, anche se nei prossimi mesi mi concentrerò quasi esclusivamente sulla promozione de “Il giardino dei fiori infelici”.
Lascio Nicola, felice di aver conosciuto una persona così entusiasta, gentile e disponibile, ricordando che “Il giardino dei fiori infelici” è disponibile sulle principali piattaforme online – anche se vi consiglierei di andare direttamente in libreria: scoprireste, insieme al suo libro, un intero mondo di storie che non aspettano altro che di essere lette!
Silvia Lanzi

Silvia Lanzi: Ho conseguito la maturità magistrale, e mi sono laureata in materie letterarie presso l’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano con tesi riguardante l’alto medioevo. Ho collaborato per anni con il settimanale “Nuovo Torrazzo” di Crema occupandomi della stesura articoli di vario genere (soprattutto critica letteraria e teatrale e cronaca di eventi quali vernissage et similia). Collaboro con il sito gionata.org in qualità di traduttrice dall’inglese e scrivendo articoli. Sono autrice di due libri: “Libera di volare” (Kimerik, 2006) e “Coincidenze” (Boopen, 2010). Lettrice onnivora – alterno saggi (psicologia, storia, filosofia e arte) e narrativa (soprattutto anglo-americana e scandinava).


