Ilaria Salis:”Vipera” (Feltrinelli), di Massimo Congiu

Lo scorso ottobre la plenaria di Strasburgo ha confermato l’immunità parlamentare di Ilaria Salis. Il risultato del voto è stato la risposta negativa alla richiesta di revoca delle autorità ungheresi che avrebbero voluto il ritorno in carcere della eurodeputata di AVS (Alleanza Verdi Sinistra). Richiesta avente il chiaro sapore di un regolamento di conti evidentemente lasciati in sospeso, suo malgrado, dalla giustizia ungherese, che aveva tenuto Ilaria in carcere per quindici mesi di detenzione dura, di udienze che l’avevano vista comparire di fronte ai giudici con le catene ai polsi e alle caviglie. 

La storia di questa assurda detenzione preventiva, che è stata già di per sé stessa una condanna, è raccontata dalla protagonista in “Vipera” (Ilaria Salis, Feltrinelli, 2025, 224 pagine) ed è iniziata con l’arresto avvenuto a Budapest nel febbraio del 2023 e motivato dall’accusa di partecipazione al pestaggio di due militanti neonazisti intenti a rendere omaggio ai loro “eroi” nel “Giorno dell’Onore”. Una celebrazione, quest’ultima, che ogni anno si tiene a febbraio nella capitale ungherese per ricordare la “valorosa resistenza” dei militi nazisti tedeschi e dei loro alleati ungheresi durante l’assedio di Budapest svoltosi fra il dicembre del 1944 e il febbraio successivo.

Se il “Giorno dell’Onore” è tollerato dal governo di Viktor Orbán non altrettanto può dirsi delle manifestazioni antifasciste che dall’esecutivo danubiano e dai suoi sostenitori vengono considerate nient’altro che pericolose provocazioni di facinorosi e violenti.

Così Ilaria è finita nel mirino delle autorità giudiziarie di quel paese e ha dovuto subire una detenzione disumana lunga e inaccettabile, espressione di un sistema che considera le pene come strumenti esclusivamente punitivi e afflittivi, volti a piegare il ristretto e a privarlo della sua dignità. Da considerare che tutto ciò è avvenuto senza che vi fosse uno straccio di prova a sostegno dell’accusa rivolta all’autrice del libro. Accusa che parla di ferite gravi, addirittura potenzialmente mortali, in realtà guarite in sei-otto giorni. È l’inizio dell’incubo, dell’assurdo che diventa realtà e che viene narrato in sette capitoli densi, coinvolgenti, scritti in prima persona ma dedicati a chiunque subisca la privazione della libertà in maniera ingiusta o perché innocente o per condizioni di detenzione da considerare intollerabili: scarsa igiene, poca luce, sovraffollamento, privazione di diritti fondamentali. “Vipera” è quindi una voce che si leva per denunciare queste brutture che sovente caratterizzano la realtà carceraria, non solo quella ungherese, e che sottolinea lo stato di angoscia e il senso di abbandono diffusi fra i detenuti, con particolare valenza per quanti si ritrovano a scontare pene all’estero, senza poter contattare i propri cari, senza agevolazioni che in qualche modo superino le barriere linguistiche.

Il libro è anche il racconto di una vicenda che trasuda umanità, fatta di quotidianità dietro le sbarre, in poco spazio umido e poco illuminato da condividere con altre ristrette che hanno alle spalle storie pesanti. Donne finite nelle maglie di un sistema brutale cui si deve la trasformazione degli istituti di pena in discariche sociali e l’illusione dispensata all’opinione pubblica, alla gente, che c’è chi veglia sulla sua incolumità. È il refrain di certa retorica securitaria di cui abbiamo esempi chiari anche qui da noi che subiamo gli effetti di un’involuzione autoritaria degna di andare a braccetto col sistema di Viktor Orbán e, anzi, fiera di questo parallelismo.

“Vipera” è una storia di resistenza che descrive soprusi visti e subiti; l’autrice lo fa con un approccio privo, comunque, di livore; la sua denuncia è colma di voglia di giustizia, di lotta contro qualsiasi forma di potere che criminalizzi la povertà, tolleri o addirittura incoraggi l’emarginazione sociale e tenda a punire in modo “esemplare” i reati commessi da gente che ha perso la speranza non certo per distrazione o per recare noia ai cosiddetti benpensanti. Nella testimonianza di Ilaria Salis c’è il tunnel ma anche la luce in fondo, guadagnata dopo un percorso di sofferenza e angoscia sì, ma anche di speranza tenace, sorretta da ideali e amore per la vita.

Oggi l’autrice del libro si dedica ai problemi del carcere da eurodeputata, visita gli istituti di pena italiani, incontra i detenuti, denuncia le gravi carenze del nostro sistema penitenziario e, memore della sua esperienza, cerca di tenere alto il livello dell’attenzione sul caso di Maja T. Inspiegabilmente estradata dalla Germania, suo paese d’origine, Maja è ancora in carcere in Ungheria, accusata dello stesso reato, e rischia una pena sproporzionata a 24 anni di carcere. Non va lasciata sola.

Massimo Congiu

Massimo Congiu: giornalista, laureato in Scienze storiche all’Università Federico II, studioso di geopolitica dell’Europa centro-orientale, ha vissuto a lungo a Budapest. Scrive per il Manifesto, MicroMega, Diritti Globali, Radio Mir, Fondazione Feltrinelli, ha collaborato a L’Humanité e a Historia Magistra. È curatore dell’Osservatorio Sociale Mitteleuropeo, membro del Comitato Scientifico del Cespi, è autore di diversi libri e saggi di analisi storico-politica e di indagine sociale. Dal 2020 si occupa anche di carcere e collabora all’Osservatorio regionale sulla detenzione presso l’Ufficio del Garante dei diritti dei detenuti della Regione Campania e collabora al progetto Parole in libertà che si svolge negli istituti di pena di Poggioreale e Secondigliano. Con 4Punte Edizioni, nel 2023, ha pubblicato Quattro Giornate di Napoli. Le periferie della Resistenza e, nel 2024, Giacomo Matteotti. L’assassinio, il processo-farsa, la cancellazione della memoria. Sempre nel 2024, è uscito per Feltrinelli La protesta è l’anima. La lotta della società civile in Ungheria e Polonia.

Loreta Minutilli: “Messaggeri cosmici” (Tlon), di Massimo Congiu

Raggi cosmici, onde gravitazionali, un universo in evoluzione; una storia appassionante raccontata da Messaggeri cosmici. L’universo, i suoi emissari e noi, di Loreta Minutilli, Edizioni TLON, 2025,  112 pagine. Una storia che viene da lontano e che è parallelamente anche quella del cammino della nostra conoscenza, della nostra capacità di osservare e interpretare ciò che ci circonda. Ciò che ci ha preceduto e che esiste da ben prima della nostra comparsa. Il cammino che abbiamo intrapreso ha per scopo l’ampliamento delle nostre consapevolezze; con esso cerchiamo di darci una collocazione nel creato. Ci proviamo da secoli di studi, di riflessioni a volte ostacolati da posizioni antiscientifiche e dogmatiche, quelle della Chiesa di un tempo, che sanzionava la messa in discussione di concezioni fissate dal credo religioso.

Il progresso del pensiero e gli interrogativi sul senso della nostra esistenza e sul nostro ruolo nell’universo sono però un dato di fatto. In altre parole l’uomo ha iniziato a interessarsi ai messaggi che il cosmo gli manda da distanze temporali difficili da immaginare, soprattutto per i non addetti, ma quelle che ci invia sono missive dense di significato, scritte in una lingua che sta a noi decifrare. I raggi cosmici sono così delle testimonianze di vita dell’universo, del suo passato, e contengono delle informazioni con le quali intuire  il suo futuro. Essi sono “il primo vagito degli atomi nati nello spazio interstellare”, aveva detto il fisico statunitense Robert Millikan, Premio Nobel per la fisica nel 1923 per i suoi studi sulla determinazione della carica elettrica dell’elettrone e sull’effetto fotoelettrico. Si tratta di una frase citata nel libro dove si descrive lo scontro di opinioni fra Millikan e altri scienziati sulla vera natura dei raggi cosmici. Il dibattito è proseguito e con esso gli studi che, scrive l’autrice, hanno portato alla nascita di “un nuovo ramo dell’Astrofisica – l’Astrofisica particellare […] – e un nuovo ramo della Fisica, la Fisica delle particelle”. Ma questo è solo uno dei possibili esempi.

L’opera è di argomento prettamente scientifico ma non le manca un approccio umanistico nel ripercorrere il progresso della nostra indagine del cosmo e nel porci la domanda se davvero l’universo non abbia niente a che fare con noi. In tre capitoli seguiti da un epilogo dal titolo invitante: “Almeno noi nell’universo”, Loreta Minutilli, che ha studiato Astrofisica a Bologna ed è autrice di altre opere, ci guida in un percorso narrativo in cui la storia delle grandi scoperte astronomiche interseca la sua personale esperienza, dagli anni del liceo a quelli dell’università. Concentrandosi sui raggi cosmici, sulle onde gravitazionali e su altri fenomeni cosmologici, ci invita a esplorare un universo in costante evoluzione all’interno del quale ci muoviamo anche noi nel tempo, e lo facciamo in modo cosciente soprattutto se mossi da una sete di sapere che ci porta alla ricerca di noi stessi. 

Massimo Congiu

Massimo Congiu (Cagliari, 1962), giornalista, scrive per Il ManifestoMicroMega, collabora con Historia Magistra, altre testate e con la Fondazione Feltrinelli. Studioso di geopolitica dell’Europa centro-orientale, ha vissuto a lungo in Ungheria, cui ha dedicato libri e saggi. Svolge attività in ambito storico, politico e sociale. Con 4Punte Edizioni, nel 2023, ha pubblicato Quattro Giornate di Napoli. Le periferie della Resistenza e, nel 2024, Giacomo Matteotti. L’assassinio, il processo-farsa, la cancellazione della memoria. Sempre nel 2024, è uscito per Feltrinelli La protesta è l’anima. La lotta della società civile in Ungheria e Polonia.

Massimo Recchioni, Giovanni Parrella, Paola Polselli: “Il bandito partigiano” (4Punte edizioni), di Massimo Congiu

Quella di Giuseppe Albano, detto il Gobbo del Quarticciolo, è una delle storie della Resistenza che ha sullo sfondo un paese da liberare dalla brutale tirannia nazifascista e il mondo delle borgate romane. 

Una vita breve ma intensa in un tempo terribile sì, ma anche di fermento e ribellione, una gioventù che brucia le tappe e si consuma tra le armi e i pericoli sempre in agguato. Questa l’avventura di Giuseppe Albano, partigiano coraggioso e pieno di foga ribellista. Una figura, la sua, che è stata considerata di esempio sul piano della sollevazione sociale contro i soprusi, contro le ingiustizie di ogni genere. Un modello per i diseredati, questo sì, ma la parabola ribelle di cui Albano è protagonista trova posto fra le storie resistenti ma finisce per sconfinare nel crimine. Albano, detto il Gobbo per via di una deformazione fisica che ne aveva reso inconfondibile l’aspetto, è un po’ eroe e un po’ bandito, un po’ difensore degli oppressi e oppressore a sua volta e vive in quella terra di mezzo e in un tempo che è al limite fra il lecito e l’illecito.

Attivo nelle borgate della periferia sud-est romana, il Gobbo appare indomito, vendicatore, spregiudicato, ma è anche il figlio di un mondo che conosce lo schiaffo della miseria, l’oltraggio della prevaricazione. Campione per molti, per altri individuo ambiguo di cui viene anche messa in dubbio la fedeltà alla causa più nobile della Resistenza, perderà la vita ancora ragazzo, alla maniera dei ribelli.

Questa storia vissuta tra luci e ombre, è raccontata da Massimo Recchioni, Giovanni Parrella e Paola Polselli, ne Il bandito partigiano. Vita e morte del Gobbo del Quarticciolo (4 Punte Edizioni, 155 pagine). Un volume pubblicato da una casa editrice attiva nella diffusione dei valori della Resistenza e aperta al confronto con la complessità. Quella di Giuseppe Albano è, appunto, una vicenda complessa, un’esperienza di vita al margine, forse di facile ma superficiale giudizio da parte dei benpensanti che magari vedrebbero nel personaggio solo il delinquente, all’inizio partecipe del movimento resistenziale ma solo per opportunismo. Corredato di fonti giornalistiche, riproduzioni di documenti e foto dell’epoca, completo di citazioni e testimonianze di alcuni discendenti di membri della banda del Gobbo, il libro ripercorre questa storia con un’ampia contestualizzazione storica cui sono dedicati i primi quattro capitoli. In essi si va dall’avvento del fascismo al dopoguerra, epoca di ricostruzione morale e materiale del paese e di realizzazione di una prospettiva democratica che allontanasse sempre più il ricordo del ventennio e della guerra. Lo spazio successivo è dedicato al racconto della vita del Gobbo e a riflessioni su questa parabola contraddittoria che si svolge in quella già citata terra di confine dove tutto si mescola e tutto è affidato al giudizio della Storia il cui compito non è tanto quello di separare i buoni dai cattivi ma di operare piuttosto un distinguo fra comprensione dei fatti e acritiche propensioni alla condanna sulla base di moralismi che non conoscono la contestualizzazione.

Questo non significa che partigiani e militi saloini siano da considerare sullo stesso piano per dedizione alla causa con l’unica differenza che gli uni combattevano per un ideale, gli altri per uno diverso. Questa equiparazione è da respingere nel modo più netto e deciso, così come sono da combattere i tentativi, da parte delle destre, di screditare la lotta partigiana attribuendole violenze gratuite, saccheggi e uccisioni avvenute, al di là delle azioni di guerra, come loro unico prodotto. Una storia come quella del Gobbo farebbe felici i revisionisti sempre pronti a gettare fango sulla Resistenza. Direbbero “ecco uno dei campioni della pretesa lotta per la liberazione, un bandito”. L’invito del libro è invece a tenere lontana la malafede, accettare il confronto con la complessità e farsi guidare dalla voglia di conoscenza. Abbiamo bisogno anche di questo. 

Massimo Congiu

Massimo Congiu (Cagliari, 1962), giornalista, scrive per Il ManifestoMicroMega, collabora con Historia Magistra, altre testate e con la Fondazione Feltrinelli. Studioso di geopolitica dell’Europa centro-orientale, ha vissuto a lungo in Ungheria, cui ha dedicato libri e saggi. Svolge attività in ambito storico, politico e sociale. Con 4Punte Edizioni, nel 2023, ha pubblicato Quattro Giornate di Napoli. Le periferie della Resistenza e, nel 2024, Giacomo Matteotti. L’assassinio, il processo-farsa, la cancellazione della memoria. Sempre nel 2024, è uscito per Feltrinelli La protesta è l’anima. La lotta della società civile in Ungheria e Polonia.

Massimo Congiu: “Giacomo Matteotti – l’assassinio, il processo farsa e la cancellazione della memoria” (4 Punte Edizioni), di Vincenzo Vacca

Giacomo Matteotti per una serie di buone ragioni è diventato l’ icona per eccellenza tra le conseguenze che la profonda natura criminale del fascismo italiano ha prodotto. Ucciso nel 1924 da sicari fascisti a seguito del suo noto discorso in Parlamento con il quale denunciò i brogli, le minacce, le aggressioni che dominarono ampiamente le elezioni politiche nazionali che avvennero conseguenzialmente alla approvazione della nuova legge elettorale nota come “legge Acerbo” dal nome del proponente della stessa. 

Con tale meccanismo elettorale la lista che avesse raggiunto il 25% dei voti avrebbe automaticamente acquisito un premio di maggioranza pari ai 2/3 dei parlamentari. Ma Mussolini non voleva correre alcun rischio e, quindi,  le squadracce fasciste imperversarono durante le operazioni di voto.

Matteotti,  dando ancora una volta prova della sua determinazione, non si fece alcun scrupolo a denunciare tutto ciò nonostante che fosse ben consapevole dei gravissimi rischi a cui andava incontro.

Già nel parlarne nella Camera dei deputati fu continuamente interrotto e minacciato pesantemente.

Il bel libro di Massimo Congiu “Giacomo Matteotti – l’ assassinio, il processo farsa e la cancellazione della memoria” fornisce al lettore una articolata ricostruzione storica della biografia personale e politica di questo martire della libertà e della democrazia. 

Grazie alla scorrevolezza della scrittura di Congiu, il libro offre un  importante contributo alla ricerca storica sia per “gli addetti ai lavori” sia per chi si approccia per la prima volta ad acquisire una certa conoscenza degli eventi menzionati.

È certamente il caso di sottolineare, tra l’ altro, come l’ autore narra l’ Italia uscita dalla prima guerra mondiale. Una guerra che il nostro Paese aveva vinto, ma che era costata diverse   centinaia di migliaia di morti, nonché un numero impressionante di mutilati e di persone devastate psicologicamente.

A tutto ciò si aggiungense un quadro economico disastroso che non permise, e in buona parte non si volle, attuare concretamente le promesse che furono  fatte per giustificare l’ ingresso in guerra dell’ Italia: un lavoro per tutti, ma soprattutto un pezzo di terra da garantire ai contadini.

Naturalmente,  questo creò una rabbia diffusa accompagnata pericolosamente dallo sdoganamento della violenza avvenuta negli anni del conflitto bellico.

In questa situazione va inclusa la mitizzazione della Rivoluzione d’ ottobre avvenuta in Russia. Facciamo “come in Russia ” fu uno degli slogan di maggior presa durante il cosiddetto biennio rosso e terrorizzò le classi dirigenti a tal punto che si  avvalsero delle squadre fasciste sia per opporsi violentemente alle variegate manifestazioni di protesta avvenute in quei due anni (1919 – 1920) ma anche per soffocare qualsiasi espressione di democrazia negli anni successivi.

I ceti  liberali, incapaci di gestire i nuovi e drammatici problemi venutisi a creare con la fine della prima guerra mondiale, si illusero di poter utilizzare i fascisti solo per riportare l’ ordine. Non capirono, ma non lo capirono neanche le forze socialiste e democratiche, e tanto più i comunisti che nel ’21 fondarono il nuovo partito, cosa stesse nascendo e sempre più rafforzandosi: un movimento reazionario di massa che aveva come fine imprescindibile la costruzione di uno Stato totalitario.

Pochi intuirono questo aspetto e Matteotti era tra questi. Lo  intuì grazie alla sua finezza intellettuale ma anche perché  vide di persona nel suo Polesine cosa facevano effettivamente i fascisti: minacciare, aggredire, uccidere.

Una violenza, anche omicida, predicata e praticata sistematicamente.

Matteotti diventò un leader amato e rispettato nella sua zona d’ origine perché diresse  quotidianamente le lotte finalizzate all’ ottenimento di diritti per i contadini e gli operai e, allorquando fece il suo ingresso in Parlamento, non perse la sua passione e la sua forte determinazione.

Infatti non si lasciò intimorire da leader più anziani di lui e intervenne in Aula ogni volta che gli si diede la possibilità, dimostrando che la sua combattività non trovò sosta. 

Il libro di Congiu ripercorre molto bene questo percorso politico di Matteotti come anche il lascito morale di questo glorioso socialista riformista. 

Il termine “riformista”  diede adito allora come adesso a una serie di equivoci e contestazioni, e spesso a vere e proprie abiurie. Ma per “riformista” Matteotti intendeva che il raggiungimento del socialismo dovesse avvenire mediante una graduale, ma tenace costruzione di ampliamento della democrazia a tutti i livelli. Non puntare, quindi, verso una palingenesi di rottura dell’ esistente, ma introdurre nella vita istituzionale, politica e sociale sempre maggiori diritti e libertà. 

Nonostante il silenzio imposto dal regime fascista su Matteotti, il cui nome non si potè neanche pronunciare, quando Roma fu liberata egli, dopo pochi giorni, fu subito celebrato da una moltitudine di persone. Come non ricordare, inoltre, che diverse bande partigiane vollero denominarsi “Brigate Matteotti”.

In realtà,  Giacomo Matteotti è stata una figura etica e politica poliedrica, non riducibile alla sola, terribile e ingiusta fine della sua vita.

Congiu, con il suo libro, contribuisce a svelare il valore del leader socialista ucciso dal fascismo perché le sue idee, se lette con l’ opportuna sensibilità,  possono contribuire alla partecipazione politica odierna. 

Massimo Congiu (Cagliari, 1962), giornalista – scrive per Il Manifesto, MicroMega, collabora con Historia Magistra, altre testate e con la Fondazione Feltrinelli -, è studioso di geopolitica dell’Europa centro-orientale e svolge attività in ambito storico, politico e sociale. Con 4 Punte Edizioni, nel 2023, ha pubblicato Quattro Giornate di Napoli. Le periferie della Resistenza.

Vincenzo Vacca