Joyce Carol Oates: “Macellaio” (La nave di Teseo, trad. Chiara Spaziani), di Cristi Marcì

La psicopatologia del corpo e della mente femminile ai tempi del 1836: Silas Aloysius Weir, fondatore della Gino-Psichiatria presso l’Istituto per donne malate di mente del New Jersey

Eclettico studioso del corpo umano e dei suoi misteriosi ingranaggi organico-psichici il Macellaio del New Jersey, altrimenti noto nel panorama medico scientifico come Silas Aloysius Weir, è una personalità dalle variegate sfaccettature. 

Capace di incidere con la sua spietata e innovativa strumentazione chirurgica gli infinitesimali reticoli dell’animo umano a sostegno di una proficua ricerca medico-scientifica in voga nell’America del mille ottocento quaranta.

Nato dall’inchiostro di Joyce Carol Oates genio e follia, ambizione e decadimento creano il giusto miscuglio grazie al quale l’eminente medico sarà in grado di sovvertire tanto le leggi della coscienza quanto quelle della ragione, fugando in modo alquanto abietto e privo di scrupoli il precario e vacillante equilibrio tra ciò che è giusto e ciò che è sbagliato.

L’amore scellerato per la ricerca clinica connotato dall’esuberante desiderio di riscatto dispiega una trama grazie alla quale la virulenta e crassa materia corporea della donna viene rigidamente piegata al servizio della medicina sperimentale e più precisamente della Gino-Psichiatria, rispetto alla quale i vecchi parametri di riferimento psichico e sociale assumono la forma di una nuova lente clinica con cui estirpare dal corpo e dalla psiche femminili il male che sovente vi alberga.

Eppure il concetto stesso di legge sembrerebbe giustificare la propria condotta etica in funzione di un sapere medico superiore ma che tuttavia cela una sequela di oscuri esperimenti clinico-somatici che rischiano tuttavia di sfociare in pratiche che di umano riservano ben poco. 

Il milleottocento quale anno di eccentriche scoperte

La storia di Silas Aloysius Weir

Nel 1836, dopo essere stato accusato di un terribile ed esecrabile esperimento dalle tragiche, nonché inevitabili conseguenze, il dottor Silas Aloysius Weir è così costretto a recarsi altrove al fine di trovare un nuovo e stimato impiego redditizio.

Compito arduo ma dall’epilogo quanto mai inaspettato, poiché pagina dopo pagina il diabolico dottore pone le basi per la sua brillante e infausta carriera presso il futuro e rinomato Istituto del New Jersey per donne “gravemente” colpite sia nella psiche sia nelle restanti e sconvenienti regioni corporee.

In men che non si dica il genio indiscusso del temibile medico, che impregna d’inchiostro qualsivoglia pamphlet d’America, trasmuta il vetusto e decadente Istituto nel suo regno, dove ricerca ed esperimento assumono, una volta calato il crepuscolo, la fisionomia di pratiche clinico-mediche che in maniera del tutto indisturbata delineano una nuova scienza della mente. 

Dirimpetto la sua scrivania e al riparo della luce fioca del candelabro i suoi appunti ormai ingialliti dal tempo rilucono di schizzi prossimi a imprigionare figure abnormi entro le quali la sapienza chirurgica agisce indefessa e al cospetto di un traguardo sempre più concreto. 

Presso l’Istituto gli è infatti permesso proseguire, sperimentare e financo argomentare per iscritto sulle riviste di medicina le sue macabre osservazioni mediche senza alcun controllo. 

Per decenni fiorisce così la genuina possibilità di usare donne di bassa estrazione sociale, povere e in difficoltà trascurate nondimeno dallo Stato e dalla sanità, come vere e proprie cavie umane, sottoponendole a esperimenti e privazioni psico-sensoriali che spesso e volentieri rasentano il grottesco. 

Tuttavia, nonostante la duttile figura di Silas Aloysius Weir venga celebrata quale pioniere della medicina chirurgica e più precisamente come “padre della Gino-Psichiatria”, la personalità dello stimato medico risente gradualmente di un’alienazione sempre più crescente e dai contorni deliranti.

Ambizione e follia vengono precipuamente alimentate dalla sua indomita ossessione nei confronti di una giovane fanciulla irlandese e sua futura serva, Brigit Kinealy, che diventa non solo il suo prediletto individuo sperimentale bensì l’unica donna capace di contrastare il suo abnorme dominio intriso di un’effervescente follia. 

Narrato dal figlio maggiore del dottor Weir, che ha ripudiato le brutali pratiche clinico chirurgiche del padre, questo splendido romanzo storico è una miscela, nonché una pozione, rispetto alla quale finzione e realtà raccontano le vicende di un protagonista mosso dalla sete di riscatto e che abilmente passa dall’anonimato professionale alla fama internazionale.

Per poi giungere a una caduta senza eguali.

Una nuova deontologia medico-clinica a favore di un corpo al servizio della scienza

In questo capolavoro odierno della letteratura americana Joyce Carol Oates delinea una delle tematiche più seducenti e al contempo controverse presenti in altri scritti: quella della psicopatologia femminile ascritta agli organi pelvico-genitali.

Quest’ultima ha difatti consentito di approfondire ciò che la scienza medica e in particolare la branca della psichiatria descriveva quale “alterazione organico-psichica insita negli angusti recessi del corpo umano femminile”.

L’autrice inoltre descrive in maniera quanto mai affascinante come sovente i disturbi del pensiero siano soliti affiorare nelle menti più innovative connotate tuttavia da finalità contrastanti.

Psicopatologia dei disturbi del pensiero

Il delirio evidenzia difatti il dispiegarsi di quel forte desiderio individuale di tornare ad “essere parte del mondo”, attraverso l’ausilio di modalità differenti in grado di legittimare una realtà altrettanto autentica. 

Esso assume gradualmente un valore teso a ripristinare il senso di continuità del proprio Sé, della propria realtà intrapsichica e non ultimo del proprio tempo interiore.

Questa forma psicopatologica inerente alla sfera del pensiero non la si vuole presentare quale dimensione di cui si è prigionieri, viceversa come una cornice all’interno della quale è possibile (trovandovi la spiegazione di tutto) forgiare una nuova identità. 

All’interno della quale emerge un nuovo dipinto che non solo lascia il segno ma che inizia ad assumere una forma autentica e fortemente personale.

Come sottolineato da Tustin (1981), in soggetti che presentano croniche storie di trascuratezza sociale e interpersonale le emozioni traumatiche popolano quella parte della psiche definibile come “inconscio non rimosso”. 

Esse inoltre sembrano dare forma alla nascita e nondimeno alla costituzione di veri e propri “buchi corporei” capaci peraltro di evocare un vissuto terrificante, tipico dei quadri psicotici.

Queste fessure, assumono pienamente le sembianze di una voragine o meglio ancora di un vuoto. 

In riferimento a questa tesi il contributo di Giuseppe Craparo (2017) è volto ad evidenziare come tali emozioni impediscano notevolmente al soggetto di fare e di vivere un’esperienza consapevole dei propri stati mentali, che vengono mantenuti ad un livello pre-simbolico, sensoriale e peggio ancora primitivo.

Ciò che non è stato detto e che non si riesce ad inquadrare in una cornice simbolica, sfocia in un vissuto sensoriale, caratterizzato dall’impiego di difese dissociative, come modalità di gestione del dolore.

Tali modalità e soprattutto tali sensazioni sopra descritte sono state riprese più nello specifico dalla figura di R. Meares, (2015) che ha approfondito la dinamica del disturbo borderline.

Ciò che l’autore vuole evidenziare è una identità connotata da senso di vuoto, paura della solitudine e soprattutto instabilità nell’immagine di Sé. 

Inoltre Roy Grinker (2015) fondatore dell’Istituto di psicosomatica di Chicago ha aggiunto come la condizione di tale disturbo non debba configurarsi come una regressione bensì come una mancata maturazione del Sé.

Infatti una delle principali conseguenze può essere rintracciata in un ambiente relazionale pienamente fallimentare. 

Nondimeno la figura di Judith Herman consente di porre l’accento sulle varie modalità o meglio ancora sulle varie strategie di adattamento sia all’ambiente che alla sfera interna.

Se quindi l’esperienza traumatica può rappresentare il punto di partenza, ad essere molteplici sono le modalità di risposta individuali volte a restituire un senso alla propria identità e soprattutto alla propria esperienza corporea e temporale le quali subiscono drastiche modifiche.

Che ruolo ricopre il delirio nella propria cornice psichica?

Giunti a questo punto viene da chiedersi quale ruolo rilevante possa ricoprire il delirio e se possa rappresentare una modalità sia di risposta che di adattamento, ma anche e soprattutto uno strumento tramite il quale provare a sciogliere un nodo esperienziale celato ormai da troppo tempo.

Nella sua essenza il delirio è stato descritto come una sensazione di “scoperta”, caratterizzato dalla sensazione che la nuova idea affacciatasi alla coscienza permetta di “restaurare un ordine, di completare un quadro” (Rossi Monti, M. 2008, p. 5).

Meissner (1978) ha definito questo passaggio come “processo paranoico” funzionale ad organizzare un sistema di credenze coerente, che permette altresì al soggetto di interpretare la realtà e soprattutto di organizzarla in sintonia coi suoi bisogni di “adattamento”.

Se in una prima parte la mancata integrazione dovuta alle esperienze traumatiche non ha fornito una sequenza ed una scansione temporali, quella che viene a riscontrarsi è un’operazione finalizzata alla “integrazione stessa, al mantenimento dell’integrità e del senso di coesione del Sé”.

A voler essere raggiunti sono da una parte una gerarchia di significati e dall’altra una relazione con il mondo, il tutto al semplice scopo “chiarificatore”.

Volendo provare a rafforzare sempre più la connessione dell’aspetto delirante con la dimensione esperienziale e psicopatologica, in letteratura viene sottolineato il ruolo scatenante giocato dallo stress. Quest’ ultimo inteso a volte come l’apice di un background, la punta di un iceberg, dietro la quale si cela (come ribadito da Sanavio) una soglia oltre la quale le “capacità di fronteggiamento della persona cedono”.

Un’affermazione che deve far percepire lo stress come connesso a condizioni pienamente soggettive e di carattere relazionale. In questi casi infatti il delirio servirebbe a “tamponare una condizione altrimenti ingestibile”.

Bibliografia

Craparo, G. (2017), “Inconsci, coscienza e desiderio “, Carocci Editore.

Grinker, R. (2015) “La cura del sorriso”, in Mente e Cervello, dicembre, n. 132.

Meissner, W. W. (1978), “The paranoid process “, Aronson, New York.

Rossi Monti, M. (2008), “Forme del delirio e psicopatologia “, Raffaello Cortina 

Editore, Milano, p. 71.

Sanavio, E. (2017), “La memoria del trauma”, in Mente e Cervello, febbraio, n. 146.

Tustin, F. (1981), “Stati autistici nei bambini “, Armando, Roma.

Cristi Marcì*

* Cristi Marcì è uno psicoterapeuta psicosomatico junghiano. Grazie ai libri ha scoperto la possibilità di viaggiare con l’unica compagnia gratuita: la fantasia. Adora i gialli, la saggistica e i romanzi storici. Ad oggi ha pubblicato racconti brevi sulle riviste «Topsy Kretts», «Morel, voci dall’Isola», «Smezziamo», «Offline» «Kairos» e altre ancora. Scrive articoli per il periodico scientifico «Ricerca Psicoanalitica», «Arghia» e «Mortuary Street». Trovate una sua traccia anche su «Quaerere»